Fragole e Sangue

Eravamo affamati di vita, di esperienze, io provenivo dalla mia storia con M., anzi ancora non l’avevo chiusa pur sapendo che mi sarei pentito, lei A., una ragazza imbastardita nel sangue, un crocevia di razze, inglese, olandese, italiana, veniva dal centro Italia. Ci siamo conosciuti in un corso di studi nella mia città, lei inizialmente mi passò sotto i piedi oppure sopra la testa, non mi ero mai accorto della sua presenza, o per intenderci, mi era simpatica e si chiacchierava ma mai avrei pensato di buttare al vento la mia esperienza viva fino a quel momento.

Non c’è stata una scintilla, sono state scariche elettriche progressive, dai primi caffè aperti con altri, a incontri sempre più serrati. Nei nostri incontri abbiamo cambiato il mondo, siamo stati dei pittori , il nostro sangue evaporava in una nuvola erotica, cercavamo conferme nelle nostre pieghe come se fossimo dei geologi epidermici. Avevamo 22 anni, meravigliosamente belli, la vita era una conquista, le nostre anime cercavano comprensione reciproca, entrambi eravamo fidanzati da troppo tempo con la nostra provenienza.

Lei era eterea, bionda, i suoi polsi erano trasparenti si potevano fare le analisi del sangue con la vista, occhi elettrici, il suo corpo era marziano, il continente natale era l’africa, le gocce della violenza nera vivevano nei suoi sguardi, il suo odore era primitivo, nelle mani, nel cuore, nella sua vagina. Mi sentivo un collezionista di bellezza, la mia compagna di allora era veramente bella e con il senno di poi è rimasta una delle donne più belle della provincia in cui vivo, ma A. aveva una luce diversa, potevo sentire a distanza i suoi passi come terremoti interiori. Una mente cristallina, veloce, spiazzante, poteva ucciderti, era una cecchina delle parole, ho pensato più volte che fosse in missione segreta, il mondo era la sua casa ed io un semplice mezzo. Probabilmente fu allora che capii la mia indole masochistica oppure molto più probabilmente intesi che tra uomo e donna è guerra e pace cito giustamente Tolstoy, un ciclo macellati e un ciclo macellai.

E’ durato un lampo nel lasso di una vita ma l’effetto fu devastante, un terremoto emotivo, mi sconvolse il futuro, capii che non potevo più essere amico con una donna, tutte le teorie adolescenziali crollarono sotto il peso delle verità su cui mi ero costruito una mia luce, il mio interruttore era saltato assieme a tutto l’impianto elettrico, la dinamitarda accellerò la mia crescita e segnò inconsapevolmente la scala del bello e del brutto dento al mio cranio composto da innumerevoli legami culturali.

Il nostro sesso fu nascosto come doveva essere giusto ai nostri rispettivi compagni di viaggio, amanti dal lunedì al venerdì, il week end si tornava a casa fingendo di essere figli di una cultura psicanalitica. Mi è capitato, probabilmente anche a lei, di avere rapporti con A. al pomeriggio e con M. alla sera, questo non mi ha mai procurato dei disagi erettili o emotivi attraverso i sensi di colpa ma sicuramente con il tempo si aprì una falla che mi trascinò in un piacevolissimo baratro di disperazione, talmente bello che ancora oggi vivo i suoi effetti balsamici nell’annusare l’umanità, una stella polare che mi ha portato su mondi rarefatti.

La scoperta dei nostri corpi avvenne gradualmente, chiacchierate sempre più vicine, le prime carezze, i primi massaggi, i primi baci. Avevo una vita sessuale attiva da anni, quindi c’era ben poco da scoprire da un punto di vista fisico ma ci fu un elemento s**tenante che tutt’ora mi perseguita, si radeva, era il 1998, e a memoria nella moda estetica si era passati dalle pelose anni ’80, ad una micia curata sempre con del pelo però abbozzato in fantasiose reinterpretazioni negli anni ’90, lei mi spiazzò anche in quello.

Eravamo sul mio letto matrimoniale, ci stavamo baciando, le nostre lingue disegnavano arabeschi enormi in contenuti piccoli come le nostre bocche, ci siamo scambiati saliva per delle ore, il mio pene era di dimensioni innaturali, ero sull’orlo dell’orgasmo da quando avevo capito l’epilogo. La mia sicurezza prese il sopravvento e cominciai a svestirla con tempi filosofici, sentivo il suo piacere, il suo respiro era piacevolmente rotto dalle mie esplorazioni terresteri, i suoi abiti erano comodi, da studentessa universitaria con tendenze rock, il nero era come il sole, cominciai a giocare con la sua pelle bianca, una visione invernale, una tormenta di neve accecante, la consistenza era lattiginosa, perfettamente integra, il suo ventre era scolpito dalla ginnastica aereobica. Le mie mani si impossessarono della sua volontà, cercai i suoi capezzoli, erano turgidi, sodi, giovani, iniziai a giocarci sotto le suo contorsioni contenute di piacere, li leccai, sentii per la prima volta un piacere antico, il piacere di rimanere in corsa nella storia, una consapevolezza mai provata. Azzardai, come tutti abbiamo fatto, al test dei bottoni dei pantaloni, lei non si oppose era abbandonata al mio sacrificio, entrai dolcemente, cominciai a sentire l’aumento della temperatura come succede avvicinandosi ad una stella, ma c’era qualcosa che non mi quadrava, per esperienza avrei dovuto trovare la tappa del mio percorso verso il suo mondo, il rifugio boschivo che indica una distanza certa dal mare. Non trovai nulla, pensai per un attimo che doveva avere una pancia lunghissima, credo di aver avuto una faccia interrogativa, ma per fortuna lei era nelle convulsioni del piacere e non notò i miei sguardi, trovai un fiore su un deserto di pelle, era fresco, turgido, bagnato dalle piogge profonde. Lei si contorse e cominciò ad emettere gli inconfondibili suoni del piacere, musica eterna, mai mutata, opera sacra. La sua vagina era una calamita per le mie dita, entrai senza fatica, non feci in tempo a respirare la sua linfa che sentii in lei una scarica elettrica che contorse e chiuse la sua vulva sulle mie dita, dovetti avvicinarmi con gli occhi, sentivo la necessità di assaggiare il suo segreto, vidi un pulsare ritmico, i muscoli tra l’ano e la vagina erano in tensione, la superficie si presentava come dopo un alluvione. L’assaggiai, era sesso, sapeva di mare e di pescherecci, odorava di lago salmastro, il suo clitoride era una torre di babele di piacere, grosso, abbandonato alla mia sete arcaica, lo succhiai sentendo i fili che tiravo, stavo scardinando le sue viscere, usavo la mia lingua come strumento di tortura, non ci mise molto ad avere un secondo orgasmo nell’arco di un breve tempo. Ci fermammo li, lei non contraccambiò, rimanemmo abbracciati per l’intero pomeriggio, si fece buio, ci venne fame. Si alzò e mi disse: vado a casa a sistemarmi poi torno, dobbiamo studiare per domani, abbiamo un esame. Se ne andò ed io mi masturbai dovevo svuotare la mia sacca scrotale, il mio equilibri galvanico era ancora sconvolto, annusavo la mia mano per riprovare la sensazione dell’esploratore marino.

Passarono due o tre ore e sentii mia mamma che mi avvisò da dietro la porta della mia camera che A. stava vendo in casa, ero in uno stato di grazia, avevo ancora il suo odore che stava lavorando e sciogliendo il mio cervello, entrò, aveva una borsa oltre a quella solita che usava per studiare. Mi guardò in modo dolcissimo, aveva già deciso cosa sarebbe accaduto, lo capii senza che lei avesse la necessità di comunicarmelo. Studiammo per qualche ora, francamente dovevamo realmente farlo perchè il giorno successivo avevamo veramente un esame fondamentale per il nostro corso, e francamente feci molta fatica sintonizzarmi ma lo feci anche perché volevo dimostrarle che in una relazione c’è tempo per tutto, la mia onnipotenza adolescenziale mi fa ancora sorridere, e comunque combinammo un ottimo studio, difatti l’esame fu perfetto. Erano circa le 24 ed era l’ora che solitamente iniziavamo a salutarci, un rito di 15/20 minuti che fondamentalmente serviva per fissare quello che era stato per programmare da dove saremmo partiti, ma quella sera e quella borsa indicavano un’altra strada, e lei con un po’ di timidezza mi disse che sarebbe rimasta volentieri a dormire da me così il giorno successivo potevamo andare assieme all’esame. Io non riuscii a trattenere lo squarcio nel mio stomaco, non dissi nulla e la baciai come non avevo mai fatto nella mia vita, con trasporto, profondamente unito a quell’esistenza, la fusione nucleare era in atto, all’orizzonte non si vedevano squadre speciali per la sicurezza atomica. Mi bloccò e come una vera musa si volle fare bella prima di andare a dormire, usanze aristocratiche di cui sono sempre stato innamorato, si sfilò e andò in bagno con la sua borsa, io ero abituato con M., non avevo mai avuto il problema di ricompormi prima di andare a letto, mi spronai e mi misi la mia migliore maschera aristocratica. Si presentò con un pigiama di seta blu scuro, tinta unita, senza fantasie, essenziale, una divisa da notte della cina maoista, il contrasto con il suo biondo naturale, il colore della sua pelle e i suoi occhi azzurri mi bloccarono, era la visione della donna che avevo sempre desiderato ma che non si era mai concretizzata, io l’avevo trovata, ero nello stato di grazia.
Andammo a letto con l’agitazione nel cuore, sentivo la mia e percepivo la sua, era l’imbarazzo non per quello che sarebbe successo o per come ci saremmo guardati l’indomani ma era la girandola emotiva che ci inchiodava in una posizione d’attesa, si sbloccò in modo naturale, con il valore del sorriso e dell’ironia, facemmo l’amore per tutta la notte, non dormimmo neanche un minuto, io non venni e non volli venire, ci alzammo andammo a fare l’esame e ritornammo a casa mia, nella mia stanza chiusa con i lucchetti della mia vita, e continuammo a fare l’amore fino alla mattina successiva, gli venni dentro, sulla pancia, sulla schiena, avevo bisogno di conquistare ogni centimetro quadrato del suo corpo. Lei venne più volte, eravamo distrutti, eravamo consanguinei, il mio sperma era il cemento dei nostri abbracci, sentivo il suo odore nel cuore, sentivo il suo sapore nel cervello. Erano 2 giorni che non dormivamo, avevamo fatto l’amore ininterrottamente salvo la parentesi istituzionale dell’esame, decidemmo di non andare a lezione e di dormire, volevamo condividere la parte più bella del sesso, l’abbandonarsi abbracciati nel letto.

Mi innamorai violentemente durò 4 mesi, lampi, tuoni e saette, guerre universali e scoprii le pene, lei andò via per la pausa estiva ed io iniziai a fare l’obiettore di coscienza, le strade si erano separate, lo stato di grazia aveva lasciato il posto alle aspettative canoniche che ognuno di noi ha nella coppia, regole, capirsi, accettarsi, cose di cui condivido il valore, avevamo perso il linguaggio dei sordomuti, eravamo cresciuti, non poteva durare tanto un fuoco così caldo.
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Posted by caffelibero_1976
1 year ago    Views: 469
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