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SERENATELLA




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1

Al Sud

Quando venni contattato, per diventare il responsabile commerciale di un gruppetto di operai e tecnici, abbastanza sporchi, puzzolenti di grasso e polvere metallica, non storsi il naso.
Ho sempre preferito la compagnia schietta e triviale degli “addetti” ai lavori alla levigatura “da fighetto” dei rappresentanti di commercio.
I venditori sono sempre stati disgustati dai tecnici, soprattutto per invidia, ben celata: questi ultimi erano ben accetti ai clienti perchè risolvevano i problemi di guasti e manutenzione, mentre il venditore, col suo abito alla moda, che sgambettava, schizzinoso per i locali officina, era odiato e delegato al semplice ruolo di “furba macchinetta mangiasoldi”.
Insomma la gente vedeva sempre nel commerciale, colui con cui si parla solo di denaro; una specie di parassita, un politico, un male indispensabile… ma la vera passione di un cliente è un bravo tecnico.
Capii subito, poco più che ragazzo, che sporcarsi un po’ le mani apriva meglio le strade del “successo”.
La gente vuole vedere le mani che operano, altrimenti pensa che non fai niente … puoi essere Dante, Manzoni o Pippo Baudo: quando il lavoro che svolgi è di tipo prettamente intellettuale, il volgo è convinto che non fai altro che spassartela e che, con qualche misterioso magheggio, riesci pure a sbarcare il lunario, divertendoti.
Così, avendo una cultura superiore e spiccate capacità dialettiche, riuscivo a tirare fuori il meglio di me stesso, con il minimo sforzo.
Da giovane non perdevo occasione per lanciarmi, trattato bonariamente come il “mozzo di bordo”, dietro agli operai, con la scusa di dare una mano.
Li osservavo, imparavo un mestiere solo “raccontato”, in pratica non sapevo fare niente… e loro, specialmente i “vecchi”, cui piace parlare, si sfogavano con me riguardo alle loro abilità e alle loro intuizioni.
I loro giovani assistenti non avrebbero mai saputo quei segreti, imparati a furia di errori e sacrifici, ma a me, i loro trucchi, li svelavano, beandosene.
Sapevano che le mie meni erano di pastafrolla e che mai sarei potuto diventare, per loro, un pericoloso concorrente.
Se devo dirla tutta, io, la materia, la studiavo di notte. Ho sempre avuto una spiccata tendenza a leggere di tutto.
In fondo i principi erano abbastanza facili ma, come spesso accade, ignorati.
Chissà perchè molta gente ha paura dei manuali o dei trattati, forse teme di scoprire di non capire nemmeno ciò che crede di conoscere.
Comunque, adesso, passata da un po’ la quarantina ero diventato uno dei capi area più apprezzati nel mio settore.
E così nacque quella particolare proposta: il centro manutenzioni e assistenza tecnica per Napoli e Campania, si era talmente evoluto, da stimolare e promuovere un fatturato talmente interessante, che l’azienda decise di coadiuvarli con una figura squisitamente commerciale, consapevole anche del settore amministrativo.
Avrei dovuto aiutare il gruppo a crescere, senza troppi traumi psichici e a inserirsi nel mondo di un lavoro più metodico.
Formare una segreteria degna di quel nome e capace, anche, di mettersi in riga con le nuove tecnologie fornite dall’internet, che, all’epoca, erano agli esordi.
I responsabili della ditta mi conoscevano già e accettarono di buon grado il salto di qualità, dovuto alla mia presenza … non che mi considerassero “meglio” di loro, ovvio (ignoranza e presunzione vanno sempre sotto braccio), ma erano certi che, presentandomi alla clientela, come una specie di “reliquia”: il direttore commerciale che viene “dal norde”, i loro portafogli e la loro prosopopea ne avrebbero guadagnato.
Ero separato da non molto, libero e felice di scendere al sud, di cui avevo sempre apprezzato il sole, i paesaggi frastagliati e il mare.
Anche la gente la preferivo … una filosofia di vita diversa, che una volta capita, sembrava molto più gaudente e meno “impegnativa” della nostra.
Vivendo, ormai, senza una vera famiglia, potevo accettare di pensare al domani in maniera molto relativa.
Inoltre, l’unico rapporto stabile, quasi un “fidanzamento” tra adulti, lo avevo con un’avvocatessa di Roma, con cui mi frequentavo da anni e che, dopo la separazione, era diventata il mio punto di riferimento.
Così, stabilite le ultime postille, mi trasferii ad Amalfi che, grazie all’autostrada, era ben collegata a Napoli; ci voleva un po’ di più per arrivare al lavoro ma, specialmente nel week end, era tutto un altro vivere.
Un lunedì mattina raggiunsi l’ufficio, intonso, dei tecnici, poiché la loro esistenza si svolgeva nei capannoni dell’officina, a pochi passi, nel retro di un’enorme area industriale, vicino dalla Ferrovia.
Esposito, il capoccia del gruppo, mi aspettava all’ingresso e mi accolse affettuosamente.
Il tempo di entrare e di posare i miei borsoni carichi di documenti, manuali e depliant, poi avremmo raggiunto gli altri, nel capannone, per sancire la nostra alleanza con una buona sfogliatella e un ottimo caffè.
Mentre ritornavo verso la porta per guadagnare l’uscita, una donna, meglio, una ragazza, uscì dal bagno con uno straccio in mano, notai allora che, fuori, c’era anche un secchio per le pulizie. Si trattava certo della sguattera, vista l’ora. E non la degnai, al momento di grande interesse, però, poiché la ragazza non si aspettava che già fossimo nell’ufficio, mi squadrò, sorpresa.
Senza dare nessuna importanza all’incontro, Esposito disse: – Questa è Maria, la nipote di Cangiano … – e senza aggiungere altro mi precedette verso l’esterno.
Maria aveva ventun’anni e, inaspettatamente, i miei occhi s’incrociarono con i suoi.
Chiari, grandi, intensamente azzurri … di quell’azzurro che cattura.
Per una frazione di secondo mi ci tuffai, come se fossi caduto da un molo … ma l’immersione durò un nulla.
La ragazza abbassò gli occhi ed io uscii, dimenticandomi della sua esistenza.

2

Padrone della situazione e della … colazione.

Nei giorni che seguirono al mio “incipit” in quella nuova realtà, come mia abitudine, me ne stetti molto zitto ma osservai molto.
Agisco sempre così. Come se “pranzassi con gli occhi” senza nemmeno fare troppo caso a ciò che divoro della realtà che mi circonda … dopo un po’, come per magia, le tesserine disordinate di quello che ho … ingurgitato, prendono il proprio posto, in una specie di “puzzle” mentale.
Ecco che divento padrone della situazione e ne vedo tutti gli sviluppi, sia negativi sia positivi. Mi hanno detto che si chiama facoltà di sintesi. Ben venga! Mi aiuta nel lavoro e mi fa amare ciò di cui mi occupo.
Il tempo che trascorrevo nell’ufficio era soprattutto quello pomeridiano, la mattina era dedicata a visite, incontri e valutazioni.
Come tutti i “pulentun” divenni drogato dalla cucina napoletana. Per clienti, agenti e concessionari, ogni scusa era quella giusta per invitarci a pranzo.
Tutti conoscevano il “loro angolino” tipico, affidabile, economico e … eccezionale!
Imparai così che, al sud, esistono alcuni grandi ristoranti: una certezza per il palato, ma sono soprattutto turistici. La vera cucina tipica e deliziosa si nasconde gelosamente, in piccoli anfratti, dedicati ai locali.
Non disdegnavo neppure le “colazioni” incredibili che gli operai sapevano scovare nelle salumerie, più recondite e improbabili.
La “colazione” è la pietanza tipica degli addetti ai lavori … vista da lontano sembra un … sandwich (?), ma …
E no, mr. McDonald, a Napoli, una colazione è un pranzo completo: in quegli enormi pezzi di pane, manca solo la frutta, ma semplicemente per mancanza di spazio.
Negli sfilatini ci mettono di tutto: calamari fritti, tonno e mozzarella (insieme), pomodori all’insalata e galbanino, ciccioli ricotta e pepe, alici marinate e provolone piccante … insomma: la smetto, perchè ci vorrebbe un racconto a parte solo per le colazioni.
E non tocchiamo l’argomento pizza …
Ma torniamo alla parte più sentimentale della mia esperienza, il paziente lettore, vedrà poi che la colazione c’entra … sempre, anche nel vivere i sentimenti più alati o erotici: il cibo è molto presente nella napoletanità!
Insomma, di pomeriggio, in genere verso le sedici, rientravo in ufficio, col mio borsone pieno di scartoffie e iniziavo la parte analitica del mio lavoro.
In ufficio c’era solo Maria, la ragazza che scoprii essere una tutto fare molto eclettica.
La mattina presto puliva e faceva brillare tutto l’ufficio, onestamente, compresi i bagni.
Poi, durante il giorno, faceva la “segretaria” ma era solo un incarico “ad honorem” perchè mi resi subito conto che, quelle persone, non avevano la benché minima idea di come dovesse essere organizzato un ufficio che si rispetti e, nemmeno, a cosa potesse mai servire.
Il lavoro principale di Maria era rispondere al telefono … ma questa sua attività “principale” merita un capitolo a se.
Per il momento vi basti sapere che, la signorina Maria, parlava un italiano napoletanizzato e grossolano; che nascondeva, nel suo corpicino esile di ventenne slanciata, un vocione da scaricatore di porto (femmina, ma non per questo meno temibile) e che mi guardava con terrore, soprattutto per il mio silenzio nei suoi confronti … l’intuito femminile aveva percepito che, come un bulldozer, mi preparavo a rivoluzionare tutta l’attività di quell’organizzazione e, ovviamente, temeva per il suo “posticino”.
Non era stupida, capiva perfettamente di non saper fare quasi niente e che, un tipo come me, non si poteva spaventare solo grazie a una voce stentorea.
Nel mio caso, invece, la giovane Maria, era come la filodiffusione … semplicemente: non esisteva, per ora.
Avevo ben altro cui pensare. Arrivavo tardi e lei, alle cinque, andava via, ci incrociavamo, si, ma nulla di più.

3

Arriva Beatrice, fine dell’astinenza.

Il tempo passava veloce. Gli impegni erano molti ma il modo di lavorare, al sud, è meno stressante che al nord.
Iniziarono a stimarmi.
Dopo un paio di mesi di lavoro duro, raggiungemmo un primo step di eccellenza, dal punto di vista operativo.
Adesso potevo rilassarmi e dedicarmi al cuore di un’Azienda che si rispetti: l’amministrazione.
Per ora si trattava solo di una serie di monticelli di carte e documenti, che sorgevano da tre, inutili, scrivanie.
Il venerdì pomeriggio di un bell’Aprile tiepido, mi guardai introno, nelle salette vuote e pensai: “Bene, sono soddisfatto, del lavoro fatto … la settimana prossima inizierò a sistemare tutto questo casino. Povera signorina Maria.”
Mi chiusi la porta alle spalle, con un sorriso cattivo e mi recai all’aeroporto di Capodichino, per ricevere Beatrice, la mia avvocatessa, finalmente.
Per due lunghi mesi mi ero dedicato al sesso solitario … che ci posso fare? Non vado con le prostitute, per principio, mai.
Adesso, giacché era Pasqua, la mia bella Beatrice scendeva da me, finalmente. E saremmo stati insieme fino a martedì …
Lei non conosceva la costiera Amalfitana.
Avevo fittato una villetta e, per l’inverno, avevo ottenuto un prezzo incredibile … a Luglio e ad Agosto potevo lasciarla, o pagare quattro volte di più; ci avrei pensato poi.
Dipendeva soprattutto da Beatrice, se, come me, s’incantava di quei posti mozzafiato, avremmo potuto farci anche le vacanze, il costo non era un problema.
Fu un week end romantico, meraviglioso.
Sentii che un uomo si lascia veramente andare, solo quando è vicino alla donna che ama o che, almeno, gli piace. I posti che vedi sono più belli e le azioni acquistano uno scopo.
Facemmo l’amore più volte, sia durante le passeggiate che a casa ma, sempre, all’aperto.
Durante il giorno, baciati dal sole nell’aria ancora fresca, lo facemmo, ad esempio, su un sentiero che si inoltrava per la costa frastagliata.
La gente del posto è pigra e si sposta solo in auto … così la “montagna” è per i turisti.
Beatrice era una donna bella ed elegante, tonica nel fisico, che curava con palestra e massaggi; il sedere un po’ abbondante non guastava … anzi, poiché lei ne faceva una fissa, indossava comunemente la gonna. Per me questa era una grande fortuna.
Da donna elegante, qual era, aveva sempre, rigorosamente, le calze.
Per l’occasione, infatti, era abbigliata con una gonna nera a piccolissimi fiori, molto colorati … primaverile. Sotto portava delle parigine di filanca nere che le superavano il ginocchio, comode per le scarpette da trekking, leggere e femminili.
Trovai un angolino riparato dalla macchia mediterranea, scura e rigogliosa, e, dopo pochissimi preliminari e qualche bacio molto lascivo, la feci voltare, indirizzandola, con le mie mani, verso il panorama.
Non dovette fare altro che trovare un piccolo appiglio su un tronco, per appoggiarvi le mani, quasi si affacciasse a una balconata sul golfo di Salerno.
Io, alle sue spalle, le alzai la veste fino ai fianchi e, natura nella natura, mi trovai di fronte le sue natiche chiare, che spiccavano tra il nero intenso delle calze e quello della gonna sollevata.
Un piccolo perizoma scuro spariva tra le sue chiappe, tonde e abbondanti.
Volevo essere molto materiale e svelto nel possederla, a lei piaceva essere presa più volte, in situazioni successive.
Infatti avevo imparato a trattenere a lungo l’orgasmo, altrimenti rischiavo di non soddisfarla appieno.
Ma non potevo penetrala se prima, non l’avessi baciata, nei modi più sconci che conoscevo.
Lo spettacolo della sua natura, gonfia, tracciata da una leggera peluria castana, e la valle, solo accennata, che comunicava col suo ano, meritavano tutto il mio desiderio.
Mi abbassai alle sue spalle, inginocchiandomi sull’erba umida, spostai il perizoma e iniziai a operare, rumorosamente nelle sue intimità odorose.
Beatrice mugolava e roteava i fianchi, come una gatta marpiona.

4

Beatrice ama il sud.

Facemmo l’amore e non lo dimenticammo mai più.
Eravamo quasi selvatici, in quello scenario incontaminato. Il sole irrorava di luce il mare, che rifletteva la luce con un riverbero, abbagliante, tutto d’argento.
La costiera, frastagliata e scoscesa, biancheggiava ma era delineata da profonde ombre che diventavano sempre più nere, tra gli anfratti, taglienti.
Qua e là, come bouquet lanciati a casaccio da spose … la macchia mediterranea anticipava la primavera con i verdi intensi e i primi fiorellini di ogni colore.
Dopo più di mezz’ora, appagati e felici, sedemmo su un muretto per consumare delle caldarroste che avevo acquistato al mattino.
Eravamo vicini a una fonte da cui sgorgava, cantando, una delle mille vene che traevano la loro acqua, purissima, dai monti che sovrastavano la valle delle Ferriere.
Beatrice era rimasta veramente incantata dal suo soggiorno, pur se breve.
Il martedì l’accompagnai in macchina fino a Roma, tanto dovevo fare un salto in azienda e dare anche una controllata a casa mia, chiusa da mesi.
Riuscii in tutte le mie imprese, salvo scoprire che “qualcuno” aveva fatto visita nel mio appartamento, cercando alla meglio di nascondere i propri misfatti … di certo il mio primo figlio, non ancora diciottenne, ma già abbastanza sveglio. Dopotutto, solo lui aveva le chiavi.
Non volli sgridarlo, ma era meglio sapesse che sapevo.
Tornando al sud lo chiamai, per metterlo in guardia e per consigliargli di stare molto attento con le ragazze, se non voleva rovinarsi la vita alla su età.
- Usa sempre il profilattico, capito! – conclusi – io non ti darò nessuna mano in caso di stronzate, ricordatelo bene. – Lui mi accontentò … sperai davvero che avesse capito: dopotutto era un ragazzo molto giudizioso.
Il venerdì mattina, fresco come una rosa, alle sette ero già in ufficio e feci una sola catasta, molto pittoresca di tutte le carte, le fatture e le cartelle, sparse e confuse, in un ordine del tutto casuale che, la povera signorina Maria, aveva cercato di creare, a modo suo.
Non avevo mai invaso, fino ad allora, l’amministrazione e, la ragazza, doveva essersi convinta che tutto sarebbe andato avanti come sempre … quello di cui non si accorgeva era che ogni volta che una “carta” serviva, per trovarla bisognava passare due ore, in cui gli improperi dei proprietari arrivavano alle stelle.
Passata la bufera, tutto tornava nel solito caos di sempre.
Alle otto e dieci, da una piccola macchina scura, spuntò Maria, accompagnata da un giovane, che la depositò nel cortile e scappò via, per i fatti suoi.
L’ufficio era a piano terra, tutto lastricato di cristalli che facevano da pareti.
Erano fatte in modo che, da dentro si vedesse perfettamente fuori, mentre, dall’esterno ci si trovava davanti a enormi specchi; questo effetto si invertiva, pericolosamente, la sera, col buio.
Per Maria fu già abbastanza strano trovare che la porta era aperta ma, quando mi vide, scartabellare alla rinfusa nei “suoi” documenti e nel suo ufficio, dovette rasentare una crisi di nervi. Fece del suo meglio per controllarsi e con durezza, disse:
- Ma … cercate qualcosa? – intanto si guardava intorno incredula, mentre toglieva il giubbino. Più si accorgeva dell’estensione dello “scempio” che avevo combinato, più annaspava, in cerca di qualche parola per mandarmi “affanculo” senza rischiare il posto … con dolcezza, diciamo
Il mio semplice e allegro: -No! – di risposta, la fece infuriare ancora di più.

5

Professionalità, prima di tutto

Era evidente che la giovane subiva il mio prestigio e anche la mia età: dopotutto avevo il doppio dei suoi anni; ma non voleva lasciare del tutto impunito il mio oltraggio. Iniziò a vedere il mio operato, come un’offesa diretta e personale. Quindi ritenne suo dovere difendersi e attaccare: iniziò a bersagliarmi di domande e frasi, abbastanza insensate tra di loro.
Quell’effetto “doccia fredda” era stato voluto, ovviamente e un po’ mi era anche dispiaciuto. D’altro canto era importante creare una lacerazione radicale tra il vecchio e il … futuro, il nuovo.
Maria doveva capire che proprio non andava e che, da oggi, tutto sarebbe cambiato, magari con un po’ di sacrifici, almeno all’inizio.
- Signorina … uhm, Maria, giusto? – finsi di non ricordare nemmeno chi fosse per renderla ancora più vulnerabile.
Lei annuì, sorpresa. Dopo oltre mezz’ora di invettive malcelate, forse aveva creduto che non le avrei risposto … forse non avrei fatto altro che accatastare tutto il “suo” lavoro per farne un solo, definitivo, falò.
- Veda Maria … anzi, venga, sediamoci un momento – e le feci strada verso una delle scrivanie, ormai vuote; ovviamente mi sedetti dalla parte padronale e lei (credo volesse piangere) compunta e confusa … buttata quasi fuori dal suo “regno” dovette sedere dal lato degli ospiti.
- Ha studiato la matematica, vero? – le domandai con falsa ingenuità e lei, impacciata rispose di si.
Continuai: – Quindi, Maria, lei saprebbe dirmi quanto fa due più due? –
Era completamente destabilizzata, ormai mi temeva … però fu sveglia nel rispondere.
Non prese tempo inutile, né indagò sui miei motivi, con intelligenza, intuì che, tutto questo, aveva uno scopo.
- Quattro, ma … –disse subito.
- Molto bene – sorrisi – quindi saprebbe anche dirmi quanto fa … quaranta più nove: fa, semplicemente quarantanove, esatto? –
Lei annuì ma si sentì in dovere di mostrarsi seccata.
- Ma se noi ci chiedessimo quanto fa 2.370 moltiplicato 31 e diviso per 17 … nonostante lei conosca la matematica … saprebbe rispondermi … così, a caldo? –
Evidentemente non era possibile, Maria annaspò, convinta di essere caduta in qualche trappola … cercò persino, a mente, di trovare la risposta, giusto per non passare da idiota.
Allora iniziai la mia arringa: – Lasci perdere, ragazza mia, e solo un gioco di parole … adesso cominciamo a lavorare, va bene? – non attesi la sua risposta.
- Si rilassi e mi stia a sentire: io sono molto ammirato del suo lavoro sa? – lei, stavolta, trasalì in modo evidente.
- Nonostante lei è molto giovane e ha studiato ben altro … ha frequentato l’alberghiero, se non erro? Lei, in questo caos ha fatto del suo meglio. E’ da quanto sono arrivato che la seguo, Maria, lo sa? –
Evidentemente non lo sapeva (tra l’altro non era del tutto vero) ma dimostrarle il mio interesse calmò un poco il suo animo, teso.
- Noi abbiamo degli strumenti per fare questo tipo di calcolo, signorina, e lo stesso vale per l’organizzazione di un ufficio. Lo stesso vale per l’archiviazione di documenti e anche per l’amministrazione. – la guardai attentamente – Mi sono spiegato? Abbiamo dei mezzi ed io glieli insegnerò tutti … che ne dice? -
La ragazzona cominciò a orientarsi e trovando, finalmente, il coraggio per incrociare il mio sguardo, mi sorrise con devozione. Ma io non vidi nient’altro che i suoi occhi azzurri come il mare … ci misi un attimo per tornare con i piedi per terra.
Ma, Maria, questo non lo doveva sapere.

6

Confidenze

Avviato alla meglio il gruppo dei tecnici, presi posizione nell’ufficio, dedicandomi, finalmente alla mia attività vera e propria.
Maria, una volta arresasi al “boss” si era rassegnata a trasformarsi in “tabula rasa” e, efficiente come un treno, aveva assorbito tutte le nozioni per tenere in pugno una buona organizzazione del lavoro.
La ragazza aveva recepito, inoltre, un messaggio importante e, con grande umiltà, l’aveva fatto suo: io non sarei rimasto là in eterno ma lei, una volta imparato bene il mestiere, si sarebbe ritrovata con una importante esperienza lavorativa, utilissima anche nel caso avesse cambiato azienda.
Arrivò veloce la primavera e poi l’estate. Il tempo passava veloce, soprattutto con la simpatica complicità della ragazza.
Avevamo imparato a fidarci molto l’uno dell’altra.
Mi divertivo molto a seguire la sue fresche battute e la spigliatezza giovanile con cui affrontava la giornata.
Lo stesso valeva per lei … castigata, nell’abbigliamento e nell’esistenza, da un famiglia all’antica e abbastanza ignorante, a ventitre anni, aveva il destino già segnato.
Il suo fidanzato, un personaggio gretto, era anche il predestinato a sposarla … imparai così che una ragazza come lei, per convenzione, aspirava solo a quello: un “buon” matrimonio.
Praticamente, il suo sogno di libertà era limitato a desiderare una festa nuziale da “principessa” e due settimane in viaggio di nozze … poi sarebbe passata dal “dominio” paterno a quello del suo ragazzo.
Unica gioia, dopo: scegliere detersivi e imparare ricette, magari qualche bella gravidanza in successione, per diventare vecchia a trent’anni.
Non mi permisi mai di inserirmi in queste sue “certezze”, dopotutto, nonostante mi fosse molto simpatica, non erano affari miei.
Stavo al mio posto con lei, ma la trattavo come una sorellina minore o una nipote; intendiamoci, in quei mesi che passavano, ebbi modo di scoprire che, sotto la “divisa”, indossata, probabilmente, per ordine del suo “uomo”, si nascondeva una ragazza dal fisico notevole, con un sederino niente male e due gambe lunghe e affusolate.
La cosa più bella era che emanava una freschezza semplice … nonostante tutto; nonostante girasse quasi senza trucco, era sempre bella da guardare.
Cominciammo a darci del tu e, sebbene fosse sempre guardinga, come una gatta un po’ selvatica, conquistai molto la sua fiducia. Probabilmente perchè non avevo nessuna intenzione di provarci. Era troppo distante da me, ero troppo bacchettone rispetto al lavoro e alla differenza di età.
Quindi pur restando un uomo, e anche propenso al piacere, l’avevo reclusa tra le “bellezze impossibili” dandomi subito pace ai “genitali”.
Però le sue vicissitudini mi stuzzicavano e lei ne parlava con me con grande apertura, probabilmente, imparata la mia mentalità, aveva capito che, con me, si trovava in uno spazio “libero” che forse non aveva mai goduto nella sua esistenza semplice ma, costantemente, controllata. Nemmeno con le amiche, segregate anch’esse in una mentalità antiquata, poteva esprimere liberamente se stessa.
Anch’io le avevo parlato un po’ di me, della vita molto più libera che si respirava al nord e dell’emancipazione delle donne europee.
In pratica, se lei accettava tutta una serie di limitazioni era solo una sua scelta. Oggi il mondo girava diversamente.
Alla fine, lei raggiunse tanta confidenza con me, da narrarmi anche episodi della sua vita più intima e privata.

7

Le ferie ci cambiano
Maria lavorava con piacere, avevo fatto in modo che tutto filasse liscio e sembrava serena e felice. Veniva al lavoro con il gusto di uscire da un labirinto di schemi e tradizioni, per trovare, in ufficio, il piacere di sentirsi più emancipata. Discorreva alla pari coi responsabili delle aziende con cui eravamo in contatto, senza ansia da prestazione”.
Mi ritrovava con piacere; avevamo intrecciato una complicità tutta segreta ed io, solo nel profondo sud, la coccolavo come una nipote troppo cresciuta, senza secondi fini ma, innamorato della sua gioventù.
Era come avere attorno una capinera, che riempiva di voli e gioia l’ambiente monotono del lavoro.
A parte il fatto che, la mattina, Maria si aspettava la colazione … perchè io la viziavo con le specialità che avevo imparato a comprare nei piccoli laboratori “di eccellenza”.
Arrivavo presto, il mattino e durante il tragitto, recuperavo di tutto: babà, cannoli, cornetti, graffe, sfogliate … bomboloni, e, quando tutti erano usciti, guardinghi, tiravamo fuori il “cartoccio” del peccato. In quei momenti, la giovane, dimostrava appieno i suoi anni … con un metabolismo fulminante assimilava senza batter ciglio tonnellate di calorie, mentre io mi godevo il colorito suo, sazio, che aggiungeva una mano di carnicino, alle sue gote chiare.
A ora di pranzo, poi, Maria non poteva restare con me, sola, in ufficio (ma questo lo seppi dopo) … verso le due, al sud, si rallentano tutte le attività, come se tutta la regione facesse un po’ di pennichella. Allora il suo “uomo”, preventivamente geloso, le aveva ordinato di andare a fare la pausa pranzo, nel casotto del custode … in vetrina insomma, in modo che tutti potessero vedere la sua ragazza, lavoratrice sì, ma illibata.
Il portiere, poi, simpaticissimo personaggio locale, era alto la metà di Maria, mentre era il doppio in circonferenza. Aveva quasi sessant’anni ma, tentato dalla bellezza della ragazza, se n’era innamorato, a modo suo. La sera, quando ci salutavamo ed io andavo a prendere la macchina, mi trotterellava dietro, confessandomi le sue pene d’amore e i vili sotterfugi, che cercava di organizzare, per attirare la ragazza tra le sue braccia. Inoltre, odiava a piè fermo il ragazzo di Maria e, parlandone con me che sogghignavo divertito, lo apostrofava sempre con lo stesso, offensivo, nomignolo: “O’cornutone”!
Questo teatrino era uno spasso, una parentesi scanzonata nella monotonia della solitudine e del lavoro.
Naturalmente, la sera, quando parlavo con la mia amata Beatrice, le riferivo spesso gli episodi salienti del portiere innamorato e di Maria la “vergine operaia”.
Qualche volta si erano già sentite, al telefono, ed era anche avvenuto qualche scambio di battute, tra le due, a mio danno, ovviamente.
Quando all’inizio dell’estate, Beatrice venne a Napoli, prima di andare a casa, volli che vedesse dove lavoravo. In ufficio, oltre agli altri, le presentai anche Maria.
Misteri femminili: Maria fu cordiale e accogliente ma, per me che la conoscevo bene, era lampante che qualcosa non andasse … era come se avesse ricevuto una doccia fredda, non capirò mai bene il perchè.
Beatrice era una donna veramente notevole: bella, elegante, raffinata e dalla personalità palpabile, che riempiva l’ambiente, intono a se.
La mia compagna, fu molto amichevole nei confronti della giovane, durante le poche battute che si scambiarono, ma, subito dopo, Maria fu ignorata e se ne restò al posto suo, mentre noi discutevamo allegramente con i titolari.
Andammo via, poco dopo, ed io, preso dalla mia bella, che non vedevo da due settimane, mi scordai di tutto. Mentre viaggiavamo verso il tramonto, col sole che cercava refrigerio nel mare, sempre più blu, Beatrice disse, lapidaria:
- Hai fatto colpo sulla sguattera! – fu tagliente – Bravo! L’Alain Delon dei poveri … –
Restai colpito e stupito da quell’osservazione tanto assurda quanto precisa, e pensai che la sua tipica gelosia avesse ottenebrato, per un attimo, la mente lucida della mia ragazza.
8

Agosto, il mese dell’Amore

La settimana dopo il Ferragosto, la città si ripopolava lentamente.
Ritornai a lavoro più rilassato e anche un po’ abbronzato, più fresco insomma.
Quel mattino Maria arrivò verso le nove. Non c’era molto da fare e chiacchierammo un poco.
Capii che qualcosa non andava e glielo dissi, sincero; lei mi raccontò volentieri che era molto giù perchè il suo ragazzo era andato in vacanza da solo, con alcuni amici, mentre lei, bloccata dai genitori, aveva dovuto restarsene a casa, a conservarsi integra e obbediente per il matrimonio.
- Dopo sposata andate dove vi pare! – le aveva detto la mamma, però la sua delusione principale era che il suo lui l’aveva lasciata, fregandosene.
- E poi – concluse amaramente – se veramente ci sposiamo, farò la fine delle mie cognate … comunque resterò a casa a fare la sguattera e il cane da presa. A volte vorrei tanto essere come una di quelle donne emancipate che conosci tu, che fanno ciò che gli pare. –
La ragazza era tesa e anche un po’ dimagrita. Nonostante le facesse piacere sfogarsi con me, un velo di tristezza stazionava sulle sue palpebre.
- E per finire ho male al collo da due giorni, soffro di cervicale! –
- Si, si – risposi seccato – e magari hai pure la gotta alle caviglie … Maria: tu hai vent’anni, capisci? – e le spiegai che le mancava solo un po’ di felicità … uno spazio suo, magari segreto, contro quel mondo gretto che, ormai, le stava troppo stretto.
Le avevo portato delle deliziose brioche con la crema di limoni e cercai di rallegrarla con qualche battuta … le recitai persino una poesia, altro non era che le sole parole di una canzone napoletana. Ne rise, felice come una bambina.
Poi, visto che quei pochi che erano al lavoro, sarebbero stati fuori tutto il giorno, le feci anche una proposta “indecente”: se riusciva a trovare una scusa, la invitavo fuori, per un pranzetto veloce.
Infine, per la cervicale, le avevo più volte detto che ero bravissimo nei massaggi, mi offrii di fargliene uno, seduta stante.
In realtà, spesso, i dolori articolari, sono dovuti alle energie traumatiche e allo stress stazionarie nei nervi e avvelenano le articolazioni.
Non me l’aspettavo però, stavolta, lei accettò.
Allora le proposi di spostarci in una delle stanze interne: non si sa mai, poteva entrare qualcuno ed equivocare sulla nostra posizione.
Maria, ebbe una piccola esitazione ma poi disse che si fidava di me … e io ne risi.
E in quell’ufficio anonimo, in penombra, iniziò una tra le storie più brevi e delicate della mia vita … una vera “serenatella”. Dolce, senza pretese, come sì confà alle cose belle della vita: semplici, immediate, spontanee.
Cominciai, sedendomi davanti a Maria; la feci porre in piedi, voltata verso me, ad occhi chiusi. Teneva le braccia abbandonate sui fianchi; era tesa come una corda di violino e oscillava pericolosamente.
Quando le mie mani raggiunsero le sue gambe, nonostante il jeans, sussultò, come chi si spaventa, per lo schianto di uno specchio infranto
Usai la voce per tranquillizzarla, stemperando l’assurda tensione che si era creata, intanto salivo con le mani fino alle ginocchia, si sentivano benissimo essendo la fanciulla ulteriormente dimagrita.
Maria aveva accelerato il suo respiro. Le dissi che, se la prendeva così, era meglio smettere; non facevamo nulla di male. Se le piaceva restare nella sua condizione di soggezione a tutto e a tutti, io non potevo farci niente.
Con uno sforzo sovrumano, combattendo contro ognuno dei valori e dei limiti con cui era abituata a convivere, la giovane mi disse di andare avanti: voleva!
E si sciolse come burro al sole … sentii le sue membra rilassarsi e predisporsi ad aspettare l’indagine delle mie mani maschili.
Allora mi misi in piedi e mi spostai alle sue spalle; le carezzai i fianchi, poi la schiena. Andavo su e giù ma mi fermavo al limite dei glutei, dove incontravo la cintura dei pantaloni.
Quando non riuscii più a farne a meno, iniziai a baciarla sul collo, imperlato di goccioline fredde, di sudore nervoso.
La pelle d’oca la rendeva ancora più presente ed eccitante sotto i mie polpastrelli.
Le mille ritrosie, le barriere che mi accorsi, solo allora, di avere eretto a mia volta, caddero giù, come un castello di sabbia, mentre assetato della sua carne, la carezzavo, indagando, e indovinando le sue forme, tra gli stretti passaggi che gli indumenti concedevano.
Con la sinistra, infilai la via della pancia, piatta e arrendevole, salii sotto la maglietta ecru e seguii il suo sudore, fino a perdermi tra i due piccoli seni, dove i capezzoli, puntuti e duri, erano due bottoncini caldi.
L’altra mano lenta e sicura, profittò della magrezza giovanile di Maria.
In piedi, le anche pronunciate, lasciavano aperto un largo spiraglio, subito dietro la cintola. Ancora una volta, mi servii di quella pancia, piatta e complice, foriera di delizie, per avventurarmi in basso, con la mano destra.
Le dita scendevano e il calore del “paesaggio” aumentava, diventando tropicale … là, dove le cosce tornite si distendevano, lunghissime, verso i piccoli piedi curati. E poi, risalendo, al centro di esse, perchè, sotto la pancia, c’era lo slip, sicuramente bianco e castigato. Mi spezzava il fiato nella sua libidinosa castità, mi sfidava i sensi col profumo della sua purezza.
Riuscii a scendere al di sotto delle mutandine, tra le due cosce, a cui, il suo fisico, quasi adolescenziale, non permetteva di toccarsi.
Eppure, un calore umido e sublime, faceva venir voglia di tuffarsi, in quell’afrore dai profumi intimi e segreti.
Maria era rossa in viso, incapace di ogni reazione; cercava di ribellarsi, di esprimere un disappunto che non c’era, così, deliziosamente, proferiva dei pensieri sincopati e senza senso.
Continuai a tentarla, senza essere né aggressivo né frettoloso, le diedi il tempo di accettarsi e di arrendersi al suo stesso desiderio.
Intanto, aprivo, toccavo, godevo … l’animo mi si spaccava per la fresca sincerità di quel momento. Non c’era appuntamento di amanti: la ragazze era là, genuina, semplice, come una rosa selvatica, tanto bella, quanto inattesa, nel suo splendore tra le forre.
Quando, la “femmina” che era in lei, vinse la sua ingenuità e, coraggiosa, si presentò al richiamo feroce del sesso, Maria si lasciò andare nelle mani del maschio, come forse aveva desiderato ma senza saperselo figurare.
Ora reclamava il premio, potente, per la sua sofferta trasgressione e io non aspettavo di meglio.
Per prima cosa, e senza dolcezza, le guidai la mano sul membro, per dimostrarle quanto la volevo … e lei impazzì, aggrappandosi anima e corpo, a quel caldo segnale virile.
Era mia e volevo stupirla, sconquassarla, segnarla come una preda: non doveva più scordarsi di me.
La presi per mano e contrariamente alle sue aspettative, invece di inoltrarci verso il buio, la trascinai verso la luce.
La sua postazione, oltre alla lunga scrivania, era sovrastata da un’alta ribalta, un bancone e li la feci appoggiare, con i gomiti. Era costretta a guardare fuori, come se niente fosse; io, seduto alle sue spalle, le abbassai jeans e slippini, per poi affondare, di faccia, tra le sue natiche, che, dopo un attimo di sorpresa, si inarcarono e mi aprirono la via, verso il suo sapore di giovane donna in calore.
E poi, sempre da dietro, quando mi misi in piedi, la possedetti … mentre Maria faceva finta di nulla con se stessa e col mondo che, da fuori, la guardava senza vedere: né le sue gote rosse, né i suoi occhi azzurri, pervasi, finalmente, dal guizzo della lussuria.
Quel bancone divenne il nostro angolino erotico. Alle sue spalle avveniva di tutto. Maria imparò presto a sedersi a sua volta: in quel caso, era lei che mi succhiava il piacere da dentro, con la bocca e con sempre maggiore sapienza.
Per alcuni mesi diventammo amanti e le insegnai tutto, gustandomi ogni palpito del suo cuore innamorato.
Non so dove sia adesso Maria, ma certo, nonostante gli anni, non dimenticherò mai le semplici effusioni, le note delicate, di quella deliziosa serenata napoletana.

FINE


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