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Saga familiare 11


La mattina seguente – era sabato – mi svegliai stralunata, per la lunga e faticosa notte d’amore: tre volte avevamo ripetuto gli assalti, ed ogni volta era stato più entusiasmante.
Mi scoprii sola, nel letto e nella camera: un biglietto sul comodino mi avvertì:”Sono al mare; metti un costume”. Non stetti neanche a pensarci e indossai il minuscolo bikini che avevo infilato in borsa, una cosa quasi inesistente, scelta per comodità, ma soprattutto per mettere in risalto le mie forme.
Lo trovai disteso sulla sabbia; mi sdraiai accanto a lui, sul piccolo telo, per stargli il più possibile appiccicata, e lo baciai con foga, poi cominciai a carezzarlo su tutto il corpo.
Mi frenò quasi bruscamente “ora prendiamo il sole, disse, avremo tempo stasera” e, dopo la notte trascorsa, c’era da credergli.
Mi tuffai in acqua, anche per calmare i bollori che avanzavano, e Martino mi raggiunse; giocammo come fanciulli a spruzzarci, a rincorrerci, a nuotare a gara; e ci baciavamo, ci accarezzavamo: accennai anche ai una sega sott’acqua e lui mi titillò un poco la figa, praticamente esposta dal minitanga che la scopriva, piuttosto che coprirla.
Poi tornammo sulla spiaggia “teli separati” impose Martino e decisi di fare la buona; ma non gli risparmiavo, di tanto in tanto, bacetti, carezze e leccatine su tutto il corpo.
Poi andammo a pranzare: il cuoco si superò e tutto risultò un delirio di aromi e di sapori; il vino correva facile.
Mentre mangiavamo, inevitabilmente il discorso cadde sulle conoscenze comuni e, oltre a qualche puntualizzazione sulla mia famiglia (scoprii alla fine che Davide era con me il figlio timido e voglioso, ma che era ben noto vegli ambienti giusti per le sue qualità di amante) feci cadere quasi per caso una domanda su Vampira; Martino sorrise “L’hai conosciuta?” “Si, nel bagno del Diamantino” “Capisco …” borbottò; poi mi spiegò che era un personaggio particolare, nel quotidiano avvocato di successo particolarmente bravo in affari fiscali, e di sera aggressiva lesbicona, ma senza cattiverie. Pensai che dovevo proprio conoscerla.
Dopo pranzo, proposi di ritirarci in camera, ma Martino sorrise sornione “ti ho detto che avremo tempo stasera; ora andiamo a riposare sulla spiaggia, all’ombra, e poi andremo a fare un giro”; feci una smorfia da ragazzina delusa, ma andai con lui, letteralmente appiccicata a lui, fino all’ombrellone, dove sostammo qualche tempo.
Poi decidemmo di vestirci e andammo in paese: come tutte le località di villeggiatura, era quasi deserto, nonostante la stagione già buona; ma questo favorì la nostra passeggiata da ragazzini innamorati che hanno marinato la scuola.
Girovagammo a guardare vetrine e commentare ad alta voce fino a tirare ora di cena.
Poi tornammo all’albergo; ed io mi sentivo particolarmente euforica per quelle ore Adv
trascorse a dare sfogo al mio bisogno di infantile meraviglia.
Dopo cena, filammo direttamente in camera e ci fiondammo sul letto.
Ma non gli diedi il tempo di prendere l’iniziativa: volevo farmelo, volevo impossessarmi di lui e del suo cazzo, volevo infilarmelo a forza, anche dolorosamente, dappertutto; e non gli potevo permettere di fare appello subito alla sua capacità amatoria per guidarmi.
Lo schiacciai supino sul letto, gli montai addosso e cominciai a spogliarlo; quasi contemporaneamente, non so come, mi strappai di dosso l’abitino che avevo messo per la cena: non portavo biancheria e fui subito nuda su di lui ancora vestito. Gli strappai di dosso camicia, pantaloni e mutande e lo impalai sul letto fiondandomi con la bocca sul suo cazzo in piena erezione; quasi per non essere passivo e per far valere la sua forza, mi prese per le anche e mi ruotò fino a che la mia figa fu sulla sua faccia, all’altezza della bocca.
Cominciò allora a divorarla come non aveva mai fatto prima: mi succhiava le viscere e le leccava, mi affondava le dita di una mano in vagina e mi tormentava quasi con violenza il clitoride; esplosi quasi immediatamente e lui si mise avidamente a succhiare gli umori che mi scorrevano copiosi dalla figa.
Stranamente, mi resi conto che quasi non toccava il mio buchetto, quasi avesse esitazione.
Io invece mi impalavo sul suo cazzo fino a soffocare, lo spingevo verso la gola fino a urtare con le labbra le palle; lo succhiavo come un aspiratore e lo leccavo dolcemente in ogni dove; quando mi accorgevo che era prossimo all’orgasmo, gli stringevo con forza le palle, fino a fargli male, e mi fermavo col cazzo in bocca.
Andammo avanti un po’ ed io annotai almeno tra grossi orgasmi da parte mia, che Martino devotamente succhiò nella sua bocca.
Poi decisi di passare al piatto forte: mi staccai dal suo cazzo, mi liberai della sua presa e gli montai addosso col viso verso di lui; mi sedetti sul suo ventre e infilai la mano sotto le cosce finchè raggiunsi il cazzo che mi batteva sulle natiche: sollevandomi un poco sulle ginocchia, accostai il cazzo all’inguine; Martino interpose la sua mano e cercò di guidarlo verso la vulva; ma io spostai la sua mano e diressi la cappella al buchetto posteriore;
Martino ebbe uno s**tto di ribellione, quasi gli facesse paura incularmi; lo guardai con aria interrogativa “Ti farò male … “ sussurrò; e anch’io pensavo che non sarebbe stato semplice infilarselo nel culo, in quella posizione, senza preparazione.
Ma lo volevo dentro ad ogni costo, anche se avessi dovuto lacerarmi lo sfintere; e cominciai ad abbassarmi sull’asta che mi forzava dolorosamente i tessuto del’ano.
Martino mi prese i seni nelle mani e cominciò a solleticare i capezzoli: il piacere che ne derivava allentò lo sforzo della penetrazione e mi spinsi più giù accompagnando con piccoli orgasmi la mazza che mi violava le budella. “Non sono più vergine là” gli dissi per rassicurarlo “si, ma non sei lubrificata e questa non è una mazza per tutti; ci vuole un culo speciale” “Il mio lo è e te lo dimostro” ero indecisa tra la verginella che si fa sfondare e la donna che vuole ad ogni costo imporre il suo piacere.
Spinsi con più forza e la cappella passò lo sfintere: urali per il dolore ma non mi fermai.
A quel punto, gli effetti del piacere che gli dava il culo stretto intorno al cazzo s**tenarono la libidine violenta di Martino che cominciò a spingere a sua volta dal basso in alto per far entrare l’asta nel buchetto.
Ma era un’operazione difficile e faticosa; di s**tto, si sfilò con un colpo di reni, mi rovesciò sul letto e mi piombò addosso; mi fece girare a pecora , si inginocchiò dietro di me e cominciò a leccarmi il buco con passione: la sua lingua che entrava e usciva dal foro mi s**tenava elettricità sessuale in tutte le fibre; la mia figa urlava di voglia ed io l’accontentai con il dito medio che infilai nella vagina; Martino, intanto, mi forzava il culo con le dita, prima uno, poi due poi tre infine tutta la mano; il mio culo cedeva docile e infoiato: lo volevo dentro, tutto, con furore.
Si sollevò sulle ginocchia, accostò la cappella all’ano, mi abbrancò da dietro le tette e mi tirò a sé, con un sol colpo.
Il cazzo mi sprofondò nell’intestino facendomi urlare in modo disumano; stette qualche momento fermo, avvertì che i muscoli del retto cominciavano a carezzare l’asta e iniziò la pompata.
Fu lunghissima: entrava, usciva quasi del tutto e mi ripiombava dentro provocandomi ogni volta scosse di passione; si soffermava col cazzo dentro per metà, ammirava le mie natiche contro il suo ventre, si chinava a baciarmi la nuca, un orecchio, finanche in bocca qualche volta; mi infilava una mano fra le cosce e mi tirava lunghissimi ditalini.
Sborrai un’infinità di volte, mentre lui trattava il mio culo come con il giocattolo più bello e più prezioso del mondo: mi sentivo al settimo cielo; avrei voluto che il gioco andasse avanti in eterno, che non finisse più.
Ma anche Martino aveva un limite di resistenza e una voglia da sfogare “sto per venire” disse; ed io concentrai tutto il mio essere sui muscoli del retto che pompavano il suo cazzo elo portavano all’orgasmo, mentre la figa per suo conto pulsava come un motore impazzito e mi avvicinava all’orgasmo definitivo, quello “della vita”.
Diede una serie di colpi violenti, spietati, che mi squassarono tutto il basso ventre; ansimò, gemette per un poco poi urlò come bestia selvaggia; e la sua sborra mi schizzo violentemente nella pancia, rompendo i miei argini e facendomi vomitare una lunga colata di sborra dalla figa.
Poi si abbattè su di me e mi schiacciò contro il materasso; caddi in un lungo deliquio di piacere mentre lui, dietro di me, col cazzo ancora saldamente piantato nel mio culo, recuperava lentamente il normale respiro e recuperava lucidità.
Quando ci fummo riprese, estrasse delicatamente il cazzo dalle viscere, si rotolò sulla schiena e giacque al mio fianco: “sei immensa” fu la prima cosa che disse “scopi come nessun’altra; fare sesso con te è come assaggiare il paradiso” “boom, gli risposi senza sollevarmi “ le solite sparate che valgono sempre e con tutte” “no, tu hai qualcosa di speciale, tu fai sesso, fai “sangue” come si dice in gergo; e io non mi aspettavo tanta voglia e tanta disponibilità”. Gli ero grata comunque, perché il mio piacere era completo.
Ci sistemammo per dormire, ma la notte sarebbe stata lunga. E l’indomani ci aspettava l’inevitabile rientro.


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