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Un tranquillo weekend di sesso

Un weekend di puro sesso lesbico, due giorni dedicati alla masturbazione reciproca. Tutto era pronto. ... e coperte con un lenzuolo. Era Lorenzo! Non ci potevano credere. Quel loro amico che avevano conosciuto casualmente parlando di sesso in rete. Impossibile ... ... Continue»
Posted by sexfriend2 2 years ago  |  Categories: Group Sex, Hardcore, Lesbian Sex  |  Views: 1121  |  
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Raffaella, Un'Esplosione Di Sesso Taglia 54

Era la prima volta che vedevo una donna nuda su quella spiaggia, anzi, era proprio la prima volta in assoluto che vedevo una persona in quel posto sperduto. Cosí quando la vidi uscire completamente nuda dall'acqua, il suo corpo catturó subito la mia attenzione. Non che lei fosse una modella, anzi, era anche un po' su di peso, ma comunque proporzionata. Lunghi capelli neri mossi, grosse tette leggermente calate, delle gambe non proprio magre, ed un foltissimo bosco nero in mezzo alle gambe che grondava delle gocce di acqua di mare lungo le sue cosce. Comunque il fatto di vederla lí, su quella mia spiaggia, su quella spiaggia che frequentavo da almeno dieci anni e che nemmeno in estate durante l'alta stagione avevo visto anima viva, mi fece incuriosire sull'identitá di quella donna. Forse era una come me a cui piaceva fare il bagno in libertá, senza costume e lontano da occhi indiscreti, o forse era una a cui semplicemente piaceva fare una nuova esperienza. Quest'ultima considerazione la feci notando che la sua abbronzatura non era proprio uniforme. Decisi di guardarla un po' meglio, un po' piú da vicino. Tra di noi c'era abbastanza distanza da permettermi di osservarla in modo piú dettagliato senza che lei se ne accorgesse. Io ero dietro ad una scogliera e se mi fossi sdraiato in mezzo ad essa, avrei potuto sfruttare qualche buco tra le rocce. Fondamentalmente non la stavo spiando! Quando ti metti nudo, in un posto qualunque, l'ipotesi che qualcuno ti stia osservando, la devi mettere in conto. Anche adesso, mentre cerco una posizione per guardarla meglio tra questi scogli, con il rischio anche di fare qualche graffio al mio uccello, forse qualcuno osserva me. Fa parte del gioco. Quindi io non la stavo spiando, ma ammirando. Un po' come quando guardi un gioiello in una vetrina: se qualcuno lo espone, vuole che qualcun altro lo veda.
Trovata una posizione "comoda" tra quelle rocce, presi la mia macchina fotografica digitale per cogliere meglio i particolari di quel suo fisico, diciamo, prorompente. Quello che volevo fare, era usare lo zoom ottico della mia reflex come cannochiale. Funzionó alla perfezione. Sembrava l'avessi di fronte. Ora potevo cogliere ogni particolare del suo fisico esagerato. Le sue grosse tette calate ora erano limpide e non mi sbagliavo. Non frequentava quella spiaggia da molto. Distinguevo chiaramente l'abbronzatura dei suoi seni che partiva dal bianco della sua pelle intorno alle areole. I suoi capezzoli erano molto pronunciati e quelle grosse areole scure, ne risaltavano la consistenza. Mi stavo eccitando come un ragazzino che sfoglia le sue prime riviste porno. Sentivo il mio uccello crescere e pressare contro il freddo degli scogli. Continuai il mio tour visivo. Indirazzai lo zoom verso il basso, verso la sua fica. Anche qui ebbi la conferma di quanto scritto sopra. Intorno a quell'ammasso di pelo nero, c'era un triangolo bianco che lo circondava. Come un bordo. Era chiaro che nella vita di tutti i giorni portava il costume. La sua fica invece era talmene nera come l'oscurita, che enormi ricci neri gli coprivano lo spacco che aveva in mezzo alle gambe. Porca miseria che bosco! Nemmeno le sue grandi labbra riuscivo a vedere. Ma nonostante questo, continuavo sempre piú ad eccitarmi, il mio cazzo ormai duro piú di quelle rocce, si era gonfiato alla grande. Talmente gonfio che la pressione contro gli scogli, aveva fatto abbassare la pelle della mia cappella facendola uscire fuori. Continuai comunque a guardarla, non volevo perdermi nemmeno un centimetro della sua pelle. Osservai le sue cosce e le sue gambe, non erano proprio snelle, anzi. Mi immaginavo giá a letto quello che lei potesse fare, con quel suo fisico cosí pronunciato, avrebbe spompato chiunque. Sicuramente una cosí e da far stare sopra di te, permettergli di cavalcarti con tutta la sua "stazza" fino a toglierti l'ultima goccia di sperma che hai nelle palle. Mentre quei pensieri ronzavano nella mia testa, non smisi di guardarla e contemporaneamente feci scivolare la mia mano lungo il mio cazzo ormai dritto come un palo. Iniziai a masturbarmi, tutto quello spettacolo mi aveva eccitato come un adolescente. Ed mentre cercavo di svuotare le mie palle, continuai a godermi in tutti i sensi lo spettacolo di lei nuda, che intanto aveva iniziato a spalmarsi la crema aumentando la mia eccitazione. Iniziavo a sentire la sborra fermentare nelle mie palle e fu proprio in quel momento che il mio occhio cadde nell'angolo in basso a destra della reflex, notando l'orario impresso. Era tardissimo! Avevo il turno di pomeriggio e dovevo essere a lavoro prima di pranzo. Mi alzai subito, ancora con il mio cazzo dritto e con una sega a metá. Spensi la macchina fotografica e mi avvicinai alla spiaggia dove avevo lasciato tutte le mie cose. Intanto fortunatamente il mio pisello si era afflosciato permettendomi di rivestirmi. Cosí presi la mia borsa da mare e lasciai quel posto. Per tutto il giorno e quelli a seguire, il pensiero di quella cavallona non mi abbandonó. Cosí pensai che andando ogni settimana alla mia spiaggia, magari con un colpo di fortuna, l'avrei rivista. Le prime settimane andarano male, tanto che ormai pensavo di non rivederla piú! Ma proprio quando iniziavo a perdere le speranze, arrivó il momento tanto atteso. La rividi la prima domenica di Maggio, era sempre al solito posto e sempre nuda a prendere il sole. Stavolta l'eccitazione di rivederla dopo tanto tempo fu talmente grande che il mio uccello si gonfió nei miei boxer alla sola idea di parlarle. Giá... perché adesso mi sarei preso tutto tempo necessario per studiare qualcosa e agganciarla. Poggio le mie cose da una parte, mi tolgo il costume e con il mio pisello in uno stato di semi erezione, mi tuffo in mare. Decido di nuotare a largo e poi far rientro "verso" di lei come se fosse un caso. Almeno avrei avuto la scusa per dirle "che pensavo non ci fosse nessuno su questa spiaggia". Inizio la recita e mi dirigo verso la cavallona. Mentre esco dall'acqua, lei avverte la mia presenza ed alza lo sguardo. Una volta fuori, faccio finta di essere sopreso e altrettanto finto balbuziente accenno qualche parola:
- "Mi..... Mi scusi... io... io credevo che qui non venisse nessuno e..... mi sono buttato in acqua senza..." E mentre dico quelle parole, provo a coprirmi il pisello con le mani. Lei si alza ed istintivamene si copre i seni con le mani, mentre stringe le gambe cercando di coprire invano la sua la fica.
- "Veramente... anche io pensavo che...." Prova a coprirsi, ma nel panico non sa come fare. Si alza in modo maldestro, ora avvolge i suoi grossi seni solo con un braccio mentre con l'altro cerca di coprirsi la sua fica pelosa.
- "La lascio sola... io... io ho il mio costume laggiú... mi scusi ancora, ma pensavo che questa spiaggia non fosse frequentata da nessuno e mi sono messo in libertá. Se avessi saputo che una bella ragazza prendeva il sole integrale, non mi sarei mai permesso" Dico mentre faccio la finta di allontanarmi e vedo il grosso sedere di lei a novanta gradi che cerca di prendere il suo costume dentro il borsone. Ma poi, in quella frazione di secondi che osservo il suo "di dietro", lei si alza di s**tto e mi dice:
- "Come? Lei... tu pensi che io sia una bella ragazza?" Ed improvvisamente scoppia a ridere, smette di cercare il suo costume e si avvicina verso di me liberando il suo fisico dalla prigione delle sue braccia e mani, lasciando che io l'ammiri per la prima volta da vicino in tutto la sua nuditá. Non capendo il motivo della sua risata, mi lascio comunque coinvolgere ed inizio a ridere anche io.
- "Il mio nome é Chase e si, certo che penso che sie una bella ragazza... donna. Perché qualcuno sostiene il contrario?" Intanto tolgo le mani dal mio uccello e mi avvicino a lei.
- "Ciao Chase, io sono Raffaella" Mi risponde un po' con lo sguardo basso continuando a parlare.
- "Vengo qui perché dopo varie ricerche ho visto che é... era l'unico posto non frequentato da altri. E dato che sono fuori forma, se posso, mi piace stare da sola" conclude.
- "Insisto. Non sei fuori forma, forse peserai un pó di piú rispetto alla media, quella che molti stupidi chiamano normalità, ma ti assicuro che un fisico prorompente come il tuo piace... ed anche molto!" Dicendo queste parole, mi accorgo, sento, che il mio pisello torna a gonfiarsi, ma ancora non diventa dritto. Stranamente per quella situazione, intendo due persone adulte nude una di fronte all'altra, lei sembra imbarazzata per questo incontro. O forse non si aspettava un discorso tanto serio proprio in quel momento.
Allora cerco di prendere la situazione in mano ed inizio a parlare di argomenti poco impegnativi. Raffaella piano piano si scioglie, lei seduta sul suo ascigamano ed io con il sedere sulla spiaggia. Poi lei sente squillare il suo cellurare, risponde e capisco che deve andare via. Le chiedo se mi lascia il suo numero, magari per prenderci un aperitivo fuori, ma lei mi fá uno strano discorso, del tipo che se volevo rivederla, lei il giovedi successivo sarebbe stata nuovamente lí. Se io mi fossi presentato, allora potevo valutare anche di vederci successivamente fuori, magari a cena. Non ne ho capito proprio il senso, ma forse voleva vedere se fossi veramente interessato a lei. O forse mi stava semplicemente scaricando. Non avendo scelta, accetto. La saluto e me ne vado, con la consapevolezza di non rivederla piú.
La notte penso a Raffaella, tutta la settimana penso a lei, a quella possibile scopata sfumata. Ma forse non tutto era perso, magari l'avrei davvero rivista. Il giovedi successivo all'incontro, torno su quella spiaggia e la trovo lí, distesa a prendere il sole completamente nuda. Inizio a camminnare verso di lei, con il mio pisello dondolante e giá mezzo gonfio.
- "Ciao Chase, ci rivediamo" Mi dice dalla sua posizione supina.
- "Buongiorno. Sono tornato per te. Non mi sarei mai perso lo spettacolo del tuo fisico al naturale" I complimenti sono sempre piaciuti alle donne e con quelle frasi adulanti, speravo di farla mia. E comunque mi piaceva sul serio, era davvero una bellezza particolare.
- "Ancora con questa storia Chase? Ci stai provando? Davvero il mio fisico esagerato lo trovi attraente?" Mi risponde lei sorridendo.
-"Sei tu che fai la finta stupita. Davvero pensi di non piacere? Solo per quelle grosse tette che hai, ci sarebbero persone che pagherebbero oro quanto pesano per toccarle" Dissi tra il serio e lo scherzoso.
Il discorso continua per ore tra vari botta e risposta, fino a quando non azzardo una domanda. Gli propongo di farsi fare delle foto nuda, lí, su quella spiaggia, di metterle poi in Rete e lasciare il giudizio agli utenti on line. Lei sorride e rifiuta la proposta indecente. Allora io insisto, gli dico cosa aveva da perdere, durante gli s**tti avrei "tagliato" la sua testa e l'anonimato sarebbe stato garantito. Quindi, perché no? Dopo vari minuti di esitazione, alla fine accetta, sottolineando che il viso doveva essere assolutamente oscurato.
Prendo la mia reflex ed inizio il servizio fotografico. Inizialmente cerco di metterla a suo agio con foto "classiche" , a figura intera, poi passo a qualcosa di piú intimo. La invito a mettersi a gambe aperte sull'asciugamano e faccio un primo piano della sua fica. Il mio pisello si gonfia sempre piú, rasentando l'erezione. Noto che lei ogni tanto lei ci butta l'occhio. Anche Raffaella iniziava ad eccitarsi. Continuo con i primi piani e le dico di toccarsi ovunque senza pensare agli s**tti. Quello era compito mio. Allora si tocca in mezzo alle gambe, fá salire le sue mani dall'interno coscia verso la sua fica. Una volta raggiunto il suo posto piú intimo, simula una masturbazione. Ora il mio cazzo é dritto, talmente dritto, che la pelle della mia cappella si ritira da sola scoprendola. Intanto le mani di Raffaella sono sulla sua fica, se la tocca e poi con due dita si fá strada tra i suoi peli fino ad arrivare alle sue grandi labbra. Le allarga mostrando la pelle viva della sua fica, poi mette un dito dentro ed inizia un ditalino. Grazie allo zoom, noto che la sua fica é giá umida. Io invece sento il cazzo scoppiare e mie le palle riempirsi di sborra. Lo spettacolo di Raffaella continua poi in acqua, toccandosi le grosse tette. Io seduto sulla riva a cazzo dritto, continuo a s**ttare foto. Lei invece si muove liberamente tra le onde, talvolta andandogli incontro, talvolta lasciando che esse sbattano contro i suoi seni. Lo spettacolo é altamente erotico o forse sono io che non vedo l'ora di scoparmela e mi sto facendo masturbare dalla natura in attesa della sua fica. Durante il servizio fotografico in mare, il mio cazzo rimane in perenne erezione, fino a quando vedendo Raffaella toccarsi ripetutamente quei grossi meloni, vedere l'acqua grondare dalla sua fica, accade l'inevitabile. Sento che stó per venire. Provo a non pensarci, a concentrarmi sulle foto, ma ormai ero troppo carico, avevo le palle troppo gonfie. Dopo l'ennesima onda che mi "masturba", che sbatte contro il mio pisello, contro i miei testicoli, sento la sborra salire lungo l'asta. É questione di secondi, un lungo schizzo esce dal buco della mia cappella. Raffaella nota che sto sborrando, ma continua la sua danza erotica accennando un mezzo sorriso e guardando il mio cazzo eruttare. Io ovviamente interrompo gli s**tti mentre lascio le mie palle svuotarsi. Non mi tocco, non é cosí che doveva andare. Lascio che il mio corpi si liberi della sborra in eccesso da solo. Un secondo abbondante schizzo parte dal mio uccello finendo in pieno mare. Poi un terzo ed infine un quarto. Guardo Raffaella alzando le mani, come per dire "non potevo res****re oltre". Poi il mio pisello, privo di stimoli manuali, smette di sborrare. Lei si avvicina a me, a testa bassa e sorridendo come per dire "hai ragione". Nel tempo che impiega per venirmi incontro, la osservo... osservo il suo imponente fisico bagnato dal mare, osservo le sue tette ballare e sbattere contro il suo petto, vedo la sua fica impregnata di acqua, uno spettacolo che riporta in poco tempo il mio cazzo sul chi vive, non eretto, ma comunque in uno stato "allegro".
- "Torniamo in spiaggia ad asciugarci, basta foto" Mi dice Raffaella sempre con un sorriso malizioso afferandomi la mano.
Una volta a riva, mi prende la macchina digitale reflex e la ripone nella mia borsa. Poi mi fissa negli occhi e dopo pochi secondi mi bacia. Un lungo intenso bacio che porta il mio cazzo nuovamente dritto. Sento il mio uccello alzarsi in volo e farsi spazio tra le sue gambe. Una volta in volo, si ferma poco sotto la sua fica, in mezzo a quell'ammasso di peli che lo avvolgono quasi completamente. Sento un eccitante "punzecchiamento" dei suoi peli lungo la mia asta. La continuo a baciare mentre con le mie mani afferro il suo culone da portaaerei. Lo stringo forte, la stringo forte e la spingo verso di me. Ora anche le sue grosse enormi tette pressano sul mio petto. Un brivido attraversa la mia schiena, mentre il mio pisello dritto come un palo inizia a pulsare. La bacio ancora e ancora, piú volte, mentre struscio il mio cazzo il mezzo alle sue gambe, in mezzo al suo spacco. L'attrito fá scivolare la pelle della mia cappella lungo l'asta, ora il pizzicore é maggiore, i suoi peli mi graffiano la liscia pelle appena scoperta. Smetto di baciarla, mi stacco da lei con le palle doloranti e pronte nuovamente a sborrare. Abbasso la testa e mentre con una mano stringo un seno, con la bocca inizio a mordere, succhiare l'altro. Dalla sua bocca esce un suono, inizia probabilmente a godere. Poco dopo prendendola per mano, la porto verso l'asciugamano. Quindi mi sdraio su di esso delicatamente, invitando Raffaella a fare lo stesso. Schiena a terra, con il mio cazzo dritto ed una cappella gonfia come un pallone, la osservo mentre si abbassa verso di me. Da questa posizione sembra ancora piú pesante di quello che é! Lentamente inginocchia verso di me, la sua fica é a pochi centimetri dal mio cazzo. Poi poggia le sue mani ai lati della mia testa, ed in quella posizione a novanta gradi fa oscillare le sue enormi tette sulla mia faccia. Le vedo penzolare e cerco di morderle. Ma lei si guarda bene dal farmelo fare, vuole portarmi al massimo dell'eccitazione. Quindi inizia ad abbassare il suo bacino sul mio cazzo, sempre di piú, fino a quando i suoi peli non sfiorano la mia cappella. Successivamente l'avvolgono, quel grosso vortice nero inizia a risucchiare il mio pisello. Ora la mia cappella sente le grandi labbra umide di lei aprirsi, fargli strada. La sua fica inizia ad accogliere tutta la mia asta. Finalmente sono dentro di lei.
Adesso Raffaella si mete in posizione verticale. Inizia a scoparmi, a spingere la sua fica sempre piú verso il basso. Il suo peso si avverte, lo avvertono le mie palle gonfie pressate dal suo culo e dalla sua fica. Si piega leggermente verso dietro poggiando le sue mani sulle mie gambe e si aiuta con esse a accogliere sempre piú dentro il mio cazzo. Lo sperma che sento nelle mie palle inizia a salire lungo il mio pisello. Sento la pelle del mio cazzo tirare e mi sembra che le palle si stiano staccando. Lei continua a muoversi, a cavalcarmi, percepisco la sborra che lungo l'asta. Stó per riempirla ed un secondo prima che venga, lei porta una mano dietro la sua schiena e mi afferra i testicoli con forza, tirandoli ancora verso il basso. Dalla mia bocca esce un gemito e un nano secondo dopo, vengo..... sborro.... sento un lungo fiotto di sperma salire lungo l'asta... il mio cazzo pulsa e schizza alla grande... percepisco anche la sua fica pulsare... anche lei gode... le calde labbra accolgono la mia sborra... avvolgono e stringono il mio cazzo duro... uno schizzo, due, tre... ancora uno ed un altro ancora... la riempio di calda crema... un ultimo schizzo lo sento uscire, poi guardo la sua fica pelosa con il mio cazzo dentro espellere sperma vedo la sborra colare lungo l'asta del mio cazzo... ero davvero carico! Infine lei si alza e sfila la fica dal mio cazzo. Piccole gocce di sperma rimangono attaccati ai peli della sua fica, mentre il mio cazzo rimane ancora per qualche secondo dritto. Raffaella si sdraia accanto a me, con metá del suo corpo sull'asciugamano e per metá sulla sabbia. Poi con lo sguardo rivolto al cielo e completamente sudata per il sole, ma anche per la lunga cavalcata, inizia a parlare:
- "Eri in splendida forma Chase. Avevi litri di sperma lí dentro!" Mi dice mentre con una mano mi dá un colpetto sulle palle
- "Il merito é tutto tuo e del tuo fisico esagerato. Da quando ti ho vista, saró sincero, non vedevo l'ora di fare sesso con te! E poi quelle foto mi hanno eccitato da morire, quasi meglio dei preliminari" Gli dico sorridendo mentre metto una mano in mezzo alla sua fica.
- " Accidenti, é vero! Le foto. Mi ero dimenticata" Mi risponde Raffaella che improvvisamente si mette su un fianco guardandomi negli occhi.
Giá, le foto! Dopo aver fatto sesso con lei, gli chiesi il numero di cellulare per poterla rivedere. Ma senza successo. Mi disse che era appena uscita da una storia e non voleva iniziarne subito un'altra. Mi diede il suo numero solo dopo aver insistito a lungo, ma con la promessa di non chiamarla per uscire e di usarlo solo per sentirci ogni tanto la sera in chat. Con le foto, dopo essersi sincerata di non essere mai stata immortalata con il viso scoperto, mi disse che potevo farne quello che volevo. Il giorno dopo le misi on line su due dei piú famosi siti per adulti in Rete. E come immaginavo riscosse molto successo. Tra le varie cartelle, la sua era una delle piú visitate. L'avevo anche messa insieme ad altre ragazze in un file chiamato "Le Mie Ex" per creare maggiore anonimato. Ma lei, Raffaella, rimaneva comunque una di quelle con piú click. Qualcuno provó anche a chiedermi il suo numero. Ma ovviamente Raffaella non ne voleva sapere, anche se era molto contenta di vedere che il suo corpo piaceva a molti.
Ora aveva avuto la sua rivincita! La Rete l'aveva promossa a donna scopabile e questo per qualunque donna, soprattutto per lei, una Taglia 54, era un grandissimo complimento!... Continue»
Posted by Chase90 7 months ago  |  Categories: First Time, Voyeur  |  Views: 1344  |  
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L'Ultima Notte Di Sesso Con La Mia Ex Incinta

Era dal liceo che non la vedevo, ma non era cambiata per niente Mirta. É bella oggi come ieri. Anche adesso che é incinta, nuda davanti a me, non posso smettere di ammirarla. Nonostante la sua gravidanza, rimaneva comunque una splendida ragazza..... donna! Solo il suo seno era cambiato, non mi ricordavo che avesse due tette cosí grandi. Ma poi, ripensandoci, mi risposi che era il suo fisico che si adattava alla sua nuova condizione. E quella nuova situazione, mi stava eccitando da morire. Forse era scritto nel grande libro del destino che Mirta doveva essere la prima donna delle mie "prime volte". La prima ragazza che ho portato a casa dai miei, la prima che mi ha detto "ti amo", la prima con la quale ho fatto sesso e la prima che adesso ho davanti nuda... incinta! Mi avvicino a lei lentamente, oggi mi sembra cosí indifesa che voglio prendere i suoi tempi, i nostri tempi, come quando eravamo adolescenti e timorosamente esploravamo il corpo l'uno dell'altro. Un passo dopo l'altro e sono ad un centimetro dalla mia ex ragazza. Nel mentre il mio pisello alla sola visione di lei, inizia a mettersi sul'attenti. Il solo spettacolo di lei nuda dopo oltre venti anni, me lo fanno diventare duro. Ora sono vicino al suo corpo, ed inizio a baciarla. Il mio pisello sfiora la sua fica, o meglio la mia cappella sfira la sua fica, la sua pancia mi impedisce di avvicinarmi oltre. Allora continuo a baciarla, ad esplorare con la lingua quella bocca che da ragazzino mi faceva impazzire. Poi alzo le mie mani e delicatamente le metto sulle sue tette. Le sento piene, gonfie. Ad oggi non riesco a trovare un aggettivo che possa spiegare quello che provavo, sentivo a quel tocco. Era come giocare con due palloncini pieni d'acqua, solo che i palloncini non ti fanno drizzare il cazzo e soprattutto non schizzano. Non fraintendetemi, non era il mio pisello che schizzava dopo qualche minuto di palpeggiamento, ma le sue tette. Mentre la baciavo, prima sulla bocca e poi sul collo, le mie mani stringevano, strizzavano, alzavano verso il mio viso il suo enerme seno. Dopo diversi minuti che "masturbavo" le sue tette, aumentai la stretta, quasi volessi staccargli quelle enormi bombe... quelle bombe che alla fine esplosero, schizzandomi un liquido biancastro sul viso. Mi colsero impreparato e feci un "balzo" indietro con la testa. Adesso capivo perché le ragazze con cui ero stato, quando mi facevano un lavoro di bocca, alla prima sborrata si tiravano indietro. La "spinta" doveva essere davvero forte. Come forti erano le spruzzate delle tette di Mirta. Giocavo con tutti e due i seni, li spremevo entrambi ed altri schizzi di quello che sembrava latte fresco, finivano prima sul mio viso e poi sul mio petto. Poi mi feci piú coraggioso e cercai di approfondire quella nuova esperienza. Avvicinai la mia bocca alle sue areole pronunciate ed inizia a succhiare i suoi capezzoli. Intanto continuavo a premere, schiacciare e palpare con vigore i suoi seni, che a quei massaggi rispondevano con degli altri schizzzi di liquido bianco nella mia bocca. Nessuna mi aveva mai schizzato pima, né in bocca, né sul mio viso. Ma tutto sommato mi piaceva. Cosí continuai a giocare con le sue tette. Vederle "venire", "svuotarsi" di quello che sembrava latte appena munto, mi stava eccitando da morire. Per la prima volta quello che finiva sul pavimento non era il mio sperma, ma fluidi corporei di una donna! Poco dopo Mirta reclamó la sua parte di sesso, con una mano mi staccó dal suo corpo, si mise di spalle e con l'altra afferró il mio cazzo, che fino a quel momento non aveva perso per un solo secondo la sua erezione. Quindi inizió a camminare e come se tenesse un cane al guinzaglio, prese la direzione della sua camera da letto. Durante quei pochissimi secondi, nella mia mente, come un Flashback, inizia a rivivere tutti i momenti trascorsi nel passato con Mirta.
La prima volta che la vidi fu al primo anno del liceo. Entrati in classe, tutti prendemmo posto un pó a caso ed io trovai un banco vuoto accanto a quello di Mirta. Lei all'inizio non mi notó, ero uno dei tanti, ma poi iniziai a "ronzargli" intorno e cominció a dedicarmi qualche attenzione. Erano i tempi in cui per "mettersi insieme" bisognava seguire un percorso. Tramite amicizie comuni si faceva arrivare la "voce" all'interessata o interessato, che qualcuna o qualcuno, voleva mettersi con un lui o una lei. Se dall'altra parte c'era una risposta affermativa, alla prima occasione, che normalmente era una festa di ballo a casa di qualche compagno, si faceva la propria "mossa". Io ero letteralmente cotto di Mirta, una ragazzina mora dai capelli lunghi, che giá dopo il secondo giorno di scuola, mi faceva masturbare sotto le coperte pensando a lei. Dopo un sondaggio tra gli amici, venni a sapere che gli piacevo. Cosí cercai di creare il mio momento, che arrivó durante una cena tra compagni di scuola poco prima di Natale. A fine sera i miei genitori passarono a prendermi al ristorante e per non scomodare anche quelli di Mirta, decisero di accompagnare anche lei a casa. Una volta arrivati, l'accompagnai fino alla porta di casa. Era arrivato il mio momento, avevo il cuore che batteva a duemila. Volevo baciarla, ma non sapevo come "partire". Fortunatamente e con un pizzico di coraggio da parte mia, fu proprio lei a darmi il "via" dicendomi "Buonanotte Chase" con un bacio sulla guancia. Il momento era giusto. Ma non riuscivo a muovermi. Quindi lei fece per entrare in casa. Io gli voltai le spalle, stavo per andarmene. Quando con il cuore che mi esplodeva in bocca, dissi a me stesso "ora o mai piú"! Tornai sui miei passi, dissi il suo nome, lei si giró ed io afferrandola per le braccia gli diedi un bacio. Inizialmente con la bocca chiusa, poi cercai con la lingua di entrare nella sua. Duró pochissi secondi, che peró mi sembrarono un'eternitá a quel tempo. Emozionato e con il cuore che mi batteva in gola, mollai l'osso e tornai in auto dai miei. Ora io & Mirta eravamo ufficialmente insieme. Il giorno dopo eravamo giá piú tranquilli e meno impacciati. I nostri baci diventavano sempre più appassionati e la nostra curiositá verso il corpo dell'altro cresceva ogni giorno di piú. I primi tempi mi avvicinai al suo fisico lentamente, tra un bacio e l'altro, mettevo sempre le mani sulle sue piccole tette. E lei mi lasciava fare. Qualche volta, specialmente quando eravamo soli, riuscivo persino a mettergliele sotto la maglietta. A toccarle senza tessuti che mi facevano da filtro. Il tiro lo alzai un giorno in un noto Parco Giochi della mia cittá, nello specifico sui Roller Coaster (noi le chiamavamo Montagne Russe). Durante un giro, inizia a baciarla, ad infilare la mia lingua nella sua bocca. Intanto con una mano palpeggiavo le sue tette. Andai avanti cosí per qualche minuto, fino a quando non decisi di alzare la posta. Feci scivolare una mano in mezzo alle sue gambe ed iniziai a toccargli l'interno coscia. Dolcemente l'accarezzavo, spostavo la mano su e giu dentro le sue cosce. Poi lentamente tentai la risalita verso la sua giovane fichetta, ma l'accesso era bloccato dalle sue mutandine. Allora con le dita spostai i sui slip su un lato ed infilai completamente la mano in mezzo alle sue gambe, tipo "cucchiaio" e misi la mia mano sulla sua fica liscia. Era fresca, sembrava pulita. Mi limitai a strusciarla lungo quello che sembrava uno spacco in mezzo a due dune. Il pisello mi si stava gonfiando tra le gambe. Ed anche a Mirta quel massaggio sembrava piacere. Per quel giorno non potevo lamentarmi, avevo osato anche troppo. A fine serata, chiuso in bagno, mi svuotai le palle pensando a quel pomeriggio, masturbandomi con la stessa mano che poche ore prima era in mezzo alle gambe di Mirta.
Intanto il tempo passava, i giorni diventavano settimane e le settimane diventavano mesi. Fino a quando, stanco di avere solo baci, stufo di accontentarmi di qualche palpeggiamento rubato e qualche leccata di fica, decisi che era il momento di scopare. Preparai Mirta a quel momento, a piccole dosi. Prima mettendola a suo agio con il mio corpo, ogni tanto baciandola guidavo la sua mano sul mio pisello, poi facendole intuire che volevo qualcosa di piú. Lei non era proprio sicura di volerlo fare, ma nemmeno pronunciava un no deciso. La nostra prima volta avvenne esattamente cinque mesi e due settimane dopo il nostro primo bacio. Niente di pianificato e organizzato, accadde e basta. Mirta mi invitó un sabato a casa sua a pranzo. I suoi non c'erano e lei voleva cucinare per me. Se poi due uova ed un insalata si possono chiamare cucina. Ma a me, a noi, non importava il mangiare, l'importante era stare insieme. Come sempre passammo il pomeriggio in camera sua, tra baci, musica e toccate piú o meno audaci. Abbracciati l'uno a l'altra sul suo letto. Io spalle poggiate al muro e lei tra le mie braccia. La prima mossa la feci io. Inizia a baciarla sul collo, sulle guance, ad accarezzarla per diversi minuti. Prima passai le mie mani in mezzo ai suoi capelli, poi lentamente le feci scendere fino alle sue tette. Lei con le spalle poggiate sul mio petto, mi lasció fare. Allora continuai osando di piú. Abbassai ancora di piú le mie mani portandole lungi i sui fianchi, presi la sua maglia e delicatamente gliela tolsi. Sentivo il mio pisello gonfiarsi nelle mutande e preso dall'eccitazione, gli slacciai anche il suo piccolo reggiseno. Mirta non si voltó mai, lasció fare tutto a me. Continuai a toccarla ovunque, sulle spalle, lungo la schiena, sui fianchi, poi portai di nuovo le mie mani sul suo petto, afferando le sue tette. Ci rimasi non só quanto tempo a massaggiarle, toccarle e strizzarle. Il mio cazzo stava esplodendo e non sapevo se tirarlo fuori o continuare a "giocare". Mi feci coraggio e provai a spingermi oltre. La presi per mano, ed insieme a lei mi alzai dal letto. Ricordo che non sempre mi guardava negli occhi, in fondo era la prima volta che si mostrava quasi completanente nuda a me. Per metterla a suo agio, mi tolsi anch'io la mia maglietta e continuai a baciarla. Prima sulla bocca, poi di nuovo sul collo ed infine sui suoi piccoli seni. Poi scesi in basso, baciandola anche sul ventre, diverse volte, fino a quando non notai dei brividi sulla sua pelle. Allora dal basso la guardai in viso e con le mani lungo i suoi fianchi, gli abbassai i pantaloni. A quel punto Mirta sembró sciogliersi, fece un passo indietro e si sfiló i pantaloni. Io rimasi in ginocchio ad ammirarla. Poi allungai di nuovo le mie mani verso di lei per avvicinarla a me. Adesso ho la sua fichetta davanti al mio viso. O meglio, la sua fichetta avvolta dagli slip. Ancora uno slancio di coraggio da parte di Mirta. Le sue mani fanno scivolare le sue mutandine verso il basso, mentre una gamba le tira in una direzione qualunque. Ora é completamente nuda. Il cuore mi batte da morire, ma la voglia di baciare quelle altre labbra é troppo forte. Avvicino la mia bocca alla sua fica quasi liscia, ed inizio a baciarla. Piú volte. Sento il mio pisello cercare una via d'uscita. Allora mi alzo, guardo il viso di Mirta e mi abbasso i pantaloni insieme ai boxer. Il mio uccello, quasi non aspettasse altro, spuntó fuori dritto come un palo! Mirta lo fissa, lo guarda, non sá cosa fare. Poi lo afferra e mi bacia. Ma la mentre la sua bocca ormai sá cosa fare, la sua mano sembra paralizzata. Il mio pisello mantiene la sua erezione, la sborra la sento riempire l'asta, ma Mirta non mi aiuta a vuotarmi le palle. Non sá come muoversi! Allora mi stacco da lei e mentre le nostre labbra si separano, la invito ad abbassarsi, ad inginocchiarsi, con lei che ancora tiene stretto il mio cazzo. Ora il suo viso é di fronte al mio uccello pronto ad esplodere, Mirta lo fissa, poi mi guarda, ma non fá nulla. Allora gli afferro il polso ed insegno alla sua mano come muoversi. La guido lungo l'asta e finalmente sento le sue cinque dita che iniziano a masturbarmi. Mollo la presa, lascio che Mirta mi faccia una sega in completa autonomia. Sento le palle esplodermi, percepisco lo sperma salire lungo il mio cazzo. Riconosco i "sintomi". Anni di seghe e masturbazioni varie fatte fino a quel giorno, mi dicono che stó per sborrare. Ma riesco a trattenermi, faccio ingoiare al mio cazzo lo sperma che voleva buttare fuori. Se avessi voluto una semplice schizzata maturata da una sega, mi sarei accontentato del bagno di casa mia. No, quel giorno volevo la fica. Quella con la "F" maiuscola. Tolgo la mano di Mirta dal mio pisello gonfio con una imminente sborrata in canna, la invito ad alzarsi e tornare sul letto. La faccio sdraiare, poi la seguo, sopra di lei. La guardo negli occhi e successivamente avvicino il mio pisello alla sua fica. Non só cosa stó facendo. Non seguo un copione, mi limito ad imitare quello che avevo visto nei Film per adulti, sulle riviste. Lascio che il mio cazzo tocchi la fica di Mirta. Ad un tratto sento un posto fresco, umido. Una strana sensazione, qualcosa sembra accogliere prima la mia grossa cappella, poi il mio cazzo dritto. Spingo il mio bacino sempre piú giú, della pelle "viva" avvolge il mio pisello. Come se lo avessi fatto da sempre, inizio a muovermi su e giú dentro Mirta. La sento emettere un piccolo grido, ma non mi fermo. Spingo, mi muovo... su e giú... ancora e ancora... qualcosa ancora si muove intorno al mio cazzo, qualcosa pulsa, batte... mi piace... ora sonto pronto a sborrare e..... vengo, sborro... schizzo dentro la sua fica, della crema bianca calda avvolge il mio pisello. Una vampata di calore circonda il mio cazzo... schizzo ancora... sento chiaramente lo sperma uscire e fermarsi su una qualche barriera... come se appena uscito dal buco della mia cappella si fermasse subito sopra di essa... la sborra copre la mia cappella come del sapone liquido... continuo a spingere ed a venire, fino a quando, dai piani bassi, non sento piú nulla, a parte un sensazione di liberazione, di svuotamento. Infine guardo Mirta, non l'avevo mai vista cosí sudata. Sfilo il mio cazzo dalla sua fica, mi distendo al suo fianco e con gli sguardi rivolti al soffitto, rimaniamo nudi nel suo letto per qualche tempo.
Questa é stata la nostra prima volta. Ne seguirono ovviamente delle altre, ed ovviamente piú lo facevamo, piú diventavamo padroni delle nostre scopate.
Restammo insieme per qualche anno io e Mirta, poi le nostre strade si separarono per tanti motivi. Ma siamo rimasti sempre in contatto. Tra lettere, auguri di compleanno e festivitá varie, non ci siamo mai persi di vista veramente. Almeno non nei primi anni dalla nostra "separazione". Poi, si sá, il tempo e la distanza dividono tutti. Compresi noi. Credevo di non rivedere piú Mirta, che fosse la classica ragazza del primo amore, quello che non si scorda mai, ma che anche non si rivede piú. Ed invece.
Invece quel giorno mi arrivó un SMS di lei che mi chiedeva come stavo, che facevo nella vita, se mi fossi sposato, insomma, le classiche domande che si fanno quando non ci si vede da tanto tempo. Dopo la prima settimana di messaggi, mi dice che gli sarebbe piaciuto rivedermi. Cosí ci organizziamo per un aperitivo un sabato sera. Quando la incontro, rimango per qualche secondo spiazzato. Lei sempre bellissima, ma... in stato di gravidanza! Questo non me lo aveva detto tramite SMS. Si accorge del mio stupore e rompe il ghiaccio con un "non ti piace il mio vestito?". Entrambi scoppiamo a ridere e ci avviamo verso l'inizio della nostra serata. Seduti al tavolo, ci raccontiamo la nostra vita, i nostri lavori, le nostre storie. Mirta mi dice che ha un buon lavoro, una casa tutta sua, ma che da quando é rimasta incinta, le cose con il suo lui non vanno tanto bene. Poi é il mio turno e gli parlo un pó di me. Dopo un pó, l'occhio finisce sull'orologio. É l'una di notte. Accidenti, il tempo é volato. Andiamo via, accompagno Mirta alla sua auto e la saluto.
- "É stato bello rivederti, magari una sera di queste possiamo cenare insieme e continuare a racontarci la storia della nostra vita" gli dico dopo averla baciata sulla guancia.
- "Perché no? Intanto perché non sali da me Chase? Mi segui con la tua auto e ci beviamo qualcosa a casa mia" Risponde Mirta.
- "Lo farei volentieri. Ma domani devo alzarmi molto presto. Ho un impegno a cui non posso proprio mancare" Continuo io.
- "Peccato. Volevo stare ancora un pó con te. Allora facciamo cosí. La prossima settimana cena a casa mia. Cucino io come ai vecchi tempi. Ti asicuro che sono migliorata!" Aggiunge Mirta sorridendo e accarezzandomi la mano affettuosamente.
Cosí rimaniamo d'accordo per vederci il venerdi successivo da lei. Non nascondo che nonostante la sua gravidanza, il pensiero di fare sesso con lei mi ha accompagnato per tutta la settimana, giorno e notte! Vederla dopo tanto tempo, mi fece venire in mente tutte le nostre scopate, tutte le nostre prime volte: dal nostro primo bacio, alla prima volta che facemmo sesso, passando per le nostre prime vacanze insieme. E adesso, anche incinta, non nascondo che il suo corpo mi attira ancora. La sera del nostro appuntamento sono piú che puntuale e qualcosa mi provoca dei brividi, mi fá sentire agitato. Dico a me stesso che é solo una cena con una tua ex, la tua prima ex! Sono sotto casa sua, Mirta mi apre la porta. É stupenda, indossa solo una tuta, ma é comunque stupenda. Mi invita ad entrare, la sua casa é accogliente, é calda. Arriva il momento della cena. Ci sediamo a tavola, lei é una perfetta donna di casa e si, in cucina é migliorata davvero tanto! Mangiamo, beviamo, parliamo ancora e ancora. Poi ci sistemiamo sul divano, alterniamo minuti di silenzio a momenti di lunghe conversazioni. Un digestivo di troppo e la serata prende una piega che forse non era tanto improbabile. Ci avviciniamo l'uno all'altra ed iniziamo a sfiorarci, a toccarci. Infine ci baciamo con passione, come fosse la prima volta tra noi. Lentamente ci alziamo con le nostre labbra unite l'uno a quelle dell'altra. Quindi Mirta si allontana da me ed inizia a spogliarsi. Lentamente, molto lentamente. Prima la felpa, poi le scarpe da ginnastica ed infine i pantaloni. Io la osservo e mentre il mio pisello cresce negli slip, io la imito facendo altrettanto. Prima la cravatta, poi la camicia ed infine tutto il resto. Intanto Mirta si toglie gli ultimi pezzi di stoffa che coprono il suo fisico gravido. Slip e reggiseno! É bella oggi come ieri. Anche adesso che é incinta, nuda davanti a me, non posso smettere di ammirarla. Nonostante la sua gravidanza, rimaneva comunque una splendida ragazza..... donna!
La mia mente inizia a confondere il passato con il presente, ma la sua voce che grida il mio nome, mi riporta alla realtá:
- "Vieni Chase. Qui staremo piú comodi" Disse Mirta trascinandomi nella sua stanza con il mio cazzo tra le sue mani come fosse un cane da tenere al guinzaglio.
Ora siamo nella sua camera da letto, molla il mio uccello e si siede sul letto. Mette le mani dietro le sue spalle, inclina la schiena ed allarga le sue gambe mostrandomi la sua fica. Io in piedi davanti a lei sono sempre piú eccitato. Non era la prima volta che la vedevo nuda, ma era la prima volta che la guardavo con occhi diversi. E quella nuova visone del suo fisico sembrava non dispiacere al mio cazzo che diventava sempre più duro. Mi avvicino a lei, non smetto di osservare la sua fica cosí..... cosí diversa, diversa da quella che mi ricordavo avesse Mirta, ma soprattutto diversa da tutte quelle che avevo visto fino a quel momento. Non era la solita fica depilata, le sue labbra, le sue grandi labbra, erano enormi, gonfie in un modo spropositato. Mi avvicino al suo posto più intimo, mi inginocchio ed inizio a leccargliela. Non appena la mia lingua tocca il suo spacco, Mirta emette un gemito e si distende sul letto. Divarica ancora di piú le sue gambe, metto le mie mani sulle sue cosce ed affondo sempre di piú la mia lingua dentro la sua grande fica. Percepisco dei battiti, la sento pulsare. Poi smetto, bacio le sue labbra all'esterno e mi soffermo qualche secondo ad ammirarle. Non posso non notare che sono esageratamente umide. Vorrei penetrarla, sento le mie palle esplodere ed il mio cazzo gonfiarsi sempre piú. Ma non só come prenderla, come scoparla in quelle condizioni. Fortunatamente é Mirta ad assumere il comando, forse intuisce che per me quella é una situazione nuova. Si alza dal letto ed mi invita a sdraiarmi su di esso. Obbedisco. Completamente supino ed a cazzo dritto, non gli tolgo gli occhi di dosso. Le sue tette sono davvero grandi, leggermente calate, ma sempre gonfie. Adesso é lei che si inginocchia. Mette le mani sulle mi cosce per rimanere in equilibrio, ed inizia a leccarmi l'uccello. La sua lingua parte dalle mie palle fino alla mia cappella, dove si ferma e lascia spazio alla bocca che si infila dentro il mio enorme fungo rosso. Le sue mani intanto passano dalla coscia esterna fino al loro interno, per poi scivolare e salire fino all'attaccatura delle palle. Mentre la sua bocca, la sua lingua, masturba la mia cappella ed i suoi pollici giocano e stimolano i mie testicoli. Ne ha fatta di strada Mirta da quando ero io ad insegnargli come muoversi sotto le coperte. La sua bocca poi lascia il mio cazzo per tornare a leccarmi tutta l'asta, dal basso verso l'alto, una volta, due, tre. Sento lo sperma salire lungo il mio pisello, avverto la sborra pronta ad eruttare. Provo ad alzarmi per prendere in qualche modo Mirta, la voglio sopra di me, dentro di me, in qualche modo. Mentre cerco di alzarmi, la tensione dei muscoli mi fá sborrare, un solo lungo interminabile schizzo che finisce sotto il mento di Mirta, colando poi nel canale che divide le sue tette. Io non spingo oltre, lascio che il mio cazzo si liberi del primo carico di sperma autonomamente e dopo un paio di schizzate, finalmente sono in piedi. Anche Mirta si alza. Ma mi guarda come se volesse dire "come pretendi di scopare da questa posizione?". In effetti oggi sono io che non só dove mettere le mani, o meglio, il mio cazzo. Mirta mi fá nuovamente sdraiare sul letto, ma non completamente. Schiena su di esso e ginocchia piegate con i piedi che toccano il pavimento. Poi lei si avvicina a me, si mette a cavallo e per qualche secondo si lascia osservare senza fare nulla. Poi si piega leggermente verso di me, prende le mie mani, le mette a mezz'aria e con il palmo della sua mano mi fa cenno di aspettare. Fá un passa indietro, si gira di spalle e torna a cavallo su di me, di "retromarcia". Ora capisco. Vuole che la prenda per i fianchi e che l'aiuti a calarsi su di me, sul mio cazzo. Lo faccio! Aiuto il suo fisico ingombrante a scoparmi. Mirta inizia ad abbassarsi sul mio cazzo, piega le ginocchia, la sua fica poggia sulla mia cappella, sento le sue grosse labbra aprirsi, accogliere il mio pisello pieno di sborra. Ci siamo. Se lo infila, glielo infilo tutto dentro. Mirta inizia ad agitarsi, a muovere la sua fica sopra il mio cazzo. Destra, sinistra, avanti, dietro poi effettua movimenti circolari. Le sue labbra avvolgono e stringono il mio pisello, le sento pulsare, lei inizia a godere, sento la sua fica stringersi attorno al mio uccello, sento Mirta gemere. Io ci sono vicino, percepisco lo sperma salire lungo l'asta. Sto per sborrare. Ma poi Mirta, come una sensitiva, si sfila dal mio cazzo, mentre con una mano spinge un punto tra la mia asta e le mie palle. Lo sperma rimane ancora dentro, sono al limite. Si abbassa di nuovo, sfiora il mio cazzo che non é dentro di lei. Il suo culo é sopra le mie cosce e piano piano si avvicina/struscia al mio cazzo. Adesso lo spacco del suo culo tocca il mio uccello. Stringe le sue gambe costringendomi a fare lo stesso. Le mie palle sono schiacciate, sono in tiro sotto le mie cosce. Sento la cappella tirare ed in procinto di schizzare. Poi Mirta, come un atleta, solleva leggermente il suo corpo e cerca di infilare la sua fica sopra il mio palo. La lascio fare aiutandola di nuovo con le mie mani, ma stavolta gliele metto sotto il culo per aiutarla a farsi impalare dal mio uccello. Finalmente la sento scendere sopra il mio cazzo, la sua fica se lo fá scivolare delicatamente tutto dentro. Quindi Mirta inizia a fare su e giú sul mio cazzo. Sono arrivato, la sbora sale, cerca una via d'uscita, le palle gonfie cercano di buttare fuori il loro carico di sperma. Mirta continua a scoparmi, su & giú, su & giú..... si ferma... muove la sua fica in senso orario da seduta... stringe di nuovo le gambe... il cazzo mi tira... cerco di spingerlo piú dentro che posso alzando il bacino.... spingo... spingo... e finalmente vengo, sborro. Sento una lunga schizzata inondarla, poi una seconda, una terza... anche Mirta ha un altro orgasmo, la sua fica non smette di battere... io contiuno a schizzare... a venire piú volte..... poi la sollevo, sfilo il mio cazzo avvolto di sborra e mentre continua ad eruttare, glielo poggio sul suo fondo schiena, lungo lo spacco del suo culo, lo struscio per pochissimi secondi solo per il gusto di vedere la sua schiena innaffiata dalle ultime schizzate del mio pisello. Infine mollo la presa dei sui fianchi e smetto di agitarmi. Le mie palle sono belle che svuotate, giá le sento afflosciarsi e toccare il lenzuolo. Mirta si alza e noto che la sborra ancora gli cola dalla schiena. Ma anche la sua fica non scherza, piccole gocce di sperma le intravedo penzolare dalle sue grandi labbra. Infine si siede vicino a me, dove rimaniamo per qualche minuto in silenzio, in attesa di capire quello che era appena accaduto.
Ma c'era poco da capire. Lei attraversava un periodo negativo con il suo uomo, che negli tempi era assente sia come compagno, sia come amante. E Mirta, nonostante fosse incinta, comunque era una donna e come tale non poteva reprimere l'istinto di fare sesso. Quel sesso che poi mi raccontó, le mancava da mesi. Io invece avevo ritrovato la mia prima ragazza, sempre bellissima nonostante la sua gravidanza, ancora non sposata e con un compagno che la trascurava fisicamente. Questo almeno é quello che ci siamo sempre raccontati, quasi una scusa per quella serata di sesso. La realtá é che io e lei ci siamo sempre piaciuti, ancora oggi proviamo attrazione l'uno per l'altra, ma il destino sembra ci abbia riservato due strade destinate a prendere due direzioni differenti.
Un mese dopo la nostra serata di sesso, l'uomo di Mirta tornó a casa tra mille scuse e centinaia di regali per quel momento di assenza come compagno. Due mesi dopo nacque il loro primo bambino ed a un anno dalla sua nascita, si sposarono. Io e Lei siamo rimasti comunque in contatto, soprattutto con i cari e vecchi SMS (imperdibili e puntuali quelli dei nostri compleanni e di Natale). Ma come ho detto, ormai era arrivato il momento di dividerci, di prendere ognuno la propria strada. Mirta ormai era una donna felicemente sposata ed io avevo forse trovato la persona giusta per iniziare una vita di coppia.
Oggi é una bella giornata e ripensando a tutto questo, ripensando a Mirta, rido da solo sulla panchina del parco della mia cittá mentre attendo la mia donna. Poi il telefono mi avverte che é appena arrivato un messaggio, lo leggo, é lei. É Federica che mi dice che stá arrivando dal fondo del viale. Mi alzo e gli vado incontro. É un mese che stiamo insieme io & lei, ed anche se sono appena trenta giorni, ho voglia di festeggiare. La porteró nel ristorante piú lussuoso della nostra cittá.
E magari..... chi puó saperlo. Forse sará proprio Federica quella giusta!


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Posted by Chase90 10 months ago  |  Categories: First Time, Taboo  |  Views: 449  |  
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Chiara, un'angelica troia

Ciao a tutti, mi chiamo Antonio, per gli amici Tonio e sono un informatico. E non uno di quelli che passano ore e ore a non fare un cazzo davanti al PC, ma uno che lavora nella sicurezza.
Penso di aver passato più tempo a casa di Marco che a casa mia. Non perché avevo una famiglia strana, ma perché da Marco stavo bene, mi divertivo.
Marco ed io abbiamo entrambi 28 anni, amici da sempre e ne abbiamo passate tante insieme, però, quando iniziammo l'università, io scelsi Ingegneria informatica, mentre Marco andò a Economia e Commercio. In tutto il periodo dell'università ci limitavamo a qualche videochiamata su MSN e lì potevamo cazzeggiare di brutto, ma non poteva essere lo stesso di prima. Mi ricordo che, tutte le volte che si parlava, si sentiva in lontananza la voce della sua sorellina Chiara, di dieci anni meno di me e all'epoca aveva 12 anni, che mi chiamava.
"Marco, stai parlando con Tonio? Lo posso salutare?" Come ho scritto in precedenza ero sempre a casa loro e naturalmente l'ho vista crescere e tutte le volte che andavo a trovarli, lei mi aspettava davanti alla porta. Tornando al discorso mi era venuta a salutare via webcam, come sempre mi chiedeva del più e del meno e io ci parlavo sempre perché mi faceva piacere parlare con lei. All'epoca era sempre una bambina, non era ancora molto formata, ma trasmetteva sempre quell'aspetto da angelo.
Ovviamente quando finì l'università tornai al mio paese e cominciai a lavorare presso la ditta di famiglia, in attesa di una risposta di lavoro in un'azienda molto importante. Ogni tanto veniva a farmi visita Chiara, che intanto aveva iniziato a fare Ragioneria, ed era sempre più grande, stava diventando una bella ragazza, un po' più formata. Era sempre una festa con lei, mi faceva compagnia quando c'era mortorio in negozio. In quel periodo iniziai a mettere gli occhi su di lei, perchè iniziava a piacermi, ma all'epoca ero già impegnato e poi ero troppo grande per lei, ma soprattutto era sorella di Marco, il mio migliore amico.
L'anno successivo mi toccò partire per iniziare a lavorare in questa azienda e lasciai tutti al mio paese. Qualche volta andavo in visita, ma ci andavo o per le feste o qualche volta in cui avevo qualche giorno di ferie. Raramente andavo a casa di Marco e Chiara, ovviamente per il poco tempo che avevo e poi perchè l'aria in casa loro era diventata molto cupa a causa della perdita dei genitori di recente. Non potevo immaginare una cosa del genere, perché i loro genitori erano delle bravissime persone, ma la vita è così. E non sapevo cosa potesse capitare ancora.
Un giorno ero a lavoro, una di quelle giornate pesanti che speri di tornare a casa presto, stavo lavorando a dei software quando squilla il mio cellulare: era Chiara, rispondo subito. "Ehi Chiara, dimmi tutto!" "Tonio, Marco... Marco..." - preoccupato chiesi - "Chiara, cosa è successo? Perchè piangi? Che ha fatto Marco?", lei rispose "Marco ha avuto un incidente con la macchina e non ce l'ha fatta."
Marco, da quello che mi hanno poi riferito, stava facendo la Strada Statale come tutti i giorni per andare a lavoro, ma un camionista ha fatto un frontale all'auto di Marco, uccidendolo sul colpo. Da un momento all'altro avevo perso tutto. Se ne era andato un fratello, un amico fidato e soprattutto un mito.
Quando seppi da Chiara la notizia della morte di Marco, iniziai a non capire più nulla, non volevo crederci e subito dopo mi misi a piangere. Chiesi il permesso per tornare a casa, arrivo in paese e mi dirigo subito da Chiara, ora diciottenne. La abbracciai fortissimo, lei aveva bisogno di sostegno, lo stesso anch'io. Sono stati i giorni più brutti che abbia mai passato in vita mia. Ho voluto passare i giorni in ospedale a far compagnia a Chiara, ma soprattutto stare vicino alla bara di Marco in obitorio. Durante il funerale ero vicino a Chiara, non la mollavo più, la volevo proteggere in quel momento. Ero distrutto dal dolore e non riuscivo ancora a capacitarmi di quello che era successo.
Qualche settimana più tardi, dopo che tutto fosse tornato tutto alla normalità, decisi di licenziarmi dal mio lavoro per tornare a lavorare dai miei genitori. Volevo restare a casa, non mi pareva più giusto lasciare Chiara da sola, ora che aveva trascorso quei giorni a casa di una amica di sua madre. Andai a prendere Chiara e la portai a casa sua. Era tanto tempo che non entravo in quella casa e comunque era rimasta intatta. Dopo la morte dei genitori di Chiara e Marco, Marco era l'unico che poteva portare a casa la pagnotta, ma ora che non c'è più nessuno e Chiara che studia ancora, parlai con lei del suo futuro.
"Chiara, voglio fare per te un favore." - dissi io. "Cosa vuoi fare Tonio?" - rispose Chiara. "Ho deciso che tu verrai a vivere da me, anzi, se sei d'accordo, possiamo restare qui. Non ho problemi ad acquistare la casa. Lo faccio per te" - le sorrisi. All'improvviso la sua faccia cambiò espressione, era contentissima. Era come se fosse un traguardo raggiunto per lei. "Sì Tonio, non ci sono problemi".
Allora iniziai questa convivenza con Chiara, un po' come se fossi suo fratello. Io mi ero piazzato in salotto per la notte perchè non avevo voglia di dormire nella stanza di Marco e nemmeno in quello dei loro genitori. Fortunatamente Chiara mi disse che il divano, in realtà, era un divano letto. Tutte le sere ci piazziavamo io e Chiara davanti al televisore in questo divano letto, io in boxer, lei in un pigiama molto largo. Si chiacchierava spesso la sera, perché era l'unico momento in cui ci si trovava tutti e due, di come è andata la giornata, di come andava a scuola e a lavoro, ma una sera cominciammo un discorso strano. Era passato qualche mese dall'inizio della nostra convivenza e questo discorso non me lo aveva mai fatto.
"Senti Tonio, ma te sei mai stato fidanzato?" - disse Chiara. "Sì Chiara, perché?" - risposi. "E quante volte lo hai fatto?" "Chiara, ma che sono questi i discorsi da fare?" "Eddai, che sarà mai. Me lo dici o no?" "E va bene. Qualche volta l'ho fatto, di preciso non so, ma non sono state parecchie". Poi iniziai anche io a farle domande: "E allora dimmi. Te invece hai avuto un ragazzo?". Chiara iniziava a essere un po' imbarazzata e mi rispose con tono basso: "Ehm, ne ho avuto uno solo, ma ero alle elementari". E allora, per farla un altro po' imbarazzare e per divertirmi un po', le chiesi: "Quindi, sei ancora vergine?". Lei arrossì, non mi rispose, e quando Chiara non parla, vuol dire che è la verità. La conoscevo troppo bene, l'ho vista crescere ovviamente. Quindi le feci un'altra domanda: "E scusa, ma non ti piace qualche ragazzo?". Lei mi rispose, sempre più rossa e più imbarazzata: "Sì, mi piace un ragazzo.". E subito rigirò la domanda: "E te Tonio, ti cerca qualche ragazza?" "Non mi cerca nessuno, come faccio alla mia età a rimorchiare?" - risposi - "Non attraggo più come un tempo". "Ma dai Antonio, sei sempre un gran figo e sempre lo resterai" - disse Chiara. "Ma dai non scherzare" "Dico sul serio. Senti, se avessi la tua età, ti starei sempre vicino" "E adesso non lo fai? E prima? Te staresti vicino a me, anche se crollasse il mondo" "Beh, almeno ti farei compagnia. Che dici?".
A quel punto notai un po' di stanchezza, il lavoro mi ha stancato e volevo addormentarmi, ma la presenza di Chiara mi faceva passare il sonno. La guardai in viso, cominciai a sentire dentro di me qualcosa che non provavo da tanto tempo, Chiara è sempre stata una bella ragazza, con quegli occhi più verdi di uno smeraldo, con quei capelli mori che arrivavano alla vita, mi stavo rendendo conto che Chiara mi stava cominciando a piacere sempre più.
Passano settimane, il lavoro era un po' diminuito e finalmente iniziai a uscire dal lavoro un bel po' prima, verso le 18 (di solito finisco verso le 20), mi dirigo un attimo in banca sotto casa mia a prelevare un po' di denaro per poi usarli la sera stessa per mangiare fuori. Avevamo deciso io e Chiara di andare al ristorante per i buoni voti a scuola. Appena prelevato salì in casa, entro e mi dirigo verso il salotto, mentre ad un tratto sento ansimare. Veniva dalla camera di Chiara. Vado a controllare e non avrei mai pensato a quello che avevo visto: Chiara era sdraiata sul suo letto, totalmente nuda mentre si masturbava con un vibratore rosa.
Ero shockato. Non pensavo facesse queste cose. Va bene avesse l'età giusta, ma da una ragazza solare e angelica non me lo sarei aspettato.
Comunque era lì nel suo letto, con le cuffie a palla e gli occhi chiusi mentre faceva penetrare quel vibratore, la sua terza abbondante di seno muoversi a ritmo e la sua vagina un po' pelosa molto bagnata. Fortunatamente non mi aveva notato, ero un po' imbarazzato, ma anche eccitato. Alla fine mi nota e dalla vergogna cercò di nascondersi.
"Antonio, come cazzo ti permetti?" - mi urlò Chiara - "Come ti permetti di invadere la mia privacy?"
"Se non chiudi la porta prima di fare queste cose, forse sarebbe più sicura la tua privacy." - risposi.
"Beh, ero da sola in casa, quindi non mi sono data troppi problemi." - replicò lei - "E comunque, perchè sei già a casa?"
"Ho finito prima di lavorare, ero passato anche un attimo a prendere i soldi per stasera."
Intanto che le parlavo, lei cominciò a fissarmi il pacco, alzò un attimo lo sguardo e disse: "Senti Tonio, ma ti è piaciuto lo spettacolino? Il tuo pacco è gonfissimo."
Ero ancora più imbarazzato, e per di più mi si è indurito e lo ha notato. Non respiravo più, mi batteva il cuore all'impazzata dal disagio. Con un po' di difficoltà le dissi: "Rispogliati che è meglio. Facciamo finta che non ti abbia scoperto!"
Chiara cominciò a dirmi: "A te serve un po' di sesso. Ne fai poco e il tuo uccello non ti ringrazia." "Ma smettila un po' Chiara e non fare la tonta" - risposi un po' seccato. Mentre stavo parlando, Chiara si alzò dal letto e si avvicinò a me. Mi guardò negli occhi e mi disse in modo sensuale: "Io non dico mai bugie. Tu hai bisogno di un po' di sesso". Neanche il tempo di risponderle che si mise in ginocchio, mi abbassò i pantaloni insieme ai boxer e si mostrò ai suoi occhi il mio cazzo.
"Oh merda!" - esclamò esterefatta Chiara - "Ma quanto cavolo è grande questo cazzo? E' il più lungo che abbia mai visto". Afferrò con una mano il mio pene e iniziò a leccarmi la cappella. Volevo reagire, ma quando iniziò a farmi i pompini ero al settimo cielo. Nessuna mi aveva fatto dei bocchini così bene.
Qualche minuto più tardi, dopo aver ingoiato metà cazzo, la prendo e la porto in salotto nel divano letto, la lancio, la afferro per le gambe, gliele apro e vedo la sua vagina bagnata. Mi accorgo che è molto larga, quindi prendo il mio pene e comincio a penetrarla. Chiara godeva come una matta, e non avevo penetrato nemmeno un quarto del mio cazzo. Prima di cominciarla a fottere a modo, le chiedo: "Vuoi che vada con calma oppure penetro tutto?" "Penetrami tutta" - mi urlò. E iniziai a penetrarla tutta.
Iniziai con calma, non sono un a****le, Chiara era tutta rossa, non si aspettava tutto questo cazzo dentro di lei, poi dopo un po' la faccio mettere a galoppo e in quel momento posso fare sul serio. Comincio a penetrarla profondamente e più velocemente. Lei gode un sacco, così tanto che gli saranno venuti diversi orgasmi insieme. Dopo una mezz'ora eravamo ancora a letto a scopare come dei matti. Ero esausto e vicino a venire, mi preparai a effettuare il coito e al momento giusto venì sul ventre di Chiara. Eravamo tanto infanati che non sapevamo l'ora, ci mettemmo a parlare durante un momento di coccole. Io le dissi: "Chiara, fammi capire bene, quante volte lo hai fatto in vita tua?" "Troppe volte!" - rispose allegramente Chiara - "E' impossibile contarle." "Ma allora l'altra sera non mi potevi dire che non eri vergine?" "E' che non volevo che tu pensassi fossi una troia" "Ma Chiara, potevi dirmelo allora, io non mi facevo problemi" "Non te l'ho detto per quel motivo, proprio perchè volevo fare una bella impressione su di te." "E quindi quel ragazzo che ti piace tanto... sarei io." "Sì Tonio." "E siccome siamo in vena di confessioni, anche io mi sono innamorato di te, ma non volevo avere problemi con Marco. Marco era tanto attaccato a te." "Sei troppo dolce Tonio. Senti, ma se Marco fosse ancora vivo, avresti fatto sesso con me?"
"Che domande! Certo che sì, ma ovviamente non avrei mai fatto sapere di questa relazione." "Ma anche in quel contesto sarei stata insicura a rivelarti la mia frequenza sessuale." "E io non mi sarei mai fatto problemi. Anzi, ora per me sei la mia angelica troia." "Ma grazie Tonio."
Ad un certo punto ci accorgemmo dell'ora. Erano le 19:30, avevamo prenotato il tavolo per le 20 e noi eravamo ancora nudi sul mio divano letto. Decisi di chiamare il ristorante e di spostare la prenotazione per il giorno dopo. Chiara mi disse: "E ora che facciamo?" "Cosa vuoi fare te?" - risposi - "Scegli te!". Chiara disse una delle frasi più fantastiche di sempre: "Un'altra ora di sesso?" "E un'altra ora di sesso fu!"

(Ogni riferimento è puramente frutto dell'immaginazione dell'autore)... Continue»
Posted by sex_lover_95 2 months ago  |  Categories: Voyeur, Masturbation, First Time  |  Views: 1049  |  
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Un po' di me

Questa è la storia di chi (io), rimirando l'alba di un radioso giorno d'estate del 2008 (era il giorno del mio 40° compleanno), decise una volta per tutte di dare una svolta alla sua vita, anzi di cominciare finalmente a viverla la propria vita.
Certo, la svolta non è stata così repentina, è stata il frutto di un processo più lungo, ma tutto sommato rapido rispetto all'immobilismo durato oltre 25 anni.
Mi sono detto: sono gay, mi piacciono gli uomini e mi piace da impazzire scoparmeli, e lo devo fare senza più nessuna remora o vergogna, prima che sia troppo tardi.
Fino ad allora, infatti, negavo strenuamente al mondo, ma sopratutto a me stesso, quella verità e mi negavo la vita.
Ma quella verità, che doveva essere soffocata, in realtà viveva nel segreto della mia camera o nella penombra del solito cinema porno, dove però i miei freni "negazionisti" avevano sempre la meglio: ero lì seduto, rigido come un ciocco di legno a guardare - con invidia - gli altri che, nel fondo del locale, giustamente si davano da fare (se non altro per giustificare il costo del biglietto).
E poi, non mi è ancora chiaro per quale condizionamento psicologico, anche quando - rare volte - riuscivo a forzare la paralisi, negavo la mia mascolinità e mi riducevo a sparare pompini al primo che capitava.
Ebbene, l'ultimo di questi pompini mi fece davvero schifo, non perché l'uccello prescelto puzzasse o non funzionasse, anzi mi ero scelto un bel signore, di una certa età, ma con un vigoroso cazzo giovanile come il suo padrone, ma evidentemente perché la mia vera natura, all'alba del quarantennio, aveva deciso finalmente di venir fuori.
Il giorno dopo ritornai nel cinema e, dopo le ultime due ore di lotta con i miei assurdi freni, mi decisi, mi alzai, andai nel fondo del locale, mi appoggiai al muro e mi tirai giù la lampo, me lo tirai fuori delle mutante e cominciai a smanettarmelo, in attesa che qualcuno si avvicinasse.
Fui fortunato, venne da me un bel ragazzo, alto e magro che, timidissimo come e più di me, dopo qualche esitazione mi si inginocchiò davanti e cominciò a leccarmi la cappella.
Io davvero non so descrivere a parole cosa ho provato in quel momento, era la svolta, la liberazione da anni di paralisi e di negazioni e forse fu più per questa intima soddisfazione che per la maestria del mio partner (poverino, alla luce delle esperienze successive, devo proprio dire che il ragazzotto i pompini proprio non li sapeva fare), che gli sborrai sulle labbra dopo appena un decina di pompate.
Lo so, voi lettori mi direte: ma questo qua proprio su xhamster ci doveva raccontare del suo percorso psicoanalitico verso la liberazione? Avete ragione, ma ho sentito l'esigenza di farlo un po' per me, un po' per descrivere una condizione in cui altri possono trovarsi o essersi trovati.
La prossima volta, lo prometto, mi narrerò di qualche porcata arrapante che mi è capitata (ovviamente dopo il 40° compleanno!).
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Posted by avvtop 3 years ago  |  Categories: Gay Male  |  Views: 582  |  
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LA METAMORFOSI DI SELENE


Un drastico ritorno al passato per riattraversare momenti fatidici e ritrovare la propria sensualità totale.



I

Maggio 2011

- … e quindi?-
Nella penombra dello studiolo lo schermo del portatile di Selene all’improvviso si illuminò, attirando, ovviamente, l’ attenzione di Carlo.
Voleva dire che il PC non era spento ma si era solo posizionato sulla funzione: risparmio energetico … però, non era spento.
Chi diavolo poteva essere?
Erano passate le due della notte!
Benché assonnato, Carlo realizzò con rapidità la situazione.
Era solo, nel letto, a dormire: quando il telefono aveva squillato, infatti, Selene non era con lui.
Al momento aveva pensato, ancora intontito tra veglia e sonno, che la sua giovane moglie, fosse nel bagno o in cucina. Adesso intuì che forse era al PC.
“Strano” pensò tra sé e sé.
Ovviamente Selene non poteva immaginare che alle due l’ avrebbe chiamata sua madre chiedendole di raggiungerla quanto prima: il papà stava male!

Carlo le aveva passato il telefono nel corridoio e, subito, indossato un giaccone, Selene si precipitava verso casa dei genitori: pochi passi dal loro isolato.
Quindi adesso cosa avrebbe dovuto pensare?
Probabilmente Selene era in chat davanti al computer.
Carlo avrebbe voluto ignorare lo schermo acceso, ma la curiosità ebbe la meglio su tutti i lunghi discorsi sulla stima e sulla fiducia reciproche.
Sullo schermo troneggiava da due minuti quella sola, insignificante, ma pericolosa scritta: - … e quindi? -
Rapido rispose con il solito, banale: - Asp. … telefono ! -
Attese, restando sulle spine.
Dopo alcuni interminabili momenti, qualcuno dall’ altro lato, scrisse: - OK –
Rapidamente Carlo cercò la conversazione precedente per capire, per sapere.
Il probabile “lui” dall’ altra parte dello schermo si firmava: Franco.
Con crescente raccapriccio si rese conto che le parole scritte finora andavano ben oltre una semplice amicizia.
“Cazzo!” Pensò tra sé e sé. Che idiota era stato a credere che Selene sarebbe stata diversa dalle altre donne! Una vera doccia fredda per lui.
Avrebbe voluto e potuto agire diversamente, ma per la rabbia e la sorpresa agì d’ impulso: si sedette e digitò sulla tastiera:
- Ascolta - scrisse lentamente - la tua amica Troia è uscita, ed io sono suo marito. Non so se lei ti ha detto che è sposata! –
Pochi attimi dopo, lenta e strana, sullo schermo si formò la scritta:
- E quindi? -
- Ascolta, coglione, adesso vedi di sparire … - scrisse Carlo, incazzato nero.
Ma sul PC apparvero una dopo l’ altra queste parole:
- Aspetti,
non sia precipitoso
mi lasci parlare
ho una proposta veramente interessante …
per lei.
Le offro un’ occasione unica, mi stia a sentire
per solo cinque minuti. –

Carlo era allibito.
Pensò “Ma questo e’ davvero stronzo!”
Poi scrisse sui tasti con sarcasmo: - E quindi? Fammi vedere dove cazzo vuoi arrivare! –


II

Settembre 2011

- Che idiota! –
Era talmente arrabbiata con se stessa, si sentiva talmente impotente in quel momento, che gli occhi le si riempirono di lacrime.
Non poteva crederci di essere finita in quella trappola.
Con quanta ingenuità c’ era cas**ta. Furba, sempre sulla difensiva, malfidata nei confronti degli uomini …
Ed ora, eccola lì, legata ai piedi di quel cavalletto, dove volontariamente (incredibile a dirsi), si era poggiata, supina.
La sua mini di cotone era rattrappita sui suoi fianchi, la maglietta tirata su per scoprire i seni. Accartocciato sotto la pancia, come uno straccio, il suo reggipetto.
Lei pesava ora sui suoi grandi seni, sudati.
Il suo tanga color rosa, indossato con un pizzico di femminilità per far risaltare i glutei nudi sotto la minigonna bianca, era stato abbassato a meta altezza, tra il sedere e le ginocchia.
Legata mani e piedi al cavalletto col sedile di cuoio, era costretta a tenere in bella vista il suo culetto prorompente e sodo e, pensò con amarezza, la vulva aperta, a causa della divaricazione imposta alle cosce da quella posizione.
Come aveva fatto a finire lì?
Come si era lasciata ingannare, per poi ritrovarsi ridotta in quello stato servile e sottomesso?
Non poteva nemmeno gridare, né ribellarsi. Le era stato detto chiaramente, anche se con voce dolcemente ironica:
- Non pensarci nemmeno! Altrimenti tuo marito se la vede brutta. Capito? – l’ uomo le aveva carezzato la schiena – Non c’ è che dire, sei una bella donna. Proprio come pensavo. –
Poi riprese, minaccioso:
– Tu limitati ad obbedire! Accontentami per oggi e ti prometto che domani tutto questo non ti sembrerà che un sogno. –
Lei lo mandò affanculo, ribellandosi per quanto poteva, bloccata al cavalletto.
Lui rise e le impose di star buona, se voleva rivedere il suo uomo con tutte le ossa a posto.
Fu allora che, facendo attenzione a non toccarla, l’ aveva spogliata alla meglio e le aveva abbassato le mutandine, solo di quel tanto che bastava per liberarle la figa e (pensò con sgomento) anche il sedere.
Poi Franco la lasciò, completamente sola, in quella stanza calda e strana.
Non era del tutto scomoda.
Il cavalletto era rivestito, ma l’ imbottitura era morbidissima, come quella di un divano.
Dalla sua posizione poteva vedere quasi tutta la stanza.
Il pavimento era di maioliche a tozzetti bianche come quelle dei depositi alimentari, lavabile e sanificabile.
La cosa più strana era che quel pavimento non era dritto, ma aveva una lieve pendenza dai lati verso il centro della camera: pendeva verso uno scarico quadrato coperto da una grata di acciaio, come fosse un tombino.
Oltre al cavalletto, vide su un lato, una specie di altalena.
Funi bianche scendevano dal soffitto attaccate a grossi anelli e finivano negli occhielli di una specie di fascia, forse un sedile, fatto di pelle.
Di fronte a lei un tavolo con sopra alla rinfusa un PC portatile e varie attrezzature, probabilmente cinematografiche, vicino al tavolo due trespoli con lampade professionali, come quelle che si usano negli studi fotografici.
Con un certo sgomento, vide alle spalle della scrivania, proprio a fianco a uno schermo gigante fissato al muro, una rastrelliera in legno che tratteneva, ordinati e in fila, una serie di attrezzi poco rassicuranti: frustini, un asse piatta e una striscia di pelle entrambe con il manico di legno. Varie corde, molti bastoni, alcuni con il manico a forma di enorme fallo.
In un angolo un grosso lavabo in acciaio e accessori non meglio identificati, che lei preferì ignorare.
Passarono alcuni minuti che le sembrarono ore.
Fu presa da un senso di abbandono e di disinteresse, come se fosse stata dimenticata … completamente, ignorata. Senza valore.
La sensazione più orribile che avesse mai provato, e che più detestava nella vita, era tornata ad impadronirsi di Selene, trasformandola da colonna portante a ultima ruota del carro.
La minaccia di fare del male a Carlo aveva avuto un effetto sconvolgente sulla sua psiche. Lei ora si sentiva responsabile, in pericolo e vulnerabile.
Suo marito era completamente vittima in quella situazione, del tutto innocente e inconsapevole.
Lei lo aveva trascinato fino ad Atrani, quel paesino a picco sul mare, dall’ aspetto innocente e sonnacchioso.
Lei si era voluta togliere la curiosità e lo aveva invischiato in quella sordida avventura, mentre lui, più debole e tranquillo, si era più volte ribellato a quella sua idea di passare un week end nel sud Italia, ospite di uno che, alla fine, non era che uno sconosciuto.
Purtroppo … non aveva fatto abbastanza per dissuaderla veramente.
Al contrario, aveva fatto sì che tutti problemi logistici venissero facilmente superati. Certamente, per amore, aveva capito e sostenuto i suoi desideri. Poverino.
E adesso la situazione si presentava ancora più cupa e tragica: da una settimana, infatti, aveva saputo di essere incinta di lui.
Proprio come, mesi prima, quel maiale di Franco aveva previsto.
Ricominciò a piangere silenziosamente.

III

Come in un flashback gli avvenimenti di quegli ultimi mesi le passarono davanti agli occhi della mente.
Tutto era cominciato nel più canonico dei modi: su internet.
Niente tresche su Facebook o avventure al buio su Badoo, intendiamoci.
Lei, per hobby, amava scrivere qualche novella erotica ed aveva trovato il sito adatto per pubblicarle … un ambientino “signorile”, per così dire.
Perché lo faceva?
Beh, perché lei era una “brava signora” da circa sei anni, ormai. Ma non poteva del tutto dimenticare di essere stata una ragazza, spesso molto disponibile, con una carica erotica simile ad un vulcano: sopito, ma mai spento.
Dai diciotto ai venticinque anni aveva fatto, appena si presentava l’ occasione, collezione di uomini.
Appagava così due suoi enormi bisogni: prendere cazzi di ogni tipo, in ogni instante e “maltrattare” gli uomini che la possedevano.
Niente di violento naturalmente, lei amava solo … deluderli.
Scopava con uno per far sapere all’ altro, che non era stato un granché a letto.
Alcuni ragazzi, più coinvolti sentimentalmente, ci rimanevano male a scoprire che lei non li considerava il centro del suo universo e che, alla prima occasione, si lasciava fottere dal loro migliore amico, con la stessa disinvoltura con cui si era fatta scopare all’ improvviso da loro.
Insomma: ognuno si sentiva il fortunato di turno per un attimo e, dopo poco: una nullità dal punto di vista sessuale, uno da buttar via dopo l’ uso.

Con Carlo era stato tutto diverso, però.
Non era bello, ma nemmeno brutto.
Era un uomo dolcissimo e lei lo aveva conosciuto in una singolare circostanza.
Appena laureata, fu fortunata a trovare lavoro.
Decise subito di andare a vivere da sola e sancire così la sua definitiva indipendenza.
Proprio il giorno in cui entrava in modo ufficiale nella nuova casa, una dependance ricavata dal piano terra di una villa del novecento, veramente bella, si trovò di fronte ad uno spettacolo piuttosto singolare: un’ esequie.
La vecchia signora che viveva sola, la proprietaria della casa, era morta.
Alcuni amici e parenti si salutarono davanti ai suoi occhi perplessi. Tra loro, per la maggior parte persone anziane, spiccava la figura di un giovane sulla trentina, alto, silenzioso.
Aveva spalle larghe e fisico asciutto, il taglio rasato dei capelli gli dava l’ aspetto di un militare.
Il suo sguardo era smarrito, perduto nel vuoto.
Un vecchio signore gli parlava sommessamente, con aria di circostanza e da come lo salutarono amici e parenti, Selene si convinse di trovarsi di fronte al figlio della donna scomparsa.
Restò in macchina perplessa sul da farsi. Dopotutto i contratto era fatto, e con l’ agenzia, tra l’ altro. Lei aveva versato un congruo anticipo!
Quindi da donna pratica decise di aspettare che tutti fossero andati via, poi cominciò a portare dentro gli ultimi s**toloni, con le sue cose.
Era sola nel grande cortile, dotato di un elegante e curato giardino; stava cercando di decidere se provare a entrare con la macchina dal cancello per metà spalancato.
Non era segnata questa opportunità, sul contratto.
Decise per il no, meglio evitare discussioni … anche se: non c’ era nessuno.
Ma appena si avviò verso la casa, si trovò di nuovo davanti il giovane vestito di scuro.
Aveva gli occhi arrossati e una espressione stanca.
- Buongiorno - le disse – lei deve essere la signorina Selene, se non sbaglio!
Io sono Carlo, sono … ero il figlio … - fece un cenno con la testa verso la casa.
Lei gli tese la mano e lui riprese subito:
- Lei sarà da sola qui per un certo periodo, e io vorrei chiederle qualche favore; naturalmente pagando il disturbo. Mi permetto di chiedere perché mi trovo in una situazione molto imbarazzante. –
Selene non capiva e preferì ascoltare, per rendersi conto di cosa le stava per proporre, pronta a contattare l’ agenzia e, se necessario, un avvocato.
Laconicamente si lasciò sfuggire un: - Veramente … io …
comunque, condoglianze per sua mamma ! –
- Oh, grazie, davvero - disse lui, poi aggiunse – le spiace se ci accomodiamo un attimo in casa sua? –
Le piacque quel “casa sua”, la fece sentire “grande”.
– Ma certo, venga. – gli disse con un sorriso, lasciandosi seguire all’ interno.
Il giovane le spiegò di essere un militare, un ufficiale, tecnico di marina, impegnato nel golfo Persico. Era alla sua ultima missione, tra pochi giorni sarebbe diventato ufficialmente “borghese” e iniziato una carriera come ingegnere, presso un cantiere di edilizia marittima, a La Spezia.
In pieno spostamento burocratico, incasinato fino al collo, doveva ripartire immediatamente per il Golfo.
La informò che l’ uomo anziano con cui discuteva era il padre, divorziato dalla mamma da tanti anni. Viveva in Inghilterra e probabilmente era già ripartito.
Insomma il giovane era solo e non sapeva a chi rivolgersi per le piccole incombenze della casa.
Lei avrebbe dovuto tenere le chiavi e in emergenza aprire a qualche operaio, pagare qualche bolletta, controllare anche la posta.
Le promise che sarebbe stato solo per poche settimane, poi lui, una volta in Italia, si sarebbe occupato a tempo pieno di quella casa, e tolto lei dalle spine.
Selene non ebbe il coraggio di rifiutare.
Si scambiarono i numeri di telefono e la casella e-mail per la comunicazione di documenti.
- Non so come ringraziarla, davvero. Non avrei potuto essere più fortunato a risolvere in
poche ore tutto questo. Lei, Selene, è apparsa come un angelo, in un giorno, come dire, un po’ pesante! –
Voleva lasciarle del danaro, ma Selene lo rifiutò.
Sulla porta la salutò molto gentilmente, poi fece una cosa che la lasciò senza parole e lievemente commossa: la abbracciò e la baciò in modo formale sulle guance, stringendola al petto, ma con vigore inaspettato.
Lei capì da quel gesto quanta solitudine aveva nel cuore quell’ uomo.
Vide passare un ombra nei suoi bellissimi occhi chiari.
Nel prendere un Taxi, le disse: - Metta pure dentro la sua auto, c’è tanto spazio … faccia come se fosse a casa sua. Addio! –

Passarono quasi due mesi.
Il senso di responsabilità di una ragazza giudiziosa, l’ investitura a “padrona” della situazione, la fiducia riposta in lei e nelle sue capacità, fecero piacere a Selene e lei attribuì questa nuova vita alla sua maturità, ormai acquisita, alla “veneranda” età di ventisei anni.
Ormai si sentiva con Carlo quasi tutti i giorni. Aveva seguito la casa come fosse la sua. Anche i suoi genitori la vennero a trovare e furono contenti della sua sistemazione.
Poi lui tornò.
Lei si era molto affezionata a quell’ uomo e, non avendo impegni sentimentali particolari, si era fatta intorno un certo “spazio vuoto”. Anche se con se stessa trovava mille scuse, mai si sarebbe sognata di sussurrare la parola: amore!

Lui tornava a Piacenza tutti i venerdì, a volte anche il giovedì sera.
Tutte le scuse erano buone per stare insieme.
Una sera lui ebbe un piccolo incidente facendo un aggiusto in casa e lei accorse per aiutarlo. Gli medicò un taglio al braccio che si era procurato.
Era tardissimo.
Lui le volle offrire un bicchiere di vino frizzante, come ricompensa; poi soli, seduti sul divano si guardarono senza sapere bene cosa fare. Fino a che lei prese l’ iniziativa …
Si tolse i jeans, gli slip e si mise a quattro zampe affianco all’ uomo, che la osservava sconvolto.
Con gesto rapido, gli tirò fuori dal pantaloncino il pene moscio e impreparato. Lo prese in bocca e cominciò a succhiare delicatamente ma incessantemente.
Carlo si eccitò rapidamente e capì finalmente cosa fare con le mani a quelle natiche e a quella fighetta, tanto vicine al suo viso.
Comincio a carezzare, ad esplorare, scivolando sul culetto, che aveva tante volte sognato, seguiva le gambe perfette e depilate, lisce come seta.
Un calore profondo alla pancia lo fece sussultare e senza aspettarselo venne copiosamente e in modo liberatorio nella bocca di Selene.
Lei, senza mollare, succhiò lo sperma fino all’ ultima goccia.
Fiottava a sorsi, senza fermarsi, come l’ acqua scorre da una cannula, attraversava il canale del cazzo e lei sentiva l’ ondata lieve, che arrivava e poi sgorgava sulla sua lingua, per poi essere aspirato in gola.
Non si tirò indietro, nonostante per un attimo si fosse sentita soffocare, ma era decisa a
berla tutta. E così fece.
Dopo alcuni minuti, lasciò che il cazzo scivolasse dalla bocca, perfettamente pulito.
Ne era certa: con quell’ uomo la sua vita sarebbe cambiata.

Da quel momento cominciarono a stare sempre più insieme e poi dopo una convivenza effettiva, si sposarono, con la benedizione dei parenti e con l’ approvazione dei pochi, sinceri, amici.
Dopo quasi 4 anni di matrimonio il menage si fece, naturalmente un po’ monotono. Non avevano bambini, non avevano preoccupazioni economiche, tutte caratteristiche adatte per sentirsi annoiati.
Selene ogni tanto ripensava a qualcuna delle scopate più memorabili del suo passato.
Carlo, meno avvezzo di lei alle avventure erotiche, sentiva comunque un certo friccicore nel pensare, nel desiderare qualcosa di nuovo, ma soprattutto sentiva che lei avrebbe avuto, ogni tanto, bisogno di altro.
Non avevano segreti e lei gli aveva fatto capire il suo modo di vivere il sesso da ragazza, come mortificazione e punizione dell’ orgoglio del maschio di turno.
Se dal punto di vista psicologico poteva anche farne a meno, “guarita” da quella esigenza di vendetta, che si perdeva nel suo passato rimosso, quelle avventura all’ epoca monotone, diventavano, nei suoi ricordi, piacevoli spunti per le sue masturbazioni.

IV

Passava tanto tempo al PC per motivi di lavoro e spesso gironzolava tra i siti, anche porno, alla ricerca di distrazione.
Un giorno scoprì uno spazio dedicato a racconti erotici e confessioni sexy di utenti dilettanti. Per ammazzare la noia si divertì a scrivere, romanzandola, qualche sua esperienza.
Non aveva detto a Carlo di questo “gioco”, ma solo perché ancora non era capitata l’ occasione.
La divertiva scrivere, e descrivere, quelle storie, cercando di renderle intense ed eccitanti.
Cominciò anche a ricevere delle e-mail, alcune corrette, altre volgari, ma quello che le procurava piacere era immaginare che un altro, del tutto sconosciuto, si masturbasse e venisse leggendo le sue pagine.
Quel pensiero la faceva sentire “profanata” da sconosciuti.
Una libidine del tutto nuova.
Fino a che, un giorno maledetto, le scrisse Franco, un altro “scrittore” comparso dal nulla.
Aveva un modo diverso di contattarla rispetto agli altri.
Sembrava veramente interessato a lei, aveva un modo di chiedere e di proporsi
particolarmente intrigante.
Dolcemente e con maestria penetrò nella sua blindatura mentale e digitale … diede e prese fiducia, le presentò di se l’ aspetto paterno e familiare, ma anche la capacità di provare eccitazione e di procurane.
Franco la capiva profondamente, capiva soprattutto quel lato sopito della sua sensualità, che non poteva essere completamente cancellato dalla sola forza di volontà.
Le fece rendere conto che lei non era giusta nei confronti di Carlo, perché amare non poteva diventare una crociata che limita i nostri desideri e le nostre aspirazioni.
Se l’ amore ci comprime e ci limita, pian piano cominceremo ad odiare, invece di amare e a sopportare, senza saper più godere.
Avrebbe spesso voluto parlare con Carlo di questa sua amicizia, ma non si presentava l’ occasione.
Una sera, anzi una notte, mentre Carlo dormiva, lei si era trovata trascinata in una chat oltremodo “hard” con Franco, dove gli descriveva del tipo di piacere che provava da ragazza a cambiare continuamente partner.
Di quelle volte in cui cercava di combinare gli appuntamenti con più di un ragazzo, per riuscire a farsi venire dentro dal secondo con cui stava, mentre ancora all’ interno della vulva, teneva la sborra del primo.
Una volta che da ragazza, era stata sola un casa, aveva fatto in modo di ricevere tre “visite”.
Con scuse varie si fece chiavare dai suoi amanti senza quasi lasciare il suo letto, e dopo il terzo che mandò rapidamente via con una scusa, ebbe la faccia tosta di telefonare ad un vicino, medico, che aveva sessantacinque anni: un amico di famiglia.
Gli disse di avere un forte mal di stomaco e gli fece trovare la porta socchiusa.
L’ uomo rimase stupito davvero dalle sue avances molto spinte, aveva fatto di tutto per riuscire a ribellarsi, ma la vista e il contatto del corpo giovane e sinuoso di Selene fece si che l’ eccitazione superasse il senso di professionalità.
Così lei si mise a gambe aperte sul bordo del letto e lui esausto le spruzzò in figa una notevole quantità di sperma.
Quando anche lui se ne fu andato, Selene ripensò a ciò che aveva fatto. Si spostò, lasciva e depravata, nella doccia, dove in solitudine, cominciò a masturbarsi, accovacciata per terra.
Intanto lenti e tepidi le scorrevano da dentro fiotti di sborra ormai liquidi e saponosi, le fuoriuscivano dalla vagina e scendevano lungo le cosce.
Qualcosa di appiccicoso, che aveva l’ odore delle varie sborre mescolate nella sua “coppa”, la sporcava e le attaccava l’ olfatto.
Man mano che veniva violentemente, raccoglieva con le dita l’ acquiccia che le imbrattava le carni, se la spalmava sui seni, sul viso, sulla lingua e poi la succhiava, leccandosi le dita.
Mentre raccontava queste sue esperienze estreme a Franco, improvvisamente, fu interrotta dal telefono che squillava solitario. Erano le due di notte.
Carlo assonnato, con voce impastata, le porse il telefono: era sua mamma. Il padre si era sentito male e doveva essere ricoverato al più presto.
Il malore per fortuna si risolse per il meglio, ma lei era rimasta col dubbio atroce di non avere spento il Computer, nella fretta.

Era sulle spine, ma quando finalmente poté tornare a casa il PC era spento.
Non fu tranquilla finché non sentì la voce al telefono di Carlo.
Tutto bene.
Non aveva letto niente. Per lei sarebbe stato imbarazzante spiegare al marito quella strana relazione.
Decise che nel week end successivo avrebbe parlato con Carlo: di lei, di Franco e dei racconti erotici.
“ E questo era stato il mio grande sbaglio!” pensò con tristezza e impotenza, in quella stanza strana che sembrava un covo di torture.
Alle spalle del ”burattino” non puoi assolutamente sapere chi è il Burattinaio.

V

Ogni istante che passava l’ angoscia si faceva strada nel suo animo.
Il senso di impotente responsabilità, anche per aver trascinato Carlo in quella storia, la attanagliava: “E adesso?”
Chissà il povero Carlo in quale scabrosa situazione si trovava a causa sua.
Subito dopo aver raccontato al marito di questa sua amicizia, vide che lui l’ aveva presa bene. Nei mesi successivi non aveva mai recriminato per le sue chat e per il tempo che dedicava al PC.
Al contrario spesso anche lui partecipava “trasversalmente” al gioco; a volte avevano chiacchierato, molto apertamente e ai limiti dell’ hard, tutti e quattro, cioè anche con la moglie di Franco, sempre che veramente quella donna fosse la moglie.
L’ uomo era abile nel parlare e sapeva far salire la pressione nell’ interlocutore. Le paroline giuste al momento giusto le provocavano spesso un piacevole pizzicore.
Una volta le chiese in “regalo”, poiché li aveva eccitati particolarmente, di dedicargli quella stessa notte una scopata.
Quando Carlo sarebbe venuto dentro di lei, ognuno di loro due avrebbe pensato intensamente di fottere con uno di loro: Carlo con la moglie di Franco e lei con Franco stesso.
Mentre proponeva tutto questo, erano su Skipe, si vedeva chiaramente la moglie di Franco che abbassava e alzava la testa, dai lunghi capelli, sulle sue gambe: insomma gli faceva, in diretta, un languido bocchino.

A colpire Selene era la grande capacità di lui di leggerle nella mente.
Sapeva talmente tante cose di lei che a volte la stupiva.
Anzi, si chiedeva spesso se avesse delle doti paranormali, visto che si dilettava di Geomanzia e di Astrologia.
Le aveva regalato anche un “responso” che l’ aveva lasciata sbalordita.
Penetrava in molti aspetti della sua vita, che non avrebbe assolutamente potuto conoscere.
E infine riuscì a scavare nel suo subconscio, descrivendo per grandi linee l’ episodio della sua giovinezza che l’aveva resa poi una cacciatrice di uomini “usa e getta”.
Perché a lei era successo proprio così.

Negli anni del liceo un’ amicizia sbagliata l’ aveva portata in un giro pericoloso, dove un suo ragazzo, un mezzo delinquente, l’ aveva costretta a fare sesso con chi voleva lui, spesso vendendola, come fosse una prostituta.
In quei pochi mesi, lei che proveniva da una famiglia per bene e di gente corretta, si ritrovò con la feccia delle discoteche peggiori.
Il giovane la ricattava e la terrorizzava, minacciando che avrebbe detto tutto ai suoi, con tanto di foto che la ritraevano mentre aveva rapporti con più uomini e in pose estremamente esplicite.
Per fortuna suo padre aveva un amico che era un pezzo grosso della Polizia, che le era affezionato. Questi, del tutto all’ insaputa dei suoi, si era inserito nella storia.
Aveva recuperato le sue foto e convinto il giovane a sparire completamente dalla vita di lei e … dalla città.
Le foto vennero bruciate.
Ma “l’ amico” pretese di scoparsela varie volte, per sdebitarsi.
Questi episodi l’ avevano resa diffidente e vendicativa verso gli uomini.
Amava dimostrare che non valevano niente e desiderava bastare totalmente a se stessa.
Con Carlo erano sposati ormai da tempo, ma in realtà era lei, col suo carattere forte ad averlo diciamo così, adottato.
Gli voleva bene davvero, ma il suo era più un atteggiamento materno, che quello dell’ amante focosa.
Purtroppo negli ultimi anni, i rapporti sessuali erano scemati parecchio, lei più che fare sesso con lui, accudiva amorevolmente alle sue esigenze, facendolo sborrare ogni tanto, quasi fosse un’ incombenza da espletare.
Ma nei loro rapporti non c’ era più quel mordente, quella tensione erotica che ci sarebbe voluta per lei … e inoltre, non avrebbe mai avuto il coraggio di confessare al marito, i desideri reconditi che si agitavano nel suo pancino.

VI

Intanto … adesso era lì …
Come un trofeo di caccia, legata al cavalletto: le cosce aperte, le chiappe completamente esposte e le grandi labbra divaricate. Per la posizione che doveva tenere, la figa era secca e provava fastidio.
I polsi e le caviglie iniziavano a dolerele. Era passata quasi mezz’ ora.
E pensare che si era lasciata legare proprio lei.
Arrivati ospiti in quella grande casa sperduta tra le colline della Costiera Amalfitana, si erano trovati in un ambiente accogliente e cordiale.
Erano arrivati in mattinata, dopo aver pernottato a Roma.
C’ era Franco, giovanile nonostante i cinquanta, molto ospitale.
Li aveva messi immediatamente a proprio agio, come amici di vecchia data.
Poi incontrarono anche la moglie, una vera sorpresa, vista dal vivo: alta, statuaria, dalle forme giunoniche, estremamente riservata, ma non distaccata.
Era più giovane di lui, praticamente una ragazza.
Selene aveva dovuto ammirare la bellezza speciale di quella donna, che non era passata inosservata nemmeno al marito, Carlo.
L’ aveva portata in giro per casa ad apprezzare il paesaggio e i panorami mozzafiato, la frescura delle logge, le camere bianche e altissime, dalle volte a botte.
Poi giù, nelle cantine e, infine, nella stanza che lui aveva chiamato: “palestra”.
Con la scusa di voler s**ttare una foto e fare uno scherzo al marito, le aveva chiesto di adagiarsi sul “cavallo” … e da quel momento tutto era cambiato. Le certezze di Selene erano precipitate in un baratro e lei si era ritrovata proiettata in un incubo che la stava annientando.
Da lontano senti, improvviso, una musica: forse da uno stereo.
Si udivano anche delle voci, qualche risata.
Selene non riuscì a trattenersi e senza pensare alle conseguenze, con una voce fioca e rotta, cercò di gridare:
- Aiuto … per favore, aiuto ! –
Me niente cambiò per alcuni minuti, forse non potevano sentirla.
Poi entrò lei, la moglie di Franco, vestita come una cameriera, con un camice azzurro di cotone, estremamente semplice.
Sotto portava calze chiare color carne. Il camice era esageratamente sbottonato sul davanti. Non le prestò particolare attenzione.
Selene cominciò a pensare di essere in un sogno, anzi in un incubo.
La donna spostava oggetti nella penombra; poi si avvicinò al lavello e cominciò a sciacquare qualcosa che Selene non vedeva.
La ragazza si trovava in un situazione assurda, si rivolse alla donna:
- Per favore. Per favore mi aiuti. Non è possibile, mi aiuti, sto impazzendo –
Le sembrava un’ allucinazione, non riusciva a credere di essere proprio lei, in quel posto, in quella posizione: prona e sottomessa, a implorare un poco d’ attenzione.
Normalmente avrebbe già fatto intervenire il genio civile, la guardia costiera, i carabinieri e persino la guardia svizzera, in una situazione tanto assurda.
La donna non rispose, ma accennò un lieve sorriso.
Si portò verso la porta, con fare circospetto, come per controllare che nessuno la sentisse. Poi tornò a sfaccendare per la stanza e le disse sottovoce: - Non ti preoccupare, aspetta, non durerà a lungo. Non ti preoccupare. -

A quel punto entrò Franco, con un sorriso spavaldo:
- Oh, ho! – disse con ironia - la bella signora è ancora qui, bene! –
Selene era arrabbiata, livida e con disprezzo disse di rimando:
- Insomma, la smetti con questa farsa, idiota? – poi aggiunse con rabbia – Pagherai caro questo scherzetto, vedrai! –
L’ uomo rispose, con un gesto teatrale, come rivolgendosi a una invisibile platea:
- Oh, oh! Vedete? La vittima minaccia. Sbraita. Ma vedi, cara signora, non mi pare proprio che tu sia in grado di dettare ordini, o mi sbaglio? –
Si avvicinò e le diede una palpata significativa a una delle chiappe, come se rimproverasse un ragazzino con un pizzicotto sulla gota.
Si toccò la cinta dei Jeans, come per minacciarla, poi aggiunse tagliente:
- Niente punizioni corporali, non ti diverti tu e di conseguenza non mi diverto nemmeno io. –
Poi aggiunse: - Facciamo così: se osi ancora alzare la voce o minacciare … Ok! Vado via e ci rivediamo domani a questa stessa ora … va bene? – la guardò canzonatorio dritto negli occhi – Che dici, vuoi così? -
- No, aspetta … - disse Selene – io … io mi sento male ! –
- Ti farà stare ancora peggio, ricordarti che Carlo è in mano mia …
Vedi lui, per i miei gusti, è molto meno interessante di una bella figa come te … Quindi, che decidi? Sei pronta a servire … ? –
- Ma cosa vuoi da me, posso saperlo? Che cazzo ti ho fatto per meritare tanto odio? –
Franco rise di cuore, una risata sincera, quasi cordiale, che risuonò in modo ambiguo in quella sala di torture.
- Ma cosa ti salta in mente, mia giovane pupilla? Quale odio?
Tu sei qui per amore, solo in nome dell’ amore … tutti, qui, ti vogliamo bene e ti vogliamo … “amare” … naturalmente. – Rise.
Le accarezzò il culo, sempre con forza e le carezzò, con la mano chiusa,
la vagina spalancata e asciutta all’ inverosimile.
Selene era inebetita, non capiva più che razza di gioco fosse quello.
Ma era sicura di trovarsi in grave pericolo: era altrettanto sicura che la vita di suo marito era pericolosamente in gioco, per la sua stupida leggerezza.
- Se prometti di obbedire in tutto e per tutto e di subire con pazienza le mie … attenzioni, ti garantisco che a “nessuno” – e fece capire bene a chi alludeva – … a “nessuno” verrà torto neppure un capello. –
Poi aggiunse: - Anzi, ti liberò subito, ma resta dove sei. Sono certo che non sei donna da chiassate. –

VII

- Finalmente – disse più a sé che a lui.
Si stiracchiò e si massaggiò polsi e caviglie, ormai era nuda, praticamente. Si guardò meglio intorno nella stanza che diventava sempre più lugubre nella sua immaginazione.
Franco le fece cenno di sedere su una panca rivestita di morbida pelle. Lei lo fece e, pensosa, si coprì con un braccio il seno.
Franco si avvicinò alla porta aperta e chiamò. Arrivarono due uomini di fatica, uno era nero. Da una parte della stanza recuperarono un grosso paravento pieghevole che aprirono completamente.
Vicino alla porta sistemarono un paio di panchette, simili a quella su cui era seduta Selene, poi davanti alle panche posero il paravento.
Era di legno intarsiato fitto, con una feritoia da dove, di sicuro, era possibile vedere senza
essere visti.
- Ora non muoverti assolutamente, mi raccomando! – intimò Franco, mentre la sua signora in camice lo raggiungeva. Confabularono tra loro, senza darle importanza.
Intanto un vocio di alcune persone che entravano, senza poter essere viste riempì la stanza … dietro al paravento aveva preso posto una piccola platea.

Nella stanza venne accesa l’ aria condizionata in maniera leggerissima.
La donna si dedicò a lei, le porse delle calze parigine spesse, appena sopra il ginocchio, di colore nero – Queste ti staranno benissimo cara, indossale. – poi aggiunse – tieni, metti anche questo - e le porse un reggipetto chiaro, con un taglio particolare, adatto a tenerle in alto i seni con tutto il capezzolo esposto di fuori.
Ai piedi la donna le infilò un paio di scarpe nere, lucidissime, con un tacco vertiginoso e un laccetto con fibbia, molto sexy, alla caviglia.
Selene, di malavoglia, indossò i capi quasi con rabbia.
Una musica soffusa si spargeva per la stanza, il ragazzo nero, con indosso jeans e canottiera, venne fuori dal paravento e le portò della frutta tagliata in una coppetta trasparente.
Lei la mangiò avidamente. Si sentì in parte ritemprata.
- Adagiati adesso, Selene – disse seria la donna: premendole lievemente sulla spalla la fece poggiare su un fianco.
La panca era abbastanza piccola, fece in modo che raccogliesse le gambe verso il petto; Selene si rese conto che in quella posizione tutta la sua area genitale e il culo erano rivolti alla platea, in bella mostra.
Protestò mugugnando.
Franco intervenne, aveva in mano un piatto di frutta e piluccava i pezzetti con calma.
- Ecco, adesso siamo pronti. – disse, come se dovesse tenere una conferenza – La nostra amica Selene, qui, è una bellissima signora, che ci ha onorato di una sua visita … e questo ci fa veramente piacere. – si abbassò e le baciò una natica con uno schiocco sonoro.
- Sappiamo che la nostra amica ha un marito … un gran bravo ragazzo … lo conoscete? – continuò con voce da guitto –
Un vocio dal paravento rispose scherzosamente – No, no !!! –
- Allora ve lo presento – e con gesto teatrale fece con la mano un semicerchio nell’ aria.
Allora i due ragazzi di prima trasportarono dentro alla camera una sedia, sopra col viso provato, un occhio nero e segni di lividi sulle spalle, c’ era Carlo, quasi tramortito.
Aveva le mani dietro la schiena.
Selene sussultò e fece per alzarsi per raggiungerlo, ma Franco la bloccò con una mano, poi le sussurrò all’ orecchio: - Vuoi che gli facciamo male davvero? – Selene imprecò impotente.
– Brava. Stai buona e tutto si svolgerà per il meglio. – Le carezzò la guancia, ma lei si ritrasse, fulminandolo con uno sguardo pieno di odio.

- Sapete, cari amici, che la nostra ospite ha più volte rifiutato il rapporto anale con il suo marito ufficiale, il nostro amico qui presente? – disse Franco alla platea nascosta – ora per prima cosa noi cercheremo di scoprire il perché di questo strano comportamento … eppure, la nostra amica ha un sedere stupendo! -
Guardandole il culetto aggiunse: - Forse magari, in passato, ha anche ricevuto qualche grosso pene nel sedere … chissà?
Ed ora? Ora si trattiene! –
Continuò : - La nostra amica si è rivelata brava nel fottere all’ impazzata senza amore e poi … ora che l’ amore c’è, nega il culo a suo marito, si mostra una donna fredda, si disinteressa al sesso … e magari, in cuor suo desidera chissà quali profanazioni e amplessi. –
Selene era piena di vergogna per quelle rivelazioni fatte ad un pubblico invisibile. Era sconcertata.
Quell’ uomo la stava mettendo a nudo, anima e corpo, davanti a tutti.
Dall’ altro lato del paravento poteva esserci chiunque … il suo peggior nemico, la sua migliore amica, per assurdo anche un suo parente …
Pianse per la vergogna e per il povero Carlo, maltrattato da quegli aguzzini senza cuore.

La moglie di Franco si aprì il corto camice sbottonandolo sul davanti.
Si inginocchiò al suo fianco e cominciò delicatamente a massaggiarle le natiche, ogni tanto le carezze si protraevano fino alla vulva dischiusa.
Selene si preparò ad essere profanata, ne era ormai sicura: di lì a poco sarebbe stata inculata davanti a Carlo.
Un brivido freddo le corse per la schiena.
La donna intanto arrivò a massaggiarle il piccolo orifizio dell’ ano.
Quanto tempo era passato? Forse l’ ultima volta che lo aveva preso dietro era stato sette anni prima. Adesso, all’ improvviso, ricordò la sensazione che si provava.
Alla prima botta quel senso intenso, a volte doloroso di irreversibile lacerazione. Era lo sfintere, un muscolo involontario, che si era dovuto dilatare. Sollecitato con la forza aveva deciso, infine, di lasciarsi penetrare.
Dopo, pian piano, diventava tutto sempre più piacevole e facile.
In pochi minuti non esisteva cazzo, per quanto grosso e spesso che non potesse
viaggiare nel suo buchetto a qualsiasi velocità e profondità.

Intanto si preparò al dolore, pur di farla finita.
La donna le stava passando della crema intorno all’ ano.
Franco si era posizionato dietro alla sedia su cui era adagiato il malridotto Carlo. Nella stanza le luci erano soffuse, ma un faretto illuminava bene la zona in cui Selene, prona, era costretta a dare spettacolo di sé.
Sua moglie, invece, armeggiava con uno strano arnese pieno di punte, ma per Selene fu ancora più sorprendente scoprire cosa fosse.
Si trattava di una cinquantina di bastoncini di legno lunghi circa quaranta centimetri, spessi poco più di uno spiedino.
La donna ne raccolse un gruppetto, circa dieci, e stranamente li infilò in un profilattico
particolarmente grossolano.
“ Questi sono matti” pensò, quando la donna, sempre carezzandola con delicatezza, come dovesse darle una supposta, introdusse, senza sforzo, il preservativo nel suo culetto, provocandole solo un attimo di disagio.
Un – Ohoooo ! – esagerato e stupido, venne dalle spalle del paravento, mentre i bastoncini venivano infissi per oltre venti centimetri dietro di lei.
Immediatamente dopo, la donna di Franco, si mise comoda e sempre carezzando e baciando le sue chiappe chiare e morbide, iniziò lentamente e inesorabilmente, con attenzione e maestria a infilare, proprio al centro degli altri, un altro bastoncino.

VIII

Selene capì, ed ebbe un brivido.
Non era un gioco innocente quello a cui la sottoponevano, ma probabilmente una sottile e crudele tortura.
Questo accadeva sotto gli occhi increduli del povero Carlo: semplicemente terrorizzato.
Anche Selene aveva paura, non riusciva assolutamente a capire dove si potesse mai arrivare in quel contesto.
Aveva sensazioni contrapposte, come pensasse di trovarsi al centro di uno scherzo e di una tragedia, contemporaneamente.
Quelle persone non sembravano cattive, ma si comportavano da aguzzini.
“ Ah !” pensò con raccapriccio Selene “ Se non ci fosse stato Carlo!”
Intanto i bastoncini dietro il sedere aumentavano e mentre tutto era cominciato in modo indolore, adesso la presenza di un oggetto che diventava sempre più largo cominciava a farsi sentire.
Ad ogni piccolissima penetrazione, l’ ano si allargava contemporaneamente spinto dall’ interno e le sue pareti cedevano inesorabilmente.
Quando l’ ultimo bastoncino fu penetrato, Selene si sentiva completamente aperta e indifesa. Controllò con la mano il suo buco spalancato, tastandone le pareti e si rese conto che quella sensazione di apertura che le toglieva il respiro era fondata. Infatti aveva l’ ano spalancato per una larghezza della dimensione di una palla di biliardo, più o meno, il tutto per una notevole profondità, dietro di lei.
Allora Franco si avvicinò eccitatissimo, si vedeva sotto il leggero pantalone nero, la spinta del cazzo, che cercava di uscire dalla patta.
Selene pensò tra se che quel porco di certo non indossava le mutande.
- Bene, cara - disse l’ uomo – così cominci a ricordare quanto ti piaceva farti inculare. Dai, alzati adesso, e mettiti in ginocchio. –
Aggiunse con libidine:
- Tieni le natiche ben strette: i bastoncini non devono uscire dal tuo sedere. –
Mentre parlava continuava a carezzare il suo corpo, soprattutto dove le calze frangiate, che arrivavano poco sopra il ginocchio, lasciavano il posto alla sua carne nuda. Non voleva, ma quelle carezze le davano la pelle d’ oca e Franco registrava tutti i suoi brividi, involontari.
Selene, lentamente e con difficoltà, scese dalla panca su cui era stata riversa.
Faceva ben attenzione, a tenere l’ ano serrato, nonostante questo sforzo, soprattutto fatto sui tacchi delle scarpine, che sembravano trampoli, le desse un disagio e un fastidio indicibili.
Si piegò in avanti, poggiando i gomiti sulla panca: il timore che tutto il “pacco” contenuto nel preservativo scivolasse fuori, le faceva tenere le gambe strette come quella di una “pin-up”, l’ effetto visivo era spettacolare, infatti, dal paravento si sentivano mugolii di piacere …
Sott’ occhi vide che anche Carlo, guardava stupefatto: per fortuna sembrava molto meno provato, quasi tranquillo.
Selene ne fu felice: probabilmente quelle immagini eccitanti che lei era costretta a eseguire, avevano un effetto anche sul suo povero marito, alleviando le sue sofferenze.
Ma, intanto, le sue pene non erano finite.
Franco le girava intorno, gustandosela in tutta la perfezione delle sue forme. Era bellissima, nel fiore dell’ età di una donna.
Ogni tanto sia lui che sua moglie le strizzavano delicatamente i capezzoli, che restavano così duri e appuntiti, in maniera veramente arrapante.
L’ uomo aveva in mano un bastone, grande come un matterello; Selene con raccapriccio constatò che si trattava di un fallo liscio e rudimentale.
Il sangue le si gelò nelle vene, quando capì che l’ uomo era fermamente deciso a usarlo su di lei.
Infatti Franco, davanti ai suoi occhi infilò un profilattico sulla testa tonda del bastone, per poi spostarsi alle sue spalle.
Intanto la sua donna le si mise di fronte a lei. Le prese la testa tra i seni, mentre con le mani le teneva i capezzoli; si rese conto che la posizione era solo una morsa per tenerla bloccata, in modo da res****re alle spinte di suo marito.
Quel cane, infatti, si era messo dietro di lei, e cercava con sapienza il punto più comodo per infilarle in figa la lunga mazza.
Selene gridò, quando venne penetrata in un sol colpo.
Era piena in entrambi i buchi, solo poche volte da ragazza era stata costretta a prendere due cazzi in contemporanea. Non che le fosse dispiaciuto, ma ora qui era tutto più crudo, più tecnico e più offensivo …
Specialmente perché quel trattamento cruento avveniva sotto gli occhi di sconosciuti e del marito, costretto a subire le offese che venivano ora inflitte al corpo di Selene.
Intanto franco la lavorava con due mani, facendole anche roteare nel sedere sfiancato, il gruppo di astine che sprofondavano in lei.
Una lacrima di dolore e di vergogna, solcò il volto della ragazza, profanata in quella stanza, come una schiava d’ altri tempi.
Lei, una laureata, impegnata e professionale, ridotta a fare da vittima. Svergognata davanti a degli sconosciuti, nelle posizioni più oscene e debilitanti.
Naturalmente la sua vergogna era solo all’ inizio.

La moglie di Franco si pose alle sue spalle, solerte collaboratrice dell’ uomo: sapeva perfettamente fare la cosa giusto al momento giusto.
Cominciò a stappare il culetto malridotto della ragazza, liberandola dall’ enorme ingombro.
Le tirò fuori lentamente il profilattico pieno di bastoncini.
Selene divenne viola dalla vergogna quando sentì scorrere i suoi “umori” dal culetto, davanti a tutti i misteriosi spettatori.
L’ odore, inconfondibile, le fece capire che si era sporcata.
Con disinvoltura la donna che si prendeva cura di lei, si avvicinò alle sue terga con una bacile pieno d’ acqua fredda, e la pulì accuratamente.
Poi le sussurrò: - Sei stata bravissima, tesoro. Nemmeno una goccia di sangue.–
Passando una pomata le alleviò il bruciore dell’ ano.
Le carezze di quella donna erano un toccasana ed aveva un modo di fare complice ed eccitante.
Le mise una mano sulla spalla e la fece sedere sulla panca, lei si pose in ginocchio, e mentre le baciava le gambe lisce come la seta, le disse - Rilassati ora, tesoro. –

Si fecero avanti, intanto, i due giovani operai che aveva visto prima,
avevano addosso solo la canottiera, entrambi avevano il membro in bella vista, non completamente duro, ma nemmeno moscio.
Specialmente il pene del nero, come da copione, era veramente notevole. Insomma si capiva di essere davanti a un cazzo da superdotato.
La donna si alzò e con fare autoritario, portò Selene verso il centro della stanza, in prossimità della grata metallica.
Franco aprì intanto un rubinetto e un rivolo d’ acqua iniziò lento a scorrere nel tombino. Mise per terra un asciugamano piegato e le disse di porsi in ginocchio.

IX

La ragazza era ormai in balia di quella coppia satanica.
Vedeva il marito che, nella penombra, faceva del suo meglio per non incontrarne lo sguardo.
Selene ne fu felice, anche perché, il dolore al sedere era passato. Le era rimasto in mente solo il pensiero, eccitantissimo, di essere stata letteralmente sfondata davanti a tutti.
A portarla su di giri, suo malgrado, era stata anche la vista di quei due maschi, con i grossi peni in bella mostra, mentre la donna impartiva delle precise indicazioni.
Lei in ginocchio si trovava col viso all’ altezza di quei cazzi sconosciuti e questo le rimescolava la pancia, facendola arrossire.

Ma Franco e la moglie non sembrava volessero demordere dall’ intento di mortificarla.
La donna fece accostare il primo dei suoi scagnozzi e gli prese con decisione il cazzo in mano.
Lo palpeggiò con esperienza e senza apparente piacere.
Inflisse al cazzo alcune carezze profonde verso il basso, tanto da farne esplodere il grosso glande all’ esterno: quindi, tenendolo tra le dita, indirizzò quel tubo di carne verso Selene, continuando a sollecitarlo, fino a quando un filo di orina cominciò a fuoriuscire, sottilissimo.
Trovava difficile passare attraverso il canaletto schiacciato nel cazzo gonfio.
Comunque la pipì uscì e ne uscì tanta, e per tanto tempo.
Era talmente compressa che il fiotto sembrava tagliente, mentre investiva Selene avvilendola: schizzava sulla faccia, sugli occhi e sulla bocca.
Nonostante tenesse le labbra sigillate, la ragazza non riusciva a res****re abbastanza da evitare che il fiotto violento di liquido caldo e salato le invadesse parzialmente la bocca.
Il tutto poi, dalla bocca e dal viso, scendeva in rivoli attraversando il suo corpo, impregnando di piscio le calze e il reggiseno.
Quando ebbe finito, il giovane venne fatto spostare di lato.
La moglie di Franco si dedicò allora al cazzo del nero, spesso maneggiandolo con due mani come fosse alle prese con un serpente.
Anche questi le pisciò addosso e in bocca, senza ritegno.

L’ odore era intenso ma stimolante intorno a Selene, mortificata e trattata come un orinatoio, per la prima volta, la ragazza iniziò a sentirsi la figa bagnata.
L’ eccitazione aumentò quando una servetta completamente nuda, dal corpo sottile, con uno straccio umido deterse Selene accuratamente.
La signora disse ad alta voce: - Preparati, tesoro, io intanto te li pulisco. –
Infatti, si abbassò e uno alla volta, leccò accuratamente i due cazzi,
dalla testa alle palle, ripulendoli di ogni residuo.
Era molto bella, giunonica, anche lei indossava solo calze e regipetto, con delle scarpe color crema a mezzo tacco.
Avanzò portando con se i due ragazzi, stando tra loro, trionfante, tenendo con le mani i due membri eccitatissimi.
- Dai - le disse - adesso lasciati andare: … e goditela un pochino. –
La donna si allontanò, lasciando Selene inginocchiata tra i due maschi, con i cazzi eretti.
Non poté fare a meno di iniziare un doppio pompino (dedicandosi con la bocca ora all’ uno, ora all’ altro) dei due membri enormi.
I colpi profondi che riceveva (e che desiderava ormai ricevere), le arrivavano in gola, facendola salivare in maniera abnorme.
Goccioloni di saliva cadevano dai cazzi appena li mollava.
Con le mani tirava gli uomini a se, trattenendoli spesso per le palle; non era raro che li tenesse entrambi, nella bocca dilatata in modo osceno.
Non seppe cosa pensare quando vide che la moglie di Franco, aveva tirato fuori dalla patta il cazzo di Carlo, suo marito, duro all’ inverosimile e tenendogli il culo all’ altezza del viso, lo masturbava alacremente, curva verso il davanti.
Non seppe reagire, nè si sforzò di capire quando vide che il marito, incapace di contenersi dal desiderio, cacciò via le mani dalla schiena
e allargando le natiche chiare, cominciò a riempire di baci e leccate il culo e la figa.
Franco guardava la scena eccitato e divertito, intanto la servetta diafana gli massaggiava il pene con la mano infilata nei pantaloni.

X

Da dietro il paravento si sentiva ansimare, qualcuno di certo non se ne stava con le mani in mano.

Mentre Selene cercava di raccapezzarsi in quella scena incredibile, ricevette il primo spruzzo di sborra direttamente in gola, proveniva dal cazzone nero.
Era tanta che, nonostante l’ uomo la tenesse per la nuca, per non permetterle di sganciarsi dal suo glande, lo sperma spruzzava dai lati della bocca, ormai stracolma.
L’ altro arrivò immediatamente dopo, a schizzi violenti. Una parte della sborra le venne fiondata sui seni e sui capezzoli tesi e rosei, il resto, ancora in bocca mischiandosi allo sperma precedente, aggiungendovi un nuovo aroma.
Selene scelse allora di berne una notevole quantità, deglutendo rumorosamente, mentre l’ il liquido lattiginoso le scorreva lento nella gola.

- Meravigliosa creatura – esclamò Franco – eccoti!
Adesso puoi essere te stessa. – aveva lo sguardo esaltato ed eccitato.
Le si avvicinò, liberandosi della serva che gli teneva il cazzo in tiro.
Le prese la mano. Selene non capiva più niente.
Vide la moglie di Franco che si era abbassata ulteriormente, mentre faceva il pompino a suo marito.
Carlo guardava con fermezza verso di lei, adesso.
Selene pensò che, di certo, da quella posizione aveva visto che si era data tanto da fare, con i pali dei due ragazzi, poco prima.
Ma cosa poteva fare? Ormai non era più padrona di se stessa.
Dopo tutto anche lui, maltrattato o no, si stava godendo un bocchino tra i più consapevoli e raffinati che avesse mai ricevuto in vita sua.
Franco, allora, le prese la mano.
La servetta nuda, si avvicinò con un tovagliolino profumato, per detergerle il viso e farla riprendere.
Poi la ragazza si allontanò, andando da suo marito Carlo.
La signora si spostò e la ragazza, con gesto rapido e indifferente, si sedette sul cazzo duro del marito.
Il bacino stretto e le grandi labbra fascianti, fecero sembrare il pene di Carlo più grosso di quanto fosse mai stato.
Anche quella scena piacque indecentemente a Selene.

Da troppo tempo si era vietata il piacere. Quello sano senza compromessi e senza preoccupazioni.
Stava facendo sesso, sesso vero e, finalmente, solo per lei!
Non per vendetta, non per punizione, non per accontentare il suo uomo.
Finalmente si poteva permettere di lasciarsi andare e farsi fare solo per il suo più intimo piacere.
Franco fece cenno ad uno dei ragazzi che si stava riprendendo di accostarsi.
Portarono Selene per mano, verso l’ attrezzo che sembrava una specie di altalena.
La aiutarono a mettersi sospesa sulla striscia di pelle morbidissima.
L’ attrezzo era sì oscillante, ma la teneva in una posizione particolarissima.
Assicurata per le spalle, i gomiti e le ginocchia, Selene venne a trovarsi sospesa, con le cosce spalancate e i seni all’ aria.
A questa vista la donna di Franco si avvicinò alla sua vagina e iniziò una leccata memorabile e sonora, mentre con le mani le lisciava le gambe tornite fino alle caviglie sottili.
Intanto il marito, trovandosi la bocca di Selene all’ altezza giusta, tirò fuori il cazzo e glielo imboccò con gesto disinvolto.
Scivolava tra le labbra, veloce, mentre le stringeva le tette e la faceva oscillare tenendola per i capezzoli.
Selene aveva la lingua di lei dentro la figa, robusta e veloce come un piccolo pene, non riuscì a trattenersi e singhiozzando, con un pianto liberatorio, cominciò a venire nel più lungo orgasmo della sua vita.

La donna non si fermava, mentre era all’ acme del suo piacere, il seme di Franco cominciò a scivolarle delicatamente in gola.
Senza scosse apparenti e senza sforzo, l’ uomo sborrava in bocca a Selene con la stessa semplicità con cui si recava a fare pipì.
Il ruscelletto di sperma veniva succhiato con gusto dalla giovane, come se stesse bevendo a un grosso capezzolo di mucca.

XI

L’ estasi di Selene che beveva ancora sperma in quel pomeriggio estivo, fece esplodere anche Carlo nella vagina della giovane serva.
La ragazza senza segni di particolare piacere, continuò a strusciarsi sul pube di Carlo ritmicamente, anche lei non volle essere da meno nel “mungere” la sborra dell’ uomo fino all’ ultima gocciolina.

Dal paravento allora venirono fuori, due donne di una certa età, con le sottane alzate e senza mutandine e un uomo grasso sulla sessantina.
Anche l’ uomo aveva il pene barzotto fuori dalla patta.
Il grassone si spogliò e chiese a Selene se poteva chiavarla, lei disse di si con un sorriso, allora l’ uomo si masturbò, carezzandole il corpo e la vulva.
Dopo qualche minuto, il suo vecchio cazzo, cominciò a raggiungere una rigidezza idonea a penetrarla.
Allora il cazzetto del vecchio si gonfiò ancora un pochino. Lui smise di farselo in mano e fece del suo meglio per metterlo in figa a Selene.
Appena infilato il glande dentro, cominciò a eruttare sborra liquidissima. Tremava con tutti il corpo … mentre estasiato veniva e guardava il soffitto.
Poco dopo Franco e i due giovani dal cazzo grosso si misero intorno a Selene, appesa e divaricata. Le signore denudate ed eccitate come streghe, trascinavano la ragazza davanti ai tre cazzi sodi e rigidi, e la impalavano, sull’ uno o sull’ altro a turno.
Lasciavano che venisse fottuta in maniera alterna, più e più volte, rigirandola davanti a quegli uomini.
Spesso la prendevano dai lati, una per gamba, e una volta che un cazzo era dentro, la facevano oscillare, avanti e indietro, accertandosi che la penetrazione fosse lunga e profonda.
Approfittando del movimento oscillatorio un altro degli uomini correva a porsi, col cazzo eretto in favore della bocca di lei, che ormai rassegnata, lo accoglieva fino ai coglioni.

A Selene girava la testa ed era ormai in un’ estasi di orgasmi multipli che, come ondate, l’ assalivano uno dopo l’ altro.
Intanto gli schizzi di sperma misti degli uomini che venivano per l’ ennesima volta la irroravano come una doccia lattiginosa.
Infine venne liberata e distesa su un letto, supina.
Con sbigottimento vide la moglie di Franco che, con il latte detergente, cancellava accuratamente l’ occhio nero e … incredibile ! i finti lividi dal volto di Carlo. Ogni tanto lo baciava, affondandogli la lingua in bocca con voluttà.
Più Selene sgranava gli occhi e più la donna slinguava sorridente Carlo, che gradiva, mostrandosi sempre di più in perfetta forma.

Allora la ragazza capì …
Era stato tutto organizzato.
Tutti coalizzati contro (?) di lei o forse, pensandoci bene, a suo vantaggio.
Chissà da quanto si conoscevano Franco e Carlo …
e così Franco l’ aveva pian piano “svelata” a Carlo, mentre Carlo gli raccontava tutte quelle cose che, misteriosamente, l’ uomo fingeva di indovinare.
E con astuzia aveva fatto in modo che anche Selene, trovasse un nuovo equilibrio con se stessa.
Non sapeva che fare, non sapeva se piangere o ridere, attaccare o subire …
allora si lasciò andare completamente.
Lo spettacolo non era finito … ora Franco voleva essere ripagato!
La ragazza lo capì. “Che carogna!” pensò Selene, sorridendo tra se.

XII

Fecero in modo che Carlo si avvicinasse alla moglie, prona, abbandonata e disponibile come mai era stata.
La donna di Franco spogliò del tutto suo marito, gli carezzo più volte in pene, fino a farlo diventare completamente rigido.
Misteriosamente sul cazzo turgido, sapientemente, lei installò un preservativo.
Carlo si avvicinò alla moglie, guardando con voluttà il corpo di lei supino, rilassato … eppure stupendamente sexy.
Lo sguardo passò lentamente in rassegna i capelli corti, il lungo collo, la schiena sinuosa dove il reggiseno era ormai slacciato in maniera discinta.
Poi giù, sempre più giù, lo sguardo dell’ uomo trovò voluttuosa l’ immagine delle natiche strette, serrate; le calze sulle sue cosce erano ormai slabbrate e presentavano delle volgari smagliature. Cosa che non faceva che rendere ancora più arrapante la visione di Selene, che adesso, doma … aspettava il suo maschio.

Chiazze attaccaticce di sperma estraneo davano un odore da prostituta alla sua donna, che lo rese furioso e vendicativo e così … quasi per punirla di essergli piaciuta troppo, Carlo le fu sopra.
Il suo pene si fece strada tra le natiche senza che lei manifestasse alcuna ribellione … in poche mosse trovò il buco con lo sfintere ancora languido, e infilò tutto il cazzo nel culo della moglie.
Scendeva in lei come un treno in una galleria.
Incredibilmente sembrava che non finisse mai di scendere, sembrava che la punta del cazzo riuscisse a scavare sempre qualche millimetro in più, nel culo dilatato della donna.
Cominciò l’ inculata in maniera ritmica e cadenzata.
Si stese completamente su di lei, sentendo la carne sudata della moglie, attaccarsi sotto la sua: come una ventosa: si attaccava, lo seguiva languida verso l’ alto, poi si staccava dal suo corpo.
Tutti i partecipanti si posizionarono intorno a loro due, un po’ discosti, nella penombra.
Non partecipavano fisicamente, ma erano completamente presi, affascinati da quella scena altamente erotica.
Franco e la moglie se ne stavano abbracciati e lui ogni tanto la baciava in bocca.
Aspettavano e godevano.

La cadenza di Carlo dietro Selene la rendeva pazza di goduria.
Col bacino e con le gambe, faceva di tutto per migliorare la profondità della penetrazione di lui nel suo culo.
Sollevò le gambe, intrecciando i piedini, con semplice lascivia. Come fosse una bagnante, che indifferente se ne stava al sole, mentre quasi “distratta”, prendeva il cazzo dietro.
L’ inculata tanto desiderata da Carlo durò a lungo.
Intanto che chiavava, gli passavano davanti agli occhi tutte le scene incredibili a cui aveva assistito.
Aveva scoperto la sensualità nascosta della sua donna e questo lo eccitava, invece che ferirlo.
Le immagini di lei che godeva con altri peni … grossi, piccoli, grassi,
la sborra liquida e lasciva del vecchio, la moglie che leccava due cazzi contemporaneamente …
Tutte immagini fisse nella sua mente che lo eccitavano … crollò su di lei, sussurrando: - Tesoro, oh tesoro, ora ti … io, ora … ti vengo! –
E sentì lei, più gatta che mai, accoglierlo dietro con mille piccoli brividi e tremori che miglioravano all’ infinito il suo godimento.
Allora Franco si sedette e la aspettò.
Selene capì e, appena suo marito le tolse quel paletto dal culo, corse a sedersi sul cazzo rigidissimo di Franco.
La moglie, intanto, raccolse il profilattico dal pene di Carlo, ormai floscio.
Quando Selene cominciò a venire per l’ ennesima volta tuffandosi ripetutamente
sul pene di Franco, la donna, direttamente dal profilattico, le versò in bocca lo sperma ancora caldo del marito …
appena la bocca di Selene fu piena, la donna la baciò in profondità, cercandole la lingua sporca di sborra.
Anche Franco, finalmente, si alzò in piedi e venne addosso alle due donne ripetutamente,
schizzando sui loro corpi riarsi e vogliosi.
Proprio come in un antico rito propiziatorio.
La metamorfosi era compiuta.

FINE

Un racconto scritto con Duplex.... Continue»
Posted by giessestory 2 years ago  |  Categories: Anal, First Time  |  Views: 1332  |  
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Alessia la dea del sesso

Racconto trovato in rete su xhamster.

Mi ero trasferito alla fine di agosto a Milano per motivi di studio, all'inizio è stato un gran trambusto, lo spostarsi da una piccola città di provincia ad una grandissima città con i suoi ritmi frenetici ma il fatto che non conoscevo nessuno pesava ancora di più, andai ad abitare in un'appartamento piccolo ma almeno avevo la mia autonomia. Il palazzo era abitato da famiglie, c'erano certe madri di famiglia che mi capitava di incontrare per le scale e mi facevano eccitare, più di tutte mi eccitava una bellissima ragazza thai, capelli neri, carnagione mulatta, un fisico giunonico da far paura, due tette grandi ma che alla vista davano l'idea che nonostante la prosperosa misura erano seni turgidi da accarezzare e stringere tra le mani, inutile dire che da quanto l'avevo visto mi ispirava una grande voglia di sesso senza limiti, una vacca da prendere e da montare con grande voglia, la mia prima impressione fu data non solo dagli abiti succinti che vestiva quotidianamente che mettevano in risalto le sue strabilianti forme ma anche dalla grande mole di amicizie maschili che mi capitava di incrociare assieme a lei sulle scale.
All'inizio mi concedeva solo un saluto ma pian piano iniziammo a scambiare qualche battuta sul più e sul meno, la situazione galeotta si presento un sabato mattina tornando dalla biblioteca dell'Università, ero andato a studiare in vista del primo esame, la vidi, Alessia con le borse della spesa saliva le scale, vedendola affaticata colsi l'occasione al balzo e gli chiesi se potevo darle una mano.
"Oh grazie menomale sono molto stanca."
"Su dammi qua le porto su io."
Nel modo in cui mi porse le borse si abbasso un pò e potei intravedere lo spacco delle sue meravigliose tette, mi venni duro all'istante, salimmo nel suo appartamento e mi chiese di entrare.
"Dai ti offro qualcosa per sdebitarmi."
Inutile dire che accettai senza troppi convenevoli, l'occasione per stringere un rapporto con lei era troppo ghiotta, ci sedemmo un'attimo nella suo salotto, io ero ancora in erezione, sia per la vista di poco prima, sia perchè adesso me la ritrovavo davanti.
"Prendiamo una birra?"
Mi disse
"Si dai oggi è sabato, dopo una settimana di stress ci vuole."
"Eh si lavoro tutta la settimana."
Andò in cucina a prendere la birra, io nel frattempo mi massaggiai la patta dei pantaloni noncurante lei potesse tornare da un momento all'altro, ero troppo eccitato tanto da non accorgermi che lei era tornata e mi guardava con un sorriso sornione, aveva abboccato, nonostante tutto si sedette e mi verso la birra nel bicchiere. Mentre sorseggiavamo la birra lei inizio a farmi a un piedino, la guardai come se volessi spogliarla, posai la birra sul tavolo e mi alzai, andai in fronte a lei e iniziai a toccarle le tette, erano sode nonostante la grande taglia.
"Alessia mi fai impazzire."
"MMM lo so fin dalla prima volta che ti ho visto, ho capito che mi volevi scopare da come mi guardavi."
Mentre diceva questo mi sbottonò i pantaloni, inizio a segarmelo mentre io scostavo le bretelle del top che indossava, lo abbassai, presi i seni e li tolsi dal reggiseno, erano favolosi, nello stesso istante me lo prese in bocca, un pompino da favola, la sua lingua giocava con la mia cappella.
"MMMMM sei proprio una porca fantastica."
"Siii sono una porca, dai andiamo in camera voglio che mi monti, fai uscire la troia che c'è in me."
Mi prese per il cazzo e andammo in camera sua, era fantastica con quel corpo formoso, le tette penzolanti mi guidava verso camera sua, neanche il tempo di entrare in camera la presi la sbattei sul letto a pancia in su e gli tolsi gli short e le mutandine, avevo davanti la sua fica che era già un lago di piaceri, iniziai a sgrillettare il clitoride, mi abbracciò, iniziammo a fare un 69 aveva il mio cazzo in bocca mentre infilavo a poco a poco tutta la mano nella sua figa bagnatissima, ogni tanto la sentivo mugolare, era un gran piacere, dopo un pò la misi a pecorina mentre la tenevo per le tette era una vera troia da monta
"Siii troia sei fantastica."
"Siii sono una troia, scopami scopami, si cosi mi piace ancora, lo voglio nel culo."
A quella parola non resistetti mi sputai sul cazzo e glielo ficcai piano piano dentro, più entrava e più aumentavo il ritmo.
"Sei una vacca da monta."
"Siii che bello, è vero che mi scoperai ogni volta che mi verrai a trovare?"
"Certo puttana, ho certe fantasie per te in serbo, questo è solo l'inizio."
"MMMMMM siii che fantasie?"
"Con il tempo vedrai..."
Dopo un pò che gli avevo trapanato il culo già aperto di suo stavo per sborrare, la presi per la testa e la girai verso di me.
"Vieni qui troia succhia che ti sborro tutto in bocca troia."
Inizio a segarmelo, a leccare la cappella come se fosse un gelato, quando stavo per venire glielo ficcai in bocca, sborrai come non mai, lei lo prese ed inizio a fare dei gargarismi e a ingoiare tutto proprio come una vacca.
Quando ebbe finito andammo a fare una doccia assieme, notai che si porto un dildo, sotto la doccia ci insaponammo e iniziammo a limonare, presi il dildo che aveva nelle mani e glielo ficcai nella fica mentre succhiavo i suoi capezzoli, venne un'altra volta, finita la doccia mi masturbò, non lo prese in bocca nonostante io la invitassi a farlo, non voleva diceva che doveva fare una cosa,dopo un pò venni e lei prese la sborra se la passo tra le mani e se la spalmò in faccia.
"La sborra è la migliore crema per mantenere la pelle giovane."
Ci asciugammo, dopo 5 minuti si asciugò la faccia poi ci rivestimmo, l'aiutai a sistemare la spesa, mi accompagnò alla porta e mi diede un bacio, mi disse.
"Sei stato bravo, vorrei proprio scoprire le tue fantasie."
"Ehehehe domani mattina sali su da me e vedrai."
Me ne andai e salii al piano di sopra dove c'era il mio appartamento.
L'indomani mattina mi svegliai di buon umore dopo la mattinata passata il giorno prima, mi misi a studiare per qualche oretta quando mi citofono Alessia, la vidi dallo spioncino della porta era vestita come se dovesse uscire, era più bella che mai, una canotta elegante rossa, una gonna nera, in più era truccata con le sue belle tette come al solito in risalto, per quanto non stetti molto a guardarla dallo spioncino notai che era un pò giù, l'accolsi con un sorriso cercando di farla stare serena, era imbronciata, andammo in camera mia, i miei coinquilini quel week end erano ritornati nelle loro città, ci sedemmo sul letto.
"Che è successo Alessia?"
"Niente, mio marito mi aveva promesso che mi portava a pranzo fuori e invece è andato a giocare a pallone con i suoi amici."
"CHE STRONZO!!!"
Mi aveva promesso che oggi stava tutto il giorno con me, mi ero messa pure l'intimo adatto invece sto stronzo preferisce giocare a pallone.
"Sono venuta per chiederti se potevamo pranzare assieme?"
"Ma certo a patto che oggi cucino io, tu sei la mia ospite."
Mi sorrise, mi abbraccio forte mentre io sentivo le sue tette stringersi sul mio petto, allentò la presa e inizio ad accarezzarmi il pacco.
"Lasciami fare ti voglio dare un gran bel regalo."
Mi tolse i pantaloncini che indossavo e i boxer, inizio a segarmelo tutto, poi si tolse la canotta, aveva un reggiseno di pizzo rosso, non potei fare altro che prenderla e baciarla volgarmente mentre la stringevo per i capezzoli, ci stavamo eccitando nonostante tutto.
"AHAHAH ti ho detto che oggi faccio io, sono tua, sono la tua porca, la tua zoccola, c'è qualcosa in te che mi fa sentire cosi donna di letto, ma la cosa mi piace e voglio dimostrartelo."
Rimasi in silenzio ma con lo sguardo gli feci capire che avevo intuito quello che voleva dirmi anzi la cosa mi piacque molto, si tolse il reggiseno e me lo sbatte in faccia, poi si mise in ginocchio davanti a me prese il mio cazzo e le lo mise tra i seni, era favolosa, porca, sorrideva con malizia ogni tanto leccava con la lingua, era tremendamente porca cosi porca che quando suonò il suo cellulare dopo aver risposto continuo a farmi la spagnola, era suo marito rimasi stupito.
"Si pronto amore... ma no tranquillo mi sto riposando, no no tranquillo non ci sono rimasta male, ma era da molto tempo che non vedevi i tuoi amici? Non ti preoccupare per me, si si ok questa sera andiamo al cinema, dai adesso stacco che ho sonno."
Chiuse il telefono giusto in tempo perchè stavo per venire.
"Dai sborrami in faccia... alla faccia di quel cornutone di mio marito, fammi sentire donna... quel coglione mi ha lasciato per gli amici e io gli metto un bel paio di corna, dai che non finisce qui lo faccio diventare cervo a primavera."
"SIIIII ecco sborro troia è tutto per te, sei una grande troia."
Gli sborrai sul seno, vennero fuori grandi fiotti, ero terribilmente eccitato dalla sua porcaggine, dopo un pò lei si asciugò la sborra con il fazzoletto e tornò a letto, ci baciammo ancora per molto tempo, dopo iniziammo a scherzare e a chiacchierare, mi racconto che suo marito non la scopava molto quindi si era fatta vari amanti e continuava a darci dentro con nuove esperienze, mi racconto che una volta si scopò 2 neri conosciuti mentre cercavano di vendergli qualche calzino in cambiò di qualcosa. Dopo aver chiacchierato un pò con loro i 2 neri avevano notato che lei guardava spesso la loro patta dei pantaloni, infatti lei stava già fantasticando sui loro enormi cazzi, si era lasciata prendere e dopo averli portato a casa si era fatta fare di tutto, lei era maledettamente porca e maledettamente insoddisfatta da quel marito di 15 anni più grande di lei che raramente la faceva sentire donna, questa cosa non gli piaceva anche se era felice con lui non si sentiva apprezzata come donna nonostante a molti ispirava grande sesso.
Mi raccontò che ancora adesso gli capita di scopare con quei due negri, che qualche volta si era lasciata andare a qualche gang bang con i loro amici, frequenta privè dove andava a soddisfare le sue voglie con ragazzi più giovani o con donne, a lei piace molto lesbicare, questa cosa mi piacque molto non l'avevo mai fatto con due donne quindi gli chiesi di potermi organizzare un'incontro a 3 con qualche altra sua amica, mi rispose si, si poteva fare, doveva vedere chi era disponibile.
Passammo la mattina e il pomeriggio insieme in cui scopammo come matti, facemmo sesso in tutti i modi mettendo la panna nelle sue tette, nel mio cazzo, ci leccammo a vicenda, fu una giornata memorabile, lei era diventata la mia porca ed io il suo stallone che la soddisfaceva, scese a casa sua verso le 19:00 con la bocca ancora pregna della mia sborra, voleva baciarlo cosi, voleva umiliare il suo cornuto.
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Posted by marcomerivot 6 months ago  |  Categories: First Time  |  Views: 1167  |  
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LA FATA DI FERRO

Questa è una storia vera, interpretata con un pizzico di fantasia.
Un grazie particolare alla Principessa che ha voluto donarci questa storia.
Un grazie anche al maestro Mishima e alla sua infinita pazienza.



C’era una volta una giovane principessa, il suo nome era Alba.
Un giorno il re e la regina, suoi genitori, decisero che il piccolo reame, che il buon Dio aveva riservato loro, era troppo angusto, che il denaro per una coppia reale non basta mai e che oltre il bosco, purtroppo lontano, esistevano altri reami … tutti più ricchi, più sontuosi e più alla moda.
In quei luoghi, di sicuro, avrebbero potuto valorizzare la loro nobile discendenza, intrattenere rapporti ed amicizie con famiglie e nobili casate che avrebbero addotto prestigio alla propria ed in ultimo, magari, avrebbero potuto trovare quella fonte, che tutti cerchiamo … ma che alla fine nessuno riesce a trovare: la Fonte dell’eterna giovinezza.
Come si sa, però, dall’altra parte di un bosco tenebroso, si può trovare di tutto; forse è per questo che in fondo ognuno intraprende lo stesso viaggio.
E così fecero i bagagli e partirono, insieme alle persone care e alla principessa Alba, la loro diletta figliola.

Dopo alcuni giorni però il viaggio si dimostrò faticoso e pieno di insidie.
I boschi sono sempre misteriosi ed intricati: di giorno sono pieni di illusioni, ma di notte possono essere popolati di fantasmi e spettri.
Le illusioni però non bastano ai coraggiosi viandanti per superare le ardue prove che li aspettano e i fantasmi li spaventano, facendogli così perdere l’orientamento e la sicurezza in se stessi.
Impressionata da tante peripezie inattese, la regina si preoccupò per la piccola principessa. Allora ricordò, che tanto tempo prima, ella aveva conosciuto una fata molto speciale.
Non che si fidasse ciecamente di questa, ma in fondo lo sanno tutti che le fate, come le sirene, sono frutto delle nostre speranze e della nostra fantasia. Ma, come dicevo, il bosco è insidioso e confonde il viandante mentre la paura, spesso, fa compiere scelte frettolose.
Allora la regina chiamò a se la piccola Alba e le disse:
- Tesoro mio, il nostro viaggio è più complicato di quanto ci auguravamo, ma ormai, lo vedi tu stessa, tutt’intorno a noi le piante sono diventate un groviglio inestricabile e i sentieri insidiosi.
Siamo partiti dai declivi e ora siamo circondati da orridi e burroni; la luce non filtra più gioiosa dalle alte fronde verdeggianti, lasciando posto solo al buio, umido e freddo.
Non voglio che tu soffra per le nostre difficoltà; nel bosco ci sono mille sentieri, molti sono falsi, altri sono ingannevoli e altri ancora non portano da nessuna parte … uno solo conduce alla strada maestra e attraversandolo tutto rivedremo la luce del sole. -
La principessa pendeva dalle labbra della sua mamma, anche perché essendo giovane, non si rendeva conto dei pericoli e delle insidie a cui poteva andare incontro.
Per la ragazza la felicità era stare insieme alla sua mamma e al suo papà … il suo mondo finiva lì e quella era l’unica misura della sua gioia … ma i ragazzi, lo sappiamo tutti, non capiscono niente.
Allora la regina continuò il suo discorso:
- Faremo così! Mentre noi cerchiamo di uscire da questa situazione, tu ci attenderai a casa di una fata che ho conosciuto tanto tempo fa, una vecchia amica, insomma. Ricordo ancora dove inizia la stradina che porta a casa sua, vieni! – e prendendola per mano la condusse in una radura, non troppo lontana.
- Ecco – disse la regina e indicò col dito un vialetto incantevole – guarda attentamente. Quello è il sentiero che porta alla sua casa. Non ti puoi sbagliare, perché all’ingresso c’è quell’insegna infissa sul palo, la vedi? –
Alba aguzzò la vista ed effettivamente vide un paletto sul bordo della via, con un piccolo cartello fatto con la corteccia di un albero secolare.
La principessina annuì e la regina continuò:
- Ecco vai pure da lei e affidati alla sua ospitalità. Ogni sera ci ritroveremo qui, in questa radura, fino a quando non avremo trovato la nostra strada. –
Si baciarono e si abbracciarono e Alba, non senza un’ombra di paura, vide la sua mamma che si perdeva tra le fronde.
Ma durò solo un attimo … poi con la curiosità tipica dei ragazzi, si affrettò lungo il sentiero sormontato dall’antico cartello.
Sul legno si leggeva a stento l'epigramma che il tempo aveva scolorito:
“ Qui abita la Fata di Ferro.
Lei ama tutti e nessuno.
Lei sfida la vita, ma la teme.
Quando gioisce … fa male.
Non è una vera Fata,
ma neppure sa essere una vera Strega. ”
Le lettere, sbiadite, un tempo vergate con il colore del sangue arrugginito, fecero un certo effetto sulla piccola principessa ma visto che non le poteva capire, decise di incamminarsi per il sentiero, che ad ogni passo si arricchiva di fiori, colori e profumo di Gueralin.


Parte prima

- E questa è Nicòle! Visto? Te lo avevo detto che non era più una bambina … il tempo passa in fretta, accidenti! – la mamma della ragazza sorrise a Flora, la sua amica.
– Su Nicòle, stringi la mano a Flora, presentati come si deve. Dai! – la donna incalzava la figlia, in quanto teneva a far bella figura; amava ostentare la figliola come un trofeo, per dimostrare a tutti la sua buona sorte e la conseguente felicità.
Nicòle sbuffò sbarazzina e mimò un inchino teatrale, poi stemperò la scena con un sorriso:
- Piacere! – disse rapidamente - Scusa, ma mia mamma mi farebbe sfilare, come al circo, se potesse.
- Certo! - disse sua madre prendendola in giro – Perché solo in un circo sfilano le scimmie come te! –
Flora rise divertita: – Non c’è che dire – cominciò – non potevate essere più “diversamente” uguali. –
Strinse la piccola mano della ragazza squadrandola da testa a piedi: - Ha ragione tua mamma. Sei veramente bellissima … come scimmietta, intendo! – risero di gusto tutt’e tre.
Poi Nicòle e sua madre seguirono Flora all’interno della villetta in periferia, ma collegata benissimo al centro città.
- Vi preparo un bel tè: lo gradite? Oppure una cioccolata … non so, scegliete voi stesse e non fate complimenti. –
La cucina faceva parte di una sala ricavata in un unico grande ambiente, che ospitava una zona divani e un grande tavolo da pranzo. Sul fondo, davanti ad un ampia vetrata, una lunga banchina di legno di noce, faceva da separé alla zona cucina: era bellissima, tutta rivestita in tozzetti di ceramica dieci per dieci. Una sequenza infinita di sfumature di colore che andava dal giallo al marroncino trasmettevano un senso di calore.
La casa era molto accogliente ed estremamente pulita.
Erano anni che le due donne non si incontravano e la madre di Nicòle si gustò quei momenti.
- Se me lo avesse predetto un’indovina, non ci avrei creduto … così lontane da casa ... per poi ritrovarci qui. Sono proprio contenta! – Mentre Franca, la madre di Nicòle era vivace, a volte quasi aggressiva, Flora aveva un carattere allegro, ma parlava di meno.
Era una di quelle persone che ti danno sicurezza: un sorriso quieto accompagnava ogni suo gesto e guardarla preparare il te era rilassante, così come tutto l’ambiente che si era creata intorno.
A Nicòle piacque subito quella figura di donna matura e prosperosa … con i seni generosi che premevano sotto il camice, solare e sottile, che indossava per casa.
- Nicòle, preferisci della cioccolata calda? – chiese Flora con la sua voce carezzevole e la ragazza non seppe res****re: - Oh, si, per favore … è molto più buona del te, la ringrazio. – rispose la ragazza, mentre ispezionava la casa con lo sguardo.
- Dammi pure del tu, Nicòle – disse Flora - non sono mica vecchierella come la tua mamma … ! – rise, sgranando quei suoi denti piccoli e bianchi che sembravano tante perle.
Franca protestò, bonariamente.
- Vieni Nicòle, forse ho qualcosa per te: ti dovrebbe piacere più delle nostre chiacchiere … - le fece strada verso la zona living, dove un grosso televisore era posizionato su un tavolino, zeppo di film in DVD.
- Qui dovresti trovare qualcosa di adatto a te, la figlia di mio fratello lascia in giro un sacco di questi film … sono quelli che piacciono tanto alle ragazze. –
- Uaho! – esclamò estasiata lei, scartabellando tra le custodie di plastica – ma questo è l’ultimo di Brad Pitt … per favore … - guardò Flora, cercando di fare la migliore interpretazione di “occhi da cerbiatto” – posso guardarlo? -
Flora dovette fare uno sforzo su se stessa, per non restare immobile e godersi quegli stupendi occhioni languidi, sbrigativamente replicò:
- Ah, cara mia, per me Brad Pitt te lo puoi anche sposare, non guardo mai film moderni, quindi … –
- Nicòle! Tra breve torniamo a casa! – urlò Franca in direzione del salotto, dove la figlia si era già impossessata della TV; con la maestria tipica dei giovani aveva già effettuato tutte le manovre per far partire il film sul grande schermo piatto della televisione.
– Dobbiamo rientrare di corsa. – poi rivolta a Flora – Sai cara non stavo nella pelle dalla voglia di rivederti, ma siamo appena arrivati … figurati che a casa ho ancora gli operai che montano i mobili, e lunedì dobbiamo già prendere servizio: non sto qui a raccontarti che casotto possa esserci a casa mia! -
Intanto Flora, incurante del tornado che s**tenava sempre Franca, continuò con metodo le sue operazioni: servì un buon tè per entrambe sul tavolo della cucina e poi raggiunse Nicòle con una tazza di cioccolata fumante e un piatto di biscotti fatti in casa che sparirono rapidamente dal vassoio.
Franca intanto era già in piedi, s**ttata come una molla: - Dai, sono curiosa di vedere la tua casa! – disse la donna, mentre col mento indicava la ragazza, che ignara era rapita dalle immagini del suo “bel tenebroso”. Flora capì e con il suo tè tra le mani fece strada all’amica per le scale che portavano al piano superiore. Di sopra c’erano due camere e un secondo bagno molto comodo e spazioso.
- Ma è carinissima: che bella! – disse la signora Franca – e … queste mattonelle, deliziose … ti spiace se approfitto? -
- Ma scherzi? – disse guardando Franca, che rapidamente si abbassò pantaloni e le collant, per urinare. – Vengono dall’Italia … Vietri sul Mare, per la precisione … i listoni sono tutti decorati a mano, uno per uno. Piacciono tanto anche a me … hanno i colori forti che si vedono solo nei posti in cui il sole è splendente. –
Mentre si dava una controllata davanti allo specchio ovale, incassato nell’intonaco e circondato da una cornice anche essa in ceramica, Franca divenne più confidenziale nei toni e raccontò rapidamente le sue ultime peripezie all'amica.
Era un momento di sbandamento totale … suo marito, il padre di Nicòle, era stato trasferito in fretta da una città all'altra.
La stessa Franca, per fortuna, aveva trovato impiego grazie a un collega di lui: un lavoro da cassiera, anche se spesso le sarebbe toccato svolgere il turno serale. Ma non si lamentava, dopotutto l'importante era aver trovato un lavoro.
Lui aveva altri due figli, dal primo matrimonio, ma erano grandi … anch'essi si erano trasferiti per necessità, ma presto si sarebbero organizzati per andare a vivere nella stessa città dove frequentavano l'università.
Flora la seguiva quieta, sorbendo il tè cercando di non perdersi quelle descrizioni frettolose …
l’amica le aveva accennato qualcosa riguardo a un po’ di aiuto su cui contava, ma Flora preferì ascoltare attentamente, per capire dove “la Franca” sarebbe andata a parare.
In realtà, la mamma di Nicòle, chiedeva che nei pomeriggi in cui lei era al lavoro o impegnata la ragazza potesse stare da Flora, ma non voleva solo un aiuto pratico: tutta la famiglia stava attraversando un momento di confusione.
I figli maggiori erano frastornati dal trasferimento ed erano diventanti intrattabili. Il matrimonio si stava sgretolando a causa di una relazione che il marito aveva con una collega di lavoro.
La stessa Franca venuta a conoscenza di ciò, da oltre un anno era depressa e cercava a sua volta qualcosa di diverso da quell'amore coniugale che ormai le veniva rifiutato.
Vecchi problemi irrisolti del passato si erano insinuati in seno alla sua famiglia ed ora stavano minando ogni rapporto.
- La piccola è agitata e nervosa – continuò la signora Franca – e la nostra famiglia è talmente scombinata, che noi stessi siamo incerti sulle scelte da compiere … - la fissò. – ecco: vorrei affidarti Nicòle per il doposcuola affinché tu possa insegnarle la lingua e aiutarla a passare questo momento piuttosto turbolento. Naturalmente sarai adeguatamente retribuita... è ovvio! Sai non me la sento di affidarla a un’estranea in un paese che non conosce … per lei sarebbe solo un ulteriore trauma e francamente vorrei evitarle altro strapazzo. –
Flora la interruppe, alzando decisa una mano:
- Alt! Tesoro mio! – disse decisa – Non è una questione di soldi... figurati … ma ciò che mi chiedi è di grande responsabilità. Cosa ti fa credere poi che le maioliche italiane e la cucina in veranda rappresentino il paradiso? – la squadrò quasi offesa: - Anche io ho una mia vita, sai? Il fatto che vivo da sola non vuol dire che non ho “nessuno” ma, soprattutto, anche io ho i miei problemi … purtroppo. – e il suo viso si ammantò di una delicata tristezza.
I loro occhi si incrociarono … Flora sorrise, vedendo lo sguardo sparuto di Franca, sembrava lei la bambina confusa, adesso.
- Oh, insomma – disse infine risoluta – e va bene! Facciamo una settimana di prova, ok? – Franca annuì, aveva la stessa aria di un cane che scodinzola – Però voglio sapere con precisione i giorni in cui la ragazza verrà da me. Io posso riceverla dalle tre. Non prima. Sono impegnata col lavoro e dalle mie cose … e la sera a casa alle venti. Domenica prossima ti farò sapere se voglio e posso prendermi l’impegno di fare da baby sitter a una “bambona” più alta di me! – sorrise bonariamente.
Si accordarono su un compenso forfettario per le spese, ma non era quello il problema che sarebbe potuto sorgere tra loro.

Quella sera da sola nel lettone Flora, ad occhi chiusi, tornò con la mente tutto alle impressioni che le aveva suscitato Nicòle.
Le forme acerbe, i seni piccoli e di certo duri come il marmo... a questo punto i suoi pensieri si illanguidirono immaginando il fiore acerbo tra le sue cosce … avrebbe pagato per poterlo almeno annusare, proprio in quel preciso istante, ma per ora poteva essere solo un sogno.
I suoi pensieri diventarono sempre più lascivi.
Allora le immagini, che in quel momento creava con la fantasia, si confusero con i ricordi più reali e tangibili del passato. Il volto della giovane si confuse con quello della madre, quando era giovane e fresca: la rivide mentre abbassava la testa, dai capelli fluenti e lei che si tuffava sulla sua figa bagnata e intrisa di odori che sapevano di piacere.
La lingua di Franca affondava in profondità nel suo fiore. Ricordò tutte le volte in cui ella stessa aveva ricambiato quell’esasperante frugare con la bocca tra i peli della vulva fino a scavarne il solco per profanarlo con bramosia.
La figa di Franca nell’eccitazione si confondeva con quella di un’altra, una donna sconosciuta, dai contorni indefiniti e illuminata dalla luce che le arrivava di spalle, occultando i lineamenti del suo viso. Ma poco dopo, fresca come rugiada, appariva l'innocente visione di Nicòle.
Ansando e grondando umori, la donna se ne venne tra le dita, introdotte da tempo nella sua fessura.

La Fata di Ferro aveva una casa che solo nel mondo delle fiabe era possibile immaginare.
La giovane principessa si era presentata alla Fata armata solo della sua innocenza … della sua voglia di vivere e dei suoi timori.
Aveva vissuto gli echi del bosco e la forza della paura e il peso dell’indifferenza, tutto questo si contrapponeva all’ambiente fiabesco che ogni volta l’attendeva.
Era stata accolta come la più bella delle principesse.
Le miscele di cacao più esclusive arrivavano da ogni parte del mondo per confezionare le sue cioccolate, mentre biscotti, marzapane e miele non mancavano mai all’ora della merenda.
La Fata di Ferro era intransigente: prima di tutto i compiti.
Ma, come per incanto, anche quelle ore, passavano spensierate: era bello studiare se il premio era un sorriso della fata, faceva del suo meglio per collezionare buoni voti, pur di non interrompere quel connubio felice.
La Fata di Ferro sembrava la migliore delle amiche.
Bellissima, grande, prosperosa … indossava sempre vestiti colorati e sgargianti: un vero e proprio inno alla gioia.
Aveva mille abiti, tutti troppo corti per nascondere le sue grosse gambe sinuose, tutti troppo stretti per contenere accuratamente i seni gonfi e tondi o le natiche prorompenti e morbide, proprio come il sedere di una micia, mollemente ingrossato dalla gravidanza.
Nella casa della Fata tutto era a sua disposizione e lei non doveva far altro che essere felice.
L’aiutava nelle sue scelte, condivideva le sue idee, consigliandola di volta in volta con l’esperienza che la donna aveva accumulato negli anni, tanto che Alba non trovava mai da obiettare ai suoi consigli sussurrati ... anzi. Potremmo dire piuttosto che pendeva dalle sue labbra.
Ma la cosa più importante era che la Fata del Ferro le dava tutta la sua attenzione, incondizionatamente.
Nulla in quelle ore era più importante della principessa. Il centro dell’universo per la Fata di Ferro era Alba e tutto ciò che lei diceva era importante, unico e prezioso.
Quando era in famiglia, provava piacere, ma il mondo delle Fiabe l’attendeva, ormai quotidianamente, e non vedeva l'ora di poterci ritornare: alla fine del sentiero tra le buganvillee e gli oleandri colorati e velenosi.
Ogni giorno la principessina si sentiva più grande e più forte, ogni giorno correva verso nuove esperienze. Celato nel suo cuore di piccola peccatrice aveva anche un segreto inconfessabile ma sublime: una delle cose che l’attraeva della Fata era il corpo di lei. Sarebbe rimasta ore a rimirarlo.
Già quell’unico incantamento sarebbe bastato a rendere quelle visite improcrastinabili.
Lei era bellissima e per la gioia di Alba molto distratta.
Quando sedevano al tavolino delle ghiottonerie, spesso accavallava le lunghe e grandi gambe, senza curarsi del camice che si alzava e salendo … andava sempre più su ad ogni movimento della giunonica fata mettendo in mostra le calze … sempre diverse ... sempre di nuovi colori.
Quelle che le piacevano di più erano quelle nere.
Le calze nere sembravano sempre di una misura più piccola, la seta era tesa sulla pelle, rendendola appetitosa, mentre lo sguardo, ipnotizzato da quella visione, cercava il punto dove il nero deciso dell’orlo merlettato, liberava con uno sbuffo lievissimo la carne rosea e chiara della Fata di Ferro.
Anche quando lei si sedeva su un basso puff, sgranocchiando cannellini e lacrime d’amore, era facile che Alba riuscisse a carpire un’immagine delle sue mutandine, schiacciate tra le cosce.
La fata si sedeva lì, poi andava e veniva per sfaccendare; lo faceva per non rubare spazio ad Alba, che da principessa quale era, le aveva riservato il posto d’onore sul divano.
Ad Alba non dispiaceva nemmeno il suo gironzolare per casa alla ricerca di un granello di polvere vigliacco o di uno dei tanti oggetti, che in quella casa fatata avevano la strana tendenza a cadere negli angoli più nascosti.
Da quando aveva scoperto che la fata, per ritrovare gli oggetti, si metteva carponi mostrandole inavvertitamente il fondoschiena oppure le poppe gloriose, Alba, pur essendo affettuosa e servizievole, non si offriva mai spontaneamente come volontaria “nel cercare”, ma lasciava che la donna facesse tutto il lavoro da sola.
La fata aveva infinita pazienza e nulla chiedeva alla sua preziosa ospite.
Per fortuna, tutti i rossori e le vampate peccaminose della giovanetta passavano inosservati, tant’è che una volta, fattasi coraggio, Alba dal gabinetto chiamò la fata con una scusa e si fece trovare seduta sul vaso, con le sottili gambe spalancate e le labbra rosse della vagina dischiuse.
Ma la Fata di Ferro non disse niente e niente notò, chiusa nella sua virginale indifferenza.
Al contrario la principessa, per la vergogna sopravvenuta dopo l’eccitazione, non volle tornare da lei per due giorni.
Ma il terzo giorno la fata chiamò … e tutto riprese come prima.


Flora, credeva di impazzire … tanto la situazione era diventata insostenibile.
Nonostante le promesse fatte a se stessa e alla madre di Nicòle, la presenza della ragazza era diventata troppo intrigante e opprimente per lei.
Il piacere che provava a sentirsi osservata di nascosto da quella piccola troia le rimescolava il sangue nelle vene e appena la vedeva o la pensava, si ritrovava gli slip inzuppati. Dal primo istante in cui Nicòle giungeva a casa, la sua vulva iniziava a grondare di piacere.
Desiderava l’orgasmo per ore, mentre le sue guance avvampavano e i suoi seni sudavano.
La voleva!
Voleva sfogare sul suo corpo quell’infinito desiderio …
Il primo giorno che Nicòle disertò le lezioni, Flora respirò e dopo settimane di stress riprese il controllo sulla sua vita e sulla sua casa.
Era una piccola despota ... piccola canaglia … la sua principessa.
Il secondo giorno si immalinconì. Le mancava. Voleva essere tiranneggiata ancora da quella impertinente spiona … le mancavano i suoi occhioni che le fissavano le cosce.
E si che Nicòle aveva davvero esagerato … farsi trovare nuda nel bagno con passerina ancora bagnata di orina. Per poco non le aveva ancora ordinato di asciugarle la figa … con la bocca... con la lingua.
Ahhhh … che delizia, pensava: ma niente! Doveva comportarsi da donna una adulta e responsabile.
Doveva res****re!
Quella sera chiamò un suo amico, per dare sfogo al vulcano della sua libidine.
Ma l'uomo era già impegnato. Il fatto che lui non potesse raggiungerla, la rese ancora più furiosa.
Si masturbò meccanicamente sul suo letto, ma il piacere la rese ancora più eccitata ed incapace di vincere il desiderio di Nicòle.
La sera del terzo giorno la fece finita … telefonò.
- Ero certa che ti avesse avvisato – diceva Franca, perplessa – i giovani di oggi non hanno più nessun rispetto! -
- No, lasciala stare, sono ragazzi, magari qui da me si annoia … purtroppo non ho vicini con ragazzi della sua età. La capisco … poverina! – la giustificò Flora.
- Aspetta adesso te la chiamo, vediamo come si sente … - poi Flora trepidante e impacciata udì le voci lontane di Nicòle e della madre:
- Ma che ti salta in mente? Perché non hai avvertito Flora che stavi male? – diceva la madre alla figlia e questa di rimando – Uffa, ma io non stavo bene, pensavo che glielo avessi detto tu … -
E la mamma – Sei una gran maleducata … adesso vai al telefono e scusati … - seguirono altre parole che non fu in grado di sentire.
Dopo poco arrivò Nicòle alla cornetta: - Scusa! – esordì.
- E di cosa, tesoro mio, mi dispiace se sei stata poco bene … - disse raggiante Flora – ma adesso come stai? –
- Sto bene – continuò laconica Nicòle. Poi si sentì confabulare … - dice mamma, se non disturbo, posso continuare a venire da te? –
Flora non seppe dissimulare la gioia che le procurarono quelle poche parole, così con la voce rotta dalla trepidazione disse: - Lo sai, Nicòle, ormai questa è casa tua … devi decidere tu, se vuoi … vedermi, ancora. –
- Si. Voglio venirci ancora … - disse la giovane.
Il giorno dopo, quando entrò nella casa, un profumo fragrante di torta di mele e cannella la pervase.
Flora le venne incontro e si abbracciarono senza parlare.
Da allora però, la donna non si sedette più sul puff, ma sul divano … di fianco a Nicòle.

Ormai il ghiaccio era rotto e la Fata di Ferro non teneva più stretti per se i suoi segreti.
Anzi, burrosa e languida, aveva deciso si darsi alla principessa Alba, anima e corpo.
Ad Alba non sembrava vero.
Il pomeriggio facevano una merendina e chiacchieravano del più e del meno, come due amiche del cuore. Poi si dedicavano ai compiti, perché una vera principessa deve essere in gamba, la fata glielo ricordava tutti i giorni.
Poi arrivava il premio.
Il premio era: la confidenza ... l'intimità...
La fata, rassegnata, si donava completamente a lei, perché soddisfacesse la sua lussuria e i suoi sentimenti lascivi … di giovane, curiosa e impertinente.
Allora la screanzata si sedeva accanto a lei. Spesso si servivano di un piccolo plaid con una fantasia scozzese, in quei casi Alba gioiva ancora di più.
Spesso guardavano la televisione nelle lunghe serate invernali; prosperosa e in carne la Fata di Ferro si piazzava sul divano, e seguiva con finta attenzione qualsiasi programma pur di starle vicino, altre volte la donna le leggeva delle storie oppure le parlava della sua gioventù. Le loro gambe celate sotto la coperta iniziavano a strusciarsi... il rumore del feltro che si toccava eccitava entrambe.
Ad Alba non mancava mai la scusa adatta a cominciare: ora per lo spasso, ora per la paura … ogni pretesto era buono per stringersi a fianco della Fata di Ferro.
Allora, specialmente se protette dal plaid di lana, le piccole mani sottili cominciavano a frugare.
La ragazza abbracciava al donna in cerca di affetto e ne esplorava ogni rotondità, ogni curva.
Le dita affusolate vagavano sul cotone del camice, a volte perdendosi tra le roselline sul fondo nero, altre cogliendo le margherite, prepotentemente sparse e più la Fata taceva, più queste si prendevano delle confidenze.
Dapprima voleva accarezzarla con delicatezza e disinteresse: carezze distratte, occasionali, come se nascessero spontaneamente e senza scopo.
Ma poi l’eccitazione aumentava e con essa il parossismo, i movimenti diventavano sempre più rabbiosi, sconnessi, convulsi … quelle mani “possedevano” letteralmente la grossa fata.
Alba le toccava i fianchi abbondanti, poi strisciava serpeggiando fino alla pancia di lei, che era generosa e morbida, allora di piatto si infilava sotto la carne e carezzava l’inguine.
Poi tornava su … cercava le mammelle e tirava e premeva e giocava con i bottoncini dei capezzoli.
Si sentivano al tatto, gonfi e costipati sotto la veste, pressati nel reggipetto.
Poi le dita esploravano il collo, la nuca, titillavano i lobi …
La fata moriva lentamente di languore.
Il cuore impazziva e piccole gocce di perla le cingevano la fronte.
Il plaid faceva da complice.
Allora la ragazza diceva di aver caldo. Da sotto la coltre faceva scivolare via dalle gambe di gazzella la gonna e restava solo in mutandine e calzettoni.
La carne nuda cercava di nuovo il contatto, scostava il cotone, strusciava sulla seta e trovava infine la pelle dell’altra.
E quando la carne delle due si incontrava, per entrambe era il tripudio.
Quel desiderio era tanto più grande quanto più era proibito e sofferto.
Il silenzio falso della fata faceva tremare la giovane principessa. Ogni attimo temeva di essere scoperta, quindi allontanata, scacciata.
Sapeva che stava approfittando di tutte le magie della Fata di Ferro, ma non riusciva a trattenersi!
Doveva bere a quella fonte.
Ogni sera si riprometteva di res****re a quella sete, ma il pomeriggio successivo i suoi buoni propositi capitolavano e si rituffava in quel corpo arrendevole, morbido, materno … che gioie provava e quanto si bagnava il suo fiore nascosto!
Tornava a casa con le mutandine fradice di lussuria.


Il pomeriggio era freddo, nonostante la primavera fosse appena arrivata.
Nicòle arrivò con le guance e le ginocchia arrossate. Il piccolo naso ghiacciato.
La sua figura slanciata emerse superbamente tra i giochi di luce degli specchi della porta.
Flora restò abbagliata dalla sua bellezza.
Era martedì. La ragazza era mancata due giorni, anzi quasi tre, e la donna si rese conto di quanto la amava.
Padrona del mondo, Nicòle si spogliò del soprabito e tolse la sciarpa bianca.
Poi tolse il cappello di lana lasciando scorrere sulle spalle i capelli d’oro.
Inondò poi la casa di sorrisi e parole senza senso …
Niente scuola per domani, niente compiti oggi … stabilì, spadroneggiando, che era il pomeriggio adatto per guardare “Il dottor Zivago”.
Flora avrebbe voluto piangere, ma non lo fece, né si oppose alle richieste della giovane … l’attendeva da troppo per non esaudire i desideri la sua piccola “tiranna”.
Iniziò a sentire le farfalle nello stomaco, mentre con la mente pregustava le carezze che bramava da troppo. Le loro mani avrebbero danzato con le dita, intrecciandosi e respingendosi come ballerine su un palco.
Non riusciva a porre freno al suo desiderio, né a quello della ragazza.
Ma erano in stallo … non poteva continuare così … la donna adulta decise di rompere gli indugi:
- Vai a fare pipì allora – disse Flora – altrimenti dopo ti seccherà alzarti. – le sorrise – io intanto vado a preparare il tè. –
- Si, Badrone! – la prese in giro Nicòle.
r06;Mentre Flora armeggiava in cucina, la giovane che si attardava nel bagno, gridò:
- Ho una sorpresa, vuoi vedere? –
- Ho, hooo! – rilanciò Flora – difficilmente le “tue” sorprese promettono niente di buono per il mio "destino"! –
- E invece si, guardami! – uscì dal bagno e si mise in mostra per l’amica.
Aveva indosso solo lo spesso maglione a coste. Sotto invece dei calzettoni indossava dei collant neri e velati.
Flora ebbe un sobbalzo, nonostante la ragazza tenesse le cosce serrate, era evidente che non indossava le mutandine.
- E guarda, ora! – disse Nicòle, con un sorriso che sapeva di giovanile impertinenza. Divaricò i piedi allargando le gambe. La sua passerina bionda, delicatamente pelosa, faceva bella mostra di sé sotto la pelle candida dell’inguine, tutt’intorno le collant, squarciate grossolanamente con le dita, facevano da cornice a quello spettacolo mozzafiato.
- E’ una mia invenzione! – disse la sgualdrina – Ti piace? –
Non attese risposta. Tanto sapeva bene che non sarebbe arrivata.
La bocca di Flora si era spalancata per lo stupore, ma la povera donna non riusciva a proferire una sola parola. - Queste sono più calde, starò comodissima … e senza le mutandine, posso fare la pipì comodamente. – alzò gli occhi e fissò Flora con aria spavalda, gli occhi di cerbiatta la sfidarono senza pudore.
Flora riuscì a distrarre la sua attenzione da quello spettacolo. Col respiro affannoso finse di borbottare qualcosa sui giovani, voltandosi per nascondere il rossore del suo volto eccitato.
La donna si dedicò tenacemente a filtrare il te e lo versò caldo nelle due tazze preferite, poi senza una parola si ritirò di sopra in camera.
Nicòle si era già sistemata sul divano, accogliente come un'alcova. Il film era appena partito. Dalle scale spiò Flora che tornava in salotto. Si era cambiata: ora indossava una lunga camicia da notte stretta ai seni, in stile impero e sotto si svasava leggermente … sul davanti aveva i bottoni.
La ragazza notò che la donna non aveva più le calze. Avrà caldo, pensò tra sé e provò piacere a quella vista.

Quel pomeriggio la Fata di Ferro aveva indossato una veste leggera con i bottoni sul davanti.
Come sempre, in silenzio, si sedette accanto ad Alba. Dopo pochi minuti la principessa si raggomitolò al suo fianco; come sempre iniziò ad assaporare l'atmosfera di voluttuosa che si creava tra loro. Chiuse gli occhi ed aspirò il profumo fresco sulla sua carne delicata.
Tirò sul divano le due gambe fasciate dalle collant, mentre abbandonava la testa sul braccio della fata; pochi istanti dopo con la mano liberà scivolò dalle sue gambe sottili, a quelle deliziosamente grosse della donna matura.
Spingendo sul cotone leggero, sentì che scivolava facilmente sulla pelle nuda delle cosce. La principessa ebbe uno dei mille brividi, che ormai facevano parte di quella sua precoce sessualità.
Curiosa, col cuore che batteva, la mano trasgressiva scivolò verso l’alto; scavalcò la pancia, si soffermò sull’ombelico teso, per poi risalire il lieve pendio che arrancava sotto i seni generosi.
Avrebbe voluto lanciare un piccolo grido di vittoria, ma si trattenne mordendosi le labbra: si era appena resa conto che la donna aveva tolto anche il reggiseno. Le sue poppe deliziose e calde poggiavano solo sul corpetto della vestaglia ed erano trattenute dal prorompere solo dai bottoni.
La voglia divenne violenta.
La fata taceva ... come se nulla stesse accadendo tra loro.
Il volto sembrava quello della Sfinge.
Guardava senza vedere in direzione della televisione, le labbra serrate enigmaticamente, non un briciolo di emozione faceva capolino sul suo viso.
I suoi occhi penetranti evitavano accuratamente di incrociare quelli di Alba.
Sembrava lievemente annoiata e del tutto indifferente alle passioni contrastanti che agitavano la giovanetta.
Alba voleva toccare la pelle nuda di lei, ma non voleva sembrare troppo insistente. Alla fine si fece coraggio. Stavolta doveva tentare. Non poteva restare per sempre nell’insicurezza e col petto in fiamme.
Le dita sottili della sua mano, acquistarono coraggio, e come artificieri che manipolano una bomba inesplosa ... uno dopo l’altro sbottonò i tre bottoni, che scendevano dall’alto verso il basso, del decolté della Fata di Ferro.
I seni tracimarono come un fiume in piena, privi oramai di ogni difesa. Non più trattenuti, si allargavano mollemente, allontanandosi l’uno dall’altro. Tra di essi apparve allora come una vallata rorida di sudore. Come provenisse dal sottobosco nel mese di agosto: una zaffata di profumo di donna invase le nari della principessa impertinente.
Alba era insicura nel leggere i segnali del piacere, ma di certo non evitò di cercare la voluttà tra quelle due montagne calde e tenere. Sulla sommità, sorgendo come un tempio tibetano, dall’aureola larga e scura i capezzoli, turgidi e torniti, grossi come la punta di un dito svettavano, allettando al piacere.
Il contatto della pelle nuda con i luoghi più intimi della sua “madrina” resero la principessa euforica, come ubriaca. Abbandonò ogni freno inibitore e si avventò con le mani su quei seni e sulla pancia che li sosteneva con le mani bramose di toccare.
Sotto di lei la sua farfalla gocciolava estro macchiando di umido la pelle del divano.

Quel silenzio indifferente e annoiato della fata, che spesso era stato causa di dolori d’amore nella giovane principessa, ora era benedetto.
La donna immobile si lasciava sballottare, tastare, annusare, senza dare segno di fastidio.
Alba aveva perso la testa … adesso era quasi pronta al passo decisivo: la vicinanza del suo viso e della bocca a quel seno generoso la invitava a prendere i capezzoli tra le labbra e a succhiarli con foga e passione.
La voce della Fata di Ferro arrivò pacata, ma decisa ... in maniera del tutto inaspettata ... come uno schiaffo sulle mani.
La matrona uscì all’improvviso dal suo torpore sibillino. Risorse e voltandosi verso Alba, la fissò con gli occhi scuri, ardenti come braci:
- Ma ti piace veramente quello che stai facendo? -
Alba sussultò. Ritirò la mano. Si irrigidì come se fosse stata colpita da un ceffone.
Nonostante la donna continuasse a rimanere immobile sul divano, con i seni fuori dall’abito stretto; nonostante l’orlo sottostante, sollecitato dai moti inarrestabili della ragazza, fosse salito fino a scoprire tutte le grandi cosce e perfino la mutandina bianca di cotone … fu la ragazza a sentirsi a messa a nudo.
Si sentì scoperta, in un gioco che follemente aveva pensato di poter occultare.
Si vergognò di avere approfittato … esagerato … usurpato.
Aveva invaso ogni giorno di più l’amicizia bonaria della fata, frugando sempre di più il suo corpo.
Quel giorno aveva di certo esagerato e all’improvviso provò su di se tutta la violenza della colpa della sua trasgressione.
Rimase impietrita mentre, improvvisamente sobria, dopo la sbornia di piacere, desiderava sprofondare, per non dover ammettere così spudoratamente la sua insana passione.
Il tempo si era fermato nel soggiorno … tutto sembrava tacere.
La Fata di Ferro impassibile come un’aguzzina scrutava l’anima di Alba, passandole attraverso gli occhi, chiari come l’acqua.
Poi finalmente sul suo viso si disegnò un leggero sorriso che odorava di panna montata.
Riprese la sua posizione comoda sul divano e lentamente cercò la mano di Alba, riportandosela al seno e accogliendola sui capezzoli cedevoli.
Appena la ragazza si sciolse dalla morsa della paura, poggiò la testa nuovamente sul braccio della fata. Allora lei l’attirò a sé fino a quando la bocca non si poggiò sul suo seno voglioso.
Mentre Alba succhiava e leccava in maniera inesperta, ma efficace, la fata le sussurrò all’orecchio:
- Tu lo sai che tutto questo è proibito. Saprai mantenere il segreto? -
Liberandosi la bocca bagnata di saliva, Alba promise con tutta l’anima:
- Non dirò mai niente a nessuno di quello che accade tra di noi ... qui. Te lo giuro! –
La fata abbassò lo sguardo e le loro labbra si incontrarono. Le sue erano carnose e pronunciate e si schiusero alla curiosità della fanciulla.
Lei non sapeva bene come fare, ma il contatto fu inebriante. Un attimo dopo si ritrovò con la lingua di fronte a un succo oleoso e trasparente ... era la saliva della donna. Passando da una bocca all’altra il liquido si abbassava di temperatura, portando una freschezza sconosciuta e nuova sulla sua lingua.
Non credeva di res****re a quel sapore senza svenire, ma si fece forza.
Dopo la saliva, più dolce del miele, arrivò la punta della lingua … nooo, non riusciva a credere che tutto questo stesse veramente succedendo.
Quella penetrazione tra le labbra era la cosa più intima e segreta che le fosse mai capitata.
Quando le due lingue si catturarono, Alba voleva piangere per l’emozione … non poteva sapere che quello era solo l’inizio.


Parte seconda

- Sto tanto bene con te, mi piace toccarti tutta e desidero da tanto che anche tu mi accarezzi. – disse Nicòle.
- Sei certa di volerlo? Desideri un contatto più intimo? – disse Flora, mentre erano abbracciate con le guance che si sfioravano.
- Si … lo desidero da mesi ... voglio che mi tocchi anche tu! – poi aggiunse sussurrando – Lo so bene che mia madre non accetterebbe tutto questo, ma io non dirò mai niente. Io voglio essere solamente tua. -
Flora sorrise e si lasciò finalmente andare, come se si fosse finalmente sciolta da un legaccio che ne inibiva le emozioni. Finalmente era ora di raccogliere i frutti dei suoi maneggi e della sua tenacia.
La baciò ancora sulle labbra con complicità … e le sue mani iniziarono a muoversi.
Scivolarono sotto il grosso maglione e le cercarono le spalle e si saziarono di tutto il copro della giovane … dalle spalle scesero sui fianchi. Poi da sopra le calze scese alle natiche. Conobbe le sue gambe, per poi risalire, strisciando il polso sulla passera pelosa della ragazza, ma senza soggiornarvi ... almeno per il momento.
Al contrario le carezze proseguirono di nuovo verso l'alto, rientrando sotto la maglia e raggiungendo i piccoli seni appuntiti e durissimi.
Arrivata all’aureola rosa si fermarono e Flora la fissò con un sorriso di sfida … aspettava un permesso che non le fu negato.
Allora sapientemente seppe pressare e tirare quei seni acerbi. Li circondava e li massaggiava, dopo averla baciata ancora; si diresse con la bocca sulla maglia, offrendo i capezzoli alla voracità delle sue labbra.
L’alito tiepido oltrepassava la lana, inondando la ragazza con un calore del tutto nuovo e inebriante.
Ma poi l’eccitazione della fanciulla divenne sogno. Quando con movimenti voluttuosi Flora fece scivolare verso l’alto la maglia e la canottiera leggera, il contatto delle sue labbra avvenne direttamente sui piccoli bottoncini rosa diventanti duri come la madreperla.
La punta calda della sua lingua sbatteva senza perdono dedicandosi ad un lungo martellare di piacere, mentre li teneva i capezzoli tra le labbra serrate e Nicòle infine conobbe il paradiso.
La ragazza aveva il ventre infuocato. Il desiderio la rimescolava tutta, non sapeva come, ma voleva da quella donna tutto ciò che era l’erotismo poteva offrire.
Nicòle non sapeva che quella danza era solo l’insieme dei preliminari.
Infatti qualche minuto dopo Flora chiuse la porta a doppia mandata e le prese una mano … scalze come ninfe dei boschi salirono al piano superiore dove c’era la camera da letto.
Flora la fece distendere delicatamente e poi si accovacciò sulla giovane, mettendosi a quattro zampe, mentre i seni sconfinati, precipitavano sul collo e sul petto di Nicòle.
- Tesoro – le disse – adesso puoi guardare e toccare … tutto. Non ti devi più trattenere. E’ da tanto che lo desideravo, piccola mia. – Si scostò una ciocca con le dita della mano – Finalmente … -
Allora Nicòle con un gesto liberatorio le aprì tutti i bottoni e lasciò che la sua veste scorresse dal suo corpo verso il pavimento, lasciandola finalmente nuda, nell’opulenza delle sue morbide forme: era tutta in mostra d’avanti ai suoi occhi vogliosi.

La ragazza cominciò a godere già con gli occhi. La possedette con lo sguardo, come un bambino che finalmente diventa padrone di un giocattolo che desidera da tempo.
Finalmente libera Nicòle cominciò ad accarezzare la donna, scoprendone prima i seni, poi gli enormi capezzoli scuri ed infine la pancia ed i fianchi.
Flora indossava ancora le mutandine bianche.
Curiosa di provare le dita di Nicòle frugarono sotto l’elastico, fino ad incontrare i peli scuri della figa gonfia di Flora.
I peletti erano pieni di goccioline; la stessa mutandina della donna era intrisa dei suoi umori.
Non sapeva se poteva osare, ma lo fece ... per provare fin dove si poteva spingere in quella nuova frontiera della sensualità: con le dita cercò l’orlo e iniziò a sfilare l'intimo di Flora.
La donna si abbandonò a quel piacere ... così la giovane, seguendo il suo corpo con le dita, ebbe l’occasione di esplorare tutta la sua carne, fino ai piedi nudi e caldi che tante volte aveva desiderato baciare.
Ora l’enorme Flora era tutta nuda e tutta sua: che piacere inebriante!
La donna matura godeva della passione che lei metteva nello scoprirla.
Come un dono d’amore Nicòle si offrì:
- Prendimi anche tu, Flora, scoprimi, guardami e tocca tutto ciò che desideri di me, il mio corpo ti appartiene. -
Lei fu bravissima: le sue mani le sfilavano i vestiti scorrendo sulla sua pelle giovanile e facendola vibrare, languidamente le sfilò le calze strappate facendole scorre all’infinito, sulle lunghe gambe da gazzella. Poi toccò alla maglietta: anche sfilarle quella, fu un atto delizioso, lento, eccitante.
Le dita leggere sfioravano i piccoli capezzoli turgidi della giovinetta, che reagivano autonomamente ad ogni sua singola carezza. Con fare materno sistemò la biancheria sul cuscino.
In poco tempo anche la ragazza venne completamente spogliata.
Per Nicòle, starle di fronte, era come volare: vedere il corpo di lei, tanto desiderato, la faceva sentire sospesa in uno stato inebriante mai provato prima.
Appena furono nude, fece si che essi si fondessero in un abbraccio totale, dove ogni centimetro di pelle veniva a contatto.
Distese sul letto le mani di Flora, immediatamente seguite dalle sue labbra, iniziarono quel viaggio passionale che mai più si sarebbe cancellato dai ricordi di Nicòle.
Le mani di Flora sul suo corpo erano come piccole scintille di lava incandescente. Scivolavano sulla pelle mentre le dita erano seguite dalle labbra che umide di fiato e di saliva facevano fumare la lava ardente, lasciando su quel corpo acerbo sensazioni fino allora sconosciute.
Quella scia umida, che evaporava per la febbre dell’amore, le procurava brividi eccitanti e incontrollabili.
Nicòle era come in trance. Viveva tutto questo, come se si trovasse in un’altra dimensione. Le sensazioni indescrivibili erano intense, violente, eppure ovattate: come se la sua mente le vivesse sotto l’effetto della più inebriante delle droghe.
Finalmente dopo il lungo peregrinare le dita della donna raggiunsero la piccola farfalla, che come fosse appena sorta dal bozzolo, se ne stava immobile e contrita, in attesa che la natura le insegnasse a schiudersi alla vita.
Ciò che sembrava l’apice insostenibile della goduria, si rivelò solo l’inizio del sentiero del piacere proibito in quell’accoppiamento innaturale.
La mano di Flora si dedicò al gioiellino della giovane Nicòle, carezzandola, confortandola … l’avvertiva di tenersi forte, perché l’affondo stava per giungere.
Infatti, pochi momenti dopo, la bocca carnosa discese implacabile, affamata di quel fiore.
La ghermì, violentandone le ali piene di rugiada, spaccandole fino al vertice con la lingua possente e dura.
La bocca premeva. La lingua penetrava inarrestabile, come un vampiro assetato di miele. Flora penetrò nel sacello bagnato ed al tempo stesso infuocato dalla passione.
E cominciò a suggerne il nettare, filtrandolo tra i piccoli peli biondi di Nicòle.
Un suono osceno si sprigionava da quella scena erotica.
La dolcezza aveva lasciato il posto all’ingordigia.
Un fulmine elettrico, dolce, luminoso, squassante, partì dal ventre di Nicòle e percorrendo ogni suo muscolo più recondito, le raggiunse il cervello, facendola sobbalzare di piacere.
Un piacere mai provato, sconosciuto perfino nelle notti solitarie in cui da sola si martoriava la fighetta bramosa.
Flora le stette addosso con la stessa forza di un maschio che vuol possiede la preda conquistata. Pur senza deflorarla la fece sua ripetutamente, forse in maniera ancora più veemente, marchiandola per sempre col suo peso e con le lettere infuocate del suo desiderio incontenibile.
Gli orgasmi di Nicòle iniziarono pochi minuti dopo quelle ondate di carne, che si squassavano sulla sua riva, con la forza di un fortunale.
Non fu possibile contarli, così come poi non sarebbe stato possibile contare i giorni di amore e di sesso che avrebbero vissuto in seguito. Tutte quelle passate insieme, le avrebbero in amanti indivisibili.
Quando Nicòle cercò di ricambiare dirigendo la bocca verso la figa matura e accogliente della donna, Flora non le permise di raggiungere il suo spacco.
La ragazza si dovette accontentare di poggiarle la guancia sul ventre, cercando di aspirare, vicinissima all’intimità della donna tutto l’odore che quella figa eccitata sprigionava.
Poi le accarezzò la mano e dolcemente la indirizzo verso il centro del suo piacere, le permise di avventurarsi dentro di lei.
Nicòle cominciò a scavare ... a rovistare … tentò la figa grossa con tutte le dita, affondando spesso tra il pelo muschiato.
Infilò fino a quattro delle sue dita nel buco rosso della donna e una volta dentro le arcuava, le uncinava, tirando e spingendo nell’antro lussurioso, fino all’esplosione di Flora.
Quando Nicòle capì che la sua istitutrice stava avendo per raggiungere l'orgasmo, cercò con l’altra mano la sua passera passera e si penetrò a sua volta.
Un orgasmo liquido e sonoro la fece sciogliere … come se svenisse in un lago di piacere.
Per la giovane questa fu la prima vera esperienza sessuale, tutta al femminile.
Essa andava oltre il semplice sesso … sfociava nell’emozione: un'emozione che mai nella sua vita sarebbe stata eguagliata.
Per quanto piacere avrebbe mai assaporato, nessuna successiva relazione avrebbe retto il paragone con quella prima, indelebile, avventura.
Quel paio d’ore intense e travolgenti restarono impresse nei suoi ricordi ad un livello di estasi ineguagliabile.

L’estate torrida scaldava i sensi, mentre i corpi seminudi delle due amanti, la giovane principessa e la fata matura, si mostravano e si avvinghiavano, schiave dello stesso desiderio.
Anche l’autunno, con la sua dolce pacatezza, invitava i loro corpi a scrutarsi e a possedersi, approfittando di ogni occasione.
L’inverno freddo le teneva vicine a , pelle contro pelle, sotto un’unica coperta profumata di umori.
A primavera le loro farfalle fiorivano ed erano eccitate più che mai: il momento migliore per affondare le bocche nel sesso dell’altra, manipolando il bottoncino rosa, fino a quando dalla corolla, l’estroso liquido, intensamente profumato e dolce come il miele, si decideva a sgorgare tra le labbra vogliose.
E così, mescolandosi l’una nell’altra, in un amalgama di sesso e passione, le donne passarono le stagioni di quell’amore avvincente e perverso.
Alba cresceva e imparava.
La Fata di Ferro provava un intenso languore, facendole fare una parte dominante rispetto al possesso del suo corpo maturo.
La principessa oltre ad amarla si divertiva a giocare con lei e a tiranneggiarla.
Spesso la fata non desiderava nulla da lei, ma si accontentava di inginocchiarsi ai piedi del grosso divano, facendole da serva, come una schiava.
Il suo omaggio servile partiva dai piedi di Alba.
Poi la massaggiava, la leccava fino all’orgasmo, lasciandola riposare sotto il suo abbraccio materno.
Pian piano le faceva scoprire il piacere in tutte le sue possibili sfumature.
Prima concedette tutto di sé … poi iniziò anche ad cercare il gusto del possesso.
Le insegnò tutti i giochi e le furbizie; le permise di usare un fallo, uguale a quello degli uomini, per controllare come si faceva a penetrare nei fori reconditi di una donna.
La principessa giocava e sperimentava.
La donna godeva dell’ingenuità di Alba, ogni giorno più provata, più curiosa, più smaliziata nella ricerca sfrenata della passione.
La fata prendeva piacere ormai dalla sua discepola. Da tempo le aveva permesso di leccare i suoi orifizi e di suggere i suoi orgasmi.
Di notte poi la fata, più matura e scaltra nel sesso, da sola nel letto, mentre ascoltava il frinire delle cicale, si arrovellava cercando nuove perversioni per poterne godere l'indomani. Non le sembrava vero di poter coronare i suoi sogni più inconfessabili, servendosi di quel corpo tenero e giovane e di quella mente fertile e incantata.
L’aveva tenuta vergine fino ad allora, ma un giorno decise di sferrare il suo incantesimo erotico più potente.
Nel frattempo i genitori della principessa, ignari di quanto accadeva, si concentravano sulle loro vite.. La regina si fidava ciecamente dell'amicizia che la legava alla fata. Anche se intuiva che in quella casa di marzapane avvenisse qualcosa di più che il solo sorbire del tè con i biscotti.
Ma tutto era tranquillo grazie a quel rapporto tanto speciale. L’amica era dolce e paziente, la principessa veniva su felice e robusta e lei era più libera e spensierata che mai.
Andava bene così. Indagare sarebbe stato inutile ed anche impegnativo.


- Aahhh! Ahaaa! – sospirava languidamente Nicòle mentre se ne stava china sul divano.
Le braccia incrociate sotto la testa che veniva schiacciata contro la spalliera ad ogni pressione.
Le ginocchia a terra, poggiate su un plaid, erano divaricate.
Il culetto le faceva ancora male. Era solo da poco che lo prendeva nel piccolo buco dell’ano, ma non si sottraeva.
Aveva fatto tanto per convincere Flora a incularla, dopo che lei, la piccola Nicòle, le martoriava da anni ogni foro con quel membro di gomma, grosso e spesso, che tanto le piaceva indossare; lo montava come una mutandina, grazie alla cintura di pelle su cui era innestato … poi abusava della sua maestra senza pietà.
Flora prendeva tutto da lei, senza battere ciglio, ma diventava attenta e severa quando si trattava di usare il corpo di Nicòle per il suo piacere.
Così ci aveva impiegato del tempo per farsi leccare la figa fino a venirle copiosamente in bocca e addirittura più di un anno per possederla da dietro.
Ecco perché Nicòle subiva senza lamentarsi le penetrazioni costanti e feroci della sua matrona.
Il grosso fallo penetrava e stantuffava tra le natiche, mentre con la mano libera, Flora le picchiettava la fessura ... in breve sarebbe arrivato l’orgasmo tanto atteso.
Quando finirono di fare, abbracciate sul divano e sfinite dalle emozioni, Nicòle manifestò tutto il suo disappunto:
- Ma insomma … è bellissimo farlo, ma perché non posso averlo anche davanti? Sono una donna ormai. –
Flora sogghignava divertita: e le rimostranze della ragazza divenivano sempre più accese …
- Piccola mia, ma tu ti senti pronta? Sei decisa? – le chiese inutilmente – Lo sai che la verginità è qualcosa che una volta perduta non potrà mai tornare! – continuò materna – Se la perdi non puoi più riacquistarla? Ci hai pensato bene? Lo vuoi davvero?–
- Uff … ancora con queste sciocche storie? – sbottò Nicòle – io ti amo e voglio farlo con te. Cosa dici sempre? Va fatto con amore! – alzò la voce – Ecco io lo voglio fare … con amore e con te. Punto! -
Flora le accarezzò i capelli e la fissò negli occhi intensamente; in quei momenti sembrava volesse scavare dentro la giovane, per capire davvero cosa provasse.
Poi con occhio scaltro disse: - E va bene, ma ti ci vuole un uomo … un ragazzo! Non esiste perdere la verginità con un cazzo di gomma. Dovrà essere un evento … un piacere indimenticabile. – poi rivolta a Nicòle – Ma pensaci bene … non ce l’hai un bel ragazzo che ti corteggia? Fallo con lui, no? – disse con malcelata furbizia. Sapeva perfettamente che la giovane dipendeva totalmente da lei, anima e corpo.
- No … non mi interessano! Non li voglio. Voglio essere tua: stop! –
- Vai a fare la doccia, amore … dopo ti faccio vedere una cosa. –
Ma poi telefonò la madre di Nicòle per portarla con sé per una commissione e il discorso si rimase in sospeso.

Pochi giorni dopo, Flora, subito dopo colazione invitò Nicòle a sedersi sul divano per farle vedere qualcosa alla TV. Fece partire un filmato e poi si sedette al fianco di lei senza dire altro.
Dopo poche, inutili scene, la ragazza si rese conto che quello che stava guardando era un film porno.
Tutte le scene si svolgevano tra tre persone, due donne e un uomo; non sembravano attori professionisti, ma forse era solo un trucco.
Flora cercò di mantenere un atteggiamento rilassato e distante, mentre cercava di attirare l’interesse della ragazza sulle varie operazioni possibili tra i partecipanti.
Nicòle guardava estasiata, attratta soprattutto dalla vista di un cazzo vero e di notevoli dimensioni che passava da una donna all’altra.
L’uomo venne per ben tre volte nelle varie scene … anche lo sperma interessò molto la ragazza eccitata.
- Ti è mai capitato di berlo? – chiese ingenuamente a Flora.
Lei sorrise. – Ma certo - disse!
- E com’è? – chiese Nicòle curiosa.
- Com’è … com’è? E’ particolare. Non ha un sapore speciale, però è particolare. –
continuò – è caldo e odoroso. Lo senti quando sgorga in bocca. Lo senti uscire quando succhi … è molto eccitante. Anche addosso o dentro il corpo è … piacere ... liquido. –
- Più buono della nostra roba? – incalzò la fanciulla – per esempio a me piace molto succhiare quando vieni tu. –
- E’ diverso, te lo ripeto … -
Mentre conversavano e guardavano, ognuna per sé, iniziarono a masturbarsi, come un gioco simmetrico da praticare contemporaneamente.
- Il prossimo week end – disse Flora con la voce ormai provata dall’emozione – chiedi a tua madre il permesso di stare con me. Inventa una scusa. Io ti farò conoscere un mio amico. Che ne dici? -
Nicòle spinse più forte le dita nella figa, mentre con l’altra mano si teneva scostata la mutandina.
- Si ... sarebbe meraviglioso ... voglio provare … - la guardò complice e dolce – ti prego! -
Mentre il film arrivava alle ultime scene orgiastiche, vennero simultaneamente, ma ognuna per sé, come fossero sole … era un gioco che le faceva godere in maniera speciale, tra i tanti che avevano sperimentato.

Parte terza

Il sabato si incontrarono al centro commerciale.
Non era raro che Nicòle, per un motivo o per un altro passasse qualche giorno insieme a Flora. Qualche volta erano anche state in viaggio insieme.
La madre della ragazza, anzi, fu felice della proposta. Ne avrebbe approfittato per un breve viaggio al sud, per controllare la casa al mare, abbandonata da mesi.
Tra le chiacchiere e i saluti, Flora già pregustava ciò che sarebbe accaduto, mentre una sensazione di calda eccitazione già si impadroniva della sua vagina … stava vivendo il periodo più entusiasmante della sua esistenza.
Quella posizione di istitutrice, la totale disponibilità della giovanetta e la sua versatilità sessuale la rendevano costantemente arrapata e desiderosa.
La fortuna le aveva fatto incontrare in quel periodo anche un ragazzo, quasi dieci anni più giovane, leggermente tonto, ma grande chiavatore.
Era uno studente e abitava in una stanza presa in fitto presso una famiglia di anziani a pochi isolati dalla sua villetta.
Una volta gli aveva dato un passaggio e successivamente gli aveva chiesto qualche favore: lavoretti in casa di poco conto e per questi lavori gli riconosceva una piccola paga e qualche regalo.
Una sera lo aveva invitato a restare per vedere un film con lei sul divano.
Da allora tra lei e Marco, così si chiamava il giovane, si era instaurato un bel rapporto di scopate occasionali, senza coinvolgimenti sentimentali.
Ogni tanto, specialmente all’inizio del lungo rapporto con Nicòle, dopo gli estenuanti pomeriggi di toccamenti e di eccitazione trattenuta nella pancia, chiamava il ragazzo non appena la fanciulla era andata via. Poi lo aggrediva, letteralmente, soffocandolo con la sua voglia di venire … ripetutamente ... il più presto possibile.
Si sfogava sul suo cazzo giovane, sempre duro e sempre in tiro.
Il giovane non provava particolari sentimenti per quella donna più grande di lui, ma era la prima vera avventura, dopo le classiche esperienze da fidanzatino diciottenne.
Si riteneva molto fortunato. Solo e lontano da casa aver trovato un’amica di quel calibro gli permetteva una vita felice e spensierata, potendo pensare a studiare senza grilli per la testa.
Egli non era un “superfigo” e le ragazze all’università non facevano la fila per lui … trovarsi una donna avrebbe richiesto molto di impegno.
Poi magari si sarebbe ritrovato innamorato e disarmato dinnanzi a quel sentimento, perdendo di vista la sua carriera universitaria.
Invece questo rapporto appagante e piacevole gli permetteva di avere libertà e sesso con poca spesa.
Ecco perché Marco a Flora non diceva mai di no.
A mezzogiorno come d’accordo il ragazzo si recò all’appuntamento, davanti al McDonald’s. Anche quello era un grande vantaggio; la donna matura era sempre generosa con lui. Ricambiava tutti i suoi favori, invitandolo spesso a colazione o a cena, altre volte al cinema e puntualmente pagava sempre lei.

Intanto, nel parcheggio poco distante, le donne si salutavano. La madre di Nicòle partì con l’auto, mentre lei insieme a Flora si incamminarono verso il McDonald’s. Le donne avanzavano decise senza parlare, l’una accanto all’altra. Le espressioni del loro viso non tradivano l’emozione che faceva battere il cuore di entrambe, per motivi diversi.
Quando incontrarono Marco, poco dopo la ragazza ricordò di averlo visto qualche volta mentre andava o veniva dalla casa di Flora. La donna le aveva detto che era uno studente che a volte le faceva delle commissioni.
Mentre si salutava e scambiavano qualche parola, Nicòle cercò di valutare chi si trovava di fronte e soprattutto se era lui il prescelto da Flora sulla cui verga immolare la propria verginità.
In effetti il ragazzo non era quello che si potrebbe definire il classico principe azzurro: lievemente molle nei modi aveva un fisico tarchiato e le mani delicate di chi non ha mai lavorato nella vita.
Non era né simpatico, né brillante … nonostante questo una strana sensazione cominciò a farsi largo nel plesso solare di Nicòle.
Mentre sceglievano il menù per sgranocchiare rapidamente qualcosa e poi andare a casa, la ragazza era completamente assente e fantasticava su quella situazione incredibile … stava parlando del più e del meno con uno sconosciuto, eppure probabilmente, quello di lì a qualche ora sarebbe penetrato nel suo corpo, più intimamente di quanto lo avesse mai fatto chiunque altro.
Mentre fissava Marco in modo distaccato, immaginava quello stesso viso, a pochi centimetri dal suo mentre la scopava … gli guardò la bocca: probabilmente di li a poco avrebbe succhiato la sua lingua; contorcendosi sulla panca, pensò a come doveva essere il suo cazzo, soprattutto perché, ne era certa, fra non molto gli avrebbe dovuto fare un pompino.

Si erano fatte le due quando tutti insieme entrarono nell’appartamento di Flora. Si misero rapidamente in libertà.
Mentre si rilassavano in salotto, Flora offrì ai ragazzi dei cioccolatini al liquore, poi sedendosi in mezzo a loro iniziò a parlare per rompere il ghiaccio.
- Allora – disse – avete simpatizzato? Voi che siete giovani dovreste avere molte cose in comune … no? – poi rivolta a Nicòle – Ti va di mettere un po’ di musica? –
La ragazza scelse un CD dei Queen, ma prima di inserirlo nell’apparecchio chiese a Marco se gli piacevano. Lui approvò senza riserve; pochi istanti dopo la musica, a basso volume, invase l’atmosfera.
- Vieni Nicòle – la chiamò Flora dal divano – Vuoi provare a baciare Marco? E’ molto bravo sai? –
Nicòle arrossì, ma in maniera abbastanza passiva obbedì sedendosi vicino al ragazzo. Anche lui era abbastanza impacciato nei movimenti, ma per non deludere Flora si avvicinò a Nicòle in modo meccanico.
Si sollevò col busto di quel tanto che gli permetteva di circondare con il braccio i fianchi di lei, mentre accostava la guancia ben rasata al volto di Nicòle.
La giovane intanto era tesa e rigida, come uno stoccafisso. La disinvoltura erotica e sessuale raggiunta con Flora era completamente scomparsa; ora che si trovava in una situazione del tutto nuova ed in presenza di un estraneo si sentiva come una scolaretta il primo giorno di scuola.
Nonostante questo accettò che le labbra di Marco si posassero sulle sue: erano completamente nuove … diverse da quelle di una donna. Erano spesse e dure e cercavano la sua bocca con meno dolcezza e più decisione.
Trascorsero pochi attimi e Marco le apriva le labbra con la lingua grossa e bagnata. Non era spiacevole, ma Nicòle si irrigidì ancora di più.
A stemperare la tensione pensò la bella Flora, che andò a piazzarsi in ginocchio tra i due ragazzi, rivolta verso entrambi.
Accostandosi sussurrò:
- Ho capito, se non interviene la “vecchia” zia non riuscite a lasciarvi andare del tutto. –
Sorrise dolcemente e li abbracciò tenendoli entrambi per le spalle. Poi con delicata sapienza accostò la sua bocca alle loro, che se ne stavano immobili, non sapendo bene come comportarsi. Con una delicatezza perversa, che mai Nicòle aveva riscontrato, Flora si abbandonò alla danza del piacere, piroettando tra le due bocche fresche di rugiada con delle lascive spennellate di lingua.
Poggiare la sua bocca viziosa sulle tenere labbra dei due ragazzi le dava vigore e le insidiava la mente come un sonetto perverso dell'Aretino.
Le labbra dei due ragazzi, sopraffatte dalla confidenza che avevano con le sue, si schiusero come petali e riconobbero subito la loro amante appassionata.
Il bacio a tre durò un tempo infinitamente lungo. La loro saliva si fuse stemperando ogni tensione e facendo deporre ogni indugio.
Il cazzo turgido di Marcò si gonfiò, trattenuto dai suoi Jeans. La passerina di Nicòle provò i primi accenni di calore e la ragazza si sciolse nell’abbraccio della sua istitutrice.
Poi Flora si spostò di lato per sedersi al fianco di Marco, mentre Nicòle guardava curiosa, la donna adulta iniziò ad armeggiare, esperta, con la cintura e la lampo del giovane amico.
Le dita di Flora erano curatissime e lo smalto rosso scuro, scelto per quel giorno, spiccava sul chiarore del suo incarnato.
Scavava lenta e decisa in quel pantalone, rendendo la caccia eccitante e passionale. Alla fine vinse e dai boxer grigi di maglina fece sbucare una nerchia decisa, grossa e gonfia, accompagnata dalle due palle scure, trattenute nello scroto.
Intorno al cazzo una corona di peli faceva da corolla.
Nicòle trattenne il fiato … aveva già visto dei cazzi, nei filmini che Flora aveva proiettato a volte. Ma avere il cazzo di Marco, vivo e presente, a portata di mano le diede una sensazione nuova ed eccitante. Flora fingeva di dedicarsi al pene di Marco, come se ignorasse la sua amante, ma non era così: in realtà ogni mossa, ogni ostentazione di quel membro, che carezzava e ossessionava con le dita, era volta a favore del piacere di Nicòle.
Con quello stesso spirito, aiutò il giovane a mettersi in piedi.
Marco era troppo eccitato per provare una qualsiasi vergogna a esibirsi anche davanti a Nicòle, al contrario, la ragazzina che poche ore prima lo aveva interessato ben poco, viste le forme acerbe e la timidezza del comportamento, adesso lo eccitava:
Si sentì un maschio dominante, mentre quegli occhi di cerbiatta, grandi e profondi, non riuscivano a staccarsi dai suoi genitali.
A buttare legna sul fuoco ci pensò Flora che con voce roca e sensuale sussurrò rivolta alla ragazza: - Libera il cazzo di Marco, tesoro, tira giù i suoi pantaloni ... dai. –
Nicòle non si rifiutò.
Avvicinandosi ai genitali di Marco, non poté fare a meno di prendere confidenza con questi ultimi e con lo sguardo ipnotizzato dal grosso “fungo” del giovane fu pervasa dall’odore umido che sprigionava dalla pelle e dai peli delle sue zone erogene.
Per non perdere il controllo si dedicò, non senza impaccio, ad abbassare i jeans del giovane. Per tirarli via dovette togliergli le scarpe e poi sfilare le gambe strette del pantalone, passando con le mani sulle cosce robuste e muscolose coperte di peli.
Lui rimase con le sole calze bianche di cotone.
Intanto Flora si era sbottonata la camicetta e aveva fatto sì che i due grossi seni scavalcassero il reggipetto, offrendoli tesi con i capezzoli duri alla bocca di lui.
Marco sempre più arrapato cominciò a mungere quelle tette spropositate, succhiando tutto fino all’aureola scura e larga.
Con la mano libera Flora trascinò con volitiva decisione Nicòle sul divano, la tirava per il braccio per vincere ogni sua riluttanza. Ora si trovava con il volto a pochi millimetri dal pene, la guancia poggiava sull’inguine bollente di Marco e le narici erano impregnate di un profumo nuovo e sconosciuto: era l’odore del cazzo.
Nicòle studiò attentamente quell’immagine prima di trovare il coraggio e la forza di saggiarne la consistenza al tatto.
L’affare del giovane era molto bello a vedersi, era più o meno del diametro di un grosso cetriolo. Non era lunghissimo. Stringendolo nel palmo della mano ne restava fuori, svettante, quasi una metà.
La testa del cazzo, ora che era rigido, era completamente libera dal prepuzio. Si distaccava dal tronco attraverso due profondi solchi laterali che sembravano tagliati come branchie, forse per questo, tra i vari nomi dati al membro maschile, da qualche parte veniva chiamato anche: pesce.
Ma la sua contemplazione platonica venne spezzata dalla crudezza dei gesti che seguirono.
Marco, incapace di res****re oltre, aveva abbassato la mano virile dietro la nuca della povera Nicòle e senza cerimonie aveva attratto la ragazza verso il suo cazzo.
Incredibilmente la bocca di lei non obbedì all’intelligenza ma all’istinto sessuale e senza volerlo si schiuse per prenderlo in bocca.
Liscio come la seta, di una consistenza carnosa ed eccitante, il glande penetrò facilmente tra le labbra di Nicòle, venendo a contatto con la piccola lingua nervosa.
I movimenti e le scelte non erano suoi … si rese conto di quanto fosse naturale fare un pompino.
Marco con fermezza premette ancora le dita tra i suoi capelli e la spinse. Per la prima volta la ragazza prese un cazzo tutto in bocca. Si accorse di essere arrivata con le labbra fino ai peli di lui, mentre il naso non riusciva più a prendere aria, per la pressione del membro nella gola, la ragazza ebbe un attimo di panico e si ritrasse, per ritrovare la capacità di respirare.
Ma il piacere di quel gonfiore in bocca era troppo intenso, per rinunciare, così fu lei stessa che fece la giusta pressione per proseguire nella pompa.
Una decina di affondo per prendere confidenza e dimestichezza … rapidamente la ragazza diventò più padrona della situazione.
Schiuse gli occhi e si accorse che Flora si era abbassata, arrivando col viso alla sua altezza. La ragazza capì che era affamata di cazzo e, con maestria, raggiunse l’asta con la destra, porgendola alla sua “madrina”, che prontamente iniziò il suo bocchino.
Marcò era già in visibilio, le gambe aperte sul divano e il cazzo distribuito tra le due beltà.
Non aveva mai fatto sesso con due donne e cominciò a capire quanto sublime fosse stata l’offerta di Flora.
Essere conteso tra due stupende creature, oltre alla sensualità del rapporto, sprigionava tutta una serie di sensazioni uniche, delicate e rare.
Intanto, Flora restituì il cazzo alla bocca di Nicòle e, abbassandosi di qualche centimetro, prese in bocca le palle: le strinse e le succhiò fino alle soglie del dolore, facendo sussultare il ragazzo, incastrato sul divano in balia di quelle due bocche assetate e vogliose.
Le donne si ritrovarono poi col cazzo tra le labbra di entrambe. Quale occasione migliore per carezzare con la lingua il glande e allo stesso tempo baciarsi con passione.
Goccioline di smegma fuoriuscivano dal prepuzio di Marco, eccitato oltre misura, e le femmine prontamente se ne impadronivano passandoselo tra le lingue infuocate.
Ormai era una gara a chi delle due prendesse il cazzo del giovane più profondamente in bocca, a chi lo facesse sussultare di più con succhiate e leccate.
I suoni che provenivano dalle due bocche erano umidi, i sospiri affannosi per lo sforzo di ingurgitare il pene fino all’estremità.
Le mani delle donne viaggiavano sul corpo seminudo di Marco, cercandogli ogni parte per prodigarsi in carezze eccitate. Gli toccavano i capezzoli, il collo e le orecchie … Flora, più navigata, gli cercò l’ano e con il dito puntuto lo penetrò, facendogli male.
Ma l’effetto voluto fu lo stesso. Marco si inarcò verso l’alto e chiavò il membro ancora più profondamente in bocca a Nicòle, che indietreggiò senza mollarlo.
Guardare la scena era da svenire per il ragazzo. Le due bocche erano diverse, le vedeva e le sentiva. Le labbra di Flora erano grosse e carnose, quelle della ragazza sottili e delicate, anche il pompaggio era diverso nell’essenza … così come era diverso il ben di dio che si offriva alle mani di Marco, mentre languido carezzava quei due corpi stupendi.
Le ragazze non erano spogliate, ma discinte, e lui trovava facile, rinvenire le tette così diverse tra loro, le natiche, i fianchi, fino a spingersi nell’intimità delle loro mutandine, per saggiare la sensazione muschiata del loro pelo umidiccio.
- Vieni, amore mio – disse Flora prendendo Nicòle per mano – fai sentire a marco come sei buona! – la giovinetta salì in piedi sul divano, guidata dall’adulta: mettendosi di culo a Marco, si abbassò in avanti tenendosi con le mani sulle ginocchia di lui.
Flora e Marco le tolsero le mutandine, lasciandole le calze chiare.
Marco si spostò in avanti col viso e si avventò sulla figa verginale della ragazza, mai aveva toccato figa dalle grandi labbra più sottili ed elastiche, per aprirle non gli bastò la forza della lingua, ma si dovette aiutare con le dita, per affondare le labbra in quel frutto proibito dal sapore fragrante e intenso.
Nicòle si sentiva esposta e profanata nella stanza illuminata dalla luce potente del meriggio, sapeva di essere completamente in vista … scoperta.
Flora intanto cercava di farla rilassare tra le sue braccia e la stringeva al petto e la baciava in bocca con passione, mentre Marco cercava di farle raggiungere il primo orgasmo leccandole il clitoride appuntito.
Poi la donna fece un movimento che la ragazza non si aspettava, ma probabilmente in quei momenti era troppo avida per pensare a lei.
Flora, già priva delle mutande, indossando solo delle calze nere autoreggenti che le superavano di poco le ginocchia, si tirò su la gonna, come se dovesse far pipì. Invece anche lei voltata si insinuò, arcuandosi agilmente sotto Nicòle, che fu costretta a mollare l’appiglio sulle ginocchia di Marco.
Con mossa decisa e rapida, quasi alla cieca, Flora cercò e agguantò il cazzo di Marco, che oscillava libero a mezz’aria e si introdusse da sola il glande in vagina … un attimo dopo, strusciandosi con le grandi labbra sull’inguine del giovane, aveva fatto sparire il cazzo completamente nella figa.
Marco era alla mercé delle due donne.
Nicòle non voleva sottrarsi a quel rito orgiastico, egoisticamente non voleva cedere l’uomo alla sua maestra.
Anzi incurante degli sforzi che lei faceva per chiavarsi il ragazzo che aveva appena montato, si appoggiò sulle spalle di lei per non perdere l’equilibrio.
Intanto la sua figa era talmente bagnata che la pressione sul volto del ragazzo gli provocava quasi un annegamento nel succo chiaro della sua fighetta bionda.
Senza essere d’accordo, per simpatia alchemica, le due donne vennero contemporaneamente: mentre l’orgasmo arrivava si ricordarono dell’amore che le legava, allora Nicòle si affacciò su Flora, che volse il viso a lei. Si scambiarono le lingue salmastre, mentre sborravano spumosamente i loro succhi su Marco.
Poco dopo ritornarono sfinite accanto a lui sul divano.
Il tempo di riprendersi e rifiatare … poi Marco fu addosso a Nicòle per succhiarle i seni, ormai scoperti. I piccoli capezzoli rosei lo eccitavano col loro senso di acerbo e proibito.
La ragazza lo lasciò fare, mentre Flora, approfittando del fatto che il ragazzo era ancora seduto col pene eretto, iniziò a masturbarlo con la sinistra.
Appena anche lui apparve sazio, si adagiò con le spalle sul divano, rilassandosi totalmente. La donna adulta voleva insegnare ancora qualcosa alla sua ancella e la chiamò a sé: - Vieni amore ... vieni a vedere come si maneggia un cazzo. – Nicòle non se lo fece ripetere due volte e curiosa si avvicinò alla zona pelvica di Marco. Il relativo relax del momento le diede l’opportunità di studiare a fondo il grosso pene ...
- Guarda bene – disse Flora – questo movimento è per farlo venire – e intanto con la mano andava su e giù circondando l’asta con le dita.
- Ti devi servire della pelle del prepuzio. per far scorrere la mano senza creare attrito. – spiegò sibilando – più stringi e acceleri, più presto lo vedrai schizzare. -
Infatti lei si fermò.
- Per dargli piacere e farlo sognare devi invece carezzarlo delicatamente con il pollice sotto la testa … guarda, così! – La ragazza osservò attenta, mentre il dito di Flora si muoveva nell’incavo sotto il pene. L’altra mano di Flora invece si chiuse a coppa sui coglioni in bella mostra – Ecco con questa carezza gli scaldi le palle … anche questo precede una sborrata abbondante e solenne. – La voce roca e libidinosa della donna si scontrava con la finta professionalità con cui descriveva le sue azioni.
Nicòle guardava estatica e senza volerlo iniziò a masturbarsi.
La scena continuò finché Flora, impazzita dalla goduria che l’attendeva, disse alla giovane: - Ecco avvicinati adesso … preparati al tuo primo bocchino vero. – la fissò complice – non ritrarti, bevi tutto, capito? E’ il tuo battesimo del sesso … va bene? –
Nicòle fece cenno di sì, mentre prendeva il glande tra le labbra schiuse.
- Masturbalo tu stessa, così imparerai a dosare la pressione della mano … -
La giovinetta non se lo fece ripetere. Prese il cazzo tra le dita, circondandolo col pollice opposto alle altre dita, strinse forte e viaggiò veloce.
Il cambio di mano fece perdere la testa a Marco: aveva fatto di tutto per durare il più a lungo possibile … ogni espediente era stato ormai adoperato. Era in gioco quasi da un’ora, ma adesso la mano piccola e inesperta di Nicòle con i suoi movimenti stizzosi e irregolari lo trascinarono all’acme come un fiume in piena che non potendone più straripa ed inonda tutto quello che incontra.
L’obbedienza della ragazza era incredibile. Eseguiva militarmente gli ordini della sua padrona.
Per quanto Marco si inarcava e serpeggiava nel corpo eccitato, Nicòle non gli mollava il piffero e mentre lo segava seguiva con la bocca socchiusa ogni performance del glande rosso e grosso che teneva tra le labbra.
Con un salto e un grido inarrestabile, Marco iniziò a sborrare, affondando le dita nel divano.
Flora intanto, mentre a sua volta si teneva due dita nella fica fradicia di liquidi, con la destra fu lesta a bloccare la nuca della giovane, spingendola verso il cazzo del giovane.
La sborra era troppa perché Nicòle riuscisse a gestirla, essendo ancora troppo impreparata e ingenua per gestire un flusso tanto copioso. Fu inondata.
Un senso di soffocamento la fece tossire forte.
Lo sperma leggermente salato e aromatico trovò lo spazio per uscire dalle narici della ragazza e dai lati delle labbra, circondandola di spruzzi biancastri.
Nicòle non capì nemmeno se le piaceva o no … solo dopo quella spruzzata traumatica si rese conto di quanto era desiderabile bere ancora quel nettare d’amore.
Una volta calmati, si rilassarono e si distrassero, aspettando la sera.


Flora sfornò degli stuzzichini di pasta sfoglia e un’insalatona con gamberetti, che non era niente male.
Senza essersi detto nulla i due ragazzi avevano continuato ad indossare solo la parte superiore dei loro vestiti: camicia a quadroni, sportiva per Marco, maglietta aperta davanti e senza reggiseno per Nicòle. La ragazza inoltre si era lasciato addosso le sue calze nonostante fossero sfilate.
Aveva cambiate le mutandine, indossandone un paio nere, a perizoma, che le aveva regalato Flora.
La donna invece indossava uno dei suoi camici pieni di colore, completamente sbottonato sul davanti, cosicché si vedeva perfettamente che indossava l’intimo nero, ma senza mutandine. Infatti spiccava il triangolo scuro della sua figa carnosa.

Il cazzo di Marco, come una cartina di tornasole, scandiva i momenti di maggior eccitazione del trio; l’asta indicava perfettamente la tensione erotica del momento rizzandosi di più o di meno, spesso mettendosi in bella mostra sotto la camicia.

Con una disinvoltura che suonava grottesca, verso le dieci di sera si ritirarono tutti nella camera da letto di Flora.
La donna adulta fece accomodare nel bagno prima l’una poi l’altro dei ragazzi, ad entrambi fece personalmente il bidet con l’acqua tiepida, indugiando sui genitali … forse pregustando la notte d’amore che li attendeva.
Una volta a letto riposarono. Flora si sistemò in mezzo ai due, ma sotto le lenzuola, pur sonnecchiando, si toccarono.
Molte volte si baciarono in bocca, ogni tanto qualcuno scompariva alla vista dedicandosi a un assaggio dei genitali altrui.
Dormirono nudi abbracciati, gustandosi il rapporto carnale e profondo.
L’atmosfera si riempiva di ora in ora di tensione sempre crescente.
Tra veglia e sonno, Nicòle, non riusciva a non togliersi dalla testa l'idea del cazzone di Marco. Così mentre Flora se lo scopava … non vedeva l’ora di donare la sua verginità a quel giovane estraneo, ma eccitante.

Verso le cinque, Marco si svegliò completamente per andare a pisciare.
Il suo pene era perennemente duro, ormai, come se quello fosse il suo stato naturale.
Voleva la ragazza … ora!
Aveva perduto il distacco iniziale. Ora era deciso e aveva voglia di deflorare la giovane, come un toro da monta.
Quando tornò presso il lettone, Flora dormiva ancora.
Lui si accostò a Nicòle. Poi la scosse lievemente sulla spalla: - Vieni – le disse senza vergogna – ti voglio! -
Come una schiava consenziente che accetta il suo destino, la ragazza scese dal letto e si lasciò portare per mano dal giovane col cazzo eretto.
La portò nella camera di fianco, lo studiolo di Flora.
Marco accese una abat-jour coperta di damasco dorato.
La condusse al centro della stanzetta, facendole cenno di inginocchiarsi. Di certo desiderava ancora che lo prendesse in bocca. Il ricordo del sapore dello sperma agì come una droga, dandole immediato calore ai genitali.
Marco si affrettò a far precipitare il suo membro tra le labbra di lei ... segno che ci stava pensando già da un po’.
Nicòle non lo rifiutò, anzi fu felice di trovarlo abbastanza eccitato per poter poi provare la sensazione di portarlo all’estremo della durezza con il suo lavorio orale.
Quando il giovane cominciò ad accusare il piacere nell’essere stantuffato, uscì dalla sua bocca e si fermò.
Con le mani la prese per le spalle e cominciò a baciarla con passione:
- Ti voglio … ora! – le sussurrò semplicemente.
Ma la giovane si irrigidì: - No – disse – voglio anche Flora con me … -
- Va bene – accettò. Marco si allontanò e sicuro di quello che sarebbe accaduto chiamò: - Flora? Puoi venire? – la risposta fu immediata, dato che la donna non dormiva anzi stava attendendo fremente.
Flora arrivò furtiva ed eccitante come una grossa pantera nera nelle sue calze provocanti.
- Voglio chiavarla! – disse Marco, con una veemenza che la donna non gli conosceva.
- E tu … mio piccolo fiore … te la senti? – disse la donna mettendosi di fronte a Nicòle e fissandola negli occhi.
- Io … io credo di si … se tu mi stai vicino. – Nicòle era pronta ed eccitata, ma un po’ secca in vagina per la paura e la tensione che si era prodotta nella stanza.
Non era un atto spontaneo ... non era l’evoluzione di un amore … quindi nessun coinvolgimento sentimentale e nessuna spontanea donazione di sé, ma solo una calda, potente eccitazione.
Trovò in sé la nota giusta per far vibrare il suo diapason all’unisono con l’arrapamento mentale degli altri due.
Avrebbero proceduto alla deflorazione di Nicòle meccanicamente, come un atto dovuto e necessario, eppure questa fredda determinazione a spaccare l’imene col cazzo di Marco era talmente inebriante da far girare la testa a tutti e tre.
- Andiamo in camera – propose Flora - staremo meglio. -
Accese la luce e fece partire una piccola videocamera posta sul comò di fronte ai piedi del letto: - Vale la pena di immortalare il momento, vi pare? –
Totalmente fiduciosi i giovani risposero affermativamente. Lo stesso Marco aveva fatto altre volte l’amore con Flora lasciandosi filmare. Ora sapeva che rivedere quelle scene aggiungeva ulteriore piacere ai rapporti successivi e l’emozione non inibì la sua erezione … anzi contribuiva ad accrescerla.
Flora fece si che Nicòle si stendesse sul letto, comoda … ginocchia alzate e gambe divaricate:
- Vieni dentro di me, Marco. Prendimi come una cagna … - disse Flora con voce roca. Così si chinò in avanti per arrivare col volto tra le cosce della ragazza, per farle la minetta.
Subito iniziò a baciare le labbra tese della giovane figa.
Nicòle sentì la penetrazione di Flora da parte di Marco e tutte le pompate che lui le infliggeva, perché le venivano trasmesse pari pari dalla bocca e dalla lingua di lei, direttamente in mezzo alle cosce.
La donna la leccò e la eccitò per farla bagnare a sua volta, poi all’improvviso fermò con la mano il ragazzo e se lo sfilò dal corpo.
- Ecco vieni, Marco, Nicòle è pronta per te – disse seria. Spostandosi di lato, si mise col busto a fianco della pancia piatta dell’altra.
Marco era infoiato dalla chiavata precedente, bruscamente interrotta e cercava un buco da riempire al più presto.
Si puntellò con le ginocchia sul letto e protese il membro verso la piccola fessura di Nicòle.
Flora, che aveva le mani libere, si diede subito da fare … con le dita della destra divaricò le grandi labbra della fanciulla, mentre con la sinistra agguantò il cazzo duro e lo indirizzo verso la giusta inclinazione.
Il giovane tenendosi con le ginocchia e con i palmi sul letto, lasciò che la donna manipolasse il suo cazzo come un trapano in cerca del suo foro. Lui invece grazie all’appoggio comodo, poteva gestire la discesa in quel piccolo buco, ancora vergine e mai profanato.
Flora gli impose piccole oscillazioni, che permettevano alla sua capocchia rossa e spropositata di aprire e chiudere la fighetta eccitata, arrivando fino all’imene ma senza sfondarlo.
Ma quando i mugolii di Nicòle divennero sconnessi e parossistici, quando le dita si impregnarono di umore bianco e lubrificante, quando il cazzo di Marco era al culmine del suo notevole spessore, allora divenne un’ossessa …
La grossa donna sgattaiolò agile alle spalle del maschio e si abbatté su di lui … le grosse zinne si appiattirono molli sulla sua schiena, la figa gonfia da matrona gli premette le natiche, quella pressione esercitata all’improvviso, prese Marco alla sprovvista, che cedette al peso notevole di lei.
Crollò su Nicòle con violenza inaudita, invadendole il corpo sottile con il suo di maschio maturo, mentre il cazzo scendeva tra le sue cosce come una trivella.
A poco valse la resistenza passiva dell’ imene dell’imene virginale.
Si spaccò in un istante, permettendo al glande di farsi inseguire da tutto il tronco di carne, fino a sbattere con i coglioni sulla fessura divaricata in modo innaturale.
Nicòle urlò per la sorpresa ed il bruciore … non poteva credere al gesto selvaggio di Flora.
Ora annaspava in cerca di aria, ma la pressione su di lei non tendeva a diminuire.
Marco fece del suo meglio per non schiacciarle i polmoni e per permetterle di riuscire almeno a respirare … ma di toglierle il cazzo completamente inzuppato in lei non se ne parlava neppure.
Flora al massimo della goduria mise la mano sotto lo scroto del giovane, analizzando con le dita la totalità definitiva della penetrazione.
Si alzò controvoglia da quel monte di membra avvinghiate.
Era squassata, anima e corpo, come se fosse stata lei ad essere profanata … sfondata senza pietà.
- Chiavatela Marco … è tutta tua, adesso … vienile dentro senza temere. – disse con una voce strana, eccitata ma rabbiosa. Stava soffrendo come non mai per la sua natura che non le permetteva di avere Nicòle completamente sua.
Si ritrasse ai piedi del letto. Si sedette per terra e senza enfasi seguì da vicino tutte le fasi di quella copula da lei stessa organizzata.
Vedere Marco e Nicòle, uniti da quel cordone di carne, stretti in una intimità a lei proibita la fece sentire sola e inutile.
Tre anni d’amore, di abnegazione, di servitù, distrutti dalla natura delle cose … poteva leccarla fino a farsi sanguinare la lingua … ma mai avrebbe potuto farla godere tanto intensamente come solo un pene poteva fare. Aveva gli occhi umidi e, improvvisa, in lei montò la rabbia per quello sconosciuto che adesso stava montando la sua pupilla.
Se la fotteva dimenandosi in lei. Non contento la fece inarcare di più, mettendole un cuscino sotto la schiena, per continuare a chiavare in modo cadenzato e preciso.
Ogni tanto si fermava, col cazzo completamente dentro … allora era la piccola Nicòle che si agitava, scalciando lentamente e ruotando il bacino, per accogliere e saggiare l’asta infissa in lei.
I due ragazzi erano soli nel piacere, lontani da lei … entrambi.
Ecco, ora dimentica del dolore provato da poco, Nicòle si spingeva a favore di lui, emettendo quei suoni che Flora tanto bene conosceva e adorava: la giovane, incapace di controllarsi ancora, se ne veniva a lungo come era suo solito.
L’estasi di lei si trasmise a Marco, che poco dopo, folle di piacere, cominciò a spingere il suo orgasmo, tra le piccole labbra della figa di lei.
Nicòle era leggera e minuta. Marco sborrava e spingeva, al punto da farla risalire lungo il letto, verso la spalliera.
Dopo un lunga serie di spasmi incontrollati, Marco si calmò.
Flora aspettava, benigna, spiando da dietro lo strizzare delle natiche di lui.
Dopo parecchi minuti … tutto finì.
Il membro ancora barzotto, rosso e bagnato venne sfilato dalla vagina.
Flora ritrovò tutta la sua libidine in quell’attimo e volle tutto il piacere per sé.
- Alzati! – ordinò a Nicòle.
La ragazza non capì bene cosa intendesse, ma Flora fu lesta e l’aiutò con la mano a mettersi al centro del letto, in ginocchio e con le gambe divaricate … ma non una sola goccia del suo piacere andò sprecata sulle lenzuola: Flora fu subito sotto di lei.
Con la bocca e con la lingua sollecitò la piccola vagina irritata. Pian piano dalla fessura dischiusa un liquido rosato colò tra le labbra marcate di Flora …

La Fata di Ferro beveva alla fonte della sua piccola Principessa: un amore liquido, fatto di sperma, sangue e umori caldi.
Con grande maestria aveva dosato gli ingredienti nella coppa sacra della sua ancella … ora raccoglieva il frutto delle sue alchimie.
Incapace di amare col cuore, preferiva accontentarsi di sostituirlo con la voluttà estrema, per berne l’erotico liquore.
La domenica successiva fecero festa: più volte danzarono i balli dell’amore e il satiro, invitato alla tregenda, sparse ancora il suo seme virile nelle loro vagine infoiate.

Tre mesi dopo … la donna si accorse suo malgrado che le premure e i calcoli astrali estrapolati per Alba, avevano agito a discapito della dovuta attenzione per se stessa …
La Fata di Ferro era incinta … suo malgrado.
Dalla sua casa nel bosco mugghiò e sbuffò disperata e infuriata … cacciò la principessa dalla sua vita per sempre e nessuno ne sentì più parlare.



Epilogo

Senza l'amore, si sa, tutte le cose stridono e alla fine producono attrito.
L' attrito ha la pessima abitudine di attirare l'attenzione perché produce sforzo, calore e rumore.
L'unico sistema per attutire il rumore è usare il brodo di lacrime, ma produrlo non è sempre facile:
spesso sono in tanti a cercare di attutire gli effetti dell'attrito, versando tante lacrime, talvolta all'insaputa l'uno, dell'altra.

Sono passati tanti anni, il tempo ha cancellato e sbiadito tanti ricordi … anche il vecchio cartello sul sentiero che porta a una casa abbandonata; nonostante gli anni, però, ancora si può leggere l’antica scritta:
“ Qui abita la Fata di Ferro.
Lei ama tutti e nessuno.
Lei sfida la vita, ma la teme.
Quando gioisce … fa male.
Non è una vera Fata,
ma neppure sa essere una vera Strega. ”


FINE

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Posted by giessestory 2 years ago  |  Categories: Anal, Group Sex, Lesbian Sex  |  Views: 1536  |  
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La donna misteriosa (attenzione niente sesso!)

ATTENZIONE
Questo è un racconto molto diverso da quelli pubblicati in questo bellissimo sito. Vi avverto quindi che non troverete scene di sesso bensì una storia misteriosa che è nata per caso.
Infatti all’inizio volevo scrivere un racconto diverso molto erotico, con scopate continue e magari un’orgia ma quando sono arrivato a metà racconto mi sono accorto che i protagonisti non si erano dati neanche un bacio (sono proprio una frana). Sono stato anche tentato di riscrivere tutto ma quando ho riletto quello che avevo scritto … ho trovato la storia avvincente ed interessante.
Nella maggior parte dei racconti che ho letto il sesso è divertimento, è solamente il rapporto tra due o più persone che si godono (è proprio il caso di dirlo) la vita, ma nella realtà il sesso è anche amore. Ho deciso quindi di portare a termine il racconto senza neanche sapere come sarebbe finito. Vi ripeto quindi che non troverete scene di sesso e, di conseguenza, vi conviene scegliere un altro racconto se cercate solamente quello.
Dovendolo classificare per forza l'ho inserito nella categoria che si avvicinava di più anche se, ripeto, non c'è sesso nella storia.


Questa mattina tra le lettere della posta ho trovato una busta senza mittente cosa ormai quotidiana vista la storia che mi ha visto come protagonista.
In questo Stato, che considero ancora magnifico nonostante tutto, noi italiani abbiamo la bruttissima abitudine di mettere al rogo gente senza aspettare la conclusione delle indagini e qualora quest’ultimo risultasse innocente o peggio ancora parte lesa, come nel mio caso, il tutto viene archiviato da parte della stampa con quattro righe di scuse in quinta pagina rispetto ai i titoloni in prima pagina dei mesi precedenti che hanno ormai creato il mostro.
Purtroppo non tutti leggono quelle quattro righe e, di conseguenza, la nomea rimane e grazie a questa arrivano lettere anonime che promettono o richiedono vendette da parte di … ancora non l’ho capito.
Scusatemi se preso dalla frenesia non mi sono ancora presentato ma sono mesi che devo sopportare questo stillicidio oltre a cercare di dimenticare l’accaduto e pensare ad un futuro.
Mi chiamo Alessandro, sono nato a Milano trentacinque anni fa, lavoro presso una società farmaceutica e sono … single.
Non sono un vanitoso ma, permettetemi almeno questo, con il fisico da palestra che mi ritrovo, moro, occhi verdi, di bell’aspetto alto cm 190 devo dire la compagnia femminile non mi è mai mancata fino a … pochi mesi fa quando la mia compagna è stata trovata morta nell’appartamento in cui vivevamo insieme.
All’inizio si è parlato di furto, poi di suicidio ed infine di omicidio passionale con prove così schiaccianti verso di me che nel giro di pochi giorni mi sono ritrovato chiuso in una cella del carcere nonostante dichiarassi assiduamente la mia innocenza.
Quest’ultima è stata provata, dopo quattro mesi, grazie ad un colpo di culo, per me, quando sono stati arrestati un gruppo di rumeni per furto e, dopo la confessione di uno di loro, omicidio della mia amata Anna.
Molte volte quando cammino per le strade mi sento osservato, vedo gente che cambia direzione pur di non incontrami, vedo quelli che consideravo amici nascondersi in vicoli bui ed aspettare il mio passaggio e questa è una cosa che fa male, molto male, quasi quanto la perdita della tua donna.
Lei sarà sempre presente nei miei pensieri ma … non c’è, non vive come non sto vivendo io ma … io respiro e vorrei tornare a vivere.
Apro la posta lasciando per ultima quella busta anonima indeciso se aprirla o no. Le prime volte ho sofferto tanto per queste lettere ma ora c’ho fatto il callo e mi lasciano indifferente. Alla fine l'apro quasi meccanicamente ed estraggo la lettera preparandomi a leggere quali mali mi sono stati augurati questa volta. Rimango colpito quando vedo che le due righe che compongono la lettera sono scritte a mano con una calligrafia femminile mentre di regola sono stampate. Le parole sono diverse da quelle che mi aspettavo e sono solamente “SE VUOI, UN’AMICA” seguite da un indirizzo email.
Accendo automaticamente il computer e di getto scrivo:
ciao, ho appena ricevuto la prima lettera gentile da oltre quattro mesi, la tua.
Ti ringrazio Alessandro
Invio l’email prima di pensarci due volte perché so che altrimenti non lo farei più.
Come tutte le sere ormai mi ritrovo a sgranocchiare qualcosa guardando la televisione senza seguire i programmi. Mi serve per rompere il silenzio che altrimenti sarebbe il padrone assoluto di questa casa che considero come una prigione, se non di più. Ho tolto tutte le cose che mi ricordavano Anna ma non ci sono riuscito perché quelle poche rimaste mi torturano la mente con lampi di ricordi.
Decido di accendere il computer per navigare in quel mondo telematico dove nessuno mi riconosce e dove posso curiosare su tutto quello che mi passa per la mente.
Noto con stupore che ho ricevuto una email, stupore che passa a meraviglia quando leggo il messaggio.
“VORREI ESSERTI D’AIUTO MA ALLO STESSO TEMPO NON HO INTENZIONE DI INVADERE IL TUO MONDO. SE VUOI UN’AMICA”
Chi sarà? Cosa vorrà dire? Sara sincera? Il fatto che si firmi “AMICA” fa presupporre che sia una donna ma potrebbe essere anche un uomo che si diverte.
Prendo la decisione di non rispondere all’email, facevo meglio a non rispondere neanche alla prima.
--- ° ----
Sono passati due mesi e torno proprio ora dal dottore che parlando con franchezza mi ha comunicato che se non cambio vita la depressione mi porterà alla pazzia (le sue parole non sono state così crude ma il contenuto era questo).
Esco di casa per la prima volta da molto tempo per fare un giro al centro come facevo una volta con Anna. Un’occhiata veloce alle vetrine, un panino da Mc Donald, l’acquisto dell’ultimo libro del mio scrittore preferito e, senza accorgemene, mi ritrovo davanti al portone di casa con le chiavi in mano.
Prima di salire decido di noleggiare un paio di film in videoteca per far passare in modo più veloce il resto della serata.
Il negozio è deserto a parte la solita commessa bionda, molto carina, occupata a far quadrare la cassa e che al mio ingresso mi comunica che sta chiudendo.
Sul bancone ci sono due film appena restituiti e prendo la decisione di noleggiarli. Molte volte ho scelto dei film che o non mi sono piaciuti oppure non ho neanche visto quindi tanto vale tentare la fortuna.
“Sicuro?” mi risponde la ragazza con una smorfia che non riesco a decifrare e che, alla mia risposta affermativa, si trasforma in un malcelato sorriso quando me li consegna dopo aver fatto le dovute registrazioni.
Arrivato a casa mi impossesso della solita bottiglia di liquore, inserisco il primo DVD e mi siedo sul divano premendo contestualmente il tasto start.
Il titolo del film è “C’è posta per te” non l’ho mai visto ma i protagonisti, Meg Ryan e Tom Hanks, sono attori che mi piacciono. E’ una classica commedia americana, che in parte mi annoia ma, sarà per il “messaggio” del dottore o sarà per la bellezza dell’attrice che in parte assomiglia alla commessa della videoteca, riesco a vederlo tutto bevendo solamente due bicchierini di scotch e fumando (solamente?) una decina di sigarette.
Non avendo sonno inserisco il secondo DVD e … rimango con la bocca aperta quando scopro che è un film hard del genere amatoriale.
La sola vista del menù basta a eccitare il mio cazzo che è a digiuno da ormai diversi mesi. La prima reazione, a parte quella del cazzo, è quella di togliere quel film, spengere la TV, farmi un ultimo goccio ed andare a letto ma poi ci ripenso.
Vedere quelle scene di sesso fatte da gente comune è una tortura doppia in quanto l’eccitazione mi ritrovo ben presto con il cazzo in mano e, allo stesso tempo, ripenso a quando era Anna ad urlare i suoi orgasmi.
La conclusione di queste torture avviene quando, alla fine della prima scena, mi ritrovo con le mutande piene di sperma e con le lacrime agli occhi.
Il mio sonno è stato agitato, ho dormito veramente male, e quando al mattina mi alzo dal letto ho un cerchio alla testa che si restringe sempre di più.
Come un automa accendo il computer e scrivo tutto quello che mi passa per la mente inviando poi l’email all’unica persona che posso considerare vicina: AMICA.
“DOPO TUTTO QUESTO TEMPO TI SCRIVO QUESTA EMAIL PIÙ PER CURIOSITÀ CHE PER ALTRO. LA MIA VITA È SEMPRE UGUALE, NON È CAMBIATA, MA HO CAPITO CHE DEVO IMPEGNARMI A FARLO. LA PRIMA PERSONA A CUI HO PENSATO SEI STATA TU, FORSE PERCH… NON TI CONOSCO, NON SO CHI SEI, DOVE ABITI. SE NON TI DISTURBA, E SE SEI ANCORA DISPONIBILE, CERCHER“ DI SFOGARMI MANDANDOTI QUALCHE MESSAGGIO. ALESSANDRO”
Attendo con impazienza una sua risposta che non arriva se non il giorno successivo.
“LA MIA PROPOSTA E’ SEMPRE VALIDA. ATTENDO TUE NUOVE. UN’AMICA.”
Da quel giorno ci scambiammo almeno un messaggio al giorno (certo che quel film aveva segnato in parte la mia vita) all’inizio brevi e contenuti per arrivare poi a vere e proprie lettere. Non mi ha mai voluto dire chi è, “CHIAMAMI ROSA MA TI AVVERTO CHE NON È IL MIO NOME” mi ha risposto una volta alle mie continue richieste, ed abita nella mia stessa città. Da quello che scrivo ho intuito che forse ci conosciamo e che qualche volta la incontro, magari di sfuggita, ma non ne ho la certezza.
Altro segno che ha lasciato quel giorno, o meglio quella sera, è il fatto che ogni tanto vado da qualche prostituta per farmi una scopata.
E’ molto tempo che chiedo a Rosa di incontrarci o di darmi il suo cellulare per poter almeno sentire una volta la sua voce ma la sua risposta è sempre la stessa: “SI VEDRÀ”.
La sera ormai è impostata nel seguente modo: invio della email, passeggiata al centro, noleggio di un film a volte consigliato da Serena (la commessa biondina), lettura dell’email ricevuta, veduta del film accompagnato da un solo bicchierino e poi … a ninna.
Con Serena ho ormai fatto amicizia grazie anche alla figuraccia fatta quando ho riconsegnato i film noleggiati quella sera e qualche volta, scherzando, mi annuncia con un sorriso l’arrivo di nuovi film hard.
Mi dimenticavo di dire che ho cambiato lavoro trovando nella nuova azienda colleghi che, all’oscuro della mia storia, sono diventati miei amici facendomi riscoprire il suo significato.
Sto scrivendo per l’ennesima volta a Rosa ringraziandola per tutto quello che ha fatto ed ha significato, per ora, nella mia nuova vita concludendo il messaggio con la solita frase “ASPETTO CON ANSIA LA TUA RISPOSTA E SONO SICURO CHE MI PERMETTERAI DI CONOSCERTI PERSONALMENTE. CON AMORE ALESSANDRO”.
E’ la prima volta che le scrivo quel “con amore” ma ho capito che il mio sentimento è quello, che l’amo veramente, che sto struggendomi nell’attesa di conoscerla personalmente e che quando avverrà sarà ancora più bello.
Faccio un salto in videoteca più per fare quattro chiacchiere con Serena che altro ma vedo subito che oggi non è nella giornata giusta. Mi saluta con un freddo ciao abbandonandomi alla scelta del film nonostante nel negozio non ci sia nessuno e continuando a pigiare i tasti della tastiera con sempre maggior violenza. Incuriosito dal suo fare la guardo di sottecchi notando che, per la prima volta da quando sono cliente, oggi indossa una gonna al posto dei soliti jeans, è leggermente truccata, i capelli sembrano più corti e più curati, e porta ai piedi scarpe con tacchi a spillo.
Già precedentemente ero rimasto colpito dalla sua bellezza ma oggi è veramente uno schianto.
Quando arrivo al banco per noleggiare i film scelti Serena è obbligata a dare un po’ di respiro a quella povera tastiera per potermi servire. Mi auguro che il cattivo umore le sia passato ma è una speranza vana perché a momenti neanche mi rivolge la parola. Mi consegna velocemente i film e mi liquida con un “ciao” per ritornare subito dopo al computer.
Già ero nervoso del mancato arrivo dell’email di Rosa e l’inatteso comportamento di Serena non ha fatto altro che peggiorare la situazione. In due minuti sono anch’io davanti al computer per collegarmi ad internet e controllare la mia casella email dove trovo finalmente il messaggio di Rosa.
“ SONO RIMASTA COLPITA DALLA TUA EMAIL. VORREI INCONTRARTI MA ALLE SEGUENTI CONDIZIONI: SARAI BENDATO E LEGATO DA UNA MIA PERSONA DI MIA FIDUCIA. STAI SICURO, NIENTE SADOMASO. RESTO IN ATTESADI UNA TUA RISPOSTA IMMEDIATA. ROSA.”
Queste parole mi hanno colpito al cuore. Speravo si di incontrarla ma senza queste stupide condizioni. Cosa faccio ora? Se rispondo negativamente può darsi che non avrò mai più una seconda occasione.
“OK” Queste due lettere sono quelle che compongono la mia risposta nella speranza di non dovermene pentire.
“VAI AL BAR XXXXXX E ORDINA UN APERITIVO E POI VAI AL BAGNO. SARAI AVVICINATO DA UN MIO AMICO. FAI TUTTO QUELLO CHE TI DIRA’ ALTRIMENTI …”
Quando esca da casa sono emozionato come un adolescente alla sua prima esperienza e le gambe mi tremano. Eseguo alla lettera le indicazioni ricevute e, dopo pochi minuti che a me sono sembrati secoli, sono avvicinato da un ragazzo robusto che si presenta come Luciano. Rimaniamo nel bar per diverso tempo consumando un paio di birre a testa. E’ quasi mezzanotte quando usciamo dal bar ed entriamo nella macchina di Luciano.
Prima di partire vengo bendato e i miei polsi vengono legati dietro alla schiena. La paura iniziale è passata grazie anche all’atteggiamento di Luciano che è sempre stato molto calmo e … comprensivo. “Mi dispiace ma sono ordini di Rosa” mi ha detto con voce calma mentre mi bendava facendomi capire dal tono della sua voce il suo imbarazzo per questa messa in scena. Non so quanto sia durato il percorso, avendo perso la condizione del tempo, e neanche la direzione presa comunque finalmente ci fermiamo in un posto silenzioso (forse in campagna) dove vengo sbendato per entrare dentro una stanza di quello che mi è sembrato un villino. Sono ora seduto su una poltrona, di nuovo bendato, in attesa dell’arrivo di Rosa. Sento il rumore della porta che si apre e si richiude e quello classico dei tacchi a spillo che si stanno avvicinando.
“Rosa sei tu” che domanda cretina ho fatto ma avevo bisogno di rompere quel silenzio
“Ciao Alessandro, finalmente possiamo sentirci. Scusami per questo, mi dice mentre mi toglie la benda dagli occhi, ma è ancora presto per conoscerci veramente. Volevo vederti anche io senza però farmi riconoscere.” La sua voce è molto sensuale e calda ed anche lei è molto bella. Indossa un vestito da sera che mette in risalto tutte le sue forme. Sul suo viso c’è una maschera di carnevale che lo nasconde tutto.
“perché mi hai aiutato? Come hai fatto a conoscermi? Rispondimi, ti prego”
“ci conosciamo da molto tempo, a volte ci incontriamo anche. Ti ho offerto il mio aiuto perché mi hai sempre affascinato, ti sogno da prima che succedesse quello …, e sapevo quanto soffrivi. Ho pensato di farlo in quel modo altrimenti non l’avresti accettato, ti conosco. Ora ho deciso di accontentarmi, in parte, rivelandoti queste poche cose e parte del mio corpo. Così ora puoi stare tranquillo che non sono una tardona ma bensì una ragazza.”
“Se tutto quello che stai dicendo è vero non ti sembra che questa messa in scena sia inutile visto che proprio oggi ti ho confessato il mio amore? Togliti quella maschera e fatti riconoscere, ti prego.”
“No. E’ ancora troppo presto. Come ricordo di questo incontro e conferma di quanto dichiarato ti lascio questo in cambio” mi dice avvicinandosi per poi baciarmi appassionatamente “ora è tempo di salutarci. Alla prossima” ed esce dalla stanza senta darmi la possibilità di parlare.
Sono disteso sul letto guardando il soffitto illuminato, ogni tanto, dai fari delle automobili che passano sotto casa. Sono ore ormai che rivivo continuamente l’incontro con Rosa riassaporando il suo bacio sforzandomi di capire chi essa sia, ma inutilmente. Sono rimasto in contatto con poche persone conosciute antecedentemente l’omicidio di Anna e poche persone ho conosciuto nel frattempo. Finalmente la stanchezza mi assale e cado in un profondo sonno.


E’ ormai passato un mese dal primo ed unico incontro con Rosa.
Continuiamo a scriverci email sempre più appassionate, se tali possono essere considerate delle parole lette su un monitor, ma ho capito che è inutile richiedere continuamente un incontro diverso dal precedente. Rosa è inamovibile. La sua risposta è sempre la stessa “FORSE DOMANI” ma poi il suo domani non corrisponde mai con il mio. La sera non esco più per paura di perdermi un suo invito e, di conseguenza, sto diventando un … esperto di cinema.
Giornalmente entro nella videoteca e cambio due parole con Serena che continua a consigliarmi film di ogni genere. La nostra “amicizia” è tutta là. Riconosco che la vedo sempre più bella e divertente, a volte si comporta in modo strano come se mi stesse facendo il filo lanciandomi messaggi da me mai percepiti. Questa sera sono entrato nel negozio ed ho visto che insieme a lei c’era un collega che, appena poteva, la mangiava con gli occhi.
“Ciao, ti presento il mio collega Mario. Oggi mi sostituisce perché, dopo non so quanto tempo, vado al cinema con degli amici.” Mi dice sorridendo “perché non vieni anche tu. Sono l’unica che si presenterà sola. Mi farebbe veramente piacere”. Il suo invito mi sorprende tanto che non riesco a parlare
“guarda che non sei obbligato” mi dice arrossendo violentemente
“No. Scusami è che non me lo aspettavo. Tutto qui. Certo che vengo, mi fa piacere.”
“Ok sei scusato. Ci vediamo alle otto.”
Ho giusto il tempo di controllare il computer, leggere l’email di Rosa e farmi una doccia che è già l’ora di uscire. Non è che la cosa mi attiri più di tanto ma ormai è troppo tardi per ripensarci.
La comitiva di Serena mi ha accettato subito bene, sono ragazzi con voglia di vivere e divertirsi e mi sembrano, per ora, abbastanza “adulti” da stare lontani da droghe.
Il film è stato una delusione ma il dopocinema assolutamente no. Siamo andati in un pizzeria dove a mezzanotte è iniziato uno spettacolo di cabaret, fatto da artisti alle prime armi, veramente divertente.
Alla fine dello spettacolo ci salutiamo promettendoci di ripetere la serata il prima possibile. Salgo in macchina con Serena per accompagnarla a casa. Ho l’impressione che abbia bevuto troppo vino, ni sembra un po’ alticcia, e questo è ben presto confermato dal fatto che lungo la strada per casa mi ritrovo una sua mano sul mio pacco. Mi sento gelare il sangue nelle vene ma questo non serve certo a lasciarmi indifferente visto l’erezione che mi ritrovo in mezzo alle gambe.
“Vieni a casa mia” mi invita Serena guardandomi con occhi vogliosi
“Serena” dico pensando a come esprimermi senza offenderla “sei una ragazza bellissima e fantastica. Ma ..”
“Ma”
“sono innamorato di una donna e non sono il tipo che mette le corna. Se fosse successo un paio di mesi fa sarei stato ben contento ma ora non posso proprio”
“E chi sarebbe questa fortunata che non ho mai visto. Ti ho sempre visto solo, tutte le sere noleggi dei film, non credo che questa donna esista veramente. Ha almeno un nome”
“Rosa. Questo è il suo nome ed esiste veramente. E’ bellissima anche lei e ci amiamo.”
“Scusami allora”
Lascio una Serena delusa sotto casa e parto verso il mio appartamento sconcertato anche io di quanto successo. Sono mesi che non faccio sesso, ancora il cazzo mi tira in mezzo alle gambe, ma il solo pensiero di tradire Rosa mi è impossibile.
Entro in casa ancora confuso, prendo un bicchiere e mi verso una buona dose di scotch con ghiaccio indeciso se parlare di quanto accaduto con Rosa. Decido che per oggi è meglio chiudere così e mi preparo a dormire anche se non mi sento stanco.
Sono le due del mattino quando sento il segnale di un msm pervenire dal mio cellulare. Colgo l’occasione per fare un salto al bagno e poi leggo il msm.
“DOVE SEI? XCHE’ NON MI RISPONDI? ROSA”
E’ la prima volta che ricevo un suo msm e dal fatto che il numero non appare capisco che mi attende una sua email. Corro ad accendere il computer dove trovo il messaggio.
“SE VUOI VIENI IN VIA xxxxx N. 80. CITOFONARE RIGHETTI.”
Non faccio in tempo a rispondere con un “ARRIVO” che già mi ritrovo alla guida dell’automobile diretto verso l’indirizzo indicatomi. Per fortuna conosco abbastanza bene la città per sapere dove recarmi senza perdere tempo a cercare la via. Premo il tasto del citofono e subito s**tta la serratura del portone senza ricevere neanche l’indicazione del piano. Salgo di corsa le scale fino ad arrivare al secondo piano dove trovo una porta aperta.
“E’ permesso” dico con voce strozzata dall’emozione e dalla corsa
“Avanti, avanti” mi risponde una voce che conosco ma che non riesco a ricordare a chi appartenga. La casa è illuminata con luci soffuse e mi dirigo verso la porta da dove è arrivata la voce e vedo Rosa. Anche adesso porta una maschera ma questa lascia scoperti i capelli che scopro biondi.
“Ciao Rosa. Finalmente ci rivediamo”
“si oggi ho pensato molto a te ed ho deciso di incontrarci. Cosa facevi dormivi? Come mai non hai controllato la posta?”
“devi sapere che sono uscito con una amica, una conoscente più che altro, la ragazza della videoteca. Siamo andati al cinema e a cena con la sua comitiva.”
“E’ così che mi pensi tu? Dici che mi ami e poi esci con le ragazze. Qualcosa non mi quadra.” Mi dice Rosa con una voce tagliente ed accusatrice
Capisco che nessuno crederebbe a quello che è successo nella realtà con Serena, al mio rifiuto di una notte di sesso per non tradire la donna che amo e che conosco solamente via email e mi sento furioso con me stesso per aver accettato quello che voleva essere solamente uno svago ed invece si sta mostrando come la fine di una storia mai iniziata.
“Rosa ti giuro che non è come tu pensi” le rispondo con voce debole sapendo che crederà mai alle mie parole. Mi sento perduto.
“Alessandro cosa penseresti al posto mio? Mettiti nei miei panni e dimmi sinceramente se crederesti a quello che mi stai dicendo. Raccontami tutto quello che è successo guardandomi negli occhi”
Inizio il racconto della serata partendo dall’invito di Serena per arrivare al mio rifiuto dovuto all’amore che provavo per lei, Rosa. Quando termino cerco una sua reazione che non arriva. Rosa continua a guardarmi negli occhi come se cercasse di leggere nel il mio corpo.
“Aspettami qui e se vuoi serviti da bere” mi dice improvvisamente indicandomi la bottiglia di scotch sul tavolo (la mia marca preferita) ed uscendo dalla stanza.
Sorseggio un goccio di liquore cercando in esso la forza di continuare a lottare per la conquista della sua fiducia pur sapendo che potrebbe essere un errore ma ne sento veramente il bisogno.
Rosa riappare accanto a me come per magia con un addosso un soprabito nero invitandomi a seguirla. La strada è deserta e ci incamminiamo lungo lo stradone che porta in piazza. Cammina rasente il muro senza preoccuparsi di eventuali incontri. In questi tempi la gente preferisce farsi gli affari propri, non si sa mai chi si incontra, e quindi sa che nessuno “noterà” la mascherina che le copre il viso.
Durante la passeggiata ricominciamo a parlare di noi, arriviamo addirittura a scherzare su cose che ci siamo scritti, mi sento sempre più a mio agio nonostante la paura di aver rovinato tutto. L’atmosfera tra di noi è sempre più distesa e di colpo mi accorgo che sto stringendo la sua mano nella mia. Rosa ha lasciato fare oppure anche lei non si è resa conto della situazione.
Siamo arrivati alla piazza, deserta anch’essa, e ci fermiamo davanti alla fontana da cui l’acqua continua a spruzzare creando un gioco di luci di una bellezza unica. Sento le braccia di Rosa che stringono il mio corpo, sento il suo seno sul mio petto, e penso che lei senta anche mia eccitazione. Ci baciamo per la prima volta sotto quel gioco di luci e acqua che mai dimenticherò nella mia vita.
Bacio atteso da non so più quanto tempo e che sarei stato disposto ad aspettare molto di più viste le sensazioni provate in quel momento. La sua lingua ricercava la mia, giocava con la mia, sfuggiva alla mia in una lotta continua e dolce mai provata precedentemente. Mi sentivo risucchiare tutte le forze da quella bocca calda ed accogliente tanto che alla fine mi dovetti mettere seduto per non cadere per terra. Il silenzio che seguì il nostro primo bacio fu molto lungo perché nessuno voleva interrompere quel momento magico. A questo bacio ne seguì ben presto un altro e poi un altro ancora fino a quando non ci mancò il fiato per continuare.
“Questo significa che mi hai creduto?” domandai a Rosa
“Si, ti ho creduto perché già sapevo quello che era successo ma volevo sentirlo dire da te. Ti ho messo alla prova per l’ennesima volta, e di questo mi devi scusare, ma nella mia vita ho sempre incontrato uomini diversi da te che si dichiaravano innamorati solamente per portarmi a letto per poi lasciarmi soffrire la mattina dopo quando, avendo raggiunto il loro scopo, mi salutavano scoparendo dalla mia vita. Dalla prima volta che ti ho visto” mi disse Rosa togliendosi la mascherina rivelando il viso di Serena rigato dalle lacrime che sgorgavano dai suoi occhi “mi sono innamorata di te. Ho visto in te l’uomo che ho sempre sognato, il mio principe azzurro, l’uomo che poteva farmi felice ma che, allo stesso tempo, amava un’altra donna. Quando è successo il … il … fattaccio ho sempre creduto alla tua innocenza ed ho pensato di aiutarti a superare quel momento spedendoti quella lettera che fortunatamente ti ha colpito. Non pensavo di arrivare al punto di farti innamorare ma ne sono contenta. Forse mi considerai egoista ed insensibile per tutto quello che ti ho fatto passare ma le delusioni vissute mi hanno insegnato a non fidarmi più di nessuno, neanche dell’uomo che amo, se non dopo averlo conosciuto bene. Ora so che non mi sbagliavo. Sei gentile, corretto, divertente, sai stare in compagnia, hai tutto quello che cerco nella mia anima gemella. Ora sta a te fidarti di me.” Mi disse guardandomi con quegli occhi rossi segnati dalle lacrime (di gioia o di paura?) restando in attesa della mia reazione.
Rimasi di sasso quando scoprii la vera identità di Rosa ma dentro di me sentivo di averlo sempre saputo. Era una sensazione strana, difficile da descrivere, ma era così. Avvicinai la mia bocca alla sua dicendole “Ti amo”.... Continue»
Posted by io_nascosto 6 months ago  |  Categories: First Time  |  Views: 372  |  
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Il ragazzo dagli occhi di ghiaccio

Storia di un ragazzo dagli occhi di ghiaccio ( che sono io )


Una luce abbagliante e delle urla sono gli unici ricordi che ho di quando ero bambino e non ricordo nient’altro della mia infanzia fino all’età di dieci anni. Erano i miei primi ricordi, poco chiari e offus**ti sempre più dagli anni che passavano e che lentamente facevano sbiadire da questa immagine ogni dettaglio, particolare dopo particolare. Spesso mi chiedevano come fosse possibile che io non ricordassi niente, ma io rispondevo dicendo che neanche io riuscivo a comprendere. Quando provo a ricordare qualcosa , faccio un grande sforzo che non viene minimamente ripagato dai quei piccoli frammenti che riporto alla memoria. Ho scoperto che non ha più alcun senso provare a riportare alla memoria qualcosa in più, perché le immagini che riesco a vedere sono sempre le stesse e mai se ne aggiunge una nuova o si disegna più chiaro un particolare. Sarei felice anche di un solo ricordo in più, che mi possa fare capire chi sono o un odore che mi riporti indietro nel tempo, facendomi rivivere un’emozione passata, o una foto s**ttata quando ero più piccolo, o un oggetto che avevo ricevuto in dono. Ma , purturoppo, niente di tutto ciò è mai successo e tutto ciò che riesco a vedere del mio passato, non molto chiaramente è una casa in condizione decadente, circondata da mura alte e grigie, fatte in cemento armato e l’unica via d’uscita era un insormontabile portone in ferro. Di ciò che vi era all’interno non ricordo pressoché niente: solo un prato, dove spesso vi erano bambini che correvano e giocavano, miei coetanei, ma mai posso dire di aver visto sul loro viso l’accenno velato ad un sorriso. Gli alberi erano quasi sempre spogli e i cespugli quasi incolti, poiché venivano potati e sistemati solo quando era necessario. Le maestre ci tenevano sempre sotto controllo, sembrava quasi che non volessero che noi ci divertissimo. Infatti quando qualcuno faceva qualcosa di divertente, che potesse far provare lui un poco di gioia, loro lo chiamavano in disparte e lo sgridavano come se avesse fatto qualcosa di tremendamente sbagliato, un reato imperdonabile. In realtà il bambino aveva solo espresso la sua personalità, che qui doveva essere repressa, come sembra dai fatti, e non c’era miglior modo di reprimere l’individualità che fare un completo lavaggio del cervello. Crescevamo come automi e la fantasia era solo un’utopia irraggiungibile, poiché ogni strada ci veniva sbarrata: ogni volta che disegnavamo o scrivevamo qualcosa ci venivano strappati i fogli e non era minimamente ammesso cantare, né ascoltare musica. Non sapevo nemmeno cosa fosse la televisione, né ero a conoscenza dell’esistenza dei cartoni animati o dei videogiochi, cose di uso quotidiano nella vita di un bambino normale. La formazione del nostro carattere ci era negata e infatti, molto spesso, non sapevamo come comportarci in situazioni differenti da quelle scolastiche.
Inizio ad avere ricordi più chiari e nitidi dal momento in cui una coppia mi venne a prendere e mi portò via da quel posto così triste. I loro nomi sono Ella e Martin e ricordo bene il momento in cui mi fecero entrare nella loro macchina, una Ford Fiesta vecchio modello. Mi chiesero se avessi preso tutto, poiché non sarei mai più tornato in quel posto ed io feci un semplice cenno con la testa che stava a indicare che ero pronto ad andare e a lasciare quel luogo, che per anni era stata una torutra mentale. Per la timidezza non mi uscì un filo di voce, la sentivo bloccata in gola e le guance mi si colorarono di rosso. Li avevo già visti altre volte in quel luogo , anche prima che mi venissero a prendere. Parlavano spesso con le maestre e con la direttrice, e portavano sempre con sé molti fogli. Ricordo che una volta, mentre tornavo dalla lezione di matematica, li vidi uscire dalla mia stanza accompagnati dalla direttrice che diceva loro
- Questa è la stanza dove alloggia.-.
I visi, quindi, non mi erano nuovi, né sicuramente il mio era nuovo a loro, poiché una volta, mentre correvo nel prato mi scontrai con Ella e lei con tranquillità mi sorrise dicendomi che non era successo niente, ma la maestra continuava a rimproverarmi e io con lo sguardo basso andai lentamente via.
Mentre andavamo verso casa , la strada era lunga e la meta lontana, mi chiesero quale fosse il mio nome. Ero sicuro che lo conoscessero, mi sembrava una scusa per iniziare una discussione, poiché non avevo parlato durante tutto il viaggio. Non la avevo fatto per ineducazione, ma solo per timidezza. Infatti prima ebbi paura e non risposi, ma dopo qualche minuto cercai in me il coraggio di rispondere e dissi sicuro
- Io sono Kyle e ho dieci anni. -
Proprio in quel momento Ella, che non era impegnata nella guida, spense la radio, che trasmetteva delle canzoni bellissime che non avevo mai sentito, si voltò verso di me e vidi per la prima volta qualcuno sorridere. Con la mano mi spostò i capelli che mi coprivano gli occhi e disse
- Ciao Kyle, io sono Ella. – e guardandomi fisso negli occhi continuò – Anche se i tuoi
capelli lunghi ti coprono gli occhi, sono troppo chiari e li lasciano trasparire. I tuoi occhi sono grandissimi e raccontano tutto di te. Sembra che ti si possa leggere dentro e quello, certamente, non deve essere un bel posto… Si vede che sei molto spaventato, ma allo stesso tempo felice, perché i tuoi occhi ancora tristi, sono inumiditi da lacrime di gioia, che forse riesci appena a trattenere, ma sono visibili. -
Scavando in profondità nella mia memoria, quei pochi ricordi che mi rimanevano, mi fecero rendere conto che era proprio così: quel posto è austero e invivibile.
Come ciò si potesse evincere dai miei occhi, non riuscivo a capirlo ma avevo ipotizzato due spiegazioni possibili : Ella aveva una sensibilità maggiore rispetto a tutte le altre persone che avevo conosciuto fino a quel momento oppure ciò che provavo non era più al sicuro sotto la combinazione grigio ghiaccio-azzurro chiarissimo dei miei occhi, un colore più unico che raro. Come aveva ben visto Ella erano appena umidi e luminosi, poiché trattenevo appena le lacrime di gioia, che non lasciavo libere per paura di sembrare debole. Per niente al mondo volevo apparire debole agli estranei, e infatti celavo tutto dietro una corazza durissima, ma penetrabile, dal momento che Ella era riuscita a capire tutto di me: cosa provavo e quali erano le mie paure.
-Io ho ventisei anni, mentre Martin ne ha ventotto . Abitiamo a Londra, dove siamo nati e conduciamo una vita piuttosto normale. I nostri genitori non abitano più a Londra: i miei si sono trasferiti da circa sei anni a Dublino, mentre i genitori di Martin non ci sono più. Io non ho sorelle, né fratelli mentre Martin ha un fratello che è andato via di casa ad appena sedici anni per andare a vivere in Australia, a Sydney. Io sono un’insegnante di una scuola elementare della città perché amo i bambini, anche se spesso mi fanno impazzire. Martin lavora invece allo Starbucks vicino casa nostra. Non sono grandi lavori ma grazie all’aiuto economico che i nostri genitori ci hanno lasciato e con quel poco che riusciamo a guadagnare possiamo condurre una vita abbastanza agiata.- .
Mentre Ella parlava, io immaginavo come da lì a poco la mia vita sarebbe cambiata. Speravo di vivere una vera vita, ricominciando da quel momento e stabilendo un distacco con il passato. Non volevo essere ancora comandato e oppresso, volevo far capire a tutti chi fossi realmente. Vedevo tutto da una prospettiva diversa e per la prima volta pensai che il sole brillasse anche per me, forse anche perché era la prima volta che lo vedevo nella mia vita da una posizione esterna a quel cancello. Era bellissimo vedere come tutto fosse diverso qui fuori. Il sole illuminava le colline e i le verdi distese di prato che scorgevo appena dal finestrino della macchina mentre che eravamo in autostrada. I corsi d’acqua scorrevano veloci e limpidi e le rondini volavano libere in cielo, dove le nuvole non erano minacciose, ma sembravano bianchi e morbidi cuscini. M
Mentre io osservavo tutto ciò Ella riprese
-Abitiamo in una casa abbastanza grande. Ovviamente c’è una stanza anche per te. Era la casa dei miei genitori, ma loro la hanno lasciata a noi non appena trasferiti. Io sono cresciuta lì, ma ora è totalmente diversa da quando io avevo la tua età. I miei genitori avevano iniziato a renderla più bella e ad aggiungere qualche piccolo dettaglio. Poi sono partiti e noi abbiamo fatto il resto- continuò Ella fino a quando Martin non la interruppe dicendo
- Ora che sai molto di noi, anche se non sappiamo niente di te, passiamo ai tuoi doveri.- sorrise a Ella, le fece l’occhiolino e poi si voltò verso di me e continuò – gli unici doveri che hai è quello di mantenere il rispetto nei nostri confronti e di andare a scuola, impegnandoti con tutti i tuoi mezzi a dare il massimo. Per il resto…-
Non lo lasciai neanche terminare e, per la gratidune, mi uscì dalla bocca, quasi involontario
- Prometto che non sarò disobbediente- e dopo ciò iniziò a spiegarmi tutto dicendomi
- Ok. La scuola è vicino casa nostra e ogni giorno prenderai l’autobus alle sette e mezzo . A che ora eri solito svegliarti la mattina ?–
- Alle sei e un quarto poiché le lezioni iniziavano alle otto meno un quarto quindi non sarà un problema. L’unica cosa che mi spaventa sono i nuovi compagni e soprattutto le nuove maestre. Non sono molto bravo a fare amicizia, perché lì avevamo degli amici “costretti” e soprattutto sono molto timido. Ho quasi sempre paura di sbagliare e non è raro che io mi senta a disagio, anzi succede piuttosto spesso .-
Mi rassicurò dicendomi che i compagni sono sempre felici di avere un nuovo amico ed essendo ancora bambini non c’era alcun motivo di preoccuparsi, poiché non c’era ancora in loro la rivalità che si potrebbe creare contro un nuovo arrivato in una scuola di persone più adulte: i ragazzi delle scuole medie e i liceali hanno la tendenza a screditare tutto e tutti, anche gli amici, per affermare la loro superiorità nella scuola.
Poi chiesi delle maestre con tono preoccupato ed Ella lo avvertì. Si mise in agitazione, poiché aveva paura che mi trattassero male nella vecchia scuola e perciò chiese con tono preoccupato
–Come ti trattavano lì?-
- Vuoi davvero sapere come mi trattavano lì? Non è una bella storia, però sembri una signora simpatica e perciò te la racconto. Durante la settimana, dal momento che la mattina non avevo quasi mai voglia di alzarmi, gli educatori mi costringevano a scendere giù dal letto con la forza, mentre il sabato e la domenica non venivano nemmeno a svegliarmi, poiché non figurava niente nei compiti da svolgere durante la giornata e quindi la mia presenza nei corridoi o nel giardino era solo superflua e fastidiosa. Così si comportavano anche con gli altri bambini. La colazione era un pasto velocissimo, che spesso saltavamo se non riuscivamo ad essere in tempo nel salone grande, poiché le lezioni iniziavano subito dopo e non ci era concesso di perdere nemmeno un minuto. A scuola i maestri erano molto severi e non ci era permessa la minima distrazione: con una bacchetta in legno colpivano le nostre mani quando ci comportavamo male o disturbavamo le lezioni e quando non avevamo svolto il grande carico di compiti che ci avevano assegnato il giorno prima la punizione era ancora più dolorosa perché ci davano colpi sulla schiena e sulla pancia. A pranzo ci riproponevano sempre la stessa cosa e qualora noi non volessimo mangiare, saremmo andati incontro a due punizioni : erano soliti spingere la nostra testa dentro il piatto con violenza oppure ci mandavano via senza pranzo e ci facevano lavare i piatti. Durante il pomeriggio dovevamo studiare e quindi ci portavano in biblioteca, ma non vi era la luce elettrica e di conseguenza studiavamo con la luce di una candela: non cambiavano la candela finché tutta la cera non si fosse sciolta e quindi la candela si fosse spenta da sola. Se non studiavamo e parlavamo ad alta voce, ci picchiavano a mani nude o con una cintura, poiché quello era il posto dove si poteva solo studiare e accrescere la cultura: spesso uscivo dalla biblioteca con i lividi. Era un posto pieno di libri di ogni genere ed era diviso in varie sezioni ma noi bambini avevamo il libero accesso solo ad alcune, mentre le sezioni “ proibite” erano protette da un piccolo cancelletto in ferro chiuso a chiave, come se dietro quella porta vi fosse nascosto qualcosa che non doveva essere scoperto: c’erano solo delle scritte che le identificavano, come “ Corrispondenza” o “ Archivio” .
Era molto raro che un bambino finiva i compiti prima che il sole tramontasse e l’unica luce che potevamo scorgere, solo dalla finestra e furtivamente era quella della luna. Era la mia unica e vera amica: l’unica con cui riuscivo a parlare e confidarmi. Spesso lei era lì ad ascoltarmi e anche se alcune volte andava via per qualche giorno e non si faceva vedere, tornava subito dopo con le risposte che io chiedevo. Per andare a giocare fuori nel giardino occorreva che tutti i compiti fossero stati portati a termini in modo corretto e che le maestre avessero la pietà di farti uscire fuori : spesso le supplicavi di portarti fuori ma loro, con aria superba, facevano finta di non ascoltarti e se ti lagnai troppo ti portavano nella stanza della detenzione, dove dovevi stare quando eri in punizione. Era una stanza senza finestre, dove una maestra ti obbligava a scrivere su un foglio determinate frasi in relazione alla punizione che avevi fino a quando le mani non iniziavano ad essere doloranti. Ricordo che entrai solo poche volte in quella stanza, due o tre al massimo, ma ne rimasi traumatizzato. A cena si ripeteva quasi sempre la stessa storia del pranzo ma con una piccola differenza: dovevamo mangiare obbligatoriamente e spesso ci ingozzavano loro. Dicevano tra di loro che erano obbligate a farlo perché non ci potevano lasciare morire di fame. Ci facevano lavare ogni sera con l’acqua presa dal pozzo, che raccoglieva l’acqua piovana, e ci mandavano a letto. Se non volevamo dormire ci picchiavano oppure ci chiudevano in una stanza buia.-
- Ma è una tortura- urlò Martin e continuò – tranquillo che da adesso non sarà più così.-
Ciò mi rassicurava molto e con un sorriso continuai il mio racconto
-Ricordo solo di una persona in particolare, forse perché era l’unica che cercava in ogni modo di aiutare noi bambini. Era una delle suore che stava in cucina, ma era diversa dalle altre. Se durante la cena si accorgeva che qualcuno non mangiava, di notte e di nascosto gli portava un pezzo di pane con un bicchiere d’acqua. Quando finiva il suo turno di lavoro controllava i nostri compiti e ci aiutava affinchè le maestre non ci picchiassero. Facendo così rischiava molto infatti ricordo che una volta la direttrice la cacciò fuori dalla sua stanza dicendole che non le avrebbe mai permesso di portarci fuori da quelle mura per visitare e conoscere il posto dove vivevamo. Si avvicinò a me, che stavo vagando per i corridoi, e mi sussurò con voce dolce e bassa, come se mi stesse confidando un segreto, che non sopportava la direttrice perché era così difficile da persuadere e non faceva niente per permettere a noi bambini di provare un po’ di gioia, giusto per allontanare i brutti ricordi che ci riempivano la mente. La suora, che si chiama Laura se la memoria non mi inganna, era l’unica che proponeva questo genere di attività e che la domenica ci portava in giardino. Per queste ragioni fu cacciata da quel posto qualche mese fa: si esponeva troppo a favore di noi bambini e ciò non piaceva né alle suore, né alle maestre, né soprattutto alla direttrice.-
Quel giorno per me iniziava una vita nuova, avevo una nuova speranza di tornare a vivere, lasciandomi tutti i brutti ricordi alle spalle. Avevo molti brutti ricordi e li trascinavo dietro ma avevo capito che adesso era arrivato il momento di lasciare quel pesante fardello e andare avanti senza alcun rimorso, né alcun timore.
Erano passate più o meno tre ore da quando eravamo saliti in macchina e perciò chiesi a Martin se mancasse ancora tanto prima di arrivare perché avevo molta sete. Ella mi passò una bottiglietta con l’acqua ma prima che io iniziassi a bere Martin disse:
- Siamo arrivati!- e proprio in quel momento urlai
-WOOW!- . Lui mi chiese cosa fosse successo e io con il cuore in gola ed eccitato per felicità risposi
– Va tutto bene, per la prima volta.
La casa era bellisima già a prima vista, mi sembrava di vivere in un sogno. Era una villetta a due piani con un enorme giardino dove vi era una piscina. Il giardino era verde con molte aiuole e gli alberi rigogliosi, vi erano anche un altalena per bambini e un’amaca. Poco più in là vi erano una depandance e una tettoia, solo dopo avrei scoperto che nella depandance vive il mondo di Ella e della sua vena di pittrice , mentre sotto la tettoia Martin dava libero sfogo alle sue passioni, il pianoforte, la chitarra e la musica in generale. Dietro la casa i genitori di Ella fecero costruire uno spazio adatto per fare barbecue e Martin mi disse che spesso invitavano amici, soprattutto nelle calde sere d’estate per magiare un po’ di carne cotta alla brace e poi stare insieme e divertirsi grazie alla musica, che lui ritiene unico metodo per unire i cuori.
Scesi dalla macchina e continuando ad esprimere la mia felicità, correndo e saltellando caddi per terra e mi sbucciai un ginocchio. Non avvertì nemmeno il dolore, ma Ella mi portò dentro e mi medicò: mentre disinfettava la ferita, questa bruciava un po’ ma sopportai il dolore sorridendo. In quel momento la abbracciai, come segno di riconoscimento, ma subito dopo averlo fatto ritrassi indietro le braccia e mi allontanai, poiché non volevo che nessuno fosse capace di leggere le mie emozioni, interpretarle e quindi sapere ciò che provavo. Mi guardò stranita e mi disse di seguirla, perché mi avrebbe fatto vedere la mia stanza. Siamo saliti al piano di sopra e la seconda porta a sinistra era la mia stanza. Era diversa dalla quella che avevo prima : questa era piena di colori ed era mia. Avevo un armadio tutto mio, pieno di vestiti puliti della mia taglia ( non so come facevano a conoscerla ) un letto con le lenzuola che profumavano di ammorbidente con un cuscino morbido e soffice. Accanto al letto vi era un orsacchiotto enorme, ma non lo usai mai e col tempo lo feci sostituire con un comodino. Appeso alla parete vi era un canestro e nella parete opposta una finestra da cui si poteva vedere la piscina. Il sole entrava da quella finestra la mattina tardi, verso le dieci: infatti successivamente presi l’abitudine di alzarmi dal letto di domenica solo quando venivo raggiunto dalla luce del sole. Avevo anche la televisione nella mia camera e tutto ciò mi sembrava molto strano perché non l’avevo nemmeno mai vista. C’era una libreria con accanto una scrivania su cui vi erano una divisa scolastica estiva, una invernale, dei libri e tutto il materiale che mi sarebbe servito per andare a scuola. Scesi di nuovo sotto e Martin mi chiese
- Come va con il ginocchio? Tutto bene? –.
Io lo avevo già scordato e quindi gli feci capire che andava bene. Poi gentilmente chiesi
- Sono molto stanco, e preferirei andare a letto anche se non ho ancora mangiato. Domani inizia la scuola e mi piacerebbe essere carico d’energia il primo giorno. Se per voi non è un disturbo Signori Davis- Ella mi interruppe dicendo – Ok Kyle, vai a dormire! Domani sarà sicuramente una giornata impegnativa. Sicuro che non vuoi niente? Ho preparato della pizza.-
- No, grazie. Vado a letto. Buonanotte e grazie Signori Davis- e mi diressi verso le scale. Mentre le salivo Martin urlò – Noi non siamo i Signori Davis! Siamo Ella e Martin!-
Entrai nella mia stanza e mi misi a letto ma non presi subito sonno. Ricordo infatti che dopo qualche minuti Ella entrò nella mia stanza, mi rimboccò le coperte, mi diede un bacio sulla fronte e se ne andò via.
Ero felice e per la prima volta pensavo di poterlo essere per sempre: finalmente avevo trovato che qualcuno si preoccupasse di me. Avevo apprezzato molto il gesto di Ella e mi era ancor più gradito poiché sapevo che lì dove stavo prima, mai nessuno lo avrebbe fatto.
La mattina dopo, venne Ella a svegliarmi dicendomi – Il sole si alza e tu devi fare lo stesso. Devi andare a scuola e non c’è tempo da perdere. Vedrai che ti piacerà.-
Mi alzai di s**tto e la salutai con un bacio sulla guancia e un abbraccio. Subito dopo andai a lavarmi e mi misi la divisa. Una volta pronto per andare a scuola, scesi in cucina dove incontrai Martin che mi disse
- Buongiorno campione! Dormito bene?-
- Sì! Benissimo-
- Cosa vuoi per colazione? Latte e cereali vanno bene?-
- Sono perfetti, grazie.-
- Ok! Aspetta due secondi seduto lì che vado a prepararti la colazione.-
Mi preparò la colazione e mentre mangiavo velocemente disse
-Prendi questa busta e mettila dentro lo zaino. Ci sono un pacchetto di patatine e una merendina per quando farete pausa.-
- Grazie, poggiali lì, per favore. Non appena finisco di fare colazione li sistemo nello zaino.-
Era tardi e per questo, dopo aver sistemato le ultime cose, salutai di fretta Ella e Martin e mi diressi verso la fermata del bus, che si trovava ad appena cento metri da casa mia, giusto alla fine della via.
Arrivato, vidi alcuni bambini, potevano essere una decina, che aspettavano l’arrivo dell’autobus come me e iniziai a parlare con uno di loro , che sembrava avere la mia età. Iniziai dicendo
- Ciao! Io sono Kyle e tu?-
-Ciao Kyle! Io sono Ben. Sei nuovo di qui? Non ti ho mai visto a scuola e di solito le facce le conosco tutte, vivendo nello stesso posto dalla nascita e frequentando la stessa scuola per 5 anni consecutivi.-
- Hai ragione! Sono nuovo, appena arrivato! La famiglia Davis mi ha preso con sé appena ieri.-
- Sei un ragazzo fortunato. La famiglia Davis è una famiglia perfetta e sono anche giovani. Hanno tutte le carte in regola per essere una buona famiglia e poi sembrano gentili e disponibili. -
- Lo sono e ne sono felice. Guarda l’autobus è arrivato! Saliamo.-
- Ok! Andiamo- rispose Ben.
L’autobus ci portò diretti a scuola, con qualche breve fermata. Guardavo attentamente la strada mentre continuavo a parlare con Ben, poiché non volevo pertermi il più piccolo dei dettagli delle cose e dei paesaggi che stavano scorrendo davanti ai miei occhi. Vedevo tutto quello che non avevo visto mai: donne con un passeggino, ragazzi che passeggiavano i loro a****li e molto altro ancora.
La scuola sembrava molto più bella di quella che frequentavo prima. Era in condizioni migliori e non sembrava isolata dal resto del mondo, poiché era circondata da grandi costruzioni, dal momento che si trovava quasi al centro della città. Mentre stavamo scendendo dall’autobus Ben mi chiese se questa scuola somigliasse minimamente a quella che frequentavo e ovviamente io risposi di no, in quanto questa sembrava diversa e anche nell’aria si respirava più tranqullità. Nella mia vecchia scuola tutto, anche la cosa più bella, poteva diventare una tortura da un momento all’altro, anche se tu non avevi fatto niente per peggiorare la situazione. Tutto era nelle mani degli educatori, che ti muovevano come marionette e tu dovevi sottostare ai loro ordini. Per un loro sbalzo di umore potevi passare anche ore ed ore chiuso nella stanza della detenzione e per una loro incomprensione potevi anche essere punito.
Non appena attraversata la soglia della scuola, Ben mi chiese
- Sai già in che classe sei ?-
- Sì, so che sono in quinta.-
- Volevo chiederti se tu sapevi già la sezione perché ci sono molte quinte.-
- No, questo non lo so. Vieni con me in presidenza prima che inizino le lezioni? Andiamo a chiedere.-
- Sì, ma dobbiamo affrettarci. Sai, possibilmente saremo compagni di classe, perché nella mia classe ci sono meno alunni.-
- Non so dove sia la presidenza, mi accompagni?-
- Seguimi!- e dopo avere percorso alcuni corridoi e salita una rampa di scale siamo arrivati alla presidenza.
-Eccocci arrivati! Ora bussa e parla.- disse Ben
- Ok!- bussai e mi aprì una signora, un poco avanti con gli anni, con le rughe che gli tagliavano il viso ma con lo stesso sorriso che potrebbe avere anche una quindicenne, carico di energia e voglia di vivere.
- Come posso aiutarti, giovanotto?- mi disse la signora ed io risposi
- Sono appena arrivato in questa scuola, la mia domandina d’iscrizione era stata già presentata per me. Volevo sapere quale fosse la mia classe.-
- Io non mi occupo di ciò. Guarda lì, vedi quella porta?- mi disse mostrandomi una porta all’interno del suo ufficio
- Quella è la porta della presidenza. Entra lì e la preside Howell ti darà tutte le informazioni di cui hai bisogno.-
-Grazie, signora.-
- Di niente, figliolo.-
Detto ciò, con Ben che stava sempre un passo dietro me, mi feci strada nel suo ufficio , che sembrava piuttosto in disordine poiché era pieno di fogli, carpettoni, moduli e s**tole, e arrivai alla porta della presidenza. Bussai e chiesi
- Posso entrare?-
- Sì, certo!-
Non appena la preside vide due ragazzini entrare nel suo ufficio chiese
-Posso aiutarvi? Non trovate la classe?- ed io risposi
- In effetti no. Non so nemmeno in che sezione sono stato ammesso. I miei genitori hanno compilato il modulo d’iscrizione quest’estate.-
- Come ti chiami?-
- Kyle Davis-
- Ok. Trovato la tua classe è la VA. Questo è la tua tabella degli orari, mentre queste sono le chiavi del tuo armadietto è il numero AV19. La combinazione è questa ma ovviamente puoi cambiarla.-
- Grazie per le informazioni. Ora vado prima che le lezioni inizino.-
-Ok. Ci vediamo presto.-
Ben, che aveva aspettato fuori dalla porta, non appena fui uscito mi chiese
- Sezione?- ed io risposi
- A –
Subito mi diede il cinque e mi disse
- Siamo nella stessa classe, amico.-
Io e Ben eravamo compagni di classe e sarebbe anche diventato il mio migliore amico, con il passare del tempo.
Era appena suonata la campanella quando Ben mi disse
-Dobbiamo andare nell’aula di Mrs Schwarz, la nostra insegnante di Inglese, Storia e Geografia. Questa è la lezione della prima ora. Gli altri insegnanti che oggi conoscerai sono Mr Jones, l’insegnante di Educazione Fisica e Mrs Haynes, l’insegnante di Matematica e Scienze. Gli unici professori che non conoscerai oggi sono Mrs Wade, docente di Arte e Disegno, Mr Newman, docente di Informatica e Mrs Coyle, la nostra insegnante di Musica e Teatro. L’ultima che ho nominato è la migliore perché riesce a farti sognare e le sue ore di lezione sembrano volare.-
La giornata è passata velocemente e arrivata la fine delle lezioni chiesi a Ben
- Torni a casa con l’autobus?-
- Certo! Perché i miei lavorano. Tu?-
- Sì. Ti siedi accanto a me?-
- Certo. Perché no? In questo modo possiamo continuare a parlare.-
Sull’autobus parlammo di molte cose e mi resi conto di quanto fosse divertente: sapeva giocare con l’autoironia e le sue battute facevano sempre sorridere, almeno un po’.
Arrivati alla fermata gli dissi
- Ci vediamo domani-
. -Certo! A domani.-
E io andai verso casa mia mentre lui andava verso casa sua.
Il primo giorno di scuola non è stato per niente pesante: forse perchè era il primo o forse perché nell’altra scuola ero abituato a lavorare molto di più. Le maestre erano giovani e simpatiche e i compagni molto solari e amichievoli, ma ora ricordo i nomi di quelli che mi sono stati accanto: Robert, Will, Josh, Laura e Emily. Tornato a casa raccontai tutto a Ella, perché le si leggeva in volto la voglia che aveva di sapere tutto e così feci.
-Come ti è sembrata la scuola?-
- Molto più grande di quella che frequentavo prima. L’altra aveva al suo interno anche le stanze dove noi dormivamo e proprio per questo le aule erano molto più piccole.-
Anche Martin quando si rientrò a casa da lavoro, anche se stanco, volle sapere tutto nei minimi particolari. Mi sentivo strano perché per la prima volta c’era qualcuno che voleva sapere di me, di ciò che avevo fatto durante la giornata, qualcuno disposto ad ascoltarmi. Era un’emozione che non avevo mai provato e devo ammettere che mi piaceva trovarmi al centro dei discorsi . Mentre Ella cucinava mi sedetti a vedere alcuni programmi televisivi, soprattutto cartoni animati, poiché ero ancora un bambino. Stavo disteso sul divano ,quando Martin mi alzo la testa e la pose sulle sue gambe: avevo capito che voleva pormi ancora qualche domanda. Allora mi alzai , spensi la televisione e mi misi in ginocchio sul divano e ricordo che Martin mi chiese
- Come hai trovato i tuoi compagni di classe? Sono stati carini con te?-
- Certo! Soprattutto uno. Si chiama Ben e vive molto vicino a noi, Bradford Road se non ricordo male. Si è seduto vicino a me sull’autobus e a scuola, mi ha chiesto molte cose e soprattutto ha ascoltato con interesse la mia storia.-
- Bradford Road, eh? Il suo cognome è Sellen?-
- Sì, proprio così. Come fai a saperlo?-
- I suoi genitori sono nostri grandi amici. Suo padre era un mio compagno di liceo, mentre sua madre è insegnante e lavora nella stessa scuola in cui lavora Ella. Se vuoi, puoi farlo venire quando vuole. Strano che non ti abbia detto nietne di noi, siamo stati molte volte a casa sua e lui diverse volte è venuto a casa nostra con i suoi genitori.-
- Mi ha detto che siete delle ottime persone, molto simpatiche e disponibili. Per quanto riguarda il fatto di venire a casa nostra glielo dirò domani stesso.-
Il telefono squillò e Martin dopo aver ascoltato la mia risposta corse a rispondere. Io mi alzai dal divano e andai in camera a sistemare lo zaino per il giorno dopo. Qualche minuto dopo Ella mi invitò a scendere perché la cena era pronta, e mi avvertì che se non mi fossi sbrigato si sarebbe freddato tutto. Spensi la televisione, mi chiusi la porta dietro di me e andai in bagno per lavare le mani. Subito dopo scesi in fretta le scale e mi misi a tavola con Ella e Martin. Ella aveva cucinato lasagne al forno con pesto, come secondo un semplice filetto di carne e come contorno un insalata di lattuga, mais e pomodoro. Era tutto molto buono e mentre cenavamo Martin mi disse che aveva chiamato Drew, il padre di Ben e che sarebbero venuti a cena qualche giorno dopo e Ben sarebbe rimasto a dormire a casa nostra. Fui molto lieto di ricevere questa notizia poiché mi piaceva l’idea di passare del tempo con Ben, la sua famiglia e soprattutto Ella e Martin. Lui mi faceva ridere tantissimo e proprio per questo desideravo passare con lui più tempo possibile. Finita la cena andai a dormire e come il giorno precedente Ella sistemò coperte e lenzuola e mi diede la buonanotte. Questa volta anche Martin mi diede la buonanotte con un bacio sulla fronte proprio come Ella.
Il giorno dopo andai a scuola regolarmente e finalmente conobbi Mrs Coyle, la docente di Musica e Teatro. Quello che Ben mi aveva detto in precedenza era vero: è un’ottima professoressa. Il tempo sembra volare durante le sue lezioni e ogni minimo sforzo che richiede viene subito ripagato. Oggi ha cantato per noi un brano di Celine Dion : il titolo è My Heart Will Go On. La sua voce mi ha stregato e sembrava possibile vivere i sentimenti celati dietro le parole di quella canzone che tutti i miei compagni idealizzavano in un film che io non avevo mai visto : il Titanic.
Mentre cantava, la sua voce veniva accompagnata dal suono armonioso e melodico del pianoforte che lei stessa suonava. Poi ci ha raccontato una storia, quella del Titanic che io non conoscevo e rimasi colpito da questa storia d’amore, quasi impossibile. Il suo racconto era quasi giunto alla fine quando suonò la campana: mentre andavamo via ci disse che avremmo visto il film la lezione seguente.
Quella sera, ritornato a casa, chiesi a Ella di raccontarmi la storia di quel transatlantico perduto negli abissi dell’Oceano Atlantico e lei me la raccontò nei minimi dettagli, capace di farmi rivivere tramite le sue parole tutte le emozioni provate da ogni personaggio: dalla paura alla gioia, dall’amore al disprezzo. Me la raccontò mentre stava cucinando e vedendo sul fuoco più pentole del solito chiesi
- Perché ci sono tutte queste pentole? Cosa stai cucinando?-
- Vedo che non ti sfugge nulla. Ci sono molte più pentole sul fuoco perché oggi non siamo soli a cena. Vengono a farci visita Drew e Marta, i genitori di Ben, e si fermano per cena.-
- Veramente? –
- Sì!-
- Sono molto felice. Vado a prepararmi.-
Corsi di fretta in camera e mi sistemai per l’arrivo dei Sellen. Fatta una doccia, indossai una camicia bianca con un paio di pantaloni blu. Non appena avevo finito di allacciare le scarpe suonarono al campanello e Ella mi invitò ad aprire la porta. Lo feci volentieri e appena visti Ben lo abbrcciai. I suoi genitori si salutarono con i miei e poi mi dissero
- Ciao Kyle. Ben ci ha raccontato molto di te.Tieni questo è per te. Martin sa come usarla e ti aiuterà.-
- Grazie signori Sellen.-
Mi diedero un pacco che scartai immediatamente. Dentro vi trovai una chitarra acustica.
Cenammo velocemente e poi io e Ben andammo in camera mia a vedere un po’ di cartoni, mentre i nostri genitori rimasero sotto a parlare.
Si fece mezzanotte e i genitori di Ben andarono via mentre lui rimase a dormire da me.
Il giorno dopo venne Ella a svegliarci, poiché dovevamo andare a scuola. Scesi in cucina, abbiamo trovato la colazione già pronta, che consumammo in fretta poiché era tardissimo. Per prendere l’autobus abbiamo fatto la strada correndo perché mancavano appena due minuti al suo passaggio, ma arrivati a scuola iniziammo le lezioni normalmente, senza un minuto di ritardo. Sebbene le lezioni diventavano sempre più complesse e i ritmi sempre più accelerati la mia vita di studente continuava tranquillamente. Il tempo passava veloce e il mio rapporto con Ben migliorava sempre più. Quest’anno scolastico era quasi giunto al termine e si avvicinava la data del mio compleanno, il 7 giugno e mancava più o meno un mese alla fine della scuola. Ella e Martin avevano deciso di organizzare una festa e avevano deciso di invitare tutti i miei compagni di classe. Avevo contribuito in minima parte ai preparativi, poiché volevano fare tutto loro. L’unica cosa che ho fatto è stato spedire gli inviti e fare finta di non capire alucne discussioni fra di loro, in particolare quelle in cui parlavano del regalo. L’unico aiuto che richiesero fu per scelta degli addobbi e infatti qualche giorno prima vennero a prenderemi a scuola alla fine delle lezioni per andare a comprarle.
Con noi venne anche Ben, che mi aiutò nella scelta dei festoni. Ho scelto qualcosa di molto sobrio, per niente legato al mondo dei cartoni animati, benché Ella e Martin fossero accondiscendeti. Preferivo qualcosa che non mi catalogasse nel mondo dei bambini e perciò avevo completamente escluso il mondo dei cartoni animati. Stavo per compiere undici anni e quindi era già abbastanza crsciuto. Giorno 6 Ben era rimasto a dormire a casa mia perché voleva essere il primo a farmi gli auguri appena sveglio. Quando il mattino seguente mi svegliai Ben mi aveva preparato una sorpresa. Un video in cui diceva quanto mi voleva bene anche se ci conoscevamo da così poco tempo. Quando lo vidi, lo ringraziai per il video ma non ebbi il tempo di parlare poiché entrarono Ella e Martin nella stanza e volevano farmi gli auguri anche loro. Ci dissero di scendere in cuicina poiché la colazione era pronta : una torta-gelato solo per noi. Poi più in fretta che abbiamo potuto ci lavammo e appena pronti ci avviammo verso la fermata dell’autobus.
La giornata a scuola è stata fantastica, mi sentivo quasi un re. Anche Mrs Coyle aveva intonato la canzone del “ Buon Compleanno ” per me e tutti la seguirono cantando. Finite le lezioni Ella venne a prendere me e Ben con la macchina, poiché non avevamo molto tempo per preparare le cose. Arrivammo a casa e dopo due ore tutto era pronto : la festa poteva iniziare.
Non ricordo mai di aver festeggiato il mio compleanno, non sapevo neache l’esistenza di questa ricorrenza e ricordavo il giorno in cui ero nato solo perché nell’orfanotrofio ci dividevano per età e ogni 7 giugno io cambiavo stanza. Dove vivevo prima era un giorno come tutti gli altri, niente di speciale: non ricevevo né un dolcetto, né una carezza in più. Avevamo deciso di fare la festa nel giardino, in modo da avere più spazio per giocare e non soffrire il caldo dentro casa.
Martin aveva pensato a tutto quello che riguardava la musica, mentre Ella aveva pensato al le bevande e alle cose da mangiare: aveva fatto anche la torta. Ho ricevuto molti regali: i signori Sellen mi regalarono un comupter, i miei compagni di classe un telefono cellulare, ma il regalo più bello è stato quello di Ella e Martin. Verso le otto e mezza di sera si è fermato un piccolo camion davanti casa nostra ed Ella mi disse
- Vai a prendere il tuo regalo.-
Ci spostammo tutti dall’altro lato del giardino e aperta la s**tola vidi la cosa più dolce che avevo mai visto: un cucciolo di Labrador che poteva avere massimo due o tre mesi. Sembrava affettuoso e appena mi ha visto mi è saltato addosso. Decisi di chiamarlo Sean.
Alla fine della festa tutti andarono via e rimase solo Ben, che saerbbe rimasto da noi anche per la notte. Ben era già andato in camera mentre io mi ero soffermato un po’ a parlare con Martin ed Ella che mi chiesero
- Ti è piaciuta la festa?-
- Certo! E anche molto. Non avevo mai festeggiato il mio compleanno.-
- Da oggi e per gli anni a venire lo festeggerai ogni anno.-
- Davvero? Grazie. Ora sono un po’ stanco, oggi è stato una giornata abbastanza impegnativa. Vado a riposarmi. Ben aspetta zitto zitto che io arrivi per farmi uno scherzo, come se non lo sospetto.-
-Ok, piccolo. Vai a dormire. Domani non c’è scuola quindi non vi sveglierò presto.-
- Ok. Buonanotte mamma.- dissi a Ella – e buonanotte anche a te, papà.- dissi a Martin.
- Come ? Ripeti ….- e entrai di corsa in camera. Ben stava stranamente dormendo, ma non aveva messo il lenzuolo, così lo sistemai io e dopo mi misi a dormire. Ma non presi subito sonno, benchè fossi molto stanco : pensavo a ciò che avevo detto. Avevo chiamato Ella e Martin mamma e papà, anche se sapevo per certo che non lo erano. I miei non c’erano più, non li ricordo nemmeno.
-Ben, fermati.- queste sono state le prime parole che ho pronunciato al risveglio. Ho ritrovato Ben nel mio letto che tentava in tutti i modi di svegliarmi e alla fine mi ha buttato un bicchiere di acqua fredda in faccia.
Lui rideva e anche se ero arrabiato mi misi anche io a ridere.
Dopo aver fatto colazione ci preparammo per andare a fare un’escursione. Non ricordo esattamente il posto, ma ricordo le emozioni che provai, intense e cariche di felicità.
Alla fine della giornata non ero per niente stanco, anche se avevo camminato per diverse miglia : ero ancora pronto a vivere milioni di emozioni, tutte quelle che non avevo provato negli anni precedenti. Accompagnato Ben a casa, anche noi tornammo a casa, dopo aver fatto un salto al negozio di a****li perché dovevamo comprare da mangiare per Sean. Appena arrivati lasciammo Sean libero nel giardino, mentre noi andammo a fare una doccia.
Erano quasi le otto di sera ed eravamo pronti per cenare quando Martin mi dice di seguirlo in giardino. Io non indugiai e gli andai dietro, come se fossi la sua ombra. Mi portò nel capannone dove teneva tutti i suoi strumenti musicali e anche se ero entrato varie volte in quel posto, ogni volta mi sembrava la prima e mi emozionava sempre più: non è possibile capire quanto mi piacesse quel posto, perché neanche io so spiegare cosa provavo quando entravo lì dentro.
- Vieni, avvicinati.- mi disse Martin
- Cosa devi farmi vedere?-
- Vieni qui! Chiudi gli occhi e apri le mani.-
In quel momento, mi poggiò qualcosa sulle mani, piccolo e di forma triangolare e mi disse
- Apri gli occhi-
Non appena lo vidi e realizzai cosa fosse gli dissi un po’ deluso
-Un plettro? E a cosa dovrebbe servirmi se non so nemmeno suonare la chitarra?-
- Questo non è un plettro, ma è il primo plettro che io ho ricevuto in regalo. Sono passati molti anni dall’ultima volta che l’ho usato, perché avevo deciso di conservarlo. Ora, voglio regalarlo a te, perché è un oggetto a cui tengo molto. Non importa se non sai suonare perché da domani ti insegnerò qualcosa.-
- Wow! Il primo plettro con cui hai suonato? Vuoi realmente regalarmelo?-
- Sì e adesso è tutto tuo.-
Subito dopo rientrammo in casa ed Ella ci chiese cosa avessimo fatto fuori e Martin le rispose, strizzandomi l’occhio
- Segreti da uomini!-
Ella sorrisee disse
- Ah ok! Allora non mi intrometto.-
Dopo qualche minuto andammo a cenare e finita la cena, abbiamo visto sul divano un film piuttosto divertente.
Il giorno dopo mi svegliai sul divano. Guardai l’orologio ed segnava già le nove meno venti. Mi alzai di fretta e andai a fare colazione. In cucina trovai solo Ella che mi salutò e mi domandò per quale ragione fossi già sveglio alle nove circa del mattino quando di domenica di solito non mi alzo mai prima delle dieci. Mentre mi preparava la colazione io le risposi dicendo che ero troppo felice poiché Martin mi aveva detto che quella mattina avrebbe iniziato ad insegnarmi qualcosa di chitarra.
-A proposito… Dov’è Martin?-
- Martin è nel capannone. Mi aveva detto di dirti che ti aspettava lì.-
- E perché non me lo hai detto prima?-
Divorai velocemente la colazione e corsi da Martin.
- Buongiorno campione, dammi il cinque! Hai portato il plettro?-
- Sì, certo. Eccolo qui.-
- Dammelo! Ne creerò una collana, in modo che tu non lo perda.-
Non ci mise più di due minuti e appena aveva finito disse
- Sei pronto?-
Ed io risposi
-Non aspettavo altro.-
In un giorno avevo appreso tutte le scale naturali ed alterate delle varie note musicali, sia normali che minori. Potevo leggere nel suo viso quanto fosse orgoglioso di me e ciò non mi dispiaceva affatto. Mi aveva anche detto che avevo una voce abbastanz buona, doveva solo essere perfezionata ed educata ( la voce si educa al canto o almeno così diceva Martin ).
Siamo stati sotto la tettoia tutto il giorno, avevamo saltato anche il pranzo benchè Ella ce lo avesse portato.
Rientrati a casa, feci vedere a Ella quanto avevo appreso e rimase molto colpita.
Diventavo sempre più bravo e grazie all’aiuto di Martin la mia voce era stata corretta. Suonare e cantare erano diventate le mie passioni, perché solo cantando o suonando riuscivo ad esprimere tutto ciò che avevo dentro ed era l’unico metodo che funzionava quando avevo bisogno di distendere i nervi e rilassarmi, lasciandomi alle spalle tutte le preoccupazioni.
A scuola tutto andava bene e non avevo alcuna insufficienza, i professori erano molto contenti di me, in particolare Mrs Coyle che in occasione degli incontri scuola-famiglia diceva sempre ai miei genitori adottivi che io possedevo un talento ed era da sciocchi non accorgersene. Durante le sue lezioni mi sentivo nel mio mondo e pregavo affinchè durassero il più allungo possibile.
Finito il mio primo anno scolastico a Londra, tutto cambiava. Dall’anno seguente noi alunni eravamo obbligati a studiare solo inglese, matematica e scienze e poi avevamo la possibilità di scegliere 6 o 9 materie. Io durante gli anni successivi scelsi sempre :Teatro, Storia della Musica, Chitarra, Pianoforte, Disegno, Francese, Spagnolo e Storia. Alcuni corsi erano difficili da seguire, ma affrontandoli con passione ed energia non ho mai avuto alcun problema.
Ben era sempre presente nella mia vita, ma frequentavamo corsi diversi, poiché lui non amava affatto la musica, né le lingue, preferiva le scienze e la tecnologia. Anche se a scuola avevamo orari diversi e ci vedevamo solo la pausa o a pranzo, stavamo incollati lo stesso perché quasi ogni giorno veniva a casa mia, o io andavo a casa sua.
Proprio in questi anni conobbi una ragazza che era mia compagna di corso nelle ore di Spagnolo e Francese. Il suo nome è Nicole e ricordo che mi piaceva molto. Ci frequentammo e uscimmo insieme per qualche mese, fino a poco prima che io compissi sedici anni.
Tralasciando la fine di questa relazione, avvenuta in modo pacifico, tutto sembrava andare bene, ma presto sarebbe cambiato qualcosa.
Avevo appena compiuto sedici anni quando una sera , mentre stavamo cenando, Ella e Martin mi dissero che dovevamo traslocare. Proprio in quel momento mi cadde il mondo addosso.
Non ero pronto a lasciare quel posto e avevo solo quattro settimane di tempo per abituarmi all’idea.
- Andremo via di qui- disse Martin
- Come? Lascieremo questo posto?-
- Sì, Kyle. Dobbiamo andare via. Mio fratello ha trovato un posto di lavoro per me a Sydney e non penso che rifiuterò l’offerta. Guadagnerei molto di più e potrei essere vicino a l’unica persona della mia famiglia che mi rimane.-
- Certo, papà. Ma ora guarda la situazione dal mio punto di vista. Io sono arrivato qui da sei anni circa e solo ora mi sento pienamente appartenente a questo posto. Non voglio cambiare né scuola, né casa, né abiutidini. E poi Ben, come faccio io senza potergli più parlare? Senza vederlo più piombare in casa nostra? Senza più picchiarlo? Senza più piangere insieme a lui? Senza più dormire nella stessa stanza e svegliarsi la mattina in modi più o meno bizzarri? Senza litigare con lui? Come potrei mai separarmi da questo posto? Non penso di farcela, il distacco sarebbe per me troppo traumatico…-
- Non c’è scelta da fare, è già stata presa. So che sarà difficile affrontare un mondo completamente a noi nuovo, ma ci riusciremo se restiamo uniti come una famiglia.-
Mi alzai di s**tto dalla tavola buttando il bicchiere a terra e entrato nella mia stanza chiusi violentemente la porta. Ella stava per raggiungermi in camera ma Martin la bloccò, e lei si limitò solo a prendere il bicchiere che avevo fatto cadere e ad asciugare l’acqua che si era riversata sul pavimento. Era la prima volta che mi capitava di arrabiarmi con Ella e Martin, di trovarmi in disaccordo con loro e la sensazione che provavo era molto strana. Dovevano sentirsi molto confusi anche loro, poiché non mi ero mai comportato in quella maniera e sicuramente non sapevano nemmeno loro come comportarsi. Ero indeciso tra tornare indietro subito per chiedere scusa dell’azione che avevo commesso o aspettare che fossero loro a fare il primo passo. Pieno di dubbi, adesso ero nella mia stanza illuminata da un argenteo raggio di luna che entrava pallido dalla finestra, sdraiato sul mio letto e pensavo a tutto quello che era successo da quando avevo lasciato l’orfanotrofio fino a questo momento ed ero molto spaventato, perché non sapevo ancora quello che mi sarebbe successo in una trentina di giorni. Certezze oramai ne avevo poche, ma una era proprio quella di non avere l’intenzione di perdere Ben. Ben era il mio migliore amico e condividevamo tutto: piangevamo insieme e la gioia di uno era la gioia dell’altro, eravamo sempre in contatto e sembravamo telepatici, poiché bastava uno sguardo per capirci.Ci siamo conosciuti in un modo così banale che non avrei mai immaginato che sarebbe diventato il mio migliore amico, ma invece da quel momento è sempre stato presente nella mia vita, l’unico che conosce ogni minimo dettaglio e a cui dicevo realmente tutto senza aver paura di dover omettere qualche particolare, perché lui accettava i miei punti di vista e mi consigliava che scelte fare. Le nostre idee erano spesso in contrapposizone, ma trovavamo alla fine una soluzione che accomunava entrambi i pensieri , ma era difficile arrivare a questa conclusione e spesso stavamo anche ore a discutere. Litigavamo spesso, ma non ero mai arrabbiato con lui, né portavo dietro rancore perché era come un fratello per me e gli volevo realmente bene. Confuso, decisi di liberare un po’ di emozioni scrivendo

“ Cara luna,

Sono fermo qui, ad osservarti dalla finestra della mia stanza e il tuo bagliore è l’unica luce che illumina il mio volto. Solo tu riesci a vedere la lacrima che mi taglia il viso e solo a te voglio dire ciò che provo in questo momento. Mi rimani solo tu, perché a Ben non so come dire che sto per andare via.
Sono confuso e non so cosa fare. Meglio dire tutto a Ben o lasciare che passi ancora un po’ di tempo? Meglio tagliare i rapporti in modo che nessuno soffra o godersi questi ultimi momenti?
Non mi piace mentirgli, e non l’ho mai fatto.
Mi piacerebbe trovare una risposta a tutte queste mie domande, ma nessuno è capace abbastanza.
Mi chiedo perché proprio adesso, che tutto sembrava andare bene, il destino abbia deciso di giocare con il mio umore.
Sono molto triste e non so cosa fare. Per la prima volta mi sento realmente solo perché anche Ella e Martin sono contro di me.
Vorrei solo chiudere gli occhi e sperare che questo fosse tutto un incubo, ma so che non è così.”

Non appena ebbi finito di scrivere quella lettera, essendo stanco e abbastanza sconvolto, mi misi sotto le coperte e iniziai a dormire.
La mattina seguente tutto sembrava diverso. Ella e Martin mi avevano appena salutato, ma in modo molto freddo: si vedeva benissimo che non sapevano cosa fare, né cosa dire. Ella si tratteneva a stento dall’abbracciarmi, mentre Martin era molto sulle sue. Io avevo appena ricambiato quel saluto, sentendomi quasi costretto a ricambiare quel saluto, ma non avendo alcuna voglia di farlo. Lasciai casa silenziosamente e mi diressi verso la scuola. Camminavo per la strada: jeans a vita bassa di un blu non molto scuro, snickers bianche con lacci blu, maglietta bianca disegnata la bandiera degli Stati Uniti , felpa con zip e cappuccio, rigorosamente indossato e occhiali da sole decorati a tema USA. Visto dall’esterno sembravo un ragazzo normale che stava andando a scuola ( non indossavo più la divisa in quanto ero già alla Sixth Form ), ma solo io sapevo che il peso delle parole portavo dentro era difficile da sostenere. Ascoltavo un po’ di musica con il lettore Mp3 ma ero distratto dall’eco rimbombante delle parole che avevo sentito e dai mille pensieri che avevo in testa: cercavo di trovare un modo per scappare da quella situazione infernale e non riuscivo a trovarlo. Ero molto spaventato perché pensavo di non poter riuscire ad affrontare Ben non credendomi capace di potergli dire tutto, ma presto o tardi lo avrebbe scoperto.
Vedere ogni giorno Ben a scuola era una tortura: dovevo trovare il modo di dirgli quello che stava succedendo, ma ogni volta che se ne presentava l’occasione, io dissimulavo.
I giorni passavano rapidamente e mancava una settimana alla mia partenza. Stavo studiando per gli ultimi test quando mi arriva un messaggio da parte di Ben

“ Per quanto tempo ancora vuoi continuare a fingere che vada tutto bene? Che non hai niente da dirmi? Io mi sono stufato di questo gioco.
Grazie di tutto. ”

L’aveva saputo. Ma chi aveva potuto dargli questa notizia se io stesso ne ero talmente turbato da non averne fatto nemmeno un piccolo accenno con nessuno? Potevano essere stati i miei genitori ?
Ne dubito perché era quasi un mese che Ben non veniva a stare un po’ a casa mia, nemmeno per studiare. Non mi interessava minimamente come aveva potuto saperlo, ma mi preoccupava il fatto di non sapere come risolvere la situazione. Gli mando un messaggio che diceva

“ Te lo avrei detto prima, se avessi saputo come farlo senza farti stare male. Scusa.
Se mai volessi parlare, vieni a casa mia.”

La risposta non arriva subito, tarda di qualche minuto. Ma appena arriva non tardo nemmeno un secondo ad aprire il messaggio e leggo

“ E secondo te è stato meno doloroso saperlo così? Sapere che tu lo sapevi ma continuavi a mentirmi… A me? Ti consideravo come un fratello e giuro che se penso ancora oggi a me, vedo la tua figura perché ormai eravamo una cosa sola e non avrei mai pensato che tu fossi capace di nascondere una cosa di così grande importanza. Stai per andare dall’altro lato del mondo e non penso che tornerai mai. Scusa amico, ma non posso accettarlo. Prova a vedere la situazione dal mio punto di vista.”

“So che ho sbagliato, sono pienamente cosciente di ciò. Ma già lo sapevi? Da quanto tempo? Chi te lo ha detto?”

“ So tutto da più o meno quattro settimane ho aspettato fino a questo momento per dirtelo perché speravo che fossi tu a dirmi tutto ( e anche perché fino all’ultimo non ci volevo credere e speravo che tu non partissi ). ”

“ Come fai a saperlo da quattro settimane, se io l’ho saputo 20 giorni fa ? L’hai saputo prima di me!! In questo periodo non sei neanche venuto a casa mia.”

“ I tuoi genitori mi hanno detto tutto e mi hanno anche chiesto di allontanarmi da te in modo che tu avvertissi meno dolore al distacco. Io li ho ascoltati perché pensavo fosse la cosa giusta. Vederti ogni giorno a scuola mi fa stare sempre più male.”

“ Vieni a casa mia! ORA! Penso che sia arrivato il momento di parlare.”

“ I tuoi non mi lasciano entrare e lo sai!”

“ Non ti preoccupare di ciò, aprirò io la porta.”

“ Ok, sto per uscire di casa. Fra dieci minuti sarò da te.”

“ Ok. Ti aspetto.. Non tardare!”

“ Mi dai il tempo di levarmi il pigiama e indossare una maglietta e un paio di jeans o vengo in pigiama?”

“ Ah ah! Non scherzare e sbrigati =)”

Aspettavo con ansia il suo arrivo ma non riuscivo a capire cosa mi stesse prendendo. Il momento in cui aspetti qualcuno è secondo me l’attesa più lunga che puoi provare nella vita e il tempo non sembra passare e ogni secondo che passa ti fa pensare sempre più al peggio. Tutto ciò mi metteva ancor di più in agitazione, considerando quello che stava succedendo. Questi dieci minuti sembravano non passare mai. Tra un monologo e un altro ( sembravo un cretino mentre parlavo da solo nella stanza ) dalla finestra lo vedi camminare lungo il vialetto, fermarsi davanti alla mia porta un attimo a pensare e poi suonare.
I miei aprirono la porta, visto chi era e la chiusero subito ancor prima che io arrivassi sotto per aprire. Sento solo Martin che pronuncia la frase – allora non hai capito – e poi la chiusura brusca della porta.
Appena arrivato sotto chiesi
-Chi è ?-
- Nessuno!- risponde Martin
- Ah ok! Apro io la porta e vedo chi è-
-Cosa intendi dire?- mi chiese Martin con aria sospettosa e io nemmeno risposi.
Mi diressi verso la porta e dopo averla aperta mi resi conto che non c’era veramente nessuno, era andato via.
Chiusi la porta con violenza ed entrai in camera. Non riuscivo a capire come mai era andato via.
E allora gli mandai un messaggio

“ Perché sei andato via? ”

“ Sono andato via perché tuo padre ha aperto la porta e mi ha cacciato. Sapevo che sarebbe finita così. Non capiscono proprio.”

“ Se solo avessi aspettato tre secondi in più, sarei arrivato io ad aprire la porta e saresti ancora qui.”

“ Scusa. Non lo sapevo! Ma tuo padre mi ha cacciato, quindi sono andato via.”

“Ok. Va bene! Ne parleremo a scuola”

Ma purtroppo questi ultimi sei giorni passarono velocissimo e così arrivai al giorno prima della partenza senza ancora avere chiarito nulla con Ben, poiché tra verifiche e molto altro non avevamo avuto nemmeno il tempo di vederci. Il pomeriggio appena rientrato a casa ricevo un messaggio

“ Domani parti. Addio”

“ Non mi dire tutto ciò. Non essere così freddo con me. Non me lo mertio perché sai che non voglio partire. Se dipendesse da me, resterei qui, poiché mi trovo bene e soprattutto non voglio lasciare né le mie abitudini, né tanto meno le persone.”

“ Anche se non vuoi farlo le tue parole restano solo intenzioni che rimangono in contraddizione con ciò che stai facendo, Kyle! Renditene conto! Stai andando via e io sto per rimanere solo.”

“ Lo so Ben ! Lo so ! Pensi che non sto già abbastanza male? Anche io rimarrò solo, in un mondo a me completamente sconosciuto. Pensi che la mia situazione sia migliore?”

“ Non lo so, ma penso che devi venire a casa mia stasera. Voglio stare con te un ultima volta… e questa volta penso proprio che piangeremo ( forse anche per l’ultima volta insieme )”.

“ Ok arrivo. Solo il tempo di preparare alcune cose e vengo. Né Ella, né Martin potranno fermarmi.”

Metto il telefono in tasca, prendo il mio Eastpak nero e metto dentro tutto quello che può servirmi per una notte.
Scendo giù e incontro Ella che mi chiese dove stessi andando e io risposi
-Vado da Ben! Dormo a casa sua perché vogliamo passare quest’ultima notte insieme dato che non ci rivedermo mai più! Se ti va bene, perfetto! Se non ti va bene e cercherai in tutti i modi di bloccarmi a casa, sappi che ti sarà impossibile. Non rinuncerò a passare l’ultima notte con il mio migliore amico e finigere un mezzo sorriso nei vostri confronti. –
- No, vai pure tranquillo. Non ho alcuna intenzione di fermarti. A Martin penso io.-
Avevo dedotto che neanche a lei piaceva l’idea di traslocare, quindi era tutta una costrizione di Martin. Mi abbracciò, non lo faceva da molte settimane, le uscì una lacrima e mi lasciò andare.
Mentre camminavo per la strada pensavo a come mi sarei dovuto comportare una volta trovatomi faccia a faccia con Ben. Dopo dieci minuti di camminata, che equivalevano a dieci milioni di dubbi, arrivai a casa di Ben e proprio Ben aprì la porta. Mi abbracciò come non ha mai fatto in sei anni e mi disse
- Finalmente sei arrivato! Non sai quanto è brutto attendere qualcuno a cui tieni, l’attesa sembra infinita.-
- Vedi? Siamo telepatici! Quando l’altro giorno sei venuto a casa mia e Martin non ti ha fatto entrare ho detto la stessa cosa!-
- Entra!-
Chiuse la porta dietro sé e mi fece salire in camera. Quella casa la conoscevo ormai come se fosse la mia. Erano più o meno le sei del pomeriggio e il sole al tramonto era l’unica luce di cui avevamo bisogno. Dava un atmosfera più accogliente rispetto al neon e quindi avevamo deciso di non accendere la luce fino a quando non si sarebbe fatto buio. Ben indossava una magliettina bianca a maniche corte e poi una tuta azzurra che gli cadeva molto larga. Non aveva scarpe ma solo calzini e portava in una mano il guanto senza dita che avevamo comprato insieme. Nell’altro polso, quello sinistro, aveva un polsino interamente nero. Io indossavo invece un paio di jeans larghi, una maglietta con cappuccio e alcuni bracciali in plastica. Non appena avevo tolto le scarpe ci sedemmo sui letti e io iniziai a parlare.
- Prima di iniziare a parlare di qualsiasi cosa, della mia partenza o altro voglio che tu sappia una cosa e infatti ora inizierò a raccontarti una storia. All’inizio cercherai di capire ma ti sarà impossibile e allora aspetterai che io finisca tutto il racconto. Abitavano una volta a Brighton una coppia che si amava tantissimo. Si chiamavano James and Katie ed erano sposati dall’età di 18 anni. Si erano conosciuti a scuola e i loro genitori erano sempre stati contrari a questo amore, ma alla fine si dovettero adeguare alla situazione. Katie, subito dopo il matrimonio concepì un figlio e l’attesa della nascita di quel bambino aveva riempito di gioia quella famiglia. Il padre, quando ogni giorno rientrava da lavoro, portava qualsiasi cosa che potesse servire al bambino che stava per nascere : un ciuccio, un orsacchiotto, un biberon e molto altro. Anche i nonni volevano essere resi partecipi della nascita di questo bambino e infatti il padre di James, che era un falegname, aveva costruito per il nipote la più bella culla in legno che era mai stato capace di fare. Per tutta la gravidanza Katie non aveva avuto alcun problema, ma allo s**ttare del settimo mese tutto cambiò tremendamente. I primi di giugno Katie diede alla luce il suo primo figlio, anche se la nascita era prevista per la metà di luglio. Katie non vide mai suo figlio e al figlio fu tolta la madre dal destino.
Durante il parto, che i dottori fecero d’urgenza, la pressione della madre si era alzata talmente tanto da provocare un’emorragia interna, benchè fosse sotto effetto di anestesia totale. Katie è passata dalla vita alla morte senza nemmeno accorgersene, ma il bambino non seppe mai il significato della parola mamma. Crescendo, egli veniva trattato dal padre e dai nonni come un principe ed era sempre felice, o così sembrava essere. Nessuno ha mai capito quanto gli facesse male non avere una madre come tutti gli altri. All’età di otto anni però successe una cosa che distrusse quest’equilibrio familiare, che si era creato con molta fatica, come se risalendo da un burrone, quasi impossibile da scalare, scivoli di nuovo giù quando sei quasi arrivato in cima e riesci già a rivedere la luce. Anche James aveva sofferto tanto per la perdita della moglie e rimanendo fedele a lei non si era mai più risposato anche se aveva appena diciotto anni. Qualche anno dopo si traferirono a York, poiché vi abitavano i nonni. Un giorno decise di dire tutto al figlio e lo portò dove la madre era sepolta. Era una giornata piuttosto cupa, il sole era sempre nascosto dietro le nuvole, il vento soffiava forte e pioveva, anche se piano. James e il bambino stavano viaggiando da York verso Brighton ma durante il tragitto una ruota della macchina slittò a causa dell’asfalto bagnato. Il bambino si rannicchiò impaurito nel sedile posteriore e sentì solo le urla di James che non sapeva cosa fare. La macchina uscì fuori dalla strada e sbatte contro un’insegna pubblicitaria. Il bambino non si mosse, aveva troppa paura di vedere. L’ambulanza arrivò subito, ma per James non c’era niente da fare, mentre per Kyle c’era ancora qualche speranza, poiché aveva riportato solo qualche livido. Ma il trauma più grande era quello della perdita anche dell’altro genitore.-
- Kyle? Hai detto Kyle?- mi interruppe Ben
- Sì, Kyle aveva ancora una speranza.-
-Kyle? Questa è la tua storia? Tu sai chi sono i tuoi genitori ? Li hai conosciuti?-
- Sì, ma non ricordo molto bene quelle immagini.-
- Avevi dei nonni, giusto? Perché non sei andato con loro? Perché ti hanno messo in orfanotrofio?-
- Il giudice riteneva i miei nonni incapaci di essere i miei tutori poiché già anziani e senza alcuna entrata economica, esclusa la pensione, non ritenuta sufficiente per la cura di un bambino della mia età.-
- E quindi ti hanno costretto ad andare lì.. Ma hai mai più rivisto i tuoi nonni?-
- No! Quando ero all’orfanotrofio le maestre mi dissero che gli unici parenti che avevo erano morti e quindi non ho mai più avuto opportunità di vederli.
- Hai mai raccontato a qualucno questa storia? C’è qualcuno oltre me che è a conoscenza di questo tuo grande segreto? Ella sa qualcosa ? Martin?-
- NO! Nessuno sa niente di questa storia e non voglio che nessuno la sappia. Tu sei la prima persona a cui la racconto, poiché persino alle maestre e alle balie dell’orfanotrofio ho sempre mentito dicendo di non ricordare niente, forse perché è ciò che voglio.-
-Vuoi davvero non aver vissuto niente di tutto ciò? Sembra veramente difficile superare tutto quello che hai passato, ma è questo che ti ha portato ad essere la persona speciale che sei ora, con il tuo carattere e con tutti i sentimenti che sai esprimere.-
- Non è questo che intendevo dire! Io non rinnego il mio passato, né lo disprezzo, ma a volte desidero che tutto fosse andato in maniera differente e almeno una volta nella vita una scelta fosse facile.-
- Ti capisco. Grazie di avermi confidato questo segreto.-
- E di cosa, stupido? Sei o non sei il mio migliore amico?-
- Lo sono. E fra poco mi ritrovero solo.-
- Ah finiscila! Anche se saremo lontani, esiste il cellulare, internet, o anche le lettere. Rimarremo in contatto, non temere e sarà come se io fossi rimasto qui.-
- Beh in realtà ora tocca a me parlare.-
- Vai, ti ascolto.-
-Sai proprio non riesco ad immaginare la mia vita qui senza te :sarebbe così noiosa e vuota.Ti prego non partire! Non sarebbe la stessa cosa anche considerando i vari modi per tenersi in contatto.-
-Sai che se dipendesse da me, io rimarrei qui.-
Ben si alzò dal suo letto e si sdraiò sul mio e disse
-E allora non partire. Non mi lasciare solo!-
- Ahah! Gli occhi dolci non funzionano. E poi non è una scelta che ho preso io, ma che Martin ha fatto per me.-
E proprio in quel momento in cui non so ancora spiegarmi bene cosa sia successo e soprattutto perché sia successo, Ben mi prese la mano e le nostre dita si intrecciarono, si avvicinò repentinamente al mio viso e mi iniziò a toccare i capelli e ad accarezzarmi. Si avvicinò ancora di più e mi baciò. Penso che quello di Ben è stato il bacio più bello che ho mai ricevuto nella mia vita, poiché era carico di emozione e vi si celavano dietro tutti i dubbi e le speranze che erano proprie del nostro futuro. Entrambi avevamo dentro la paura di perderci per sempre e non è un sentimento facile sa gestire. Appena dato il bacio, si staccò rapidamente, le gote gli si colorarono di rosso per la vergogna e disse
- Scusa, non volevo! Non so che mi è preso …-
Gli dissi – Shh.. Stai zitto, non è un problema..- e lo baciai.
Non sapevo se ciò che stessi facendo fosse giusto o sbagliato, ma stava accadendo e non mi ero mai sentito più felice prima.
La mattina dopo mi svegliai io prima di lui mi misi a sorridere vedendo la scena. La camera non era ancora illuminata dal sole: era l’alba o forse il cielo era coperto dalle nubi. Avevo freddo e quindi rimisi la maglietta e tirai il lenzuolo sopra Ben, poiché doveva avere freddo anche lui.Niente era cambiato rispetto alle altre volte. Eravamo sdraiati nello stesso letto ma c’era un piccolo particolare in più: le mie braccia erano attorno al suo petto e lui era accovacciato tra di esse. Sorrisi ancora, gli baciai la nuca e mi riaddormentai.
Non so se fosse già passato molto tempo, ma lui si svegliò e si girò verso di me, mi baciò e mi risvegliai immediatamente, quasi di soprassalto.
- Buongiorno Kyle, dormito bene?- mi disse
- Sì, mai dormito meglio. Sei speciale e non ti voglio perdere.-
- Pensi che io ti voglio perdere? Pensi che mi piace sapere che già fra qualche ora tu sia in viaggio per raggiungere l’altro lato del mondo ?-
- No. Suppongo di no.-
Il danno era ormai fatto: bisognava ripararlo oppure nasconderlo. E noi ovviamente scegliemmo la seconda opzione, cioè nascondemmo tutto.
Dopo aver passato ancora un po’ di tempo a parlare di quanto fosse ingiusta questa partenza, siamo scesi in cucina per fare colazione. Mrs Coyle aveva ragione sul fatto che noi fossimo degli ottimi attori : ci siamo comportati come di solito niente di nuovo.
Dopo aver finito di far colazione, uscimmo a razzo da casa per andare verso casa mia, poiché dovevo sistemare le ultime cose prima della partenza. Per la strada ci tenemmo per mano e qualche bacio è pure scappato, volevo mantenere il contatto con lui il più a lungo possibile. Ma appena arrivati a casa, costretti di nuovo a dissimulare ritornammo a fingere, fino a quando non eravamo al sicuro nella mia stanza e avevo chiuso la porta, a chiave.
Stavo riponendo nelle valigie alcune magliette mentre Ben era seduto nel mio letto. Non ricordo cosa stesse facendo, ma ricordo che non parlava, era impegnato a fare qualcosa.
Era l’ora di pranzo e la partenza era imminente. Il volo era alle quattro meno venti e quindi era arrivato il momento di salutarci e ci salutammo con un semplice bacio, dopo il quale vidi scorrere lenti i suoi passi, e ad ogni passo che faceva il mio cuore si stringeva sempre più. Una lacrima mi tagliò il viso e cadde dritta sul telefono che vibrò di colpo. Era un suo messaggio

“ Penso che non ci vedremo mai più e inizio a piangere. Già mi manchi.
Sei tutto quello che ho, e ora che vai via non ho più niente.”

Era il messaggio più triste che io avessi mai letto ed aveva lasciato in me un vuoto incredibile.
Forse ciò che era successo di notte non aveva fatto che peggiorare la situazione o meglio aumentare il bisogno che l’uno aveva dell’altro.
Non appena tutto era stato preso e sistemato nei vari camion per il trasloco, Martin chiuse la casa ed il momento di andare era arrivato.
Salimmo in macchina e il viaggio era appena iniziato, ogni secondo mi sentivo sempre più insicuro, avevo sempre più paura di non riuscire ad affrontare tutto ciò che stava per accadere. Mando allora un messaggio a Ben

“ Noi ci vedremo ancora, fosse l’ultima cosa che faccio. Verrò presto dammi solo due anni di tempo e tornerò indietro. Non voglio perderti. Per adesso devo andare perché sono minorenne e sono sotto la loro tutela, ma il giorno stesso dei miei diciotto anni tornerò indietro. ”

La risposta arriva immediatamente

“ Sono solo parole.”

“ Credimi non sono parole! Sono emozioni e speranze. Quel bacio mi ha fatto capire quanto tu sia dannatamente importante per me e quanto io non voglia partire. Sento già il vuoto dentro me e so che quel vuoto è il posto che tu stai lasciando. ”

“Non voglio lasciare quel posto che ho conquistato con il passare degli anni.Allora non posso che aspettare il tuo ritorno e 700 giorni passano velocemente no?”

“ Sì. Spero proprio di sì. E adesso ciao… Sto per salire in aereo. Le lacrime mi stanno tagliando il volto, sento un vuoto che non ho mai provato. Sento il TUO VUOTO che non riesco a colmare. ”

“ Sono qui e aspetto solo te. Torna presto. Ancora non capisco perché sei dovuto andare via.”

Avevamo fatto il check-in e raggiunto il gate. L’hostess di terra mi aveva appena chiesto la carta d’imbarco e io l’avevo mostrata. Mi sentivo come quando un condannato a morte va verso il patibolo: è cosciente di cosa sta per succedere e sa che è ciò che non vuole, ma è obbligato a farlo. Dentro gli si s**tenano tutte le emozioni che ha provato nella vita, i ricordi saltano alla mente uno dopo l’altro, vuole scappare ma non sa come fare e alla fine affronta tutto o per coraggio o per disperazione.
E così anche feci io. Ma ero certo di aver affrontato tutto ciò non con coraggio ma per disperazione .
Presi posizione in aereo e chiusi gli occhi, mi addormentai perché ero piuttosto stanco e sconvolto.
Mi svegliai alla fine del volo, quando più o meno mancavano 30 minuti all’atterraggio.
Appena atterrato l’aereo non avevo ancora realizzato che mi trovassi dal lato opposto del mondo. Subito dopo andammo a recuperare i bagagli e lo zio venne a recuperare noi.
Lo zio Pauly sembrava simpatico e somigliava molto a Martin : aveva solo qualche ruga in più. Era il figlio maggiore, come mi avevano raccontato in passato, aveva lasciato casa all’età di sedici anni circa per inseguire il suo sogno: quello di girare il mondo. La prima tappa fu Sydney e fu anche l’ultima : come spesso accade, si fermò qui perché aveva trovato la donna della sua vita. Con ciò non voglio dire che la amasse ma solo che Martin diventò zio più o meno un anno dopo che suo fratello fosse partito da casa. Erano ormai quasi venticinque anni che viveva lì con la sua famiglia indubbiamente numerosa: escludendo la moglie Mary rimanevano Mark che aveva ventiquattro anni, Sophie che ne aveva venti, Christopher che ne aveva sedici e le due gemelline Clara e Faith di appena cinque anni. Vivevano in una casa piuttosto grande, simile come dimensioni a quella dove io abitavo quando vivevo a Londra e noi avremmo alloggiato nella depandance che era appena dietro la casa fino a quando non avessimo trovato casa migliore. Sistemate le valigie e saliti in macchina, ci diressimo verso casa, che non era molto lontana. Passata circa mezz’ora eravamo a casa: era piccola e non era per niente arredata. Il camion con i mobili e il resto delle cose che non entravano in valigia sarebbero arrivati solo quattro giorni dopo, quindi dovevamo aspettare e accontentarci di ciò che avevamo. Martin sembrava sapere tutto ciò e infatti non aveva fatto traslocare altro che non fosse lo stretto indispensabile. La mia stanza era grande quanto la metà di quella che avevo in precedenza, se non più piccola e soprattutto non avevo due letti. Dopo qualche minuto mi resi conto che non avevo che farmene di due letti : ero solo con davanti una vita nuova da iniziare, mille ostacoli da affrontare e con nessuno al mio fianco. Sistemate le prime cose, dopo aver aiutato un po’ anche Ella e Martin, decisi di conoscere la famiglia dello zio.
Suonai un paio di volte il campanello e Mary mi venne ad aprire. La prima impressione che mi fece fu positiva: mi è sembrata una bonacciona, timida che non riusciva proprio a fare un torto a nessuno . Il suo colore della pelle era molto chiaro, somigliava più ad una svedese che a un’australiana, che di solito hanno la carnagione scura. Era bionda platino e aveva due grandi occhi azzurri.
Mi accolse in casa chiedendomi come fosse andata e mi fece accomodare sul divano. Lo zio Pauly era andato a comprare la cena, mentre i ragazzi, o meglio i miei “ cugini ” , erano ognuno nella propria camera, escluse le Faith e Clara che stavano in cucina con la mamma. Appena avvicinatomi alle bambine per salutarle, mi sorrisero e mi chiesero chi fossi e io risposi loro
-Sono vostro cugino, e sono mi sono appena trasferito qui da Londra.-
- Da Londra? Deve essere una bellissima città.-
- Sì, è veramente bellissima e non volevo partire.-
- Avevi molti amici lì? –
Non risposi, ma non potevo colpevolizzare l’ingenuità delle bambine, rendendole capro espiatorio del dolore che provavo. Per fortuna Mary mi sottrasse all’obbligo di dare la risposta dicendomi
- Ora ti presenterò agli altri cugini…- e urlò – Mark … Chris…. Sophie … scendete! Sono arrivati gli zii da Londra e qui c’è vostro cugino.-
Il primo che scendeva sembrava avere la mia età e perciò dedussi che egli fosse proprio Christopher. Era alto qualche centimetro in meno di me, ma avevamo lo stesso colore di capelli e anche lo stesso taglio. Indossava degli occhiali da nerd, dietro i quali nascondeva duo occhi di colore verde smeraldo. Per quello che potevo notare avevamo lo stesso stile anche nel vestire.
-Ciao Christopher. Piacere Kyle.-
- Ehi Kyle! Chiamami Chris… Come è andato il viaggio?-
- Bene, ho dormito tutto il tempo.-
- Ahaha tranquillo… ora ti faccio svegliare io! In giro in città ci sono delle ragazze che …-
Allora arrivò Sophie che non lasciò che Chris terminasse la frase e si intromise nella discussione in modo piuttosto scontroso verso il fratello - Stai zitto! Sai usare quella bocca solo per dire cose insensate. Da quando sei nato non ho mai sentito uscire da quella bocca una frase che potesse minimamente avvicinarsi al concetto di un periodo grammaticalmente e sintatticamente corretto.- e poi continuò – comunque sono Sophie e guardandoti bene sembri la fotocopia esatta di mio fratello. Meglio tornare a studiare e non perdere tempo.-
Sembrava proprio una secchiona antipatica e speravo che la prima impressione mi ingannasse.
Subito dopo arrivò Mark e devo ammettere che era uguale al fratello solo poco più alto e più muscoloso in quanto andava in palestra dal lunedì al mercoledì e i giorni che restavano, esclusa la domenica, andava ad allenarsi in piscina.
- Non ti preoccupare. Chris e Sophie litigano sempre: lei è troppo perfettina mentre lui è troppo stupido. Non troveranno mai un accordo.-
Sorrisi e lui mi chiese
- Vuoi un po’ d’acqua?-
- No, grazie. Ora vado a casa. Devo ancora sistemare alcune cose e poi vorrei fare una passeggiata in città.-
- Perché non vieni con me e Chris stasera? Usciamo con dei nostri amici.-
- Ok. Ci penserò su, sono un po’ stanco.-
- Sì, ma divertirti un po’ ti farà bene. Ti si legge negli occhi che sei molto triste e hai già nostalgia.-
- Ahah! Forse è un po’ troppo evidente. Comunque ci penserò su.-
- Va bene. Se volessi venire, fatti trovare qui alle nove.-
- Ok. A dopo.-
Sono rientrato a casa e ho sistemato nei cassetti la poca roba che ho. Appena finito decisi di fare una doccia, ma resi subito conto che l’acqua calda non era ancora disponibile, perché non avevo acceso la caldaia. Uscito dalla doccia, letteralmente congelato, mi asciugai e subito dopo cercai i vestiti adatti per uscire. Non avevo molte cose ancora e quindi presi le prime cose che trovai. Sono uscito di corsa dalla camera, pensando che fosse tardissimo, ma arrivato in cucina mi resi conto che erano appena le otto e venticinque. Ella era ancora molto indaffarata nel sistemare ogni cosa e Martin la aiutava. Dovevo chiedere loro il permesso di uscire e allora dissi
-Mamma, Chris e Mark mi hanno chiesto se mi piacesse uscire insieme a loro. Io, sinceramente sento il bisogno di uscire da queste quattro mura e incontrare gente. Posso?-
- Certo che puoi non c’è alcun problema. Me lo avevano già chiesto e io avevo risposto di sì. Dormirai da loro stanotte.-
- Ok. Allora vado.-
- Non è un po’ presto?-
- Sì, in effetti. Sono nella mia camera per un altro po’, se non vi serve una mano.-
- No, tranquillo. Vai.-
Rientrai nella mia camera e presi un foglio per scrivere una lettera a Ben. Non avevo ancora il computer e non volevo usare quello dei miei cugini, perché avrebbero potuto controllare tutte le mie conversazioni. Iniziai a scrivere di getto

“ Ciao Ben,

Sono Kyle e questo è il mio nuovo indirizzo: vedi quanto è distante?
Sono appena arrivato: qui sono quasi le nove di sera mentre lì il sole sta ancora sorgendo.
Ho conosciuto la famiglia di mio zio Pauly e devo dire che sono molto simpatici.
Però anche se tutto sembra normale, c’è una cosa di cui non posso fare a meno : TE.
I giorni sembrano infiniti qui, consideranto che sono qui da poche ore. Non ho nessuno con cui parlare e niente da fare: solo ora capisco quanto riempivi la mia vita.
Ora vado, stasera esco con i miei cugini per cambiare aria e per evitare di deprimermi rimanendo chiuso in queste quattro mura, davanti la televisione con una vaschetta di gelato in mano.
Spero che questa lettera ti arrivi presto e che tu risponda il prima possibile.

Kyle xoxo ”

Piegai la lettera e la ma misi in una busta, in cui scrissi il suo indirizzo: 153 Bradford Road, London. Ora dovevo solo trovare un francobollo, ma erano già le nove meno un quarto e mi diressi verso casa di zio.
Suonai al campanello e Sophie mi aprì la porta dicendo
- Anche tu ti aggreghi alla mandria?-
Sorrisi, ma non risposi e tirai dritto verso la cucina, dove vedevo Chris seduto.
Entrai in cucina e mi accorsi che c’erano altri due ragazzi e Chris subito me li presentò
-Ah finalmente Kyle, stavamo proprio parlando di te. Questi sono i miei migliori amici : Cody e Joey. Frequentano la mia stessa scuola e l’anno prossimo, a partire da settembre, tu sarai con noi. Non vivono molto lontano da qui, infatti sono sempre qui a casa mia.-
- Sono Kyle e ho visto che Chris vi ha già parlato di me, quindi non aggiungo niente.-
Proprio in quel momento arrivò Mark che chiese se fossimo pronti e noi rispondemmo affermativamente.
- Non è che avete dei francobolli?- chiesi io
- Posso controllare in camera, forse ne ho qualcuno.- mi rispose Mark e continuò
- Andate in macchina. Vi raggiungo subito, il tempo che controllo se ho i francobolli o meno.-
-Ok.-
Chris prese le chiavi che Mark gli aveva lanciato e in gruppo andammo verso la macchina. Saliti in macchina Cody incominciò un discorso dicendo
- E tu? Inglese? Come sono le ragazze lì? Come passavi il tempo?-
- Sono abbastanza carine.-
- Che eri solito fare la sera?- chiese ancora
- Non uscivo spesso. Di solito stavo a casa mia con il mio migliore amico.-
- Che noia! Mai una serata in cerca di ragazze?-
- Quasi mai.-
- Noi, invece, quando usciamo, siamo incontrollabili. Ci piace bere nei diversi pub e spesso ubriachi ci ritroviamo a fare cose con ragazze sconosciute. Per fortuna che a fine serata Mark ci viene a riprendere e ci mette in macchina anche se siamo in condizioni pietose.- mi raccontava Cody ma Chris lo interruppe dicendo
- E tu sei pronto a stare con noi stasera? Hai mai bevuto fino a vomitare?-
- Ma perché fate questo? Non potete divertirvi normalmente?-
- La normalità non è per noi! Noi ci divertiamo così e imparerai anche tu.-
- Ah ok .-
La nostra discussione, che sembrava degenerare verso argomenti un po’ imbarazzanti per me, fu interrotta da Mark.
- Tieni i francobolli. Ti hanno spaventato?- mi disse
- No. Non ti preoccupare io alcune volte faccio di peggio. Penso di poter res****re.-
- Perfetto! Allora andiamo.-
Mise in moto la macchina e ci dirigemmo verso il centro della città.
La città non sembrava molto diversa da Londra: stessi blocchi di appartamenti e stessa gente che corre veloce per la strada. Ma non provavo nessuna voglia di vedere quel posto.
Ricordo solo di aver capito che non era il posto per me anche se solo a prima vista e volevo tornare indietro.
La gente parlava con un accento diverso e storpiava le parole e anche al bar mi prendevano in giro, facendo finta di non capirmi. Non parlavano in inglese, ma un dialetto derivato dall’inglese con parole e nomi diversi , pronuncia completamente diversa e grammatica più o meno simile.
Non voglio dire che non ci capivamo per niente, ma che il modo di parlare era diverso.
Posteggiammo vicino ad un pub e scendemmo dalla macchina.
- Kyle, là puoi imbucare la posta.- mi disse Mark indicandomi un bidone blu in lontananza.
- Grazie. Torno subito.-
Imbucai la lettera e raggiunsi gli altri che erano appena entrati nel pub. Volevo dimenticare tutto e andare avanti ma non so se ce l’avrei fatta. Mentre Chris, Cody e Joey si ubriacavano, Mark si sedette accanto a me. Dopo aver preso più di otto cocktail mi disse
-Ora basta! Vuoi ridurti come quei tre?-
- Mi piacerebbe svegliarmi domani mattina e non ricordarmi più niente, né chi sono, né da dove vengo.-
- Non dire queste cretinate. Parlamene! Sfogati!-
- Ok! Ma non giudicarmi.-
Gli chiesi di non giudicarmi poiché è difficile comprendere ciò che in realtà provavo. Risultava difficile anche a me, perché ero cresciuto in ambienti in cui non era possibile neanche solo pensare di poter avere una relazione con una persona dello stesso sesso. Qui in Australia sembra una cosa piuttosto normale e lo stesso accade negli USA, come mi hanno riferito alcuni amici. A Londra, dove vivevo prima, non era ancora del tutto accettato e c’erano molte persone che ti guardavano con aria di disprezzo e disgusto , ma la stituazione è di gran lunga migliore rispetto a quella che vi è in Italia. Conosco diverse persone che abitano in Italia, grazie ai vari social networks, ma quelli con cui ho più contatti sono due : Riccardo, che vive a Torino e Francesco, che vive vicino Brindisi. Riccardo mi ha raccontato che al Nord la situazione è simile a quella londinese, ad eccezione di qualche sporadico atto di violenza nei confronti degli omosessuali. Scendendo più a Sud, come mi racconta Francesco, l’omosessualità non è per niente accettata. Francesco si è sempre battutto per i diritti degli omosessuali, anche essendo eterosessuale, e sempre è stato preso in giro, ma ha continuato questa battaglia perché detesta vedere quanto le persone siano chiuse come mentalità e come continuino a disprezzare queste persone.
Gli raccontai della mia infanzia, di quando Ella e Martin mi vennero a prendere all’orfanotrofio (ma ero già certo che lui sapesse tutto), di Londra e di Ben. Gli dissi proprio tutto. Nel frattempo avevo mandato giù altri cinque o sei bicchieri di vodka. Iniziavo a parlare in modo disconnesso e di ciò Mark si era reso conto. Il racconto lo aveva lasciato basito ma non aveva affatto l’aria di uno che intendeva giudicare. Spezzò il silenzio dicendo
-Kyle per quanto ancora starai seduto al bancone di quel pub a bere drink? Se vuoi cambiare la situazione non bere, alzati e affronta tutti e torna indietro. Bere non servirà a dimenticare e anche se funzionasse dimenticare non serve a niente.
Io vi aspetto in macchina. Quando avete finito venite.-
Quelle parole mi fecero pensare molto, per quanto non avessi la lucidità adatta per farlo.
Le altre cose che successero quella notte non le ricordo nemmeno, perché ero totalmente ubriaco.
La mattina mi svegliai in macchina e vidi che i ragazzi stavano peggio di me. Eravamo ancora sulla strada per casa e mi telefono mi vibrò: era un messaggio di Ben che diceva :

“ In questo momento riesco a vedere la luna, una luna che tu hai già visto. Sta sorgendo ed è tanto luminosa da illuminare la mia camera. Sembra molto vicina e sembra quasi volermi dire qualcosa. Forse tu gli hai già affidato dei segreti, o un messaggio per me. Lo stesso farò io: le dirò quanto sei importante per me. Buonanotte Kyle.”

Non mi sembrava adatto rispondere in quel momento, perché forse avrei solo scritto un testo senza senso. Decisi di rispondere dopo.
Ritornammo a casa ed io entrai a casa , stanco e sconvolto. Le parole di Mark riecheggiavano nella mia mente e adesso ero molto pronto a prendere una decisione. Mi chiedevo perché ogni persona alla quale mi affezionavo spariva dalla mia vita.l Avevo sofferto molto a causa della morte dei miei genitori e solo dopo anni ero riuscito a sorridere di nuovo, grazie a Ella e Martin. Mi sono affezionato a loro , ma Martin mi ha deluso per la sua prepotenza , e anche per questo ho sofferto. Mi ero affezionato a Ben e il destino ci ha voluti lontani. Perché sono sempre io quello che doveva soffrire nelle relazioni di qualsiasi genere?
Durante l’estate che mi separava dall’ingresso nella nuova scuola cambiai molto e anche Ella se ne rese conto. Mi ero fortificato dentro, e non provavo più alcun sentimento. Non volevo più essere fragile perché avevo sofferto abbastanza e non avevo ottenuto niente.Mi piaceva vedere le persone strisciare ai miei piedi e soprattutto più mi volevano bene, più le facevo soffrire. Chi mi voleva bene era come una marionetta nelle mie mani: si muoveva proprio come piaceva a me . Chi non stava con me o era mio nemico veniva schiacciato come un insetto, insultato e portato alla esasperazione, tanto da abbandonare la scuola. Chris, Cody e Joey mi rispettavano, come tutti ed esiguivano tutti gli ordini che davo loro.
C’era solo una persona con cui ero ancora fragile e tenero, mio fratello Zayn. Ella è rimasta incinta poco dopo del nostro arrivo a Sydney e già a Marzo dell’anno successivo Zayn era nato.
Era bellissimo e anche Ben che lo aveva visto in foto lo aveva detto. Il nostro rapporto sembrava essere uguale, come se non fossi mai partito. La scuola era sempre più noiosa e non avevo nessuno che aveva tanto carattere da tenermi testa. Ma qualche mese dopo sei arrivato tu.
Io?- mi interruppe Josh.
-Sì. Tu mi hai aiutato in questo inferno! Ti ricordi di quando ci siamo conosciuti a scuola? Ahaahah è stato fantastico. Entrambi dal preside per aver saltato più volte le lezioni.-
- Ahaha vero!-
- E quando abbiamo bucato le gomme all’insegnante di matematica?-
- Sono stati dei bei momenti.-
Mi fece segno di battere il cinque.
- Wow.. la tua storia è interessante! La mia, in confronto, è piuttosto comune. Ho sempre desiderato avere una via un po’ più movimentata.-
- Ogni storia ha i suoi particolari e ti assicuro che spesso avere una vita movimentata e piena di cambiamenti non è semplice né divertente.-
- E quindi stai per partire?-
- Sì fra un paio di giorni torno in Inghilterra. Martin non ha venduto la casa, quindi mi lascia le chiavi. Loro non vogliono tornare ma io non riesco più a stare qui. E poi li c’è Ben!-
- Ahah! Quindi io sono stato la riserva?-
- Scemo! Io ti voglio bene… Perché non vieni con me?-
- No, grazie! Preferisco stare qui. E poi dovrei fare il terzo incomodo?-
- No! Stai qui.. la tua ragazza si offenderebbe molto se tu partissi.-
-Almeno accompagnami all’aereoporto.-
- Certo che lo farò.-
Mi rimanevano appena quarantotto ore alla partenza. Avevo già sistemato tutto in valigia, avvertito Ben del mio ritorno e preso il diploma, con molta fatica. Salutare Ella, Martin e il piccolo Zayn è stato abbastanza traumatico, ma dovevo farlo.
Josh mi ha accompagnato all’aereoporto e arrivati al momento di salutarci mi ha detto
- Fratello , quando vuoi ritorna! Casa mia è sempre aperta.-
- Come se non avessi la mia! Ahaha .. Ora devo andare.-
Voltai le spalle e mi diressi verso il gate. Mi urlò qualcosa come “fai un buon viaggio” , ma non ricordo esattamente le parole.
Era arrivata la fine del mio soggiorno a Sydney che anche se durato appena due anni mi sembrava essere stato lungo quanto il tempo trascorso in orfanotrofio.
Ero pronto per prendere l’aereo e a lasciare l’Australia. Era stato un bel soggiorno ma sentivo che qualcosa mi mancava e stavo andando a raggiungerla.
Gli ultimi messaggi di Ben erano sempre più freddi, sicuramente perché sono dei testi scritti dai quali non si possono evincere emozioni.
Il volo mi è sembrato molto più lungo rispetto a quello di andata, forse perché non sono riuscito a chiudere occhio.
Appena atterrato a Londra ho gridato “Finalmente a casa!”
La prima cosa che ho fatto dopo avere preso i bagagli è stata mandare un messaggio a Ben

“ Sono finalmente a casa. Stasera non possiamo vederci perché devo sistemare un paio di cose, ma domani non appena ti svegli raggiungimi a casa.”

“ Non so! Ho molti impegni…”

“ Cosa? Sono appena tornato da Sydney dopo due anni e tu mi dici che hai impegni e non puoi trovare un po’ di tempo per me? Il tuo migliore amico?”

“ Scusa. Ma sono davvero troppe le cose che devo fare.”

“ Ok. Io sono tornato quando vuoi cercami.”

Ero un poco arrabbiato, devo ammetterlo, perché non riuscivo a capire il motivo per cui Ben fosse così schivo nei miei confronti.
Ritornai a casa con un taxi poiché nessuno poteva venirmi a prendere.
Ma mentre eravamo distanti da casa mia appena tre isolati, vidi per la strada una faccia che mi sembrava conosciuta. Ma solo qualche secondo dopo realizzai che era Ben. Decisi in fretta di voler scendere dal taxi e infatti chiesi al taxista
- Scusi può accostare?-
- Ma non siamo ancora arrivati a destinazione, manca poco, due o tre minuti.-
- Mi faccia scendere, non si preoccupi. Vado a piedi perché ho bisogno di sgranchire le gambe dopo molte ore di volo. Quanto le devo?-
Pagai e scesi. Presi le valigie e me le trascinai, come fardello pesante. Avevamo avanzato un po’ rispetto al punto in cui avevo visto Ben e quindi dovetti voltare le spalle e ritornare più indietro.
Sarebbe stato meglio non avere voltato le spalle: Ben non era solo e teneva per mano una ragazza. Che scena pietosa vista dall’esterno!
Il cuore mi si era ristretto e stavo per piangere, ma fui capace di trattenere le lacrime. Camminavano ad appena trenta metri più avanti rispetto a me e io li guardavo da dietro, come uno studipo, tenendo la mia valigia. Mi sentivo strano, deluso e tradito. Avevo riposto in lui tutti i miei sogni e il mio futuro, ma li stavo vedendo distrugersi e svanire. Avevo ancora voglia di parlargli, o forse ne avevo anche più di prima: intendevo chiarire tutta questa situazione.
Urlai, con la poca voce che mi rimaneva in gola e che riusciva ad uscirmi, una voce strozzata da un pianto appena trattenuto e stroncata dalla rabbia e delusione che provavo
-Ben!-
Si voltò di s**tto e lo stesso fece la ragazza. So per certo che non aveva capito chi fossi e per esserne sicuro si avvicinò. Lo stesso feci io. Ogni passo che facevo era sempre più marcato e ogni secondo che passava sempre più scandito dalla voglia che avevo di parlargli, di abbracciarlo, di dargli uno schiaffo e caricarlo di insulti. Più vicini eravamo più il cuore mi saliva in gola e mi era quasi impossibile respirare. Quando ci trovammo ad appena qualche metro, mi riconobbe e lasciò la mano della ragazza di s**tto, come se non volesse che io vedessi questa azione. Si allontanò da lei, ma io avevo già visto tutto.
- Kyle! Sei tornato finalmente.-
Lo disse con un tono così spento e povero di emozioni, che mi fece rendere conto di quanto la situazione fosse oramai degenerata e che l’unico cosa rimasta del nostro rapporto fossero i ricordi. Ben non era più la mia metà, la persona senza la quale non potevo vivere, poiché ormai, aveva sostituito la mia figura assente con quella di un’attraente ragazza e soprattutto io non ero più il suo centro, la persona che riempiva la sua vita.
- Questa è Emma.- disse con la voce così spaventata e piena di vergogna che quasi non riuscivo a sentire.
- Piacere, io sono Kyle. Ero il migliore amico di Ben. Ci incontriamo in giro! Ora vado a casa. Sono piuttosto stanco! Ci sentiamo tramite messaggi, ok?-
Non avevo voglia neanche di sentire la risposta: con gli occhi gonfi di pianto mi voltai e mi diressi verso casa. Non sapevo che pensare: ero io lo stupido della situazione perché ero tornato indietro come gli avevo promesso o era lui quello che stava sbagliando?
Mentre camminavo non riuscivo a trattenere le lacrime perché mi passavano in mente i ricordi di tutto ciò che avevamo passato insieme. Quantilitigi e quante riappacificazioni che avevamo passato! E anche tutto quello che era successo il giorno prima di partire, forse, per lui non contava più niente, ma per me era ancora tutto importante. Arrivato davanti alla porta di casa mia, presi le chiavi nella mia tasca e devo ammettere che rientrare a casa è stato come fare un salto nel passato. Vedevo ogni immagine ridisegnarsi nitida nei miei ricordi, ogni sorriso o ogni lacrima. La mia mente era come una tela: lentamente prendeva colore e solo dopo aver finito il disegno di base si disegnavano nitide anche le più piccole sfumature, che erano forse i ricordi che faccevano più male. Lasciate le valigie all’entrata, faccio un giro veloce della casa e mi accorgo che ogni cosa era al suo posto: le riviste aperte sul tavolo e i bicchieri vicino al lavandino. Era come se il tempo si fosse fermato e solo ora tutto riprendesse vita. Sembrava assurdo ma tutti gli orologi di casa segnavano le dodici e trenta, il momento in cui avevamo lasciato casa e ora le lancette avevano appena riniziato a muoversi.
Anche la mia stanza era proprio così come l’avevo lasciata, era tutto uguale: stesso letto, stesso armadio e stessa sistemazione. Ritornai per un attimo bambino, presi quel peluche che non avevo mai toccato e che era messo sopra l’armadio e lo poggiai sul letto. Mi misi anche io sul letto e strinsi forte il cuscino. Mi accorsi di avere sfiorato qualcosa e con la mano la presi. Mi sembrò un appunto, scritto di fretta e piegato in quattro per essere più piccolo e non essere notato. Solo leggendolo mi resi conto di cosa fosse realmente

“ Kyle,
Ti scrivo questo messaggio mentre tu sistemi le ultime cose prima della partenza. Mi sembra piuttosto inutile ripeterti che non voglio che tu parta, ma è tutto ciò che mi viene in mente ogni volta che ti vedo e anche quando mi sei distante, perché ho paura di non rivederti più.
Ieri notte è stata la notte più bella della mia vita, perché per la prima volta ho provato qualcosa di veramente speciale e solo grazie a te. Mi hai aperto il tuo cuore e mi hai dato la forza di esprimere veramente quello che provo per te, che è molto più di una semplice amicizia. Con la tua storia mi hai fatto capire che non c’è motivo di nascondere chi siamo o cosa proviamo realmente, perché forse non ci sarà mai più l’occasione di dimostrarlo. Per queste ragioni ti ho baciato, non facendo nemmeno caso al fatto che domani sarai dall’altro lato del mondo. Ho deciso di vivere quel momento solo irrazionalmente e per due minuti ho smesso di avere paure e preoccupazioni.
Averti accanto mi rende felice e l’ho capito proprio stamattina, appena sveglio. Svegliarmi e trovarmi avvolto dalle tue braccia è stato bellissimo. Anche se vai via non ho alcuna intenzione di perderti e spero nel tuo ritorno.
Anche se lontano, resterai per sempre nel mio cuore e nessuno potrà mai sostituirti.
Non so se leggerai mai questa lettera, ma voglio che tu sia a conoscenza di ciò che provo per te in questo momento: il sentimento più forte che ho mai provato.


Ben”

Questa non l’avevo trovata prima, l’aveva nascosta veramente bene. Aveva ragione sul fatto che forse non l’avrei mai trovata , perché così sarebbe stato se non fossi tornato a casa.
Mi butto nel letto realmente stanco, confuso, perché non riesco più a capire chi sono realmente e cosa provo. Vorrei realmente capire cosa voglio: se voglio vederlo oppure scappare e non rivederlo più. Mi arriva un suo messaggio. Inizialmente ignorai il messaggio ma subito dopo lo lessi

“ Sono felice che tu sia tornato. Ora la luna possiamo anche vederla sotto lo stesso cielo.
La vediamo insieme stasera?”

Non risposi.
In pochi minuti il telefono iniziò a squillare incessantemente, ma vedendo che era lui che chiamava non risposi, perche ciò che aveva fatto mi aveva ferito troppo e non ero ancora disposto ad ascoltarlo, né se fossero state scuse, né se fosse stato un addio.
Rifiutai la decima chiamata in modo da fargli capire che non volevo parlare con lui e subito dopo spensi il telefono.
In un decina di minuti arrivò qualcuno alla porta e suonava insistentemente il campanello. Ero più che sicuro che fosse Ben alla porta, ma scesi lo stesso.
Aperta la porta, senza nemmeno darmi il tempo di salutarlo o cacciarlo, disse
-Posso spiegarti!-
-Non voglio stare ad ascoltare te e le tue bugie. Per favore vai via. Non pensi di avermi già mentito abbastanza?-
Stavo per chiudere la porta quando la blocco con il piede e disse
-Per adesso sto resistendo col piede ma molto presto cederò, ma anche se questa dannata porta che ci separa si chiuderà alle mie spalle, starò qui dietro ad aspettare che tu mi apra. Ricordi cosa ti ho detto? Che non ti voglio perdere e ora che sei qui non ti farò fuggire di nuovo.-
- Non mi aspettare nello stesso modo in cui hai aspettato il mio ritorno dall’Australia. Non voglio vederti davanti casa mia con quella ragazza. Andate a casa tua per fare le vostre cose. Ora leva quel piede e vai via! Non puoi nemmeno immaginare come sono stato male quando vi ho visto insieme. Non sapevo cosa fare, né come reagire, perché ogni cosa che facevo poteva essere sbagliata. Stavo per scoppiare in lacrime perché mi sono sentito tradito. Ora vai via!-
- No! Mai… So che ho sbagliato e lei forse è solo un errore. Avevo bisogno di qualcuno che mi stesse accanto come te. Non riuscivo a sopportare la tua assenza.-
- Anche io non ti avevo al mio fianco, ma non ho cercato nessun altro. Non l’ho fatto perché sapevo che le cose che provavo con te erano uniche e che non le avrei mai potute provare con un'altra persona. Io provavo davvero qualcosa per te e tu hai tradito me e la mia fiducia. E ora al mio ritorno tu avevi troppo da fare per venirmi a salutare… Perché non mi dicevi sin dall’inizio che stavi con lei? Non avrei perso tempo e non sarei tornato.-
- Fammi entrare! Ti spiegherò tutto.-
Dibattemmo ancora un altro po’ fino a quando si arrese e levò il piede. Si sedette dietro la porta e aspettò tutta la notte. Era una notte dannatamente fredda.
Alle cinque del mattino, mi alzai e vidi dalla finestra che lui era ancora seduto dietro la mia porta. Non riuscivo a capire se fosse sveglio o stesse dormendo, ma ricordo che era vestito benissimo: quel look stramaledettissimo che mi aveva fatto innamorare.
Sotto la porta, aveva fatto scivolare un biglietto.

“ Questa è una notte dannatamente fredda e sto cercando di capire cosa posso fare per farmi perdonare. Non mi riconosco neanche io e so di aver sbagliato. Non soffro tanto il freddo, ma il fatto che il mio cuore sia vuoto, perché tu hai deciso di lasciare libero quel posto ed ora non so a chi affidarlo.
Emma? Vale meno di zero. Ho bisogno di te per andare avanti.
Rimarrò dietro questa porta anche ore, giorni, settimane o mesi, non mi importa il tempo che passa, perché non ha senso che io lo viva, senza averti al mio fianco.”

Decisi di aprirgli.
- Come hai potuto?- gli dissi, dopo avergli dato uno schiaffo
- Lo schiaffo me lo merito! Non so come è successo.-
- Ma è successo! Dimmi la verità! Provi per lei ciò che provavi per me?-
- No! Per lei non provo niente rispetto a quello che provo per te, ma non posso lasciarla.-
- Certo! Io ho lasciato la mia famiglia e tutto ciò che ho difficilmente conquistato in due anni per te e tu non puoi lasciare una ragazza per cui non provi niente?-
- Ci starebbe troppo male. E poi con quale pretesto?-
- Le dici la verità. Che tu vuoi stare con me… Cosa c’è di strano? Se tu provi veramente qualcosa per me, non dovrebbe essere così difficile-
-Cosa? Non lo farò mai! Quello che è successo deve rimanere solo un segreto.-
- Se deve rimanere solo un segreto vai fuori da qui! Ti interessi troppo di quello che gli altri pensano di te e per me non va bene. Quando si ama qualcuno, non ti dovresti interessare di ciò che dicono gli altri, perché vorresti che tutti sapessero di chi sei innamorato.Io sono venuto dall’altro lato del mondo fino a qui per te e non mi merito tutto ciò che mi stai facendo. Devo ammettere che non ho detto la vera ragione ai miei genitori, perché non avevo certezze, ma ai miei cugini ho dettto tutta la verita. Se vuoi che io resti solo un segreto e meglio che te ne vai.-
E lo cacciai fuori di casa.
Dopo tutto quello che avevo fatto per la nostra relazione, non era ancora disposto ad ammettere i suoi sentimenti e ad accettare che la nostra era molto di più che un’amicizia e che forse era arrivato il tempo che i nostri genitori lo sapessero. Non erano passati più di cinque minuti, quando gli mandai un messaggio

“ Domani mattina partirò. Tornerò a Sydney dalla mia famiglia, dato che qui non ho nessuno.
Avevo fatto tutto questo per noi. Io mi sono sacrificato molto, ma tu non hai mai contribuito. Addio”

“ Non partire! Ti prego… rimani.”

“ E perché? Non c’è nessun motivo che mi tenga legato qui! E’ vero, provo ancora qualcosa per te, ma non voglio essere il segreto di nessuno.”

“ Rimani qui… fallo per me”

“ Per te? .. Tu non mi vuoi bene e ora che puoi avermi non ti interessa. Vuoi soltanto sapere che io sono disposto a tornare indietro ogni volta come un cane.”

“ No! Non voglio questo!”

“ Invece sì! Io sono tornato solo per te… per abbracciarti ancora e baciarti ancora.”

“ Ed è ciò che faremo… Te lo prometto!”

“ Non voglio essere il tuo segreto o la tua ruota di scorta! Voglio essere la tua priorità!
E non mi importa se non vuoi dirlo ai tuoi. Se lo fai tu lo farò anche io! Dobbiamo solo trovare il coraggio.”

“Giuro che la lascierò e che lo dirò ai miei, ma dammi più tempo.”

“ Non più di una settimana! Vieni a casa… Parliamo un po’… dedichiamoci un po’ a noi.”

“ Arrivo! :)”

Volevo dargli un’altra possibilità, in fondo provavo qualcosa per lui e ci sarei rimasto davvero male se lo avvessi perso per sempre.
Non appena è arrivato a casa lo baciai e lo abbracciai e lui mi disse
- Scusa sono stato proprio uno stronzo! Prometto di non lasciarti mai più!-
- Sì! Lo spero anche io!...-
Mentre continuavamo a baciarci gli squillò il telefono, lo prese e vedendo che la chiamata era di Emma lo lanciò sul divano, sembrava non volerne sapere più niente, veramente questa volta. Qualche istante dopo, dall’ingresso di casa mia, arrivammo sul divano e ci sedemmo sopra il telefono senza nemmeno rendercene conto.
Dopo qualche ora stavamo già parlando, ma continuavamo ad avere il contatto : eravamo abbracciati. Il mio sguardo si perdeva nei suoi occhioni verdi mentre continuavamo ad accarezzarci il viso. La sua testa era appoggiata sul mio petto, sudato e riuscivo ad avvertire il suo respiro affannato. Le nostre mani si intrecciavano, mentre i nostri cuori erano già una cosa sola.
- Perché sei andato via?- mi disse baciandomi
-E perché tu non sei venuto con me?-
- Ok. Basta parlare del passato. Non mi interessa quello che è successo prima ma mi interessa ciò che sta accadendo ora. Ora non ti lascierò andare mai più.-
- E io non mi farò portare via da una ragazza il mio migliore amico.-
- Migliore amico? … Volevi dire fidanzato… -
- Come? Suona un po’ strano ahah –
- Sì è vero, ma adesso ho capito che anche io desidero che la cosa diventi ufficiale.-
Suonò di nuovo il telefono, che ci aveva disturbato per tutto il pomeriggio, ma non capimmo da dove venisse il rumore. Solo dopo qualche minuto ci accorgemmo che si trovava nascosto tra i cuscini del divano. Lo ignorammo per un altro po’, circa mezz’ora, ma poi esausti decidemmo che era opportuno controllare le chiamate e i messaggi
Ben legge ad alta voce :
- Dodici chiamate perse e otto messaggi tutti da parte di Emma ! Suppongo che sia il caso di chiamarle.-
-Fai pure. Ma ricorda che sono geloso.-
Dopo essersi rimesso la maglietta uscì fuori di casa e le chiamò.
Hanno litigato un po’ al telefono, non so per cosa in quanto non ho ascoltato la situazione e alla fine Ben mi chiese
- Posso farla venire ?-
Ed io risposi
- Ok.-
Il nemico stava per arrivare e fra poco Ben avrebbe scelto tra me e lei. Qualunque scelta avrebbe fatto, uno dei due ci sarebbe rimasto male ( e speravo vivamente che quello che non ci sarebbe rimasto male fossi io ).
Suonò il campanello e io andai ad aprirle la porta.
Avevo stampato in viso un finto sorriso che cercai di mantenere anche quando si sedette sulle gambe di Ben e lo baciò.
Non la respinse e ciò non mi piacque per niente.
Li lasciai parlare, e me ne andai nella mia stanza. Dopo qualche minuto andarono via di casa e mi arrivo un messaggio.

“ Vado a casa con lei. Non ce l’ho fatta.”

“ Ok. Hai fatto la tua scelta. Domani parto.”

Stavo realmente male e piangevo. Avevo bisogno di sfogarmi un po’, pertanto andai sotto il capannone della musica, dove vi era ancora il pianoforte. Qualche settimana prima del mio rientro, Martin aveva chiamato una persona per accordarlo, quindi mi misi a suonare. Avevo imparato a suonare durante il mio soggiorno in Australia, e stavo ancora imparando. Come per la chitarra, mostrai subito una grande capacità, ma ovviamente la strada era ancora molto lunga e la meta, che io delineavo nella perfezione era ancora lontanissima.
Mi misi a suonare una canzone di Avril Lavigne, When you are gone ( Quando tu sei via ) e le parole mi emozionavano sempre più, a tal punto che non smisi di piangere nemmeno per un attimo.

Ho sempre avuto bisogno di tempo solo per me e
Non ho mai pensato di aver bisogno di te quando piangevo
E i giorni sembrano anni quando sono solo
E il letto dove dormivi si ha perso la tua forma.
Quando tu vai via conto i passi che fai,
Non vedi quanto ho bisogno di te proprio in questo momento?
Quando sei via ogni, manchi ad ogni pezzo del mio cuore
Anche la faccia che mi sembrava conoscere mi manca
E tutto ciò che ho bisogno di sentire per affrontare ogni giornata e per stare bene è
Mi manchi.
Non mi sono mai sentito così e ogni cosa che faccio mi ricorda di te
E i vestiti che hai lasciato giacciono ancora sul pavimento e profumano di te.
Amo tutto ciò che fai.
Siamo fatti l’uno per l’altro, anche se non qui ma per sempre: so che lo siamo.
Tutto ciò che ho sempre desiderato dirti
Tutto ciò che ho fatto ho dato il meglio di me
Solo per sentirti respirare qui con me.

Era proprio la canzone adatta a tutto ciò che stava succedendo. Sentivo ancora il suo calore sulla mia pelle e respiravo ancora il suo odore, e avvertivo ancora i segni e le conseguenze di quell’incontro. Prima di partire dovevo mettere un paio di cose a lavare e per questo la mattina seguente mi svegliai presto. Il volo era dopo pranzo e quindi avevo il tempo di sistemare tutto. Ben non si era fatto sentire, quindi la sua scelta mi sembrava più che chiara.
Non appena ebbi finito di pranzare, presi la valigia e chiusi casa, questa volta consapevole che non sarei più tornato in Inghilterra. Chiamai un taxi e mi diressi verso l’aereoporto.
Ero così deluso da far fatica a parlare.
Arrivato all’aereoporto Gatwick di Londra andai subito a fare il check-in.
Subito dopo, mentre mi stavo dirigendo verso il gate da cui partiva il mio aereo, mi arrivò un messaggio

“ Ti prego aspetta! Ho fatto un’altra cazzata…”

Era Ben il mittente, ma era anche troppo tardi. Gli risposi dicendo

“ Sto partendo. Scusa ma è troppo tardi. Mi sto già dirigendo verso il gate.”

“ Sono qui al check-in numero dodici. ”

“ Cosa ci fai qui? E soprattutto perchè al mio stesso check-in?”

“ Speravo di trovarti qui. Vieni!”

Tornai indietro e lo vidi lì al check-in con una valigia. Mi avvicinai e gli dissi
- Sei pazzo?-
- Sì! Completamente pazzo!! Di te! Ho deciso che voglio partire con te. Ricordi cosa ho detto? Non ti permetterò di andare via.–
- Zitto! Tu Sei andato via con lei, senza dirmi niente. Mi avevi promesso che saresti stato con me.-
- Sono andato via con lei e siamo andati a casa mia …questo è vero!-
- Non mi serve sapere nient’altro. Grazie. Rispamiami i dettagli-
- Non fare il sarcastico e ascolta... L’ho lasciata e le ho detto tutto davanti ai miei genitori. Mi hanno sequestrato il telefono e mi hanno buttato fuori di casa. Stamattina solo rientrato a casa con la forza, ho preso il telefono e…-
- E ora sei qui con me.-
- Sì!! E voglio partire con te…-
Dopo che Ben aveva fatto il check-in ci dirigemmo velocemente al gate, perché l’aereo stava per decollare. Nelle scale mobili che portavano al gate, Ben mi ha baciato, per la prima volta in pubblico.
Ero felice e tutto sembrava perfetto, ma arrivarono i suoi genitori, che videro tutta la scena.
Suo padre urlò
- Ben torna subito qui. Ultima possibilità di tornare a casa.-
Con loro c’era anche Emma. Povera ragazza… Sembrava amare veramente Ben e io glielo stavo sottraendo: mi sentivo un verme.
Ben doveva scegliere me o i genitori. Mi ha guardato negli occhi con uno sguardo penetrante e proprio così ho capito che aveva preso la sua decisione.
Avrebbe mai potuto fare scelta diversa? Non credo.
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Posted by AndrewKyleGay 2 years ago  |  Categories: Gay Male  |  Views: 804  |  
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Alessia la dea del sesso 2

L'indomani mattina,mi svegliai di buon umore,dopo la mattinata passata il giorno prima.Mi misi a studiare per qualche oretta.Quando mi citofono Alessia.La vidi dallo spioncino della porta.Era vestita come se dovesse uscire.Era più bella che mai.una canotta elegante rossa e una gonna nera in più era truccata,le sue belle tette come al solito in risalto.Per quanto non stetti molto a guardarla dallo spioncino,notai che era un pò giù.L'accolsi con un sorriso,cercando di farla stare serena.Era ancora imbronciata.Andammo in camera mia,i miei coinquilini,quel week end erano ritornati nelle loro città.Ci sedemmo sul letto.
-Che è successo Alessia?
-Niente,quello stronzo di mio marito,mi aveva promesso che mi portava a pranzo fuori e invece niente.E' andato a giocare a pallone con i suoi amici.Che stronzo.Mi aveva promesso che oggi stava tutto il giorno con me.Mi ero messa pure l'intimo adatto a me e invece niente sto stronzo preferisce giocare a pallone.Sono venuta per chiederti se potevamo pranzare assieme?
-Ma certo,a patto che cucino io.Tu oggi sei la mia ospite.
Mi sorrise, e mi abbraccio forte mentre io sentivo le sue tette stringersi sul mio petto.Allentò la presa e inizio ad accarezzarmi il pacco...
-Lasciami fare,ti voglio dare un gran bel regalo....
Mi tolse i pantaloncini che indossavo e i boxer.Inizio a segarmelo tutto,poi si tolse la canotta,aveva un reggiseno di pizzo rosso.Non potei fare altro che prenderla e baciarla volgarmente mentre la stringevo per i capezzoli.Ci stavamo eccitando,nonostante tutto.
-Ahaha ti ho detto che faccio io,oggi sono tua,sono la tua porca,la tua zoccola,c'è qualcosa in te che mi fa sentire cosi:cosi donna di letto,ma la cosa mi piace e voglio dimostrartelo.
Rimasi in silenzio,ma con lo sguardo gli feci capire che avevo intuito quello che voleva dirmi,anzi la cosa mi piacque molto
Si tolse il reggiseno e me lo sbatte in faccia,poi si mise in ginocchio davanti a me prese il mio cazzo e le lo mise tra i seni.Era favolosa,porca,sorrideva con malizia ogni tanto leccava con la lingua.Era tremendamente porca,cosi porca che quando suonò il suo cellulare,dopo aver risposto continuo a farmi la spagnola.Era suo marito,rimasi stupito
-Si pronto amore...Ma no tranquillo mi sto riposando,no tranquillo,ci sono rimasta male,ma era da molto tempo che non vedevi i tuoi amici,non ti preoccupare per me.Si ok questa sera andiamo al cinema,Dai adesso stacco che ho sonno.
Chiuse il telefono giusto in tempo perchè stavo per venire...
-Dai sborrami alla faccia di quel cornutone di mio marito,fammi sentire donna.Quel coglione mi ha lasciato per gli amici e io gli metto un bel paio di corna.Dai che non finisce qui,lo faccio diventare cervo a primavera.
-Siiiiii ecco sborro troia,è tutto per te.Sei una grande troia.
Gli sborrai sul seno,vennero fuori grandi fiotti.Ero terribilmente eccitato dalla sua porcaggine.
Dopo un pò che si asciugo la sborra con il fazzoletto.Torno a letto.Ci baciammo ancora per molto.Dopo un pò inziammo a scherzare a a chiacchierare,mi racconto che suo marito non la scopava molto,quindi si era fatta vari amanti e continuava a darci dentro con nuove esperienze.Mi racconto che una volta si scopò 2 neri conosciuti mentre cercavano di vendergli qualche calzino in cambiò di qualcosa.Dopo aver chiacchierato un pò e aver notato che guardava la patta dei loro pantaloni,fantasticando sugli enormi cazzi.Si era lasciata prendere e dopo averli portato a casa si fece fare di tutto.Lei era maledettamente porca e maledettamente insoddisfatta da quel marito di 15 anni più grande di lei che raramente la faceva sentire donna e questa cosa non gli piaceva.Anche se era felice con lui.Non si sentiva apprezzata come donna.Nonostante a molti ispirava grande sesso.
Mi raccontò che ancora adesso gli capita di scopare con quei due negri e che anzi qualche volta si era lasciata andare a qualche gang bang con i loro amici.Frequenta prive dove andava a soddisfare le sue voglie con ragazzi più giovani,con donne.Gli piace molto lesbicare.Questa cosa mi piacque molto,non l'avevo mai fatto con due donne e quindi gli chiesi di potermi organizzare un'incontro a 3 con qualche altra sua amica.Mi rispose si,si poteva fare.Doveva vedere chi era disponibile.
Passammo la mattina e il pomeriggio insieme in cui scopammo come matti.In facemmo sesso in tutti i modi mettendo la panna nelle sue tette,nel mio cazzo e ci leccammo a vicenda.Fu una giornata memorabile.Lei era diventata la mia porca.Io il suo stallone che la soddisfaceva.Scesa a casa sua verso le 7.Con la bocca ancora pregna della mia sborra.Voleva baciarlo cosi.Voleva umiliare il suo cornuto.
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Posted by Cavallopazzo90 2 years ago  |  Categories: Anal, Hardcore, Masturbation  |  Views: 388  |  
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Sottomesso dall'amante di mia moglie





Prefazione:

Da donna a Femdom.

La donna dominatrice ha delle caratteristiche che piacerebbero in generale a tutte noi, soprattutto quando troppo spesso ci abbattiamo e sminuiamo le nostra capacità.
L’importante è ricordarsi che nascere dominatrici può essere una fortuna ma non è detto che non si possa imparare a diventarlo!
Ecco qualche consiglio per avere maggiore sicurezza in se stesse:

1) Essere spontanee, da sempre è il metodo migliore per essere sicure di sé.
2) Ascoltare sempre il partner con attenzione, dandogli consigli solo dopo aver sentito le sue ragioni e i suoi desideri.
3) Tollerare ed apprezzare i pensieri diversi dai propri perché danno comunque una visione diversa del mondo che può arricchire la propria persona
4) Nell'intimità cambiare ruolo e passar da preda a predatrice

(dal web)




“Dark Lady” è una seduttrice, manipolatrice anche se non necessariamente malvagia, comunque pericolosa.
È spregiudicata e sensuale, infedele e dannatrice; tuttavia non è infrequente il caso di ritratti femminili la cui ambiguità
è solo il prodotto di un distorto sguardo maschile.
Anonimo



1

"L'eiaculazione è il momento tragico, più atteso e più temuto. Dopo, la scena perde ogni fascino e ogni attrattiva. Come si spegnessero i fari colorati, lasciando solo quinte, false e grigie. Allora il mio inguine, che prima ribolliva come una pentola a pressione, quell'apparato sessuale piccolo ma potente, cessa di es****re. E' come se al posto del pisello e dello scroto non ci fosse più nulla: il vuoto! La zona pelvica che aveva guidato il mio cervello, possedendolo e dirigendolo come nocchiero inoppugnabile, cessa di es****re persino per il mio sistema nervoso che non ne avverte più la presenza!"

A presentarsi in questo modo è Ludovico, 58 anni, marito di Janeth che ne ha solamente 39.
Ludo è un pervertito. In un angolo intimo e segreto della sua sessualità nasconde desideri e pulsioni che non si possono definire diversamente.
Il destino gli ha fatto incontrare Janeth e lui non avrebbe potuto chiedere di più dalla vita. Una ragazza stupenda, affettuosa, per forza di cose: innamorata. Janeth gli ha donato la sua bellezza, la sua dedizione e un bellissimo bambino.
Dopo 5 anni di pacifico menàge, un sabato tranquillo, Ludo ha chiesto a sua moglie se le andava di giocare un po’; da quel giorno un universo perverso si è schiuso pian piano davanti ai due sposi che, in segreto, ogni tanto diventavano amanti e complici.
Negli anni in cui riteneva di avviarsi verso una lenta e pacata pace dei sensi, Ludovico ha iniziato uno dei percorsi più turbolenti e impegnativi del suo dirompente erotismo.
Anche Janeth aveva un lato oscuro: Ludovico non poteva saperlo. Adesso doveva subirlo, godendo e soffrendo per la sua sottomissione.

Il gioco ebbe inizio con una inversione dei loro ruoli.
Così fu Janeth a penetrare le terga del marito con un oggetto abbastanza insolito: il manico di una spazzola per capelli. La prima azione anale di Janeth, non significò solo un momento di piacere trasgressivo ma una vera e propria presa di posizione nella parte erotica del loro convivere.
Ogni tanto se il momento, il periodo e l'eccitazione la ispiravano, la moglie faceva capire al marito che lo "voleva" e lui, immediatamente, diventava schiavo e prono, scodinzolando felice in attesa di essere maltrattato.
Oltre a penetrarlo con oggetti sempre più grossi e sofisticati, Janeth lo trattava come uno schiavo del piacere, costringendolo a bere i suoi liquidi e percuotendolo spesso con fruste e bacchette. I colpi, all'inizio, erano riservati al sedere ma poi, cominciò a provare piacere a colpirlo con la bacchetta sulle gambe, sulle piante dei piedi e sulla pancia.
Ludo era molto poco dotato e in quei periodi di profonda prostrazione, il suo membro diventava piccolo e inconsistente, assolutamente inadeguato alla penetrazione. Dopo aver soggiaciuto alle bizze e alle percosse, quando sua moglie aveva finito con lui, Ludovico si dava piacere da solo, sotto lo sguardo umiliante e divertito di Janeth.
Naturalmente la differenza d’età, col tempo, rese ancora più difficile per Janeth ottenere un rapporto soddisfacente dal punto di vista puramente femminile, fu così che, d'accordo col marito, organizzarono qualche appuntamento con giovani partner occasionali e, spesso, anche abbastanza impacciati.
Il fatto che fossero dotati di peni che potremmo definire “superbi”, era certo un premio ben accetto ai buchi vogliosi di Janeth, ma il piacere maggiore lei lo traeva dallo sguardo, voglioso ma sofferto, di suo marito. Ludovico, combattuto per natura, s’impastava di desiderio e di amarezza. Desiderio, perché il cazzo piaceva anche a lui e amarezza perche era sempre un sottile dolore vedere sua moglie “scavata” e spesso impalata da dei rozzi sconosciuti.

Poi, la signora, posò gli occhi su un collega insegnate che le faceva il filo. Lo valutò accuratamente e ne fece il suo amante, sotto lo sguardo impotente e lussurioso del coniuge.


2

Ludovico aveva dovuto seguire l'evoluzione del rapporto tra sua moglie e l'amante: era la sua condanna! Sapeva delle avance che lei riceveva e conosceva quale comportamento adottava: ora lusinghiera e disponibile, ora arroccata e difficile. Non c'era amore tra i due!
Quando lei decise di capitolare lo fece nel più terribile dei modi: mise le cose in chiaro con tutti e due e fece in maniera da mortificare Ludo.
Anche Ciro dovette superare una prova difficile. Era più giovane di lei; aveva avuto un paio di fidanzate... ma una vita diremo “tradizionale”. La sua attrazione, quasi innocente, per la bella signora si sarebbe potuta evolvere in una passione irrealizzata o in una breve avventura sentimentale, invece Janeth ne fece un mix di sesso e perversione.
Forse, se Ciro avesse saputo prima a cosa andava incontro, si sarebbe defilato, temendo le conseguenze di tanta libidine ma lei seppe cuocerlo a puntino: in circa sei mesi gli costruì intorno una tela a cui difficilmente sarebbe potuto sfuggire.

Il primo incontro vero avvenne in un Motel.
Ciro prese una stanza e vi ci portò la sua conquista.
Ludo aveva una camera già prenotata.
Quando le carezze si fecero più intense e il pene di Ciro più gonfio, Janeth, candidamente spiegò al suo possibile amante che suo marito era a pochi metri e che lei gli avrebbe telefonato, per descrivergli l'evolversi di quel rapporto proibito.
Janeth si spogliò, languida e provocante; Ciro aveva l'età in cui il fallo non perdona e si mostrò dotato in maniera più rosea di ogni aspettativa.
Quando, dopo la seconda eiaculazione, Ciro si sentì più tranquillo, a Ludo, che aveva sentito tutto, fu permesso di entrare.
Una volta nudo e un po' osceno, dovette pulire la moglie, stravaccata su un divano, da ogni traccia di seme maschile. Insomma, indirettamente, con la lingua dovette assaggiare lo sperma di Ciro che, impreparato a tanta libidine, osservava incredulo la scena.
Lo colpì pure l’espressione estatica e trionfante di Janeth, qualcosa, nel suo subconscio, lo avvertiva che quella era una donna da temere.


3

"Come dicevo, mentre la mia mente (che tende alla depravazione) mi provocava scariche di adrenalina ed emozioni irripetibili, durante le "attese"... dopo essere venuto, il piacere decade all'istante, e rimane solo il senso "puro" di ciò che sto vivendo: vergogna, frustrazione, dolore. La cosa orribile è che dopo solo poche ore, quando ritorno eccitabile diciamo, comincio a godere di nuovo, e proprio a partire dal senso mortificante di prostrazione che mi era stato appena inflitto. Una vera trappola psichica che ti condanna a subire... all'infinito."
Col tempo, i tre amanti diventano sempre più affiatati.
Janeth, in piena tempesta ormonale, inizia a sperimentare una forma di piacere costruttivo, ideale. Prima dei rapporti veri e propri, in passato, l'eccitazione arrivava per contatto, dalla sollecitazione dei suoi punti erogeni; adesso si sente salire il sangue alle tempie pensando a cosa farà subire al marito.
Il solo paragone tra i due peni, ad esempio: la "lumachina" ritrosa di Ludo e l'asta infaticabile del giovane Ciro, le esalta i sensi e le fa esplodere dentro la voglia.
Ludovico, povero e maledetto, gode e soffre della confidenza disastrosa tra i due amanti. Non si preoccupa del sentimento, eppure, dopotutto, nemmeno lui si sente amato: anni di matrimonio e il piacere da condividere con Ciro, fanno della loro unione, una specie di rispettosa società. Il giovane, infine, conferma il vecchio adagio che recita: Chi non l'ha fatto prima lo farà poi...
Meridionale, di buona famiglia, osservante ed ex chierichetto, nel pieno del vigore si è ritrovato nel ruolo di "stallone" di una "milf", calda e piacente. Il marito, cornuto e lascivo, all'inizio lo disturbava... col tempo, tanta sottomissione, finisce per solleticare la sua neonata libidine.


4

Come capita nelle menti complicate, Ludovico mette a punto un piano. Non avrebbe mai il coraggio di rompere l'incantesimo che affascina lui, per primo, però Ciro merita una lezione, si sente troppo sicuro di sé. Per questo, si cerca un alleato: Gino!
Gino, per il web "Sologi70", nella vita è uno navigato che va per la 60ina; anche lui ha una compagna più giovane (questo Ludo lo scoprirà in seguito). A Ludovico sembra un uomo pratico dei menage complicati e, cosa utilissima, è vicino al suo paese.
Nella corrispondenza con Gino, Ludovico accenna poco alla moglie, vuole conoscere bene chi potrebbe portarsi in casa... poi, la rapidità con cui l'uomo si rende disponibile ad ogni desiderio comincia a diventare eccitante.
Trova il coraggio per incontrare il vecchio signore e scopre con piacere che si tratta di una persona distinta, ammodo, che non si preoccupa di nascondersi, né troppo schiavo della segretezza: un vero esecutore. Preciso, puntuale, freddo.
Nonostante sia più un cuckold che un masochista, Ludovico accetta subito i modi spicci dell'altro, che lo domina subito anche dal punto di vista mentale. Nella prima sessione, senza porsi problemi, gli fa il culo, in tutti i sensi: prima con una bacchetta molto flessibile, poi con il pene che si mantiene ben turgido. Infine, lo costringe a bere tutto il suo seme.
Gino prende delle foto eloquenti dell'accaduto ma, con estrema discrezione, lo fa col cellulare di Ludo. L'unico impegno che gli chiede, e senza mezzi termini, è di mostrare il tutto a sua moglie. Ludo, intimamente, gode della scaltrezza del suo aguzzino:
- E' l'uomo giusto! - pensa tra sé.

5

- Non ti bastava, è vero? - disse Janeth, spenta la luce. Ludovico, dopo una serie di titubanze, le aveva mostrato le foto del suo "peccare". Le immagini, esplicite, si avvicendavano sul Tablet e sua moglie sembrava perplessa.
- E' stato più forte di me... quell'uomo è talmente deciso che divento molle nelle gambe... mi sento un automa; uno schiavo senza volontà. Se devo dire tutto... - Ludo fece una pausa, mentre parlava a bassa voce nel grande letto.
- Tutto, non ammetterò altri segreti! - disse la moglie, stranamente irritata. Già in altre occasioni lei aveva notato quella particolare forma di maliziosa vigliaccheria. Il masochista, cornuto e schiacciato come una serpe, strisciava nell'ombra, per portare a termine progetti del tutto suoi... era irritante. Intrigante, invece, era il dubbio che la "vittima" agisse in quel modo subdolo proprio per stuzzicare la sua Padrona. Sembrava godere di essere colto in flagrante... il senso di vendetta rendeva il gioco più vero, più cattivo.
Insomma, la parte prona dell’uomo, sembrava farlo apposta a creare piccoli “incidenti” operativi per stimolare il risentimento di chi, di lì a poco, lo avrebbe sottoposto a una decisa punizione.
- In realtà è stato proprio Gino a imporre che tu vedessi le mie foto insieme a lui! - disse, quasi tremante.
La moglie si limitò a “registrare” quel tradimento del suo schiavo.
La notte passò senza ulteriori commenti... però, il sabato, Ludovico si ritrovò a girare nudo per casa, con le calze nere, i tacchi e la guepiere. Fece prima da servo, poi da oggetto per la coppia felice. Per l'intero pomeriggio si divertirono a stuzzicarlo, a umiliarlo; Janeth, dura e malvagia col marito, dedicava al giovane Ciro dolcezza e dedizione.
Fu un pomeriggio lungo. Janeth, alla fine, volle che Ciro sodomizzasse anche il marito, costretto a sdraiarsi sul tavolo della cucina.
A cosce aperte, con la sua pancia pronunciata, sembrava più un tacchino che un oggetto sessuale... la donna teneva in tiro il povero Ciro, imboccandosi spesso il pene per farlo tornare turgido e stuzzicandogli lo scroto, quando pompava in suo marito.
Eppure, mentre si avvicinava all’orgasmo, il giovane fu pervaso da una rabbia erotica: sembrava “il grido” di un maschio a****le. Godeva più del dominio che per lo sfregamento in sé e, ansimando, scaricò il poco seme che gli restava tra le terga indolenzite di Ludovico.
Però, nonostante la profonda intimità del momento, la donna, delle foto segrete e dell'esperienza di Ludovico con Gino, non fece mai parola.

Qualche giorno dopo Ludovico sottopose a sua moglie una strana richiesta:
- Gino vorrebbe conoscerti, al telefono... se ti va. - cominciò - Giuro: non ha imposto niente, ha solo chiesto educatamente se può salutarti e... e poi... - Janeth era divertita dall'atteggiamento di Ludo e incuriosita dalle richieste del "fantomatico" Gino; ascoltò senza mostrare emozioni.
- Gino dice che, se ti va, potreste sentirvi la prossima volta che vado con lui, in sessione, diciamo. –
Janeth non amava quegli sciocchi termini legati al mondo BDSM, sembravano ostentare l'appartenenza a una Setta segreta e abbastanza risibile, ma non redarguì suo marito.
- Non so... - rispose senza troppo entusiasmo - potremmo provare, quando sarebbe? -
Trovarono un accordo sul giorno opportuno.
La mattina del venerdì successivo, Ludo si recò allo studio di Gino e si spogliò dalla cintola in giù, come di prassi. Poi si mise in contatto con sua moglie che, per l'occasione, se ne stava parcheggiata nello stallo di un Centro Commerciale.

"La prima richiesta di Gino mi spiazza completamente; si fa passare mia moglie al telefono e poi, una volta presentatosi, mi ordina di andarmene nel bagno, in attesa di essere chiamato.
Loro due intanto iniziano una fitta conversazione... parlano di me, ne sono certo, e la cosa mi da un po' sui nervi."

Il povero Ludo si sente escluso: non se l'aspettava.
Come Gino aveva intuito, Janeth trova eccitante parlare con uno sconosciuto delle debolezze del marito; descrive pure, con dovizia di particolari, alcune delle scene più umilianti a cui lo ha sottoposto. Indugiando in quel resoconto assai intimo e privato.


Quando sua moglie e il suo aguzzino hanno terminato di discorrere, con la confidenza di due fidanzati, Gino torna da Ludovico e gli passa il cellulare:
- Bene, ora iniziamo la nostra seduta ma tu dovrai descrivere con precisione tutto ciò che subisci. Chiaro? - non attese risposta anzi proseguì con malizia - Naturalmente non saranno ammesse omissioni... se ti vergogni di raccontare qualcosa sarai punito; credo che tu lo sappia. Lo sai chi comanda tra di noi e chi deve servire... Janeth vuole sentirti mentre accetti... –

"La mortificazione, la leggerezza con cui quell'altro parlava di me, come se fossi uno schiavo comprato al mercato, un cane da addestrare, non provocano il mio risentimento, al contrario. Un languore orribile e liquido mi rende molle, prono, scodinzolante. Sono un uomo grosso e imponente eppure mi sento immediatamente femmineo, comincio a raccontare a mia moglie ciò che sono costretto a subire, con la stessa titubanza vogliosa e la voce in falsetto di un povero eunuco, deflorato dal suo Sultano."
Così Ludo inizia, a s**tti, a descrivere la sequenza del suo amato "calvario":
- Sto ricevendo... ahi... 30 colpi, con la cinta... sì sul sedere, sì! Sono piegato a 90 gradi al centro della camera... - più si fa male, più diventa languido e intanto Gino si esalta, sentendolo parlare con sua moglie.
- Scusami se adesso non parlo... Gino mi ha messo in ginocchio e vuole imboccarmi... ecco, adesso lo vedo, lo prendo: ha il pene duro e puntuto. - e poi - Muoio a doverlo dire ma adesso il signor Gino mi sta infilzando con tutta la verga... ho tanto male dietro, ma lui spinge forte! -

6

Il signor Gino era uno"sgamato", esperto della tempistica femminile, adoperava le parole giuste. Faceva nascere il desiderio con una specie di promessa: forte, decisa, quasi uno schiaffo a mano aperta... però senza colpire: lasciandoti a metà, insoddisfatta e pensosa.
Anche se per Janeth; incontrare un "vecchio" non era proprio il primo dei desideri, pure sentiva che Gino aveva il preciso obiettivo di scoparla. Come osava?
Aveva un marito ubbidiente e uno stallone per amante, doveva e voleva essere rispettata! Una specie di Super-femmina che aveva tutto e lo sapeva gestire, eppure, quel maledetto la rendeva curiosa.
Alla fine la rete di Gino si chiuse e Janeth accettò di incontrarlo, insieme al marito, naturalmente, e solo per guardarli "fare".
L'uomo era riuscito nel suo intento e Janeth, pur non sentendo obblighi particolari nei riguardi di Ciro, non gli disse nulla, anzi, gli tenne segreto quell'appuntamento.

S'incontrarono di domenica, un pomeriggio.
Gino che sapeva trattare con disinvoltura anche le azioni più libidinose. Così, mentre organizzava un complesso "menage a trois", con altrettanto infantile entusiasmo, li aveva avvertiti che, se ci riusciva, avrebbe riservato loro una sorpresa.
Era quel suo tono quasi canzonatorio a irritare Janeth: lei voleva trasmettergli la sua sicurezza e lui sembrava sorriderne sornione, senza mostrare alcuna preoccupazione, come se sapesse bene dove sarebbe arrivata!
Li mise a proprio agio, poi ordinò a Ludo di fare come al solito, di restare solo con la camicia e per il resto nudo. Poi, semplicemente, invitò Janeth a restare in intimo.
Lei si finse sorpresa ma sfoggiò con estremo piacere le sue strazianti lingerie e le calze a rete carnicino.

Janeth esibì la sua bellezza per poi raggiungere il divano, procedendo sicura sui tacchi alti; sedette in bella posa ma con le gambe accavallate, serrate; decisa a tenere ben chiusa la sua vulva, per quella sera.
Il marito non venne maltrattato particolarmente: tenendolo a lungo in ginocchio, il vecchio bisex, gli affidò il pene; Ludo succhiava avidamente, e lo rese subito turgido.
Poco dopo "la sorpresa" arrivò davvero, in una Panda grigia.
Gino si richiuse la patta in fretta e fece indossare le mutande a Ludo, che si accomodò sul divano, con Janeth. I due, imbarazzati, si misero sulla difensiva, pronti a lasciare quella casa estranea.
Gino andò ad aprire e lo sentirono parlottare a bassa voce con qualcuno. Rientrò da solo, sorridente:
- E' arrivata mia moglie. Non sapeva della "visita" ma l'ho convinta a unirsi a noi, se non vi spiace. Il tempo di fare la doccia... –
I due sul divano si guardarono e accettarono la novità, ormai erano in ballo... però Janeth era fredda e aveva perso ogni possibile senso di eccitazione.
Gino servì un piatto di olive bianche e del Martini Dry allungato col ghiaccio.
Dopo alcuni minuti arrivò sua moglie, giovanissima rispetto a lui. Aveva un corpo sinuoso, era una donna alta, indossava solo l'accappatoio e una mascherina che ricordava il taglio d'occhi di una gatta.
Gino li presentò e poi, delicatamente, riprese in mano la regia dell'incontro. Quando riuscì a sciogliere il ghiaccio, i quattro si lasciarono andare, serviti a dovere dall’ospite che conosceva perfettamente i loro vizi privati. Mostrò sua moglie del tutto nuda e la scopò in piedi, mentre se ne stava solo leggermente china verso avanti; Ludo, in ginocchio, doveva gironzolare intorno, facendo viaggiare la lingua sotto i loro sessi.
Poi, Gino sedette accanto a Janeth, ignorandola, mentre sua moglie si pose su di lui, in estasi... dopo poco le cose si complicarono e i quattro godettero ripetutamente, in modo spesso osceno.
Gino, certamente aiutato da qualche farmaco, si mantenne duro per oltre un’ora... naturalmente avere per sé due donne giovani, vogliose e nel pieno della femminilità, non capitava tutti i giorni. Ludovico si rese utilissimo con la bocca e con le dita, riuscendo persino a far spruzzare sua moglie, in un orgasmo che non finiva più. Alla fine, soddisfatti tutti, si masturbò tutto solo ripensando all'accaduto.

7

All'insaputa di Ciro (amante ufficiale di Janeth) gli incontri si ripeterono tre volte nei mesi successivi.
Mentre Ciro veniva tenuto all'oscuro del tradimento inverso cui era sottoposto, la sua amante, insieme al marito, si dava a un "vecchio farabutto".
Janeth si godette quel periodo; il suo carattere malizioso gioiva pure dell'intrigo, le piaceva intrecciare rapporti segreti, anche se Ludovico finiva sempre per sapere la verità. Così, oltre a incontrare Gino e sua moglie, fini per farsi scopare anche da Gino, singolarmente, anzi decise di donargli anche il di dietro. Il tutto avvenne all'insaputa di Ludo e della signora.
I due fedifraghi andarono a prendere delle pizze ma, poco dopo, inventarono un tipico blocco del traffico del sabato sera. Invece erano fermi, a pochi passi da casa, abbarbicati nella famosa Panda e incastrati sul seggiolino di dietro.

Poi il gioco finì, come succede in questi casi e, lentamente tutto ritornò come prima.
Una sera d'inverno Ciro si recò a casa loro... erano mesi che non si incontravano espressamente. Lui non era un play boy, e, anche se la fortuna lo aveva inserito nelle grazie di Janeth, quando lei non gliela dava per lui risultava difficile avere dei rapporti decenti; non era nemmeno fidanzato, nell'ultimo anno non ne aveva sentito l'esigenza.
Invece di iniziare a fare sesso però, Janeth, nonostante fosse sdraiata sul letto con lui, iniziò una falsamente sofferta descrizione di quello che c'era stato con la "famiglia" del sig. Gino.
Gli amplessi, le copule e gli intrighi vennero riferiti in tutta la loro sconcezza: unico responsabile? Il povero Ludo che, intanto, ascoltava impotente dal sediolino della toilette.
Ciro era meridionale e focoso e non apprezzò subito la vena erotica sottesa nella parole della sua "femmina".

"L'eiaculazione è il momento tragico, più atteso e più temuto" racconta Ludo di quella serata, "e quei due sapevano come adoperarla contro il mio piacere e la mia dignità. Che potevo fare? Se non aspettare quelle fatidiche ore che mi avrebbero ridato un'eccitazione tale da apprezzare la tortura che, Ciro, d'accordo con mia moglie, mi stavano imponendo."
Pretesero che Ludo si mettesse in piedi e, mentre ridacchiavano, si facesse la sega fino a venire, col pisello moscio e senza goderne. Appena scarico, fu condannato a mettersi di pancia sul suo sedile.
In perfetta sintonia, i due amanti si dedicarono al suo povero di dietro e gli inflissero una delle più tragiche e dolorose umiliazioni. Lei gli infilò nel culo un profilattico da donna, di quelli che usano certe puttane, poi insieme a Ciro, iniziò ad armeggiare con un vecchio gioco dello Shangai, dimenticato da anni. Era più un elemento decorativo, etnico, infatti i bastoncini erano di legno, enormi. In questo modo, l'intero fascio di asticelle risultava più grosso del pugno di un uomo.
La prima dozzina di bacchette vennero infilate facilmente nel buchetto lubrificato ma il fastidio, per Ludo, fu immediato, perché lui non provava alcun piacere, solo dolore e imbarazzo.
I due, nudi e giocosi, non si fermarono... a metà del fascio, Ludovico si sentiva dilatato, spaccato, ma non si ribellò anche se sudava e si mordeva il labbro a sangue.
Ci misero quasi un'ora a inserire tutte le aste, rompendo per sempre ogni sua naturale resistenza e sottoponendolo a una vera tortura fisica e morale. Alla fine lo lasciarono scappare in bagno, dove rimase a lungo, dilatato e senza forze.
Una grande amarezza lo avvinse, mentre meditava sul suo stato ma poi, sentendo le grida di sua moglie sotto i colpi del cazzo di Ciro, pensò:
"Sono un uomo fortunato!"



FINE
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Posted by giessestory 5 months ago  |  Categories: Anal, Mature  |  Views: 655  |  
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la puttana di firenze

A firenze ci vivo e ci lavoro. Bella città, si mangia bene e ci sono belle ragazze ... io che sono timido e impacciato e inesperto, devo dirlo un pò brutto, faccio fatica sempre a rimorchiare e quindi colleziono rifiuti, delusioni e tanti vaffanculo. Per distrarmi e dimenticare vedo alcool e guardo i porno. Vado in giro per cinema porno, ho una collezione di vecchi dvd che vorrei regalare e una acotta per Moana Pozzi. Lei mi ha lasciato e da grande segaiolo non trovo nessuna alla sua altezza. Si infatti, lei Moana era al top delle pompe e aveva un culo da sballo. La sua unica colpa è che me la sogni spesso, io come tanti italiani. Molte la vogliono copiare ma Moana resta inimitabile e penso che nessuna come lei potrà rinascere. Oggi devo trovare una da scopare, finisce che vai di quà, vai di là. Quando non lavoro, non studio, passo le giornate chiuso al cesso a farmi seghe. E' una vita misera la mia, in cerca di un pò di amore e di felità. A me dell'amore non me ne fregato mai nulla. Tanto sono felice lo stesso perchè non devo dare soldi alla mia ex ragazza, che mi ha piantato ed è andata con un'altro.


Stasera si prova ad andare a puttane. Vado in centro, vado sui viali e noto delle ragazze che nottetempo si posteggiano in cerca di clienti. E' notte fonda, le prostitute sono da sole o in coppia e passano il tempo a fumare o a chiacchierare. Ogni volta che vado con una puttana ho paura, sono teso, e impacciato. Faccio il giro in macchina e ne scorga una. Una ragazza giovane, bella, capelli lunghi e ricchi, pelle scura. Mi fermo a parlare con lei che subito salta su in macchina. Scambiamo due parole e capisco subito che è una straniera. Dove si và ? Andiamo a casa tua ? Lei non si fida e mi dice di no ! Vieni a casa mia ? E lei mi dice ancora di no ! Beh ... allora vediamo di finire bene questa serata di domenica, non voglio fare tardi perchè domani mi devo alzare presto di mattina per andare a lavorare. Tutta la settimana a lavorare e niente relax ... Bene, ci appartiamo in un posto lontano e isolato ... caccio fuori i soldi e dopo ... tiro fuori il cazzo ! Oh Dio il cazzo mio è già così duro che sembra la torre di Pisa, ho la cappella a punta pronta per e3ssere succhiata. Lei mi dice stai tranquillo, rilassati, non aver paura ... io sono brava e so come si fà. Una bella ragazza, educata che dopo essersi presentata con nome e mi dice sono di quel paese mi dice dopo la consueta frase : "50 euro per scopare bocca e figa, amore ... " Io rispondo "Amore andiamo che ho voglia di farmi succhiare il cazzo ...". Non ho parole, ho la gola secca ... mi apro i pantaloni, tiro fuori il mio cazzo, si incomincia a scopare. Io sto seduto in macchina e lei con la testa chinata impugna il mio cazzo e lo portas alla bocca ... rifiuto il preservativo perchè mi fà male. La sua bocca affonda, la sua lingua lecca e bagna la punta, mentre la mano me lo mena su e giù. Sento la sua bocca su di me, io mi eccito e comincio a incitarla sempre più : Succhia ... si brava così menami il cazzo ... che dopo ti sborro in bocca ... Lei non dice una parola, non alza lo svuordo e continua a menare e a succhiare. Pochi minuti e sento le mie palle scoppiare, una fiume di sborra gli riempie la bocca bocca. Lei ha tutta le labbra bagnate e la bocca piena ... e io preoccupato gli dico : Non mi sporcare la macchina, l'ho lavato oggi ... allora lei decide di ingoiare tutto, e dopo che che si è sistemata le mutandine mi dà un bacino sulle labbra e dice : Quando vuoi mi trovi sempre qui ... adesso il tuo cazzo è mio ! In lontananza vedo palazzi, torri e pure il campanile di una chiesa. Penso avrò peccato stasera ? Che Dio mi perdoni ... ma se ci starebbe un bordello in ogni città queste povere ragazze non sarebbero sfruttate o costrette a lavorare per strada al freddo e al gelo, come si fà in Francia, in Olanda, negli >Stati Uniti etc etc.


Chi ha conosciuto Martina di Haiti non se la scorda più. Neanche io me la dimentico ... il desiderio mi arde dentro di cose proibite. Lei mi sorride e mi lascia pure il telefono ... passano settimane. Faccio sogni erotici, mi sogno di scoparmi le mie colleghe di lavoro, poche e pure brutte ... sogno di scoparmi la signora dell'edicola, la barista del caffè accanto e le commesse della Coop. Cazzo io oramai ho perso la testa ! L'idea fissa del sesso non mi abbandona ... Finalmente domenica, oggi giorno di festa. Stasera vado a trovare Martina la puttana. Cazzo piove e fà pure freddo ! Allora la chiamo al telefono ... mi risponde e mi dice che stasera non esce ! Lavoro solo a casa ! Bene dico io ... dove sei ? Lei vuole sapere chi sono ... sono passati quasi venti giorni e lei già si scopata mezza firenze ! Finalmente si ricorda ... quello della macchina blu ! Ci vado a casa ... scusa ho perso tempo a parcheggiare e non c'era neanche un posto libero. Oramai qui non sanno più dove mettere i palazzi, hanno costruito, si sono arricchiti dimenticandosi dei parcheggi ...

Allora amore come stai ? Ho il cazzo duro che mi scoppia dico io ... bene che fai ancora vestito. Ed io già butto in aria i vestiti, una scarpa qua l'altra là ... sono già nudo. E lei in ginocchio davanti a me a succhiarmi il cazzo. Complimenti dice ... di cazzi così belli ne ho visti pochi. Un bel siluro che ti voglio piantare in culo ... penso io. Si scopa, me la scopo davanti ... le mie mani la tengono per i fianchi, che coscie di velluto, le belle tette ma un pensiero mi torm3nta. Lei messa a pecorina ... io gli lecco il buco del culo e gli chiedo se lei gradisce. Lei mi chiede un extra di 20 euro ... Amore dico io ma che discorsi sono ... pagato, lei si rimette con il culo in aria e io, dopo avermelo lubrificato di olio di vasellina (ndr il tubetto me lo sono portato io da casa) gli punto il mio cazzo diretto sul buco del culo e lo affondo ! Con mia sorpresa entrà senza fare tante storie ... io spingo in fondo e arrivo fino alle palle ! La vedo per un attimo soffrire e mi supplica di fare piano ... il cazzo mio è veramente grosso. Continuo a pompare in culo, lei chiude gli occhi e la sento gemire ... non passano 2 minuti che gli vengo dentro il culo ... io mi riprendo e pure lei. Sfinito e sudato mi siedo nudo su una poltrona. Lei mi dice : che bella scopata ho goduto ... pure io rispondo. Per la prima volta in vita mia mi sono inculato una ragazza che conoscevo da poco. Mai in vita mia ho goduto così tanto ... e un pò dispiaciuto gli chiedo : Ti ho fatto male io ? No ... lei mi guarda con quegli suoi occhi dolci e mi sorride, e mi dice amore a me piace il cazzo, piacciono i soldi e questo è il mio lavoro.

Dopo averla salutata pensai : quando la prossima volta ? Quando succederà con una ragazza italiana ? Con la mia ragazza ? Con mia moglie ? Con la puttana della porta accanto ? ... intanto passano i giorni, lavoro, casa, bar, lavoro, casa, bar, lavoro, casa, bar ... mi sono rotto le palle! Stasera che è giovedi ho voglia di andare a puttane, di andare dalla Martina. La chiamo ... non risponde. La vado a cercare. Nulla ! Vado a casa sua e mi dice la sua amica che non abita più là ... ha cambiato casa, cambiato strada e forse città ! Cazzo sono tre mesi che spero sempre di rincontrarla ... ma niente da fare. Mi rimane un bel ricordo di Lei, una ragazza dolce che lavora e vive di questo lavoro ... la puttana. Quella volta mi disse che mandava a casa una parte dei soldi guadagnati per la sua famiglia ... senza che nessuno la aiuti, in Italia rimane solo una strada da fare ! Voglio una ragazza così nel mio letto tutte le sere ... io sarei disposto pure a sposarla una puttana e troia così. Le puttane vivono grazie a infelici scapoloni come me, o a mariti insoddisfatti ... a Firenze come in tutte le città manca un bordello e quelli che trovano li fanno chiudere perchè i*****li. Ma cosa cè di i*****le penso io ? Pagano le tasse, sono protette, sono visitate e uno è più tranquillo, sicuro, felice e soddisfatto. Succede all'estero non in Italia. Beh ... ho capito che se vuoi scopare e non perdere tempo in discoteche e ristoranti, in profumi e fiori, per fare prima si vanno a cercare le ragazze da marciapiede per provare una emozione a pagamento. Io penso adesso prendo il sesso che l'amore domani arriverà ... si domani è un altro giorno.







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Posted by Duron62 2 years ago  |  Categories: Anal, First Time, Interracial Sex  |  Views: 2004  |  
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Sesso fra gay muscolosi

Sergio, 16 anni, figlio di un operaio e di una casalinga di una borgata di Roma. Capelli lunghi, lisci, biondi, corpo sinuoso e conturbante, pelle liscia come la seta. Una peluria folta solo intorno al cazzo e poi nulla. Anche intorno al buco del culo non si vedeva un pelo a cercarlo con la lente d’ingrandimento. Perfino mia sorella mi invidiava. Un corpo così farebbe comodo a molte ragazze. Ma io non ero affatto un effeminato. Ero solo giovane e bello e mi piacevano le ragazze. Mia madre e mio padre stravedevano per me. Ero anche molto intelligente. Intelligente nel senso che a scuola ero tra i primi della classe. I miei hanno fatto sacrifici indicibili per mandarmi alla scuola dei preti, quella frequentata dai figli di professionisti: avvocati, ingegneri, medici ecc.

Desideravano potermi dare un avvenire diverso da quello che avevano vissuto loro. Volevano che diventassi un medico e soprattutto che non frequentassi ragazzi poco raccomandabili come quelli che frequentavano la borgata dove vivevo.
Così, i miei amici erano figli di professionisti, gente con i soldi: Lorenzo, Francesco e Mattia. Mia madre era contenta che frequentassi ambienti altolocati. Io ero un ragazzino ingenuo, candido come la mia pelle. All’inizio Lorenzo e gli altri sembravano dei bravi ragazzi, ma poi cominciarono a manifestarsi per quello che sono, dei farabutti, e soprattutto a coinvolgermi nelle loro malefatte. Prima mi insegnarono a fumare e a bere, poi a fare tardi la notte, a spaccare le vetrine dei negozi, poi mi coinvolsero in qualche furtarello nei supermarket o nei negozi chic di abbigliamento. Per finire si misero in testa di fare una rapina. Naturalmente quello che ci andò di mezzo fui solo io. Mi rincorsero e mi presero, mi portarono in caserma, mi processarono e mandarono in riformatorio. E naturalmente non parlai perché a parlare sono gli infami ed io non lo sono.
Qua dentro la vita è una merda.
Uno come ero io a quella età, un agnellino candido candido lo inquadrano appena varca la porta d’ingresso. È come un dono di Natale, un regalo inatteso per quelli che ci stanno dentro, gente con le zanne al posto dei denti e dalla pelle dura come quella degli ippopotami: ladri, rapinatori, spacciatori e chi più ne ha più ne metta.
Le guardie mi portarono a spintoni nella camerata e mi indicarono il mio letto e il mio armadietto. Mi dissero di tenere tutto in ordine che sennò mi avrebbero punito e che non c’era affatto da scherzare che a loro non l’avrei fatta. Mi dissero di fare il buono e di non dare fastidio, insomma di rigare dritto. Poi mi accompagnarono nel cortile dove i miei compagni di riformatorio passavano il tempo giocando a carte, a pallone o parlottando. Le gambe mi tremavano a solo volgere gli occhi verso di loro, non riuscivo a tenere alto lo sguardo tanto era il terrore che mi incutevano. Me ne stetti così per conto mio con il cuore sospeso in attesa di qualcosa. E quel qualcosa non si fece aspettare.
Si avvicinò uno grosso come un armadio dall’andatura più volgare che io abbia mai visto, brutto come la peste. Si faceva chiamare Tiracollo perché amava tirare il collo alle galline per divertimento. Mi fa: “Aho, che ce fai qua? Come te chiami? Che hai fatto? Mo’ sei de nostri. Qua ce sono delle regole da rispettà, ma se tu righi dritto non te succede niente. Mo’ ce vedemo stasera, allora.”
“Stasera, perché che si fa stasera?”
“Amore mio, stasera ce se deverte!” mi disse e poi mi prese la testa, se la portò al petto con una forza che non riuscii a contrastarlo e all’orecchio mi sussurrò: “Stasera fai il buono che te sverginiamo. Nun te preoccupà. Ce semo capitati tutti. Sembra chissà che, ma è una cazzata, Poi magari te piace pure.”
Mi divincolai con tutta la forza che avevo in corpo da quelle braccia che mi attanagliavano già colmo di terrore al pensiero che quelle parole si potessero tramutare in realtà.
Mi venne in mente quella volta che a casa di Lorenzo portammo Giusi, una nostra compagna di classe. La facemmo ubriacare e poi Lorenzo, Francesco e Mattia se la fecero a turno. Io no, ero troppo candido per cose di quel genere anche se non mi opposi e non la difesi. Avevo paura, mi comportai da vigliacco. Fu una carognata schifosa. Poi la minacciammo pure di altro se avesse parlato. Insomma, rivedevo la faccia incredula, terrorizzata, disperata di Giusi mentre se la fottevano. Due a tenerla ferma e uno a scoparla. Pensavo a come si fosse sentita umiliata.
E adesso toccava a me subire la stessa sorte?
Altri ragazzi nel cortile del riformatorio mi salutavano da lontano, mi facevano l’occhiolino o qualche gesto volgare con la bocca e la lingua. Alcuni si avvicinavano e mi sussurravano qualcosa tipo: “Ce vedemo stasera gioia” o “Sei meio da mia ragazza, sei troppo carino, me piacerebbe essere er primo, ma c’è chi vene prima de me; ahonvedi che culetto, a me me piacciono er ragazze, ma per te faccio un eccezione”.
Mi vennero i crampi allo stomaco. Quasi me la facevo addosso. Raggiunsi i bagni. Avrei voluto chiudermi, ma le porte erano senza serratura. Mi svuotai l’intestino più in fetta che potei. Non potevo rimanere troppo tempo là dentro. Correvo il pericolo che quelli non aspettassero la sera per divertirsi e approfittassero dei bagni per iniziare la festa. Uscendo dal cesso trovai uno che fumava e giocherellava con un coltellino chiudendolo e aprendolo velocemente, con una cicatrice in faccia e con l’aria di essere il peggior delinquente di tutta Roma. Feci un salto indietro per lo spavento.
“Allora?” mi disse.
“Co-co-co-sa?” balbettai.
“Hai capito che vonno fa’ quegli assatanati? Te vonno fare er culo, tutte quanti.”
Il cuore mi salì in gola, non riuscivo a respirare bene, ansimavo, mi vennero un’altra volta le coliche. Mi sporcai le mutandine.
Il tizio si avvicinò quasi addosso a me. Credetti di svenire per quanto mi batteva il cuore. Allungò le braccia e le appoggiò ai lati della mia testa imprigionandola e cominciò lentamente e a bassa voce a dirmi: “Io qua comando. Se io dico na cosa, quella cosa è Bibbia. O vedi sto coltellino. Qua dentro ce lo posso avè solo io. E guardie a me me lo permettono perché io mantengo l’ordine e a loro va bene così.”Ansimavo a fatica, occhi rossi e lucidi. Come mi poteva salvare? Era quello il mio salvatore?
“Tu vo’ essere sarvato?”
Annuii decisamente con foga.
“Allora devi fa quer che te dice Rasoio.”
Annuii ancora aspettando le sue parole.
“Tu devi diventare a mia ragaza, solo a mia. Te devo toccare solo io e nessun artro.”
“No, non voglio, mi fa schifo, non voglio!” credetti di urlare, ma la voce usciva a stento tanto ero terrorizzato.
Il tizio rimase calmo e continuò a dire: “Come voi. Vor dire che te faranno er culo tutte quante qua dentro. Quanti saranno, na cinquantina? Io dirò a tutte che se vonno te possono fare tutte e vorte che vonno.”
“No, non farlo, ti prego!”
“Basta che tu parli. Io so’ qui per sarvarti, ma qualcosa la devi fare pure tu per me, per me sortanto!”
“Glielo dico alle guardie, vi accuso tutti.”
Il tizio mi guardò con spregio, ritirò le braccia verso di se e disse: “Gli infami fanno a spia. Fa’ quer che vuoi” e se ne andò ridendo e cantando “ce vedemo stasera, bella mia, er cul te faremo tutte quante.” Poi si fermò, si girò e mi disse: “Se ci ripensi, chiedi di me, di Rasoio. Basterà dirmi che vo’ diventare a mia ragazza e tutto se sistema.”
Corsi via con tutto il fiato che potei e andai dritto dalle guardie. Queste mi portarono in una stanza.
Io in piedi, una guardia seduta sulla sedia davanti a me ed una alle mie spalle in piedi.
“Allora, che vuoi?” mi disse quello seduto infastidito più che altro.
Io presi a balbettare, le parole non mi uscivano: “Mi han-no de-de-detto che che che mi vo-vo-vo-glio-o-no vio-vio-len-ta-ta-re.”
Le due guardie presenti si guardarono negli occhi come se si dessero un cenno di assenso.
“Ma che minchia stai dicendo brutto schifoso” urlo quello che mi stava dietro prendendomi un orecchio e cominciando a tiramelo così forte che sentii un dolore indicibile “Queste cose qua non succedono, non sono mai successe e non succederanno mai. Non dire cose che non sono vere!”
“Ma è ve-ve-ve-ro!” dissi piangendo.
L’altra guardia si alzò di s**tto dalla sedia e mi prese l’altro orecchio e insieme me li tirarono altrettanto forte che credetti di svenire: “Non crearci problemi, fila dritto e non venire più a dire queste porcherie. Via via.”
Fui ributtato in cortile. Il viso mi scoppiava quanto era caldo. Dovevo essere paonazzo. I ragazzi nel cortile mi guardavano e compresi che ridevano di me, di quella faccia rossa, della figuraccia che sicuramente immaginavano. Probabilmente loro sapevano come sarebbe finita con le guardie e si burlavano del fatto che avessi sperato nel loro aiuto.
Rimasi fermo addossato al muro del cortile, agghiacciato nella mia disperazione con una prospettiva mostruosa di essere violentato quella sera stessa da una cinquantina di ragazzi mentre le guardie non avrebbero mosso un solo dito per evitarlo.
Cosa potevo fare? Non c’era possibilità di fuga. Forse…Forse l’unica soluzione era Rasoio. Avrei limitato i danni. La cosa era raccapricciante. Lasciarsi scopare da uno per evitare la violenza di molti. Dio mio, piangevo disperatamente guardando i compagni di galera e sperando in un loro sentimento di pietà che mi avesse risparmiato.
Venne uno piccoletto con circospezione, quasi che non volesse farsi notare. Sfuggente si limitò a suggerirmi: “Vai da Rasoio, meglio uno solo.” E quasi scappò.
“Non voglio” risposi piangendo disperato.
“Non fa-fa-fa-re il pirla, vai da Rasoio. È meglio per te” mi disse un altro con un fil di voce.
Avevano ragione loro. Non c’era niente altro da fare. Così, piangendo mi avviai al martirio. Mi avvicinai al capannello di quelli che sembravano comandare. Quando fui abbastanza vicino, il crocchio di ragazzi si aprì e spuntò fuori Rasoio serio e freddo.
“Allora, che voi?”
“Ti de-de-devo pa-par-lare” gli risposi.
“Quer che me devi di, lo puoi di a tutti. Mica abbiamo segreti noi” ribattè tra le risa degli altri.
Quel bastardo mi voleva umiliare fino all’estremo della sopportazione.
“Per me, va va va be-ne!”
“Cosa, non capisco! Devi essere più chiaro. Cos’è che va bene per te?”
Voleva che gli dicessi le parole che mi aveva dettato, pubblicamente. Bastardo.
“Vo-voglio fa-farlo so-solo con con te.”
“Non era questo quer che t’avevo detto de di. Ti ricordi meglio?”
Strinsi i denti e fiatai: “Vo-vo-vo-glio di-diventa-tare la tua ra-ra-raga-zza.”
Finalmente sorrise soddisfatto. Mi si avvicinò, mi abbracciò, mi baciò sulla testa e disse: “Bravo, sei uno che capisce. Non te ne pentirai.” Poi si rivolse agli altri e disse: “Questa è a me ragazza.” E tutti annuirono in silenzio.
Io speravo che la sera non arrivasse mai, ma poi giunse mio malgrado.
Eravamo ognuno dentro i nostri letti e si aspettava che le guardie spegnessero le luci. Tutto sembrava tranquillo e, in cuor mio, speravo che fosse solo una burla. Non poteva essere vero che..”
Le luci si spensero e rimase solo la penombra, ma abbastanza per vedere attorno. Il cuore salì a battermi all’impazzata. Pregai Gesù che fosse solo uno scherzo.
Silenziosamente invece si alzarono e si avvicinarono al mio letto. Erano tutti quelli della camerata. Pietrificato rimasi abbattuto sul letto con gli occhi sgranati pieni di paura presagendo un senso infinito di orrore e di vergogna.
Vidi di fronte a me Rasoio serio e tranquillo. Intorno, un silenzio irreale.
Rasoio ordinò di aiutarmi ad alzarmi.
Sembrava che aiutassero un malato. Non avevo la forza di reggermi in piedi.
“Dai, poveretto, aiutiamolo.” Dicevano.
Poi si avvicinò Tiracollo. Con mia sorpresa mi incoraggiò: “Oh, dai, nun te preoccupà, mica è a fine der monno” e mi diede un buffetto sulla guancia e mi accarezzò i capelli.
“Dai aiutatelo a spogliarse.”
Furono molto gentili e garbati. Cercavano di aiutarmi, uno a togliermi la maglia del pigiama, un altro a scendere i pantaloni, ma delicatamente, con dolcezza, un altro la canottiera.
“Te senti più carmo?” mi chiese uno che già aveva la barba lunga con sincero interessamento.
“Non fatelo, lasciatemi stare” li implorai.
Tiracollo mi sollevò il viso dal mento con garbo e mi disse per tranquillizzarmi a modo suo:”T’ho detto di non preoccuparte. Ce pensiamo noi, nun te preoccupà, stai carmo”.
Ero rimasto in piedi con le sole mutande a coprirmi mentre già udivo degli apprezzamenti: “E’ proprio bello, bell’assai, un fiore, complimenti.” Qualcuno tentò di toccarmi, ma il solo sguardo di Rasoio lo bloccò.
Il bastardo si era riservato l’onere di sfilarmi le mutandine. Più le faceva scivolare giù, più mi sentivo innalzare un sentimento di vergogna e di pudore. Rimasi nudo sotto gli occhi di tutti, dai quali mi sentivo guardato con il palese desiderio di potermi possedere. Chissà perché in quel momento mi vennero in mente mia madre e mio padre. Credetti di vederli sul letto accanto al mio pieni di vergogna per la fine del loro amato figlio. Su un altro letto vidi Lorenzo, Francesco e Mattia fottersi dalle risate di me, per quello che mi stava capitando.
“Che ber culo, mamma mia, Rasoio sei fortunato a fattelo. È proprio bello.”
“Si è proprio un ber culetto” rispose Rasoio girandomi a trecentosessanta gradi per farlo vedere a tutti “Sei fortunato ad avere er culo così bello, sei na bella ragazza” mi sussurrò baciandomi il collo.
Ad un cenno di Rasoio i ragazzi mi aiutarono a distendermi sul letto, sempre con molta grazia, mentre rasoio si calava i pantaloni. Si sfilò le mutandine lasciando ciondolare il suo coso già mezzo dritto. All’idea di quel coso dentro di me sentii lo schifo più immenso.
“Che aspettate, ditegli come se deve mettere”.
I ragazzi mi aiutarono a posizionarmi sul letto.
“Mettiti alla pecorina, Sergio, così e così” mi suggerivano “Appoggiati sui gomiti… allarga le cosce un po’...”
Provai una vergogna senza fine quando capii che il mio culo era alla vista di tutti fino al buchetto. Strinsi istintivamente le chiappe per togliere almeno il mio fiorellino dalla vista di quei bastardi mentre Rasoio si piazzava dietro di me.
“E dai, apri questo ber culo che è no spettacolo, nun te vergognà. Se hai un culo così bello non te devi vergognà anzi è un merito, Facce contento, te prego, nun ce fare soffrì, fallo per me.”
Di Rasoio avevo una paura tale che allargai senza tentennamenti le natiche docilmente e tutti si avvicinarono per guardar meglio. Tutti esclamarono un oh di piacere e si prodigarono a farmi i complimenti.
“Non ho mai visto un culo così. Senza neanche un pelo, neanche nel buco, è favoloso.”
Improvvisamente sentii una mano gelida sul culo. s**ttai.
“Carma, carma” mi dissero “È la mano di Rasoio. Lui può. Questi erano i patti” dissero.
Dovetti lasciarlo fare anche se mi sembrava di morire dalla vergogna.
Mi palpava le natiche, mi sfiorava il buchetto. Anche lui aveva delle mani lisce e soffici. Si sarebbero scambiate per quelle di una ragazza. Non si stancava di toccarmi il culo, di sfiorarlo con le dita, credo che me lo abbia baciato e poi leccato, ribaciato, sfiorato, riaccarezzato in tutte le parti, fino ai testicoli. Se lo voleva imparare a memoria. Ero profondamente in preda alla vergogna per quella situazione, toccato da un maschio in mezzo a tanti altri maschi che assistevano e guardavano eccitati. Molti si calarono i pantaloni e le mutande e presero a masturbarsi.
C’era però qualcosa che non avevo previsto, che non potevo prevedere: che quelle carezze, quegli sfioramenti, quei baci e quelle leccate mi potessero.. infondere un piacere imprevisto, nuovo, incontrollabile. Non avrei mai potuto immaginare quanto fosse sensibile il mio sederino e quanto fossero piacevoli le sensazioni che mi dava. Mi sarebbe seccato molto dare a vedere specialmente a Rasoio che godevo; certamente una goduria non voluta, non cercata, istintiva che avrei certamente evitato. Per questo cercavo di rimanere impassibile anzi rafforzavo i miei singhiozzi mentre i miei improvvisi s**tti corporei nei momenti di massimo piacere li dissimulavo come senso di fastidio.
“Non ho mai visto na ragazza più bella de te”.
Il fatto che Rasoio si rivolgesse a me al femminile mi umiliava ancora di più. Io sono maschio e voi potete capirmi, era insopportabile. Poi cominciò a tastarmi ogni parte del corpo: le cosce, le braccia, il petto, i capezzoli, il collo e anche il cazzo. Mi baciò sul collo e negli orecchi. Non fosse stato lui potrei dire di non aver mai provato una dolcezza più intensa.
Poi all’orecchio mi sussurrò: “Amore mio, me fai impazzì, sei troppo bello” questa volta usò il maschile e la cosa, quanto meno, mi piacque “Voglio entrarti dentro, non ce la faccio più”.
Arrivò così il momento che più temevo. Stavo per essere inculato. Mio padre e mia madre che immaginavo stessero ancora a guardare piangenti il proprio figliolo come se andasse al patibolo piangevano mentre io colpevole nei loro confronti chiedevo loro perdono. Tutto una visione della mia mente. Forse quella era la giusta punizione per il dolore che gli avevo dato, a loro che non mi avevano mai neanche sculacciato.
Tiracollo posizionò il suo viso fronte al mio. Mi disse di stare calmo con molta gentilezza. Mi accarezzò i capelli e mi disse che sarebbe andato tutto bene. Mi disse di stringere con i denti un fazzoletto che uscì dalla tasca dei pantaloni. “Se provi dolore stringi i denti, sarà solo questione di un attimo, poi passa tutto.”
Due altri ragazzi si misero all’altezza delle mie cosce. Me le divaricarono quel tanto che a loro sembrava perfetto e mi chiesero di chinare la schiena e sollevare il culetto.
Penso che a quel punto Rasoio si sia risistemato dietro. Un ragazzo che si masturbava venne dicendo: “Nun ce la facevo più.”
Un altro sarebbe venuto da lì a poco.
Rasoio disse qualcosa e a quel punto vidi che i ragazzi a turno si avvicinavano. Credo che ognuno sputasse un po’ di saliva sul mio buco e sul suo cazzo. Rasoio spalmava la saliva e sul mio culo e sul suo cazzo. Quando mi infilò un dito nel culo mi eccitai al punto che aprii la bocca ed il fazzoletto mi cadde dalla bocca. Tiracollo me lo rificcò in bocca.
Rasoio mi puntò il cazzo contro il buco. Speravo che s’infilasse senza problemi. È una sensazione unica immaginare quello che succede dietro di te mentre stai per essere inculato la prima volta. Ogni gesto di lì dietro cerchi di interpretato, di immaginatelo. Voli con la fantasia. La paura del dolore insieme con un senso di vergogna sono intercettati da sensazioni incontrollabili, Sembra che dal buco del culo passino tutte le sensazioni del mondo: dolcezza, piacere, goduria e follia, vergogna e senso del pudore. Mi immaginavo in quella posizione e capivo di avere il buco del culo all’aria, il mio culo aperto e pronto. Non avrei mai immaginato dopo tutti i pianti di quella giornata che adesso aspettavo di essere inculato quasi in trepidante attesa. Ero curioso di capire quale altra sensazione di piacere mi poteva offrire il mio bellissimo sederino. E nell’attesa aprivo ancor di più il culo e spazientavo. Dentro di me mi dicevo “Sbrigati, sbrigati maledetto”.
La cappella di Rasoio si appoggiò sull’ano. Sotto il cuscinetto, il mio culo aperto poteva assaggiare la punta affilata, tagliente pronta a farsi largo, a discrepare la buia cavità protetta dall’ano.
Singhiozzai per dovere, per non dare a capire che ero eccitato e pieno di curiosità. Rasoio chiese ai ragazzi di avvicinarsi di nuovo: “Guardate, con la saliva er buco è ancora più bello, tutto rosa luccicante su questa pelle bianca e candida come a neve.”
“Mizzica, aho, Rasoio, te sta a fa er più ber culo de tutto er monno.”
In cuor mio lo sapevo di essere un bel ragazzino, ma di essere così appetibile no. E poi non immaginavo di avere un culo così bello. Quasi quasi avevo la curiosità di vedermelo.
Sentii la cappella di Rasoio riappoggiarsi sull’anuccio mio e la punta già fremere per trapassarlo, un leggero dolore si formo nel cerchio dell’ano, ma molto leggero.
Devo veramente dirlo per onestà, quei ragazzi non mi hanno mai fatto sentire veramente violentato. Erano stati tutti carini con me, gentili, garbati e anche Rasoio ci andò con tutte le grazie.
“Nun te voglio fa’ male. To presso a poco a poco, così.. va bene?”
“Grazie!” risposi singhiozzando falsamente.
Lui pressava a poco a poco e anche il dolore che provavo andava aumentando a poco a poco e non era affatto bello. Lo sentivo che l’ano non ce la faceva ad allargarsi, si rifiutava di farsi passare da quel cazzo.
“È troppo grosso, non ci entra, lascia perdere” gli dissi con il fazzoletto in bocca sperando che rinunciasse.
“Ce passa, ce passa, nun te preoccupà” mi disse Tiracollo come per volermi tranquillizzare.
Rasoio prese a pressare con più forza, con qualche colpo cercava di vincere la resistenza del mio piccolo ano che lottava per non lasciarsi scardinare da quel matterello.
“Ahi, ahi, mi faccio male”.
“Stringi i denti, stringi i denti” mi suggerì Tiracollo mentre mi consolava accarezzandomi il viso ed asciugandomi le lacrime di dolore.
I ragazzi si avvicinarono per cogliere ogni momento dell’inculata e soprattutto l’attimo dello sfondamento. Qualcuno comunque venne subito per la troppa eccitazione.
“Mo’ te faccio vedere come entra” disse Rasoio e diede un colpo micidiale.
Sentii perfettamente l’ano dilatarsi all’inverosimile, vinto da una forza più grande, trafitto dal cazzo di Rasoio. Il dolore che provai fu talmente grande che se non avessi avuto quel fazzoletto in bocca mi sarei morso la lingua. Mi sentii aprire tutto il culo come se si fosse aperta una voragine nel di dietro.... Continue»
Posted by giovannino1993 6 months ago  |  Categories: Anal  |  Views: 341  |  
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La prima volta con un uomo

L’iniziazione.

Avevo saputo che in una zona periferica boschiva della mia città si svolgevano incontri tra uomini. La voce girava già da tempo tra noi ragazzi, ma nessuno sapeva bene ciò che realmente accadeva nel fitto di quel bosco. La scuola era finita da qualche settimana e libero dall’impegno dello studio, quel pomeriggio decisi di prendere la bicicletta e di andare a farmi un giro dalle parti del bosco. Scelsi di andarci in bici così avrei potuto avventurarmi per le stradine sterrate che si snodavano tra le piante, e poi non avrei dovuto lasciar parcheggiata l’auto sul ciglio della strada col rischio che qualche conoscente di passaggio la riconoscesse e poi raccontasse di averla vista in quella zona decisamente ambigua. Mi vestii con una maglietta, un paio di pantaloni corti e scarpe da ginnastica, presi la bici, uscii di casa e dopo circa mezzoretta avevo già raggiunto il bosco. Alcune auto erano parcheggiate sul ciglio della strada, alcune vuote, mentre in altre al posto di guida c’erano degli uomini che sembravano semplicemente essersi fermati a rilassarsi un po’ al fresco dell’ombra delle piante. Mi accorsi subito che al mio passaggio venivo seguito dai loro sguardi. Passai oltre ma dopo un po’ decisi di ritornare indietro e di addentrarmi nel bosco, così girai la bici e mi misi a pedalare nella direzione opposta. Individuai quasi subito una stradina sterrata e mi ci avventurai. Dopo poco trovai delle persone, tutti uomini, che stavano tranquillamente chiacchierando o passeggiavano tra le molte stradine che si snodavano all’interno del bosco. Tutto mi sembrava estremamente normale, niente di tutto ciò di cui si parlava in compagnia. Continuai tranquillo la mia biciclettata tra i vari sentieri e ad un tratto mi accorsi che un uomo anche lui in bici mi si era avvicinato e sembrava seguirmi. Dopo un po’ il signore mi affiancò e mi salutò e gentilmente mi chiese che facevo di bello da quelle parti, io risposi che facevo una semplice passeggiata in bici e da lì iniziammo a parlare e mi spiegò che quel bosco era frequentato da uomini che cercavano avventure sessuali con altri uomini, ma che io non avevo visto perché per far sesso si addentravano nel bosco più fitto e si nascondevano dietro a barricate fatte di rami. Il signore mi propose di portarmi a vedere una di queste postazioni, io accettai e lo seguii ad un certo punto dovemmo scendere dalle bici perché il sentiero diventò particolarmente stretto e tortuoso. Alla fine arrivammo in un piccolo spiazzo,qualche metro quadrato, senza piante con intorno le barriere formate da vari rami incastrati tra loro e nel terreno. Giuseppe, così si chiamava quel signore già abbastanza anziano, mi disse che lì era un posto davvero tranquillo e se volevo potevamo divertirci. Io risposi che non avevo mai avuto esperienze con uomini, ma lui mi rassicurò dicendo che se non mi fosse piaciuto ciò che avremmo fatto ci saremmo subito fermati. Mi convinse e mi affidai a lui, mi chiese se mi andava di spogliarmi, così mi tolsi tutto e rimasi solo con le scarpe. Giuseppe alla vista del mio giovane corpo si eccitò e mi fece molti complimenti. Il mio pene era ancora molle e penzolava tra le gambe. Anche l’uomo si spogliò, si tolse la camicia e si abbassò pantaloni e mutande, guardai il suo corpo ormai un po’ flaccido per l’età, i peli erano bianchi e il suo pene decisamente piccolo e moscio. Niente di eccitante! Non ci eravamo ancora toccati. Giuseppe mi pregò di lasciarmi andare e lasciar fare a lui che mi avrebbe fatto godere. Si avvicinò e mi abbracciò, e i nostri peni entrarono in contatto, io non lo abbracciai, non mi piaceva, lui abbassò le mani fino sul mio sedere sodo e iniziò a muovere il suo bacino tenendo vicino il mio con il suo abbraccio. Dopo pochi attimi iniziai a sentire che il mio pene stava diventando duro, anche l’uomo si accorse e mi disse:”Vedi che ti piace? Sarà una bellissima esperienza!”. Io rimasi senza parole, non mi aspettavo che il mio corpo avesse quella reazione con un uomo, anche sì anziano. Ora le sue mani scorrevano su tutto il mio corpo, massaggiavano in petto, il ventre, mi tirò i capezzoli e apprezzai anche quel piacevole dolore. Il mio pene era ormai diventato durissimo e svettava davanti al mio ventre, ma Giuseppe non lo aveva ancora nemmeno toccato. Non sapevo cosa volesse fare, così aspettavo eccitato e curioso ogni suo successivo movimento. Ad un tratto smise di accarezzarmi e si mise dietro di me, appoggiò una mano sulla mia schiena e mi fece chinare in avanti, lui si inginocchiò e dopo essersi lubrificato un dito con la saliva iniziò un massaggio intorno al mio buco, mi disse di rilassarmi il più possibile e di non preoccuparmi che non avrei sentito dolore. Sentivo il suo dito che si muoveva sempre più vicino al centro del mio culo e poi iniziare a spingere per penetrare, ma la sensazione era troppo strana, non riuscivo a rilassarmi e non riusciva a infilarlo, così avvicinò la bocca e sentii la sua lingua calda prendere il posto del dito. Mi leccò per bene tutt’intorno e poi cercò di infilare la lingua nel buco. Sarà stato il calore del suo fiato che arrivava fino alle mie palle o la delicatezza del massaggio con la lingua, sta di fatto che la lingua iniziò a penetrare nel mio buco che si era decisamente ammorbidito e dilatato. Subito Giuseppe provò a sostituire la lingua col dito, così lo puntò ancora sul mio ano, e con una delicata pressione entrò senza molti problemi. La spiacevole sensazione iniziale era del tutto svanita e ora non solo non mi dava fastidio ma anzi mi piaceva molto, infatti fui io a iniziare a spingere per fare si che il dito penetrasse completamente. Io non vedevo nemmeno l’uomo che dietro di me mi penetrava, ma il piacere era enorme, non riuscivo a trattenere i gemiti di piacere, godevo troppo! Come ci sapeva fare! Quando ormai il dito scivolava dentro e fuori dal mio culo con scioltezza procurandomi fantastiche sensazioni mai provate prima, Giuseppe con la mano libera impugnò finalmente il mio cazzo che non attendeva altro, scappellandolo tutto fino al limite del dolore. Mi faceva male ma mi piaceva molto! L’uomo riusciva a combinare perfettamente la penetrazione anale e la masturbazione del mio pene, il piacere era immenso! Continuò così per qualche minuto poi si accorse che la mia eccitazione era diventata incontenibile, così mi tolse il dito. Si alzò venne davanti e avvicinò la sua bocca alla mia per baciarmi ma io mi ritrassi, non ero ancora pronto per questo genere di cose! Così si mise in ginocchio davanti a me, prima di riprendere in mano il mio cazzo se lo rimirò per bene, poi lo impugnò e lentamente se lo portò alla bocca. Iniziò delicatamente a lavorarlo con mano, labbra e lingua, che sensazione stupenda! Appoggiai le mani sui suoi capelli bianchi e accompagnai il movimento della sua testa a mio piacere, lui lasciò la presa del mio cazzo e lasciò che glielo facessi scorrere tra le labbra. Ero eccitatissimo, spingevo con foga il mio cazzo fino in gola all’uomo, sentivo la cappella quasi infilarsi nella trachea. Giuseppe mi fece sfogare un po’ poi mi disse di calmarmi e di lasciare che fosse lui a portarmi all’orgasmo. Io acconsentii anche se mi costò uno sforzo notevole, ero veramente infoiato. L’uomo riprese il mio cazzo in mano e riprese a lavorarlo anche con la bocca. Il suo massaggio era lento delicato e inesorabile, non mi dava tregua, così in pochi minuti raggiunsi il culmine del piacere. Quando capii che ero arrivato al limite dell’orgasmo gridai all’uomo che mi aveva in pugno:”Sborroo!”, lui non se ne guardò e continuò la sua operazione. Un attimo dopo sentii che il mio sperma stava fuoriuscendo caldo e abbondante nella bocca di Giuseppe. Che sensazione meravigliosa, godevo, godevo, godevo come non mai. Abbassai lo sguardo e vidi che dalla bocca dell’uomo usciva il mio bianco liquido del piacere,… fantastico! Non avevo mai goduto così tanto prima d’allora! Ora Giuseppe stava delicatamente strofinando la mia sensibilissima cappella sulle sue labbra lubrificate dal mio sperma. Decisamente incantevole anche quest’ultima raffinatezza che l’anziano uomo mi stava riservando. Ero ancora in preda all’orgasmo quando sentii un rumore alle mie spalle, mi girai e vidi che un altro uomo si stava avvicinando e ormai era arrivato proprio vicino a noi, io fui preso dal panico, subito raccolsi i vestiti e rapidamente li indossai, anche se Giuseppe mi disse di non preoccuparmi e di stare calmo. L’uomo appena arrivato ci salutò tranquillamente come se fosse normale trovarsi davanti a due uomini nudi intenti a spompinarsi nel bel mezzo del bosco. Io non risposi nemmeno al saluto, finii di rivestirmi, presi la bici e me ne andai quasi impaurito! Dopo qualche passo mi girai e vidi che l’ultimo arrivato si era già abbassato pantaloni e mutande e aveva infilato in bocca a Giuseppe il suo cazzo. Penso che Giuseppe non avesse nemmeno avuto il tempo di ripulirsi la bocca dal mio sperma! Ero estremamente confuso per ciò che avevo fatto, mi era piaciuto molto ma non volevo ammetterlo! Comunque dopo quel piacevole incontro-iniziazione anche io ho cominciato a frequentare quel bosco. Non ci andavo spesso, ma quando avevo voglia di un rapporto diverso ma decisamente eccitante, facevo un giretto e quasi sempre incontravo qualche persona con cui divertirmi. Col passare degli anni la gente ha smesso di frequentare quel luogo e ora in quel bosco non si incontra più nessuno.
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Posted by piedone 2 years ago  |  Categories: Anal, First Time, Gay Male  |  Views: 1332  |  
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LA PRIMA VOLTA DI SERENA IN UNA NOTTE D’INVE


LA PRIMA VOLTA DI SERENA IN UNA NOTTE D’INVERNO

Una mia piccola fiamma si chiamava Serena, era una amichetta di mia sorella, figlia di colleghi di mio padre, orbitava in casa mia spesso ed aveva qualche anno meno di me.
Si sà che se Io ho diciannove anni, un figo detto da molti che ci sapeva fare detto da me, e lei è una ragazzina di sedici, con il pepe nel mazzo come si dice a Napoli.... prima o poi qualcosa sarebbe successo.
Adesso Vi dico....
Serena ragazzina esile, tutta nervi, un seno ancora da sbocciare ma con due occhi azzurri ed una bocca carnosa e rosa mi aveva sempre suscitato pensieri erotici, certo ci conoscevamo da sempre, giocavamo e scherzavamo da quando eravamo piccoli.
Ma una ragazzina a sedici anni, ti guarda con un occhio diverso se vede che esci con tante ragazze vai nei locali fai la bella vita, ti diverti insomma.
Difatti, iniziava a giocare con me in modo diverso, voleva il contatto fisico, voleva che la prendessi in braccio, a cavalcioni, si strusciava, mi toccava i capelli, voleva i massaggi al collo, alla schiena.......
Mi chiedeva che ne pensassi di come si vestiva e di come le stava il primo trucco, la minigonna, le calze....
E proprio sulle calze un giorno mi colpì.
" Come mi stanno queste nuove calze? " mi disse, indossava una minigonna e delle calze nere, no a righe nere e grigio perla, " bene " le risposi Io, lei si avvicinò e... " Toccale guarda come sono leggere " Io ero seduto sul divano, lei di fronte a me in piedi, le toccai la gamba con la mano destra e sentì uno strano fremito tra le mie di gambe...!!!
Le carezzai dal polpaccio a salire lungo la coscia destra fino a sotto la gonnellina, dove mi resi conto che indossava delle autoreggenti.
La mia mano passo dal setoso tessuto alla sua pelle vellutata.... Il fremito fra le mie gambe diventò un sussulto e lei visibilmente turbata si avvicinò ancora di più a me.
Senza dire niente infilai l'altra mano tra le sue gambe simulando di voler valutare al meglio la fattezza delle calze.... salivo dal ginocchio fino al contatto con la sua pelle...ancora più morbida e calda di quella sotto il mio palmo destro.
Senti un brivido che le percosse il corpo, aveva gli occhi chiusi e le labbra serrate.......
" Seeeereeenaaa " chiamava la mamma, ci riprendemmo di soprassalto come svegliati bruscamente da un fantastico sogno, lei scappò di corsa in cucina ed Io rimasi con un cazzo durissimo stretto nei jeans.
....Siamo tutti a cena famiglia ed amici, seduti intorno al grande tavolo.
Io dovevo uscire, quindi mi ero fatto una bella doccia fredda per rilassarmi e far scendere l'erezione, poi mi ero vestito bene ed ero seduto proprio di fronte alla Serenella che poco prima mi aveva deliziato delle sue coscette.
Tutto tranquillo, chiacchiere, battute, risate e barzellette, come si fa di solito....
Fine cena .... " Io devo scappare " , saluti abbracci e baci a tutti gli amici e conoscenti presenti....
Serena mi raggiunge in garage, dove sto prendendo la moto e mi sussurra in un orecchio " Sai stanotte resto qui da voi a dormire...." ," A bene " le rispondo Io non curante del fatto.....
Devo dire la verità durante la serata più volte in mente mi è tornata quella frase...ma non gli davo peso.
Torno verso le 03:00, vado in bagno e poi a letto, come già detto vivevamo in una casa a tre piani ed in quel periodo io dormivo in una splendida camera a piano seminterrato con camino ed uscita sul giardino...fantastica alcova.
Era freddo come sempre a casa mia, allora pensai bene di accendere la legna nel camino...che bello proprio di fronte al lettone....
Mi infilo sotto le coperte e spengo le luci...
L'aria era calda la serata era andata bene mi accucciai e mi rilassai.....
Dopo poco, senti aprirsi la porta, mi girai ed illuminata dalla luce del fuoco c'era Serenella, con indosso una sottoveste semi trasparente, mi guardò un attimo e richiuse la porta dietro di sè.
Saltò nel letto senza dire una parola, si infilò sotto le coperte e si accucciò dietro di me abbracciandomi forte.
Io ero incredulo, lei mi disse " posso stare qui con tè su fa freddo "..... cosa fare? rifiutare una così dolce richiesta...!!
Non sapevo come comportarmi, non mi aspettavo questa visita, per un momento ho pensato alla mia famiglia che dormiva due piani più sopra, a mia sorella che si sarebbe potuta svegliare e non avrebbe visto Serena....a lei che era così piccola!!!...( non è vero questo non l'ho pensato ), ma ero in difficoltà.
Mi girai e lei poggiò la sua testa sul mio torace, Io le carezzai il viso e lei ruppe gli indugi...mi prese la mano delicatamente e inizio a succhiarmi il dito medio...il mio cazzo diventò di marmo sentendo le sue labbra morbide e la sua lingua che godevano del mio sapore.
Le girai il viso verso di me la guardai negli occhi blu e la baciai con dolcezza....che buona, piccola, vergine, con tanta voglia di sesso.
La sua mano scivolò veloce sotto le lenzuola ad afferrare il mio bastone duro e pulsante....
Iniziò a segarmi con quella sua manina delicata poi stacco la sua bocca dalla mia, scoprì tutto il letto dalla coperta e scese verso il mio sesso.
Mi baciò sulla pancia batteva la sua lingua sull'inguine poi fra le cosce, brandendo il mio cazzo in mano lo guardava e lo segava....
La luce calda emanata dal camino rendeva l'atmosfera lussuriosa...mi dava una carica non so come spiegare mi sembrava di essere un emiro..!!??...no non un emiro, ma un pascià
Lei, con quella piccola lingua lecca le mie palle sale su lungo l'asta e con colpetti leggeri batte sulla mia cappella oramai violacea...
Apre la sua boccuccia di rosa e la prende tutta, ciuccia ciuccia, inizia a salire e scendere sul mio cazzo...Io la vedo illuminata dalle fiamme del camino. Si è tolta la camiciola che indossava adesso del suo esile corpo noto le forme, vita stretta due gambe ben tornite ed un culetto tosto e tondo.
Mi piace mi piace non ci sono parole solo sguardi, Lei pompa come una professionista la sua lingua morbida mi avviluppa il glande...con dolcezza sembra volermi tirar via l'anima.
Mi riprendo un attimo...la stacco dal mio gonfio bastone e la rigiro sul letto.
Le apro le gambe e mi ritrovo tra quelle cosce lisce e vellutate che poche ore prima avevo furtivamente accarezzato, le mordicchio e mi ci infilo in mezzo....lecco e sbaciucchio provocandole forti vibrazioni nel corpo.....
Arrivo al suo fiore profumato e già bagnato, una fessurina rosa con due labbra socchiuse e morbide, un piccolo clitoride duro come un sassolino, lo prendo in bocca e lo succhio, questo la fà mugolare come una gattina che fa le fusa.
Mi stringe le gambe intorno al collo ed io inizio a slinguettare nella rosa fessura.....è chiusa è piccolina, la tocco con le dita le spingo piano dentro il dito medio, la massaggio, le piace si contorce e spinge...non ha paura le piace.
Lo infilo piano fino in fondo , Lei geme, non si ritrae spinge ancora, è caldissima.
I nostri corpi si contorcono di fronte al fuoco caldo del camino il tepore ci agevola si sta benissimo...
La prendo stesa a gambe aperte le infilo piano la cappella nella sua fighetta... prima la strofino, scivola tra gli umori e la mia saliva.....
La cappella si appoggia sul'imene chiuso ...la guardo negli occhi blu, lei socchiude le labbra e mi sussurra " Dai aprimi piano piano ", ( queste parole e quel ricordo mi fa venire durissimo anche oggi ), inizio a spingere con la maggior delicatezza possibile,ma con troppa delicatezza non si arriva a niente ed allora un paio di colpettini più forti la rompono ed Io scivolo fino in fondo al suo pancino...
Un gridolino una stretta di unghie nelle mie carni e siamo arrivati al paradiso....
Mentre ero dentro di Lei le stringevo il seno acerbo le baciavo le labbra carnose ed i nostri corpi sembravano un tutt'uno.
Non sono mai uscito da lei fino a quando il mio cazzo stava per esplodere, l'ho tirato fuori in un colpo e lei ha urlato fino a quando le ho spruzzato tutta la mia sborra sul corpo, si è calmata e ridacchiava portandosi alla bocca la mia cappella piena di succo d'amore.
Ci siamo baciati ci siamo abbracciati rotolati e mordicchiati...poi ci siamo accorti che si era fatta mattina e ci siamo separati........
Che bella avventura....forse ci saremmo dovuti sposare andavamo così d’accordo.. ed invece a parte qualche altra avventura non ci siamo più tanto frequentati....anche se oggi qualche volta la incontro ancora……..

Forse voleva solo diventare donna con me.....



... Continue»
Posted by RioFoto001 1 year ago  |  Categories: First Time, Taboo  |  Views: 260  |  
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LA PRIMA VOLTA DI SERENA



LA PRIMA VOLTA DI SERENA IN UNA NOTTE D’INVERNO

Una mia piccola fiamma si chiamava Serena, era una amichetta di mia sorella, figlia di colleghi di mio padre, orbitava in casa mia spesso ed aveva qualche anno meno di me.
Si sà che se Io ho diciannove anni, un figo detto da molti che ci sapeva fare detto da me, e lei è una ragazzina di sedici, con il pepe nel mazzo come si dice a Napoli.... prima o poi qualcosa sarebbe successo.
Adesso Vi dico....
Serena ragazzina esile, tutta nervi, un seno ancora da sbocciare ma con due occhi azzurri ed una bocca carnosa e rosa mi aveva sempre suscitato pensieri erotici, certo ci conoscevamo da sempre, giocavamo e scherzavamo da quando eravamo piccoli.
Ma una ragazzina a sedici anni, ti guarda con un occhio diverso se vede che esci con tante ragazze vai nei locali fai la bella vita, ti diverti insomma.
Difatti, iniziava a giocare con me in modo diverso, voleva il contatto fisico, voleva che la prendessi in braccio, a cavalcioni, si strusciava, mi toccava i capelli, voleva i massaggi al collo, alla schiena.......
Mi chiedeva che ne pensassi di come si vestiva e di come le stava il primo trucco, la minigonna, le calze....
E proprio sulle calze un giorno mi colpì.
" Come mi stanno queste nuove calze? " mi disse, indossava una minigonna e delle calze nere, no a righe nere e grigio perla, " bene " le risposi Io, lei si avvicinò e... " Toccale guarda come sono leggere " Io ero seduto sul divano, lei di fronte a me in piedi, le toccai la gamba con la mano destra e sentì uno strano fremito tra le mie di gambe...!!!
Le carezzai dal polpaccio a salire lungo la coscia destra fino a sotto la gonnellina, dove mi resi conto che indossava delle autoreggenti.
La mia mano passo dal setoso tessuto alla sua pelle vellutata.... Il fremito fra le mie gambe diventò un sussulto e lei visibilmente turbata si avvicinò ancora di più a me.
Senza dire niente infilai l'altra mano tra le sue gambe simulando di voler valutare al meglio la fattezza delle calze.... salivo dal ginocchio fino al contatto con la sua pelle...ancora più morbida e calda di quella sotto il mio palmo destro.
Senti un brivido che le percosse il corpo, aveva gli occhi chiusi e le labbra serrate.......
" Seeeereeenaaa " chiamava la mamma, ci riprendemmo di soprassalto come svegliati bruscamente da un fantastico sogno, lei scappò di corsa in cucina ed Io rimasi con un cazzo durissimo stretto nei jeans.
....Siamo tutti a cena famiglia ed amici, seduti intorno al grande tavolo.
Io dovevo uscire, quindi mi ero fatto una bella doccia fredda per rilassarmi e far scendere l'erezione, poi mi ero vestito bene ed ero seduto proprio di fronte alla Serenella che poco prima mi aveva deliziato delle sue coscette.
Tutto tranquillo, chiacchiere, battute, risate e barzellette, come si fa di solito....
Fine cena .... " Io devo scappare " , saluti abbracci e baci a tutti gli amici e conoscenti presenti....
Serena mi raggiunge in garage, dove sto prendendo la moto e mi sussurra in un orecchio " Sai stanotte resto qui da voi a dormire...." ," A bene " le rispondo Io non curante del fatto.....
Devo dire la verità durante la serata più volte in mente mi è tornata quella frase...ma non gli davo peso.
Torno verso le 03:00, vado in bagno e poi a letto, come già detto vivevamo in una casa a tre piani ed in quel periodo io dormivo in una splendida camera a piano seminterrato con camino ed uscita sul giardino...fantastica alcova.
Era freddo come sempre a casa mia, allora pensai bene di accendere la legna nel camino...che bello proprio di fronte al lettone....
Mi infilo sotto le coperte e spengo le luci...
L'aria era calda la serata era andata bene mi accucciai e mi rilassai.....
Dopo poco, senti aprirsi la porta, mi girai ed illuminata dalla luce del fuoco c'era Serenella, con indosso una sottoveste semi trasparente, mi guardò un attimo e richiuse la porta dietro di sè.
Saltò nel letto senza dire una parola, si infilò sotto le coperte e si accucciò dietro di me abbracciandomi forte.
Io ero incredulo, lei mi disse " posso stare qui con tè su fa freddo "..... cosa fare? rifiutare una così dolce richiesta...!!
Non sapevo come comportarmi, non mi aspettavo questa visita, per un momento ho pensato alla mia famiglia che dormiva due piani più sopra, a mia sorella che si sarebbe potuta svegliare e non avrebbe visto Serena....a lei che era così piccola!!!...( non è vero questo non l'ho pensato ), ma ero in difficoltà.
Mi girai e lei poggiò la sua testa sul mio torace, Io le carezzai il viso e lei ruppe gli indugi...mi prese la mano delicatamente e inizio a succhiarmi il dito medio...il mio cazzo diventò di marmo sentendo le sue labbra morbide e la sua lingua che godevano del mio sapore.
Le girai il viso verso di me la guardai negli occhi blu e la baciai con dolcezza....che buona, piccola, vergine, con tanta voglia di sesso.
La sua mano scivolò veloce sotto le lenzuola ad afferrare il mio bastone duro e pulsante....
Iniziò a segarmi con quella sua manina delicata poi stacco la sua bocca dalla mia, scoprì tutto il letto dalla coperta e scese verso il mio sesso.
Mi baciò sulla pancia batteva la sua lingua sull'inguine poi fra le cosce, brandendo il mio cazzo in mano lo guardava e lo segava....
La luce calda emanata dal camino rendeva l'atmosfera lussuriosa...mi dava una carica non so come spiegare mi sembrava di essere un emiro..!!??...no non un emiro, ma un pascià
Lei, con quella piccola lingua lecca le mie palle sale su lungo l'asta e con colpetti leggeri batte sulla mia cappella oramai violacea...
Apre la sua boccuccia di rosa e la prende tutta, ciuccia ciuccia, inizia a salire e scendere sul mio cazzo...Io la vedo illuminata dalle fiamme del camino. Si è tolta la camiciola che indossava adesso del suo esile corpo noto le forme, vita stretta due gambe ben tornite ed un culetto tosto e tondo.
Mi piace mi piace non ci sono parole solo sguardi, Lei pompa come una professionista la sua lingua morbida mi avviluppa il glande...con dolcezza sembra volermi tirar via l'anima.
Mi riprendo un attimo...la stacco dal mio gonfio bastone e la rigiro sul letto.
Le apro le gambe e mi ritrovo tra quelle cosce lisce e vellutate che poche ore prima avevo furtivamente accarezzato, le mordicchio e mi ci infilo in mezzo....lecco e sbaciucchio provocandole forti vibrazioni nel corpo.....
Arrivo al suo fiore profumato e già bagnato, una fessurina rosa con due labbra socchiuse e morbide, un piccolo clitoride duro come un sassolino, lo prendo in bocca e lo succhio, questo la fà mugolare come una gattina che fa le fusa.
Mi stringe le gambe intorno al collo ed io inizio a slinguettare nella rosa fessura.....è chiusa è piccolina, la tocco con le dita le spingo piano dentro il dito medio, la massaggio, le piace si contorce e spinge...non ha paura le piace.
Lo infilo piano fino in fondo , Lei geme, non si ritrae spinge ancora, è caldissima.
I nostri corpi si contorcono di fronte al fuoco caldo del camino il tepore ci agevola si sta benissimo...
La prendo stesa a gambe aperte le infilo piano la cappella nella sua fighetta... prima la strofino, scivola tra gli umori e la mia saliva.....
La cappella si appoggia sul'imene chiuso ...la guardo negli occhi blu, lei socchiude le labbra e mi sussurra " Dai aprimi piano piano ", ( queste parole e quel ricordo mi fa venire durissimo anche oggi ), inizio a spingere con la maggior delicatezza possibile,ma con troppa delicatezza non si arriva a niente ed allora un paio di colpettini più forti la rompono ed Io scivolo fino in fondo al suo pancino...
Un gridolino una stretta di unghie nelle mie carni e siamo arrivati al paradiso....
Mentre ero dentro di Lei le stringevo il seno acerbo le baciavo le labbra carnose ed i nostri corpi sembravano un tutt'uno.
Non sono mai uscito da lei fino a quando il mio cazzo stava per esplodere, l'ho tirato fuori in un colpo e lei ha urlato fino a quando le ho spruzzato tutta la mia sborra sul corpo, si è calmata e ridacchiava portandosi alla bocca la mia cappella piena di succo d'amore.
Ci siamo baciati ci siamo abbracciati rotolati e mordicchiati...poi ci siamo accorti che si era fatta mattina e ci siamo separati........
Che bella avventura....forse ci saremmo dovuti sposare andavamo così d’accordo.. ed invece a parte qualche altra avventura non ci siamo più tanto frequentati....anche se oggi qualche volta la incontro ancora……..

Forse voleva solo diventare donna con me.....


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Posted by RioFoto001 1 year ago  |  Categories: First Time, Mature, Taboo  |  Views: 1045  |  
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Un papà porcellone


Il giorno in cui Alessandra (Sandra), la figlia maggiore, si è sposata con Alberto, è stato un evento indimenticabile, voi pensereste che è naturale per la vita di un padre.
Ma quando leggerete la storia che vi sto per raccontare scoprirete che l’avvenimento è diventato tale per una serie di eventi accidentali che si sono verificati ed hanno messo in luce le più basse inclinazioni che da sempre convivono nello spirito dell’uomo, al di la del bene e del male: il desiderio peccaminoso dell’i****to. Buona lettura.

Gli invitati erano già tutti arrivati, vestiti elegantemente, a bordo d’auto addobbate con merletti e fiori.
La gioia e l’euforia alitava nell’aria, sembrava quasi di toccarla. Amici e parenti si prodigano in complimenti e manate sulla schiena.
Dopo tutto era anche la mia festa, come papà della sposa, intendo, perché stavo per completare il dovere di un padre.
L’avevo accudita per venticinque anni ed quel giorno il mio cucciolo stava per spiccare il volo dal nido. Sapevo già che, nel momento in cui l’avrei affidata ad Alberto, sarei stato preda di un’intensa emotività e commozione. Sono un uomo sensibile e dalle lacrime facili.
Non m’importava della considerazione degli altri, quello che contava era la felicità di Sandra perché il giorno del suo matrimonio, sarebbe stato l’inizio di una nuova vita. I preparativi per la celebrazione delle nozze avevano rivoluzionato la vita familiare, già da parecchi mesi.
Le fasi della cerimonia ed il ricevimento al ristorante, gli inviti, gli addobbi della chiesa, tutto era stato disposto con meticolosità, quasi maniacale. Ho avuto anche la fortuna di ass****re alla scelta dell’abito da sposa. Classico in bianco, formato da un corpino rigido in pizzo, ricamato a mano, gonna a tulipano con numerose balze sovrapposte. Quando Sandra uscì dal camerino con il vestito addosso gli occhi si bagnarono dalla commozione. Lei restò a fissarmi intensamente, cercando di capire se il vestito fosse di mio gradimento. Nel momento in cui intravide l’emozione che t****lava dagli occhi bagnati capì che quel vestito era perfetto per lei.
Quel clima magico era ancora presente e si coglieva nelle risate dei bambini in festa, che si sentivano in lontananza, in giardino, mentre si rincorrevano allegramente.
Mia moglie Carla e Sonia, la figlia più piccola, con Sandra, e altre amiche, si erano chiuse nella stanza delle ragazze a farsi aggiustare i capelli dalla parrucchiera. Ormai era da molte ore che le sentivo chiacchierare e ridere.
L’attesa snervante mi faceva riflettere su mille cose, ogni tanto andavo in bagno per dare un’occhiata alla cravatta, a forma di farfalla, mi sembrava tutto in ordine.
L’auto d’epoca, noleggiata appositamente da una agenzia specializzata, bianca, con le cromature dorate e brillanti dei cerchi, delle maniglie e dei paraurti, attendeva la sposa davanti all’ingresso. Molti invitati, e vicini di casa curiosi, si erano posti nelle vicinanza ad aspettare l’uscita di Sandra.
Per scaricare quei momenti di tensione uscivo spesso in giardino a godermi il tepore dei raggi di sole, di una bellissima giornata di maggio, quasi estiva. Tutto era splendido, la luce del giorno che illuminava magnificamente la siepe di rose e l’albero di ciliegie, che si innalzava possente in mezzo al giardino. Alcuni ragazzini si erano allungati verso i rami più bassi per cercare di cogliere i frutti già maturi. La vita ferveva attorno a quell’evento gioioso, da cui sarebbe nata una famiglia.
Già pensavo alla mia bambina che da quel giorno in poi avrebbe affrontato la vita senza la sua famiglia, con tutte le incognite ed i problemi che spesso affliggevano le giovani coppie. Mi auguravo con tutto il cuore che la fortuna potesse ass****re mia figlia e suo marito.
Solo un pazzo avrebbe potuto pensare che all’orizzonte si stava avvicinando un temporale, che avrebbero funestato quel clima idilliaco.
Se qualcuno avesse soltanto pensato qualcosa di male, senz’altro lo avrei rinchiuso in un manicomio. Eppure stava per accadere.
Avevo chiuso gli occhi e con la mente ripercorrevo tutte le tappe più importanti che avevano caratterizzato la vita di Sandra, dalla nascita, alla scuola, al lavoro ed ora quel lieto evento. Quando:“Giorgio! - la voce sconvolta e la mano di mia moglie, che strattonava la spalla, mi destarono da quel attimo di tranquillità -“Si!
“Abbiamo un grosso problema!”
Era scossa. Sembrava che gli fosse caduto il mondo addosso. La fissai perplesso, cosa poteva mia essere successo per farla preoccupare in quel modo?
“Che tragedia! Sandra! È impazzita! Non vuole più sposarsi!”
“Che cosa stai dicendo? È uno scherzo?”
“Non sto scherzando! Ci ha buttati fuori dalla stanza! Sembrava una belva! Gridava di andare tutti al diavolo!”
“Ma che cosa è successo!”
“Non lo so!”
“Ma cazzo eri lì! Una non impazzisce all’improvviso! Deve essere successo qualcosa!”
“So solo che il suo cellulare poco prima ha suonato! Sai quelle suonerie strampalate! Disse che aveva ricevuto un mms!”
“E poi?”
“E’ andata in bagno! Quando è tornata era stravolta dalla rabbia! Ci ha cacciati fuori dalla stanza e si è chiusa dentro! Non vuole più uscire!”
“Ma porco diavolo!”
La botta mi bloccò il respiro, dovevo calmarmi e far mente locale, senza farmi prendere dal panico, perché le conseguenze di quel gesto sarebbero state molto gravi.
Eppure stentavo a credere a quello che era successo. Dovevo fare qualcosa per aggiustare la situazione. Ma cosa? Tuttavia mi sforzai di mantenere un contegno apparentemente tranquillo, per rassicurare mia moglie e gli invitati già allarmati, quindi decisi di affrontare il leone.
“Mi fate una cortesia? Tenetevi lontano il più possibile! Io vado di sopra a cercare di capire che cosa è successo, e magari tentare di aggiustare le cose!”
“Va bene Giorgio! Ti prego “….
“Non ti preoccupare! Vedrai che tutto si aggiusterà … spero ….”
Dopo aver salito le scale, raggiunsi la porta della camera da letto della ragazze. Sonia era ancora lì che cercava di convincere la sorella ad uscire e di finirla con quella pagliacciata. La voce di Sandra usciva ovattata e sconvolta dal pianto.
“Stronza! Proprio tu parli che sei la causa di tutto!”
Sonia appena mi scorse fissò i miei occhi con imbarazzo, poi mi fece una smorfia, come dire che non sapeva di cosa stesse parlando.
“Senti ora vai giù!” ,“Ok papà!”
“Tesoro! Sono papà! Ti prego aprì la porta!”
“No, ho detto che non voglio più sposarmi!
“Ma diavolo maledetto si può conoscere almeno il motivo! Porco Cane! Non si può mandare a s**tafascio un matrimonio, per giunta proprio alla vigilia! Fammi capire che cazzo è successo!
“Chiedilo a quella puttana di Sonia!
Era la seconda volta che accusava la sorella di essere la responsabile di quella situazione.
“Tesoro! Ti prego! Se devo mandare a monte il tuo matrimonio, almeno fammi capire il motivo!
“Voglio restare da sola cazzo! Come debbo dirvelo!
La voce era spezzata dal pianto. Dal tono si capiva che si stava dannando l’anima. La causa di quella tragedia doveva essere seria e, da quello che avevo sentito, Sonia ne era la causa.
“Tesoro facciamo così tu mi apri, poi mi racconti quello che è successo! Se Sonia ha fatto una cazzata ne dovrà pagare le conseguenze! Te lo prometto! Ti voglio aiutare! Fammi entrare!”
Due s**tti secchi annunciarono l’apertura della serratura. Prima che ci ripensasse entrai velocemente dentro la stanza:
“Chiudi subito quella porta! Non voglio nessun altro qui dentro!”
“Va bene! Farò come vuoi tu tesoro!”
Trovai Sandra allungata sul letto. Si era tolto il vestito da sposa. Appena la scorsi mi venne un colpo. Nonostante la gravità della situazione non potei fare a meno di osservare affascinato la scena che si stava presentando sotto i miei occhi.
Lei era adagiata su un fianco, con la faccia ficcata nel cuscino. Il corpo era nella tipica posizione fetale, ma la cosa sconvolgente era che in quel momento indossava calze bianche, di nailon, e reggicalze bianche con merletto. Le mutandine erano ridotta ad un succinto tanga bianco che si perdevano tra le natiche rotonde e ben tornite. Il busto era coperto da un corpetto di rigido a cui erano attaccate le reggicalze. Le tette erano completamente esposte e sostenute dal corpetto. Sandra in quelle condizioni appariva in tutta la sua giovane e conturbante bellezza, una bomba sexy che mi suscitò un attacco di libidine mirabolante. Per fortuna che era girata di spalle altrimenti avrebbe notato l’espressione allupata dei miei occhi, mentre la stavano letteralmente mangiando centimetro per centimetro. Il cazzo somatizzò immediatamente quel senso di eccitazione, ingrossandosi nei pantaloni in un modo osceno, senza alcun rispetto per l’oggetto del desiderio. Non riuscivo a dire un sola frase. Ero completamente incantato ad ammirare il suo magnifico corpo, esibito in una posizione erotica incredibile. I cardiopatici sarebbero morti di infarto.
Ad un certo punto mi accorsi che nelle mani stringeva il suo ipod.

“Sandra.. allora? Mi dici che cosa è successo!
“To! guarda con i tuoi occhi!

Dopo aver pigiato un tasto mi porse il cellulare. Sullo schermo comparve la classica clessidra, che voleva significare che stava caricando un filmato.
Dopo un po’ apparve una persona. Era Alberto.
Voce maschile:
“Cazzo! Chiudi sto cellulare! Lo sai che non mi piace essere ripreso!
Quella frase venne seguita da una risata di donna.
“Brutto porco lo so che ti piace riprendere!
“Ok! Troietta! Dammi qui che ti riprendo mentre mi fai un pompino!
Il cellulare passò di mano e dopo un po’ inquadrò il volto della ragazza. Appena lo vidi mi venne un colpo. Non c’era alcun dubbio. Era quello di Sonia, che rideva follemente mentre apriva la patta dei pantaloni. Dopo aver armeggiato sulla cerniere lampo abbassò la zip e dopo un po’ tirò fuori il cazzo duro di Alberto. Si leccò le labbra mentre osservava l’obiettivo del cellulare, e con le mani cominciò a stimolarlo facendo scivolare la pelle tesa sulla massa dura. Il movimento era lento ma costante.
““Dai brutta troia! Succhialo!””
Sonia non se lo fece ripetere di nuovo, aprì la bocca ed inghiottì l’intero cazzo di Alberto.
Vedere mia figlia Sonia impegnata a succhiare il cazzo di Alberto mi dette una sensazione di libidine che mi fece esplodere il cazzo nelle mutande. Mi ero maledettamente eccitato da quelle immagini sconvolgenti.
Per me era troppo, la mente sembrava che si stesse sciogliendo come il burro, sentivo le vene del cazzo che pulsavano al ritmo impazzito del cuore. Chiusi il cellulare e lo buttai sul letto.
“Hai visto!
“Si!
“Chi avrebbe immaginato una cosa del genere! Cazzo mia sorella! Ti rendi conto!
“Già! Chi ti ha mandato quel video!
“Il numero è sconosciuto! Ma credo che mi conoscesse bene!

Faceva un caldo infernale. Forse no, ma la sensazione di caldo mi stringeva il collo della camicia. Per alleviare quella sensazione afosa, mi tolsi la giacca e sciolsi in nodo della cravatta. Intanto non riuscivo a togliere lo sguardo dal culo di Sandra. Era li, distesa su un fianco, con le natiche in bella vista e le mutandine che si perdevano nello scoscio, da cui si intravedeva la protuberanza della figa. L’eccitazione suscitata dal filmato si andò a sommare a quella che sprigionava lei adagiata sul materasso, in quella posizione eccitante. Mi sedetti sul bordo del letto. Sandra non si era mossa, e se ne stava ferma, con il suo borioso culo a pochi centimetri dal mio cazzo.
Allungai un braccio e lo posai su un fianco, la mano sfiorò la pelle nuda, liscia come il velluto. Appena la toccai sentì una scarica di adrenalina che percosse tutta la schiena.
“Sandra! Non so cosa dire! Quel video ha sconvolto anche me!
“Ed io dovrei sposare quello stronzo? Ti rendi conto che si scopa mia sorella!
“Nella vita succedono tante cose! A volte terribili! Ma poi bisogna affrontarle e superarle!
“E cosa dovrei fare secondo te? Far finta che non sia successo nulla?
“Non dico questo! Un matrimonio è una cosa seria! Magari col tempo certe cose si aggiustano!
“Stai scherzando? Mi stai dicendo di accettare il tradimento di Sonia ed Alberto!
Ero maledettamente eccitato e non riuscivo più a ragionare. In quel momento avrei voluta saltarle addosso e succhiarle le tette. La mano intanto si muoveva sulla pelle morbida dei glutei, lei, distratta dalla rabbia, non aveva colto le intenzioni morbose che si celavano dietro quel gesto.
Il corpo fremeva dall’eccitazione, dovevo fare qualcosa altrimenti sarei impazzito. Così, seguendo il solo istinto a****le, mi aprì la cerniera lampo e dopo aver armeggiato dentro mi tirai fuori il cazzo. Lei non poteva vederlo, perché mi girava la schiena, mentre lo menavo freneticamente, con la cappella a pochi centimetri dal suo scoscio, facendo scivolare la pelle lungo l’asta dura e palpitante. Era difficile restare inerti di fronte a tante grazia. Il cervello era andato completamente in tilt.
Mentre mi masturbavo, allungai la mano fino ad afferrale un seno. Appena lo ebbi nella mano cominciai ad impastarlo come se fosse plastilina.
“Ma che cazzo stai facendo papà!
“Dio quanto sei bella!
Nello stesso istante si girò mettendosi supina sul letto.
Quando vide il cazzo duro e palpitante che serravo nella mano, lanciò un urlo.
“Diooooooo papà ma che cazzo stai facendo! Ti stai sparando una sega?
“Siiiiiiii non c’è la faccio piùù ti desideroo

Ormai ero completamente partito di testa. In preda alla bramosia più estrema e schiavo della più bassa depravazione sessuale, non riuscivo più a controllare la situazione, così mi allungai sopra di lei e le afferrai le tette con entrambe le mani, poi mi incollai con la bocca sulle mammelle ed iniziai succhiare quei meravigliosi capezzoli!

“Papà! Sei impazzitoooooo papààà sono tua figliaaaaaaaaa!
“Lo so! Ma sei anche un gran pezzo di figa! Dio non ce la faccio!
“Ma papà fermatiiii! “Che cosa ci perdi! Dai lasciami fare! Mmm belleeeeeeeee !
“Noooo! Papà ti pregooo!
Era completamente sconvolta da quella situazione assurda. La sua voce era totalmente stravolta, quasi implorante di fronte a quella imprevista aggressione. Tuttavia, la sua reazione mi era del tutto indifferente, quindi, insensibile alle suppliche, proseguii nel mio scopo, senza alcuna remora morale, pensando a soddisfare esclusivamente l’intento libidinoso. Con forza le spalancai le gambe ponendomi in mezzo, poi, preso dalla follia del desiderio sessuale, come un cane rabbioso, le spostai il tanga di lato esponendo una figa imberbe, completamente rasata.
Era bellissima, le labbra esterne scure e grosse, divise da quelle interne nere e frastagliate, il tutto sormontato da un clitoride rosa ed invitante.
Le spinsi le gambe verso il materasso per avere una visuale completa dello scoscio. Sandra sembrava una bambola di pezza. La potevo manovrare come meglio volevo. Era completamente soggiogata dal mio impeto bestiale. In quella posizione iniziai a sollecitare le fenditure della figa ficcando alcune dita nelle carne viva.
“papààà è sbagliatooooo nonnnn mmmmm
Nonostante fosse in preda alla disperazione a causa di quella aggressione inaudita, il tono della voce tradiva una velata eccitazione.
“Dai lasciami fare…. È quello che si merita quello stronzo di Alberto…!
Dopo aver incalzato il clitoride e le pieghe della figa, allargai le piccole labbra e come un disperato in preda alla fame mi tuffai con la bocca in quella fonte di piacere.
“hooooo papà che stai fecendoooooo! Nooooooooooo!
Sandra, alla fine sfinita, smise di opporre resistenza attiva, restandosene ferma con le gambe completamente flesse verso il materasso, lasciava che le stimolassi la figa in ogni dove.
Tuttavia, indomita, continuava ad inveire con frasi senza senso. Intanto manteneva le cosce completamene spalancate per permettermi di penetrare più a fondo con la lingua..

“Oddioooo papàààà sto godendooooooo mmmmm
“Lo sapevoooo, che in fondo era quello che voleviiiiiiii vieni ora voglio provare la tua bocca.
Mi alzai sulle ginocchia, dopo avermi sbottonato i pantaloni e le misi davanti agli occhi il cazzone duro, che palpitava come un cavallo imbizzarrito.
Sandra si mise a pecorina sul letto con il volto verso il mio cazzo, poi lo afferrò con una mano, menandolo delicatamente e proseguendo, cominciò a leccarlo, e successivamente a succhiarlo. Finalmente, Sandra, alla fine, si era lasciata trascinare da quella passione i****tuosa, non opponeva più alcuna resistenza, la follia dei sensi aveva acceso anche lei.
La sua bocca stava ingoiando il cazzo paterno fino in fondo alla gola. Era un piacere vedere le labbra che scivolavano veloci lungo l’asta. Ogni tanto la lingua seguiva i contorni del glande, levigando la pelle fino ai coglioni.
Ad un tratto la fermai. Lei capì il motivo.
“Voglio scoparti!
“Si! lo voglio anche io!
Si adagiò con la schiena sul letto e spalancò oscenamente le gambe. Mi sembrava di sognare. In quella posizione superba era meravigliosa. Le tette spuntavano dal corpetto, dritte come la punta di due pere, e la figa, bella e bagnata aspettava trepidante di essere penetrata. Il tanga era ancora spostato di lato.
Mi piegai sopra di lei, tenendo il cazzo puntato contro la vulva vaginale, quindi iniziai a spingere verso il basso fino a quando non vide il cazzo scomparire completamene dentro quella fucina incandescente.
“Hoooooooo papàààààààà siiiiiiiiiiii scopami, fottimi…. Ti pregoooo
“Sei bellissimaaaaaaaa cazzoooo! sei strettissimaa!
“hooooooo papààààààà lo sentono mmm è bellissimo mmmmm
Avrei voluto che qualcuno mi avesse dato un calcio nei coglioni. Eppure non stavo sognando, mia figlia Sandra era sotto di me, che fremeva dal godimento datogli dal mio cazzo, che scompariva velocemente dentro la sua calda ed accogliente figa. Ogni affondo era come una sinfonia.
Poi il lamento si trasformò in un canto cacofonico costante, una nenia che usciva dalla sua bocca ed accompagnava come le urla dei tifosi gli affondi del cazzo dentro di lei.

Hooooooo mmmmm graooooooo hoooooooo

I suoi singulti erano frenetici. Più spingevo dentro di lei e più lei ansimava e si dimenava come se fosse in preda ad un spirito maligno.
Dopo alcuni minuti la girai a pecorina, e qui mi fermo perché non ho parole per descrivere il culo di Sandra. Il panorama era da infarto. Pensate ad immaginare una stupenda puledra vestita con le calze bianche, interrotte a metà coscia, il corpetto da cui pendevano i lacci delle reggicalze, il tanga spostato di lato, uno spettacolo che era possibile vedere solo in certi film hard, incantevole ed irresistibile.
Il tempo incalzava, dovevo arrivare subito al dunque.
Ormai ero certo di aver risolto positivamente quella situazione.
Il metodo non è stato certamente paterno, dopo tutto c’è stato un grande scrittore che ha giustificato qualsiasi mezzo per arrivare allo scopo, anche quello più meschino.
Comunque, accettai tutte le conseguenze di quel gesto scellerato, peraltro approvato da mia figlia, quindi consapevole del bene che le stavo facendo, le afferrai i fianchi e cominciai a martellare la sua figa fino quando non senti i primi stimoli inguinali, che preannunciavano una poderosa sborrata.
Non le chiesi il permesso di lasciarlo dentro, perché era in piena estasi e tirarlo fuori in quel momento di intenso godimento sarebbe strato un vero delitto, quindi, mentre le pareti della sua figa si contorceva dall’orgasmo, in pieno follia dei sensi, esaltato da quel meraviglioso istante, in cui Sandra stava urlando di piacere, mi lascia andare in una poderosa sborrata dentro il suo caldissimo utero.

“Toooooooooooo diavolo di una figliaaaaaaaaaaaa mmmmm
“Siiiiiiiiiiiiii mmmmmmmmm godoooooooooo mmmm

In quei frangenti frenetici lei si era distesa sul letto, con il ventre in giù, ed io da dietro continuavo a muovermi dentro la sua bollente figa, fino a quando i moti cominciarono a diventare sempre più lenti. Alla fine ci fermammo completamente, mentre il cazzo si afflosciava soddisfatto dentro di lei.

“Ho papà! Sei stato magnificooooooo!
“Piccola, ora faccio venire la mamma e Sonia, così tu ti rivesti e poi ti sposi!
“Ma! “Nessun ma! Come dicevano gli antichi, occhio per occhio…! Credo che tu gli abbia reso pan per focaccia! Ahahah
“ahahahh hai ragione papà! E con Sonia come la mettiamo?
“A quella ci penso io! Dopo quello che ho visto penso che le farò un discorsetto!
“Papà! Quel tono di voce mmmm, non hai per caso intenzione strane!
“Sai! Ritrovarsi una figlia troia, dopotutto ha suoi vantaggi no?
“ahahahah! Quasi quasi la invidio!
“Ei tesoro! Guarda che noi due siamo solo all’inizio! Ahahahah
“hahahah…. Già!

Sandra si lasciò vestire dalla madre e da sua sorella, verso cui aveva seppellito l’ascia di guerra. Scese le scale con un sorriso smagliante. Mia moglie, sussurrando in uno orecchio, mi chiese che cosa avessi fatto per convincerla. Gli dissi una cazzata qualunque. Mentre osservavo Sandra scendere le scale spostai lo sguardo su Sonia, che in quel momento la seguiva insieme alle altre damigelle.
Mi soffermai ad ammirare il vestitino nero, completamente scoperto nelle spalle e corto abbastanza da lasciare intravede le gambe belle, sode e dritte. Non c’era dubbio, era appena uscita dall’adolescenza, ma manteneva un corpo asciutto e ben forgiato dalla natura. Del resto per un uomo della mia età sarebbe stato comunque un dono divino aver la possibilità di poter mettere le mani su prede così giovani. Le ragazzine sono tutte belle e sensuali e Sonia aveva le stesse caratteristiche della sue coetanee, quelle che quando vai in giro per le strade ti lasciano l’amaro in bocca, perché hanno la cosiddetta bellezza dell’asino, che non necessita di alcun ritocco artificiale per essere tale.
In quei momenti di riflessione non potei impedire alla mia mente di provare un attrazione sessuale per Lei. Con Sandra avevo scoperto una strada, una via che non compariva sulle mappe della morale comune, ma che esiste nascosta tra le fronde della perversione umana. Ed io l’avevo scoperta. Non era asfaltata dal fuoco dell’inferno ma coperta da una piacevole e soffice moquette. L’avevo sperimentata sulla mia pelle, mi è piaciuta, ed ora, come un drogato, non riuscivo a pensa ad altro. Sonia in quel momento mi appariva come era un'altra occasione.

Durante tutta la cerimonia non ebbi occhi per Sonia. Intanto stavo riflettendo su come avrei potuto sfruttare quella occasione.
Alla fine decisi di fare la stessa cosa che avevo fatto con sua sorella, visto che avevo avuto fortuna. La festa è stata bellissima. Tutti gli inviati si sono divertiti. Il pranzo, i balli, le risate, gli scherzi, si sono succeduti l’uno all’altro in una magnifica atmosfera idilliaca.
Nel corso del ricevimento, mentre tutti erano intenti a ballare, ho afferrato la mano di Sandra e lo trascinata ai piani superiore dell’albergo. Ci siamo infilati nella prima camera aperta. Ero troppo eccitato dai pensieri che avevo avuto su Sonia ed il cazzo non mi dava un attimo di tregua.
Dovevo soddisfarmi in fretta e con l’unica persona che in quel momento era disponibile.
Appena entrammo nella camera da letto le alzai il vestito da sposa e le feci assumere la posizione della pecorina.
Cristo che spettacolo. Il colore della pelle era messo in risalto dal bianco della vestito e dalle calze e reggicalze. Era di una sensualità sconvolgente e tale da fare venire i brividi alla pelle.
Appena le infilai il cazzo nella figa lanciò un urlo forte. Per evitare che quelli di sotto ci sentissero scopare, la invitai a ficcare la faccia nel cuscino e di cercare di sopprimere la voglio di gridare.
Ero troppo eccitato per i preliminari. Così avevo optato per una piacevole sveltina. La scopata durò un quarto d’ora circa, ma fu intensa.
Quando raggiungemmo la sale, gli invitati ci accolsero con un applauso. Ci stavano aspettando. Mio fratello mi disse che mi avevano visto fuggire con la sposa. Ma la cosa non aveva insospettito nessuno perché tutti avevano pensato che fosse naturale per un padre ritagliarsi un attimo di intimità con la propria figlia, perché poi l’avrebbe persa per sempre. Alla fine di quella giornata memorabile, ci trovammo tutti raccolti nel cortile dell’albergo-ristorante a dare il saluto agli sposi che, a bordo dell’auto addobbata per la circostanza con le classiche scritte e con il codazzo delle lattine, fuggivano via, per intraprendere il viaggio di nozze da favola.
Quando la macchina scomparve all’orizzonte la gente iniziò a salutare.
Quindi, dopo aver espresso i ringraziamenti di commiato verso tutti gli ospiti ed i parenti, stanchi, ma felici, rientrammo a casa.
Il basculante del garage si schiuse alla nostre spalle, mia moglie scese dall’auto.

“Sonia, rimani li, io e te dobbiamo fare una chiacchierata!
Mia moglie aveva intuito che la crisi isterica di Sandra era stata causata in qualche modo da Sonia, per questo mi disse:

“Giorgio, ti prego non essere troppo severo, in fin dei conti è andato tutto bene!
“Non ti preoccupare! Ti raggiungiamo tra poco!

Mia moglie prima di lasciare il garage, rivolgendosi a Sonia:
“Non so che cosa tu abbia fatto a tua sorella! Qualunque cosa fosse, comunque, sappi che poteva causare una tragedia, che per fortuna tuo padre ha evitato! Io non voglio sapere di cosa si tratta, chiarisciti con tuo padre e mi auguro che finisca qui, in questo garage!
Sonia non aveva la forza di parlare. La vedevo abbattuta e costernata, con le spalle reclinate e le mani incrociate e posate sul grembo.
Appena sentii la porta interna del garage che sbatteva mi volsi verso Sonia.
“Non hai niente da dirmi in proposito?
“Papà! Ti giuro che non so che cosa le sia preso a Sandra!
“Cazzo che faccia tosta! Sei una bugiarda e lo sai?
Il tono forte della voce la fece sussultare. Le sue mani si muovevano nervose.
“Papà! Se mi devi fare la solita ramanzina! Sbrigati! Sono stanca e ho voglia di andarmene in camera! Mentre ero girato a guardarla, le osservavo le gambe, il busto, il seno semi scoperto. Decisamente era un gran pezzo di figa.
Quel giorno avevo i sensi totalmente scombussolato dagli eventi. Quindi, in quel momento, i pensieri libidinosi riaffiorarono immediatamente alla coscienza. Il mio corpo iniziò nuovamente a fremere come un fuscello, ero eccitato ed il cazzo si era ingrossato iniziando a palpitare allo stesso ritmo dei battiti cardiaci. Avevo una gran voglia di scopare.
Tirai fuori dalla tasca l’ipod di Sandra e lo mostrai a Sonia.
“Lo riconosci questo!
“E’ l’ipod di Sandra! E allora?
Pigiai il tasto menu, e dopo aver individuato il file mpg lo selezionai. Appena la clessidra ebbe finito di carica il filmato.
“To! Guarda che performance! Una ottima prestazione non c’è che dire!
Sonia guardò le scene che si susseguivano sul piccolo schermo. Un silenzio tombale calò nell’auto. Il suo respiro divenne subito affannoso. Ad un tratto spense l’ipod e lo gettò sul sedile al suo fianco.
Mise una mano sulla maniglia.
“Questa è una vigliaccata!
Velocemente andai fuori dall’auto, bloccandola nel momenti in cui stava per uscire.
“Dove credi di andare? Io e te non abbiamo ancora finito!
Io ero in piedi di fronte alla portiera posteriore aperta. Le aveva precluso ogni possibilità di fuga. Sembrava un tigre in gabbia.
“Mi dici che cazzo vuoi da me! Ora sai tutto! E allora?
“Allora! Ho deciso che meriti una punizione! Non puoi farla franca dopo quello che hai combinato!
“Cosa devo aspettarmi? Dieci frustate? Digiuno per una settimana? Mi sospendi la paghetta? Papà sei ridicolo!
Il desiderio sessuale che provavo per lei, in quel momento, era di inaudita potenza e stava diventando incontrollabile. Avrei voluto saltargli addosso buttarla sul sedile e scoparla violentemente.
“Nulla di tutto questo!
Lei mi fissò perplessa, con atteggiamento di sfida attendeva di vedere le conseguenze delle mia parole.
Il suo atteggiamento spregiudicato mi infondeva un desiderio inaudito.
Bella e disinibita, un alchimia sempre apprezzata dall’uomo
“”Bene – pensai -- mi sfidi? Ora vedrai!””
La fissai intensamente negli occhi, improvvisamente mi sbottonai i pantaloni, e dopo avere aperta la zip, mi tirai fuori il cazzo duro come una pietra.
Appena lei lo vide gli occhi stralunarono, quasi a voler uscire dalle orbite. Assunse una espressione sconcertata. Non si aspettava quella azione scellerata.
“Visto che ti piace succhiare il cazzo! E lo fai molto bene! Ora, se permetti vorrei sperimentare di persona le tue grandiose capacità! SUCCHIA!
Alle parole feci seguire l’azione, le afferrai puntando la cappella, dura e rotonda come una biglia da bigliardo, contro le sue labbra. Spinsi e la cappella impattò contro la sua bacca chiusa, impregnandola di liquido seminale segreto dall’eccitazione.
“APRI STA CAZZO DI BOCCA E CIUCCIA!
Ero eccitato, e non riuscivo a più controllarmi. Desideravo che lei lo prendesse in bocca ed iniziasse a succhiarlo.
Dopo un momento di tensione, finalmente qualcosa si mosse. Infatti, le labbra si aprirono permettendo alla cappella di entrare in bocca.

Appena dentro, con entrambi le mani la tenni ferma dalla testa ed iniziai a chiavarla freneticamente in bocca. Ogni tanto mi fermavo per permetterle di sputare i conati di vomito e saliva.
Nonostante fossi io a muovermi dentro la sua bocca, percepivo comunque una parziale partecipazione al pompino.
“Senti! Mi piacerebbe se continuassi da sola!
Non esprimeva alcuna reazione mentre il cazzo bagnato, coperto completamene dalla sua saliva, era a pochi centimetri dal suo naso.
Lei si limitò a fissarlo, poi sospirando con affanno, lo afferrò con entrambe le mani, incominciando a far scivolare lievemente la pelle tesa sull’asta.
Sospirai dal sollievo perché con quel gesto dava segnali positivi.
Il tocco delle mani era delicato. Dopo alcuni colpi di sega, si fermò e riprese a succhiare il cazzo.
La sensazione di caldo della bocca mi fece venire la pelle d’oca, perché avvolgeva totalmente il nerbo e si muoveva lentamente, senza interrompersi, su tutta la lunghezza dell’asta.

“Ohhh cazzo! Sei bravissima!

Stimolato da quel piacevole pompino, iniziai ad accarezzarle le spalle, la schiena, poi afferrai la cima del vestito e lo spinsi giù fino al costato, esponendo le sue meravigliose tette.

“Dai fammi una sega con le tette!

Sembrava un automa telecomandato. Non riuscivo ancora a capire se fosse coinvolta o no. Però i suoi movimenti erano quelli di una che si ci stava, non c’era dubbio.
Afferrò il cazzo e lo ficcò in mezzo alle mammelle, poi lo serrò dentro facendo scivolare i meloni lungo l’asta. Sentire il colore delle sue tette attorno al cazzo era un sensazione straordinaria che mi infondeva una libidine estrema.
Era comunque uno spettacolo indescrivibile con le semplici parole.
In quella situazione, man mano che muoveva le tette, il glande spuntava da sopra e lei lo aspettava con la bocca aperta per accoglierlo tra le sue labbra.

“Stenditi sul sedile, ho voglio di leccarti la figa!
Eseguì l’ordine come un perfetto soldatino. Infatti si distese su un fianco alzando una gamba in aria, scoprendo lo scoscio, con le mutandine nere che si perdevano tra i glutei, in quel momento mi apparve come un miraggio.
Quella posizione era di una sensualità da fare venire i brividi alla schiena. Dio quanto era bella. Stentavo a credere che quel giovane bocconcino era disponibile ad immolarsi sulla tavole dei miei più perversi sentimenti.
Attratto da quello scenario divino, entrai subito nell’abitacolo, inginocchiandomi tra le sue meravigliose cosce spalancate. Poi le spostai di lato le mutandine esponendo una figa pelosa.
Il folto pelo nero le copriva il monte di venere e parte della labbra grosse.
Le piccole labbra spuntava appena. La cosa che più mi colpì fu il grosso buco che si intravedeva in mezzo. Segno che quella puttanella aveva fatto largo uso della figa e si vedeva.
“Cribbio! Hai una figa da paura! Non ti piace depilarti!
“No! Agli uomini piace così!
Finalmente aveva parlato.
“Credevo che avessi perso la favella!
Si mise a ridere. Poi
“Ti decidi a leccarmi la figa! O vuoi continuare a parlare!
L’invito andava soddisfatto, e alla svelta.
Così, cominciai a stimolarle il clitoride e a frizionare la parte interna delle labbra, poi, ficccando alcune dite, incalzai la carne viva con un movimento lento e costante!

“mmmmm papà continua mi piaceeeeeeeeee mmmm!

Alla fine affondai la bocca in mezzo a quel pelo nero e morbido, abbondantemente impregnato di umori.
L’odore forte della vulva vaginale inebriò le narici, facendomi sentire un brivido che percorse tutta la spina dorsale.
E’ difficile descrivere le sensazioni che provavo a vedere Sonia meravigliosamente adagiata sul sedile, con la figa pelosa esposta tra le gambe spalancate, che spiccavano in alto fino a toccare il soffitto dell’auto.

“Ora! Scopami!

Sbottonai i pantaloni per avere più libertà di movimento. Poi mi piegai sopra di lei e puntai la grossa cappella tra le piccole labbra. Non incontrai nessuna resistenza e in solo colpo affondai dentro quella fucina incandescente che si era infiammata dal desiderio.

“Siiiiiiiiiiiiiiii è bellissiiiiiimooooooo ho papà mi piaceeeeeeee!

Non era molto stretta, ma era comunque calda ed accogliente. In quella posizione era completamente rannicchiata sotto di me, con i polpacci delle gambe appoggiate alle spalle, mentre io continuavo a scoparla con veemenza. In pochi secondi vidi il cazzo impregnasi di una sostanza biancastra che cominciò a espandersi sul pelo pubico e sui coglioni.

Hooooooo godooooooooooo godoooooooo

Cazzo se godeva, in effetti, ogni affondo era devastante perché era favorito dal peso del mio corpo massiccio.
L’avevo ridotta a stare in un piccolo spazio angusto, sul sedile posteriore, mentre da sopra le stavo sconquassando la figa.
Le pareti vaginali si contorcevano dagli orgasmi che stava provando con una frequenza impressionante. Quell’estasi era accompagnata da un lamento di piacere che riempiva l’abitacolo dell’auto ed il garage.

Il tempo incalzava, dovevo concludere quella maratona di sesso. Così, mi appoggiai alla spalliera e cominciai ad aumentare il ritmo degli affondi. Ormai ero sulla direttiva di arrivo e nessuno poteva fermare quella macchina infernale del mio cazzo, che scivolava dentro la figa di Sonia con un frenesia che rasentava l’assurdo.

Ero eccitato come un cavallo da monta, e Sonia si era dimostrata la degna cavalla pronta a soddisfare il suo stallone.
Tutto quello che avevo immaginato su di lei si stava realizzandosi sotto i colpi micidiali del mio cazzo, che le stava martellando la figa.

Nonostante l’angusto spazio si muoveva come un diavolo, cercando di trarre da quel rapporto il massimo piacere possibile. Gridava e godeva con tutta l’anima.
Cribbio era un amante perfetta.

“Vieniiiiiiiiiii dentrooo prendo la pillolaaaaa mmm godooooooo!

L’ultimo colpo, poi tenendo il cazzo dentro quella fucina infernale, svuotai i coglioni fino all’ultima goccia di sborra.
Continuammo a muoverci fino all’estremo sacrificio. Poi esausti, con il cazzo che si stava afflosciando dentro di lei.

“Credo che la punizione sia stata adeguata! Severa, ma adeguata! Ahahahahah
“Sei un porco papà! Ahahahhahah

Le nozze di Sandra sono state meravigliose, e la giornata si è chiuse magnificamente non c’era dubbio.
La scoperta di avere in casa una troia del livello di Sonia per me ha significato la possibilità di conciliare in una perfetta simbiosi l’amore sacro e l’amore profano.
Come padre mi sentivo pienamente orgoglioso delle mie figliole.
Il futuro si prospettava roseo ed emozionante.


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Posted by antonioeffe80 1 year ago  |  Categories: Hardcore, Mature  |  Views: 1685  |  1

Un Hotel Con Servizio In Camera Particolare!

Finalmente posso rilassarmi. Passo delicamente il sapone liquido su tutto il mio corpo, soffermandomi qualche minuto in piú sul mio pisello. Lo insapono per bene, con il soffione della doccia lo bagno leggermente, quel tanto da rendere la schiuma piú voluminosa, quindi continuo a spalmarci sopra altro bagno schiuma ed a lavarlo. Poi, come se stessi masturbandomi, faccio scivolare lungo l'asta la mia mano su & giú per distribuire in modo uniforme il sapone liquido. Lentamente mi sdraio dentro la vasca, immergendomi leggermente in quell'acqua, calda al punto giusto. Le mie mani continuano ad insaponare il mio pisello, che data la forte attenzione che gli stavo riservando per quella doccia, inizia a gonfiarsi. "Chase? Devi farti una doccia o una sega?" Dico a me stesso. Mi rispondo che farmi il bagno in quell'Hotel, dopo una lunga giornata di lavoro fuori sede, era solo un pretesto per masturbarmi dopo una riunione di quasi sei ore consecutive, torturato tra l'altro da due colleghe in particolare, che non perdevano occasione per mostrare le loro tette o le loro gambe durante la presentazioni dei lavori. Fossi stato il Direttore dell'Azienda, avrei ostacolato un abbigliamento cosí provocatorio sul posto di lavoro. Specifichiamo, non voglio fare il moralista, anzi dipendesse da me le farei girare tutte nude in ufficio. Ma sarebbero una distrazione, magari parli di un progetto, poi lei si china per mostrarti dove applicherebbe le modifiche e booom... l'occhio inequivocabilmente ti cade nella sua scollatura alla ricerca delle tette e perdi la concentrazione! No.
Meglio un abbigliamento sobrio. Io come responsabile della mia sede lavorativa del centro Italia, avevo giá "sponsorizzato" che in ufficio pretendevo un abbigliamento elegante ma lontano dall'essere sexy. Comunque, morale della favola, con tutte quelle colleghe che giravano nella sala avanti e indietro, mostrando i loro disegni, spiegandone i punti di forza, mi sembrava di ass****re ad una sfilata di Playboy. Una accavalla le gambe mentre parla, l'altra si piega a novanta gradi per prendere la penna in fondo al tavolo mostrando le tette, quell'altra ancora mostra il culo tutto in tiro mentre scrive sulla lavagna... insomma, dopo sei ore di riunione avevo i testicoli gonfi ed il cazzo che stava per esplodermi. Cosí giocando fuori casa, non avendo amiche un pó puttanelle in quella cittá e considerando che non potevo fare nuove conoscenze vista la mia breve permanenza, non mi rimaneva che il piú classico dei modi per svuotarmi le palle: Masturbarmi!
Adesso il mio pisello non é piú gonfio, ma decisamente dritto. Vedo l'asta spuntare fuori dall'acqua come un periscopio di un sottomarino. Lo afferro con la mano destra facendo scivolare lungo il basso la pelle e scoprendo la mia grossa cappella gonfia. Quindi lo mollo, lo afferro di nuovo con la sinistra, chiudo la mano a "pugno" e faccio scivolare anch'essa verso il basso. Faccio questo gioco per qualche minuto, alternando la mano sinistra con la destra, lentamente, non ho fretta. Voglio sentire secondo dopo secondo lo sperma fermentare nelle mie palle, le voglio sentire al limite per poi lasciarmi esplodere come un vulcano da troppo tempo inattivo. Continuo a mettre sapone sul mio cazzo, lo lascio colare dalla punta della cappella, fino ai testicoli e con il dito medio lo spalmo tutto intorno al buco. Una sensazione di bruciore attraversa il mio corpo... ah,si..... mi piace. Allora continuo a massaggiare la parte bassa della mia cappella e sento il mio pisello che inizia a pulsare, non manca molto, sono pronto a venire. Ma voglio godermi questo momento di pre-sborrata ancora un pó! Mi fermo diversi secondi, giusto il tempo di far respirare il mio cazzo ed ammirarlo in tutta la sua erezione per qualche minuto. É gonfio, carico, pronto a schizzare e liberarsi di un carico ormai in eccesso. Continuo a guardarlo, mi piace vederlo dritto e imponente affiorare dall'acqua come il mostro di Loch Ness. Ora mi masturbo con il soffione, apro l'acqua alla massima pressione e dirigo i piccoli getti sotto la mia cappella... proprio lì, dove termina il mio grosso fungo ed inizia l'asta del mio pisello. Un immenso piacere attraversa il mio corpo, ci siamo quasi, piccoli "battiti" attraversano il mio uccello. Mi fermo, respiro, il mio cazzo pulsa, lo vedo "agitarsi", stó per sborrare... lo sento. Ancora qualche sega classica con le mani, su & giú due, tre, quattro volte. Poi decido di dargli il colpo di grazia di nuovo con il soffione della doccia. Nuovamente apro l'acqua , né troppo calda, né troppo fredda, ma la giusta temperatura per la masturbazione finale del mio cazzo dritto che non chiede altro che svuotarsi. Dirigo il getto d'acqua a pressione sul mio pisello, mi distendo ancora di piú lungo la vasca e lascio a quei piccoli fili d'acqua la stimolazione finale del mio uccello... anzi, forse é il caso di dire: "pesce". Muovo lungo tutta la mia asta il forte getto... sento lo sperma salire... poggio la testa lungo il bordo vasca... ah, ecco... sento la sborra farsi strada... ecco... si... vengo... una lunga spruzzata parte dalla punta del mio cazzo, poi una seconda... entrambe ricadono nella vasca mescolandosi con l'acqua... poi ancora un terzo schizzo, ed un quarto... una quinta spruzzata, che finisce sul pavimento del bagno, la spingo aiutandomi con il bacino, cosí come quella successiva..... mollo quindi il soffione ed afferro il mio cazzo con la mano per liberarmi dell'ultimo carico di sperma... la muovo su & giú cercando di favorire l'uscita ai restanti getti di sperma ancora nelle mie palle... ed é proprio durante le ultime schizzate, che accade l'impensabile. Mentre vedo l'ennesima spruzzata terminare la sua corsa sulle piastrelle in terra, noto anche una figura sul ciglio della porta del bagno immobile! Metto a fuoco: è l'addetto alle pulizie dell'albergo. Cazzo! Ma come é entrato? E poi da quando si puliscono le stanze nel pomeriggio. Immediatamente mi alzo e con il cazzo ancora in erezione che gronda le ultime gocce di sperma, esco dalla vasca.
- "Chi é Lei? E come è entrato? Non ha visto che la stanza era occupata?" Gli dico mentre mi infilo le ciabatte.
- "Mi..... Mi scusi Signore, io..... io pensavo che la stanza fosse libera... dovevo pulire, cosí... fuori il Led non indicava occupato, ho bussato... nessuno rispondeva, allora..." Mi risponde tutto rosso in viso e con mezze frasi, un ragazzo che non avrá avuto piú di vent'anni.
- "E quindi visto che nessuno Le rispondeva, si é sentito autorizzato ad entrare? Non ha pensato che stessi dormendo o magari facendo altro?" Continuo sulla difensiva ed usando un tono autoritario.
- "Le chiedo scusa di nuovo... io, io... le prometto che non accadrá piú e comunque non diró a nessuno di questo episodio... stia tranquillo" Mi dice cercando involontariamemte un'assicurazione con quelle sue parole.
- "Come? Non lo dirá a nessuno? Crede che me ne freghi qualcosa se lo racconta ad un suo collega o un amico? Io tra due giorni parto. Quello che qui è nei guai é Lei. Domani parleró con il suo Direttore. Non si preocupi, non la faró licenziare, ma faró in modo che si ricordi di questo episodio per un bel pó. Ed ora se ne vada" Gli rispondo accompagnandolo verso l'uscita della camera.
Mentre chiudo la porta butto un occhio sul comodino. Eccola lí quella maledettissima SIM Card. Mi avvicino per prenderla, mentre il mio pisello lentamente torna allo stato di riposo completamente unto di sperma. Non riuscivo a crederci, uno come me, uno attento ai dettagli, si era lasciato sfuggire questo: non aver inserito la SIM Card nell'apposita fessura dentro la stanza per palesare la presenza di qualcuno al suo interno e bloccarne l'accesso. Cosí mentre ripenso alla cazzata appena fatta, pulisco il pavimento intorno alla vasca tutto bagnato di sborra. Quindi decido di farmi una doccia, una vera doccia. Soprattutto adesso che il mio pisello é tutto appiccicoso come se lo avessi immerso in un barattolo di colla. La serata volge al suo termine e dopo una cena veloce in albergo, mi concedo un meritato riposo. Nell'attesa che il sonno prenda il sopravvento, riassumo mentalmente la giornata appena passata ed "organizzo" quella che arriverá. Non posso non pensare a quell'addetto alle pulizie delle camere, ed alla sua improvvisata. Mi chiedo se nonostante il mio "terrorismo" verbale, terrá quella storia per sé o se saró soggetto di storie tra amici tipo: "oh..... ma lo sapete che una volta ho sorpreso uno che si stava masturbando nella vasca?". Comunque chissenefrega, in quell'albergo non ci sare piú tornato ed in ogni caso avrei parlato con qualche responsabile inventandomi qualcosa del tipo "ero in bagno a pisciare quando..." o "ero sotto la doccia, il suo dipendente é entrato senza bussare ed rimasto ad osservarmi fino a quando non mi sono accorto della sua presenza". Sí, quest'ultima versione poteva reggere, se lui avesse detto che mi stavo segando, io avrei risposto che mi stavo semplicemente ed ovviamente lavando le parti intime. No, non lo faró! Ci ho ripensato. Sono incazzato, ma questo mi sembra troppo, magari lo licenziano davvero. Peró... peró facendo un playback mentale, effettivamemte il tipo é rimasto per diversi secondi ad osservarmi. Forse é stata la sorpresa, o forse era omosessuale e gli piaceva lo spettacolo. Magari ora si stará segando lui pensando al mio cazzo dritto ed a tutte quelle schizzate. Forse avrebbe gradito che lasciassi tutto sporco di sperma, per poi pulire lui il giorno dopo. Basta, ora mi stó facendo davvero troppe seghe mentali, cerco di dormire e basta. Domani mi aspetta una lunga giornata.
La riunione oggi dura meno del previsto, entro in auto mentre guardo l'orologio: non sono nemmeno le cinque del pomeriggio. Meglio. Cena presto e poi a letto. Ho intenzione di partire nella prima mattinata. Arrivato in Hotel, mi dirigo nella mia stanza e mi butto sotto la doccia, ma non prima di aver messo la SIM Card nel suo slot, evitiamo altre sorprese. Una volta fuori mi asciugo ed indosso qualcosa di piú comodo che non sia una giacca ed una cravatta. Scendo nella Hall principale e chiedo un tavolo singolo per la cena. Mentre scelgo dal menú cosa mangiare, noto una ragazza sulla trentina che chiede anche lei un tavolo singolo. Non male, penso. Cosí da lontano sembra proprio una bella topa. Non proprio alta, ma ben proporzionata. Quello che subito mi colpisce, prima ancora che si sieda, sono dei pantaloni elasticizzati che le modellano gambe e culo. Per un secondo mi tocco il pisello pensando che la sera prima ci voleva lei per svuotarmi le palle. Ordino i miei piatti e qualcosa da bere, mentre ogni tanto la spio a sua insaputa. Lei invece sembra non filarsi nessuno. Passa poco piú di un'ora e decido che é il momento di andare a dormire, ma prima voglio prendermi qualcosa al piano bar, magari un digestivo. Concentrato sugli alcolici dell'albergo, non noto subito che anche la tipa della cena ha deciso di bere qualcosa. Penso che forse dovrei fare qualcosa, dire qualcosa per agganciarla. Ma si, tanto cosa ho da perdere?
- "Le consiglio un Amer Picon, anché se é considerato un aperitivo, io lo prendo ogni tanto dopo cena. É piú leggero rispetto ad un classico liquore!" Gli dico attirando la sua attenzione.
- "Come ha detto?" Mi risponde lei.
- "Ho visto che anche lei stava scegliendo un digestivo, o comunque qualcosa da bere, l'ho vista indecisa cosí volevo suggerirle questo aperitivo Francese... ma che maleducato, non mi sono presentato: il mio nome é Chase" Le dico allungando la mano per stringere la sua.
- "Piacere Chase, io sono Lorena" Mi risponde con un sorriso lei.
Le nostre chiacchiere spaziano un pó ovunque, dalle banalità sul tempo, al perchè ci trovassimo in quell'albergo, passando alle descrizioni delle bellezze del luogo che avevamo visitato in questi giorni, fino ad arrivare poi, anche se in modo leggero, alle nostre vite private. Il tempo passa velocemente, ma nessuno di noi due se ne rende conto, chi rompe il nostro "flirtare" é il piano bar, che chiudendo il servizio ci lascia intendere che è notte fonda. Lorena gira il polso per guardare l'ora, si alza lentamente dalla sedia e mi saluta ringraziandomi anche per la lunga conversazione.
- "Perchè non continuiamo la nostra serata fuori? Non é poi così tardi" Le dico prendendo tempo.
- "Ti ringrazio Chase, ma domani sarà una lunga giornata anche per me, facciamo un'altra volta" Mi risponde lei.
- "Allora lasciami il tuo numero! Cosí ti chiamo uno di questi giorni e magari andiamo a cena fuori, così cotinuiamo la nostra chiacchierata" Insisto tentando il tutto per tutto.
- "Sei molto carino, ma non credo sia il caso. Io vivo in Piemonte e tu nel Lazio. Che possibilità avremmo di incontrarci?" Continua Lorena allontanadosi da me.
- "Potremmo comunque sentirci On Line e poi... e poi si vedrá" Gli dico in un ultimo disperato tentativo per non perderla.
- "Magari un'altra volta. Anch'io viaggio spesso per lavoro. Chissà... magari ci incontriamo di nuovo qui" Conclude lei dandomi un piccolo bacio sulla guancia e prendendo poi la direzione dell'ascensore.
"Cazzo Chase! Stai perdendo colpi, te la sei lasciata scappare" penso mentre anche io mi dirigo nella mia camera. Pensavo di aver "concluso" in bellezza la serata, ed invece.....
Finalmente sono nella mia stanza, preparo la valigia per la partenza del giorno dopo ed inizio a spogliarmi per mettermi sotto le coperte dopo un'intensa giornata lavorativa. Non appena mi tolgo la cinta, qualcuno suona alla porta. Chi puó essere a quest'ora?
- "Chi è?" Chiedo da dietro la porta.
- "Sono io" Risponde una voce dall'altro lato.
Ma..... Ma è Lorena, balbetto mentalmente. Apro la porta ed è proprio lei! Noto che in una mano stringe un contenitore per il ghiaccio con all'interno una bottiglia di vino rinomato e nell'altra due bicchieri di vetro stile grandi occasioni. Prima che io pronunci una sola sillaba, sorridendo mi dice:
- "Sorpresaaaa..."
- "Gra..... Grazie! Ma..... Ma non dovevi alzarti presto?" Gli dico sorpreso piú per la sua presenza che per la bottiglia.
- "Se vuoi me ne vado!" Mi risponde tra il serio e lo scherzoso.
- "No, No... rimani! É che non me l'aspettavo. Ma come facevi a sapere il numero della mia stanza?" Gli dico invitandola ad entrare.
- "Uffaaa... quante domande! Ma chi sei? Uno dell'F.B.I.? Ho fatto gli occhi dolci al tipo dell'accettazione e mi ha dato il numero. Cosí và bene?" Continua lei.
E cosí in questo albergo basta fare un pó la zoccoletta e chiunque puó ricevere informazioni personali. Evviva la privacy. Domani dovró fare una lunga chiacchierata con il Direttore, sia per l'episodio di ieri con l'addetto alle pulizie, sia per questa storia che chiunque puó avere dati sensibili su chi pernotta in questo Hotel. Ma adesso devo concentrarmi su Lorena. La osservo meglio ora che è piú vicina, ora che è nella mia camera, insieme a me. I pantaloni elasticizzati sembrano di una taglia in meno, aderenti come una muta da sub, ma decisamente piú eccitanti. Il suo culo è abbastanza piccolo, ma gonfio al punto giusto. Intanto lei si avvicina a quello che dovrebbe essere il "piano bar" della mia stanza, che in realtá é invece una scrivania con un piccolo frigo e mentre versa il vino nei calici, inserisco la SIM nello slot vicino alla porta per bloccare l'accesso da fuori ad eventuali guastafeste. Mi dirigo quindi verso di lei che, con i bicchieri in mano, fá altrettanto. Adesso ho anche modo di squadrarla da vicino frontalmente. Non riesco a capire la taglia del suo seno, una maglia larga stile hippie me lo impedisce. Quello che invece Lorena non tenta di nascondere (con dei pantaloni cosí, sarebbe impossibile) è la sua fica. Il tessuto elastico avvolge completamente la sua zona intima, le grandi labbra si distinguono chiaramente e la visione di quello spacco in mezzo alle sue gambe, inizia a provocarmi un'erezione.
- "A noi!" Mi dice porgendomi un calice.
- "A noi" Rispondo io.
Lentamente assaporiamo quel vino fresco, che ci concede qualche secondo di assoluto silenzio, interrotto solamente dall'intensitá dei nostri sguardi che si incrociano mentre i calici si svuotano. Allora decido di prendere io il controllo della situazione. Dolcemente tolgo dalle sue mani il bicchiere ormai vuoto e lo poggio sul tavolo vicino alla bottiglia. Intanto non perdo di vista il suo viso sorridendole, ma senza dire una parola. Quindi sfioro il tasto della luce provvisto di dimmer e lentamente la stanza diventa meno luminosa, perfetta per quello che la serata sembrava promettere. Ora sono vicino a lei, la guardo... ci guardiamo, alzo la mano destra e gli tocco i capelli. Avvicino la mia testa alla sua, mentre con la mano prendo morbidamente il suo collo da dietro ed avvicino il suo viso al mio. Adesso le nostre bocche si incontrano, un timido bacio sulle labbra apre le danze. Pochissimi secondi e finalmente le nostre lingue si incontrano, si cercano una con l'altra. Poi Lorena si stacca da me e si toglie la sua maglia stile "figlia dei fiori". Io faccio altrettanto mentre la osservo seminuda dalla vita in su. La vista del suo seno parzialmente coperto mi eccita. Il gioco vedo non vedo anche in questi momenti è sempre stimolante, ed infatti sento nei boxer gonfiarsi il mio pisello. Allora mi avvicino a lei e mentre con la bocca cerco nuovamente la sua lingua, gli slaccio il reggiseno. Continuo a baciarla mentre le mie mani palpeggiano le sue tette. Le sento turgide nonostante non riempiano la mia mano, forse sarà una seconda piena, penso. Peró mi piacciono, sono toste come quelle di una ventenne. Cosí mentre gioco con quei meloncini, lei mi slaccia i pantaloni che cadono in terra per il loro peso. Ora é lei che reclama la sua parte tastando tra le mie gambe il mio pacco ormai gonfio. Sento la sua mano stringerlo attraverso i boxer, mentre le mie inziano a stuzzicare i suoi capezzoli ormai duri. Quindi porto le mie mani sui fianchi di Lorena e le faccio scivolare lentamente nei pantaloni elasticizzati. Cerco con le dita di insinuarmi anche dentro le sue mutandine, ed una volta afferrate pure quelle, lentamente e delicatamente faccio scivolare verso il basso quello che rimane del suo abbigliamento. La vista della sua fica spinge ancora di più la mia cappella sui boxer. Rimango qualche secondo con le ginocchia piegate e mentre le mie mani afferrano le sue cosce, la mia testa si fà strada tra le sue gambe. La sua fica profuma di fresco e mentre il mio naso gioca con le sue grandi labbra, un piccolo gemito già esce dalla sua bocca. Cosí mentre lei si gode un probabile principio di orgasmo, ne approfitto per sbarazzarmi dei calzini prima e dei jeans dopo. Ho imparato con l'esperienza che invertendo i fattori, prima i pantaloni e poi i calzini, si hanno pessimi risultati con le donne. Sono quasi nudo, a parte un pezzo di stoffa che imprigiona il mio uccello. Anche Lorena è ormai completamente nuda, la vedo togliersi le scarpe senza nemmeno slacciarle usando i piedi stessi, quindi come un felino "esce" dalle sue mutandine che ormai sono un tutt'uno con i leggins e finalmente si concede alla mia vista nella sua totale nuditá. Penso che sia ora di liberare la bestia, che con prepotenza pretende di essere liberata. Provo ad avvicinare le mie mani ai boxer, ma un gesto di Lorena me lo impedisce. Capisco che vuole scartare di persona il suo pacco. Sento le sue calde mani sui miei fianchi, poi sul mio sedere che lo stringe con forza aumentando di più il mio piacere. Infine toglie l'ultimo lembo di stoffa che divide il mio cazzo dalla sua fica. Non appena mi sfila i boxer, il mio pisello spunta fuori nella sua totale erezione come una molla! Lorena rimane in ginocchio per poi afferrare con una mano il mio cazzo pulsante. Penso voglia masturbarmi, invece si limita a tirare indietro la pelle per scoprire la mia cappella, che gonfia come un pallone, offre resistenza a quel movimento. Quel leggero movimento mi offre un principio di sborrata, sento il mio pisello pulsare e le palle esplodermi. Poi avvicina la sua bocca vicino il buco della cappella ed inizia a leccarlo. Quindi passa alla parte sotto, la punta della sua lingua stuzzica l'attaccatura della pelle al mio grosso fungo. Ora sono io che emetto un gemito, mentre sento la sborra salire lungo l'asta. Lei si ferma per qualche secondo mentre vede il mio pisello pulsare senza peró sborrare. Quindi continua il suo lavoro con la lingua, questa volta la sento leccare tutta l'asta. Percepisco la punta della sua lingua partire dalle mie palle, fino a salire su su verso la fine del mio cazzo. Sento che stó per venire, cosí afferro le sue mani che nel frattempo si sono posate sui miei fianchi e mi preparo a svuotarmi sul suo bel visetto. Ma Lorena smette quella frazione di secondo prima del culmine del piacere, cosí all'ultima risalita della sua lingua lungo la mia asta, quello che mi concedo per quel lavoro di bocca a metá, é solo una lunga sborrata stile piscio. La chiamo cosí quella interminabile spruzzata che dura almeno tre secondi come se stessi pisciando. Quella schizzata liberatoria che vorresti trattenerti per un posto piú caldo ed accogliente, ma che comunque il tuo corpo espelle per un eccessivo carico di sperma. Quella sborrata che comunque ti mantiene l'erezione ed alla quale non ne seguono altre nell'immediato. Lorena si mette comunque in piedi un istante prima che io venga, evitando che le sporchi il viso e lasciando che il mio liquido seminale finisca sul pavimento (tra l'altro la seconda volta in due giorni... quella stanza avrá un bel ricordo di me).
Con il cazzo dritto in mezzo alle sue gambe, le mie mani che stringono il suo culo e la mia lingua che cerca ancora il sapore della sua bocca, la spingo verso il letto. Una spinta affettuosa la costringe a sedersi, poi le mie mani si posano sulle sue ginocchia e la costringono a divaricare le gambe. Voglio ancora respirare la sua fica, cosí avvicino di nuovo il mio viso alle sue grandi labbra questa volta bagnate da morire, completamente zuppe! Gliela lecco ovunque e dovunque, dentro e fuori, la mia lingua umida si confonde con i suoi umori mentre la sento ansimare. Alzo lo sguardo e vedo il suo viso rivolto al soffitto per quell'attimo di piacere. Il mio pisello in ereziome e pulsante mi suggerisce che è arrivato il momento di svuotarmi dentro di lei. Mi metto in piedi e cammino verso il trolley vicino all'armadio, frugo nella tasca laterale in cerca di un preservativo. Poi torno da Lorena mentre apro la confezione. Sono a pochi centimetri da lei mentre cerco di mettere la tuta al mio ormai esausto cazzo. Un suo gesto mi fá capire che vuole mettermelo di persona. Cosí si allunga verso di me e mentre con una mano afferra il mio cazzo tirandolo a sè, con l'altra mi ruba il preservativo. Toglia l'aria dalla punta dello stesso e dolcemente lo infila lungo tutta l'asta. Poi si sposta leggermente verso il centro del letto e divaricando le cosce mi invita ad accomodarmi. Non me lo faccio ripetere due volte. Ora sono con il mio cazzo difronte alla sua fica, la striscia di pelo tipo mohicano che si è lasciata poco sopra lo spacco, mi lasciano una perfetta visione delle sue grandi labbra completamemte fradice. Mi avvicino lentamente al suo posto piú intimo, tocco il suo buchetto e lentamente scivolo dentro, centimetro dopo centimetro. Inizio a muovermi al suo interno, movimenti regolari su & giu rimbombano nella stanza ogni volta che le mie gonfie palle sbattono su una parte del suo culo. Percepisco la sua fica pulsare, mentre un mix di dolore e godimento mi attraversa ogni volta che le mie palle "rimbalzano" in mezzo alle sue gambe. Poi il carico di sborra inizia ad incanalarsi lungo la mia asta, sento lo sperma salire velocemente per tutta la lunghezza del mio cazzo... ci sono..... sto pervenire... sborro una prima volta, poi una seconda, una terza, una quarta..... avverto il calore dello sperma soffocato dal preservativo avvolgere la mia cappella... continuo ancora a spruzzare... a spingere... voglio sentirmi completamemte vuoto... sborro ancora un paio di volte, fino a quando mi rendo conto che il mio pisello é arrivato... esausto... cosí mi sfilo da Lorena mettendomi al suo fianco con il cazzo ancora dritto e pulsante. Lei sembra non averne abbastanza, allora si mette a cavallo su di me con la sua fica zuppa, afferra il preservativo con le mani e sfilandomelo lo butta da qualche parte nella stanza. Poi con una mano afferra il mio cazzo unto di sperma ed inizia a masturbarmi cercando di farmi godere ancora una volta. Ma a parte un paio di goccioline di liquido seminale uscite piú per forza di inerzia che per quella tentata sega, quello che resta è sola un estremo tentativo di tortura post scopata. Cosí anche lei si distende sul letto, mentre il mio pisello si concede un meritato riposo afflosciandosi lentamente.
Poco dopo ci concediamo una doccia tranquilla e mentre io indosso la mia camicia da notte, lei si riveste per tornare nella sua stanza.
- "Dormi qui Lorena? Tanto anche io domani mi alzo presto" Le dico.
- "Ti ringrazio Chase, ma pure io devo fare la valigia. Ci vediamo domani mattina per la colazione" Mi risponde baciandomi velocemente sulla bocca e prendendo la direzione della porta.
La mattina dopo alle 7:00 sono giá nella sala ristoro. Ordino un latte macchiato e mentre aspetto, mi guardo intorno alla ricerca di Lorena. Ma di lei nemmeno l'ombra. Forse é in ritardo. Aspetto. Ma quando guardo di nuovo l'ora, mi rendo conto che è passato un bel pó di tempo dal momento in cui mi sono seduto e che di lí a poco, ci sarebbe stato il mio volo per tornare a casa. Cosí prendo il mio trolley e mi dirigo all'accettazione per consegnare la tessera magnetica della stanza.
- "Buongiorno, lascio l'albergo e questa è la mia SIM. Stavo cercando la signorina Lorena, puó chiamarla nella sua stanza e dirle che l'attendo qui?" Dico all'impiegato.
- "Non abbiamo nessuna Lorena in questo Hotel, è sicuro che si chiami così?" Mi risponde l'addetto mentre controlla la lista dei clienti.
- "Certo che ne sono sicuro! Ieri abbiamo anche preso da bere al vostro Bar. Guardi meglio" Continuo io.
- "Mi dispiace Signore, ma ho giá controllato due volte, qui non abbiamo nessuna con questo nome. É sicuro che la sua amica alloggi da noi e non abbia magari usufruito solo del nostro servizio ristoro aperto a tutti?" Mi risponde ancora l'incaricato della reception.
No che non ne sono sicuro, penso. Cazzo, e adesso? Non ho niente in mano per rintracciarla. E poi perchè avrebbe dovuto mentire sulla sua identitá. Mentre nella mia testa si formulano duemila domande, esco da quell'albergo e cerco un taxi. Poi alle mie spalle improvvisamente una voce si offre per aiutarmi:
- "Stá arivando un auto per lei. L'ho vista fare colazione con il trolley a seguito e mi sono permesso di chiamargliene uno"
Mi giro e quello che mi si palesa di fronte, è il tipo che due giorni prima mi ha sorpreso a masturbarmi nella vasca.
- "Lei? La ringrazio, ma faccio da solo. E non creda che mi sia scordato di lei, ma adesso ho troppa fretta per sporgere un reclamo, lo faró da casa con una E-Mail" Gli dico fingendo il mio disappunto.
- "Faccia quello che ritiene opportuno" Mi risponde serafico. Intanto arriva il taxi. L'autista carica il mio unico bagaglio e poi torna al posto di guida.
- "Porti il Signore all'aeroporto ed addebiti la corsa sul nostro conto" Gli dice il dipendente dell'Hotel attraverso il finestrino. Poi mi apre la portiera e poco prima che l'auto riparta, si rivolge nuovamente a me:
- "Spero che la serata di ieri sera sia stata piacevole e che il vino sia stato di suo gradimento" Mi dice mentre con il palmo della mano batte sul tettuccio dell'auto per indicare all'autista che puó partire. Il tempo di realizzare quanto mi è stato appena detto e siamo già lontani dall'albergo.
Come faceva a sapere della mia serata? Allora è lui che ha dato il numero della mia stanza a Lorena! Ed a questo punto, chi è realmente Lorena? Una sua amica? Una puttana? Una cameriera dell'albergo che arrotonda lo stipendio con servizi extra in camera? Una sfilza di domande si susseguono nella mia testa, miliardi di supposizioni prendono forma, tutti possibili scenari che non avranno conferme. Forse Lorena era il suo "modo" per scusarsi, chiunque fosse, lei era la sua redenzione. Forse era stata pagata. Forse quell'impiegato aveva forzato il nostro incontro, o forse piú semplicemente Lorena era una ragazza qualunque che voleva davvero fare sesso ed incrociando il cammino di quel cameriere, gli ha chiesto davvero con "gli occhi dolci" il numero della mia stanza... forse! E forse quando (e se) torneró in quell'Hotel, avró la mia risposta!
Insomma, tanti "forse" ma nessuna certezza, anzi una: il servizio in camera di quell'Albergo é stato davvero impeccabile, eccellente, indimenticabile!
Su questo non c'erano dubbi!


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Posted by Chase90 1 month ago  |  Categories: Masturbation, Taboo, Voyeur  |  Views: 2251  |  
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Piccoli problemi di vicinato...

Vi propongo il racconto della mia cara zia:
"Nnon aveva mai avuto grossi problemi di vicinato, ma da qualche settimana la quiete delle mie giornata e serata era disturbato da una giovane ed insolente coppia che si era trasferita al piano inferiore.
Con educazione avevo fatto notare alla ragazza che il loro comportamento era fuori dalle consuete norme e avevo fatto presente che se la cosa fosse proseguita sarei ricorsa ad dei rimedi; la ragazza mi rispose che potevo fare quello che volevo e che una “vecchia frustrata” non le faceva di certo paura! Incassai senza aggiungere altro meditando la mia vendetta....
Raramente avevo il piacere di incrociare il suo ragazzo, un bel tipetto di massimo trentanni, sempre sorridente ma pur sempre complice del disturbo; la mia vendetta sarebbe caduta su di lui.
Cominciai a studiarne gli orari e trovai il momento adatto: le sere del lunedì era sempre solo mentre la ragazza, Giulia, andava da amiche a vedersi la consueta puntata del grande fratello.
Sabato ho indossato le mie preferite, le decollette di vernice nera che si sposano troppo bene con le autoreggenti: la linea semplice e classica delle scarpe il cui unico acuto è un tacco a spillo lucente di ben 12cm con velo di platò per esser più comode; non contenta le ho rimesse ieri per una lunga passeggiata nel centro con amiche ben contenta di scarpinare parecchio mentre il sudore penetrava nel nylon e nella pelle dell'interno.
Eccoci finalmente a questa sera: ho infilato con grande soddisfazione le calze che da sole hanno riempito in un attimo la camera del mio odore e aprendo la s**tola delle mie bambine ho, a stento, trattenuto una risata mente infilavo il piede e sprigionavo la mia essenza. A completare l'opera una gonna nera con un generoso spacco e una camicia con pochi bottoni chiusi.
Mi siedo sul divano accendo una sigaretta e compongo il loro numero, sento squillare lì apparecchio attraverso il pavimento, passano una mezza dozzina di squilli e finalmente si decide a rispondere:
-pronto?-
-salve, sono la signora del l'ultimo piano, dovresti salire un secondo a prendere una lettera da parte dell'amministratore indirizzata a te.- chiudo la telefonata senza lasciargli il tempo di replicare, neanche tre minuti dopo sento chiudere una porta e salire le scale.
Knoc Knoc
-arrivo - alzandomi dal divano godendomi la sensazione di umidiccio dentro le mie scarpe ormai intrise del mio veleno.
Apro la porta con un sorriso: -hai fatto presto, prego entra e siediti-
-vediamo di far in fretta che non ho voglia di perder tempo-
-certo non ti preoccupare questioni di un minuto.
Riprendo il mio posto e la sigaretta e lui nella poltrona proprio alla mia sinistra; mi ero prepatata un foglio bianco piegato sulla poltrona; sedendomi avevo cominciato a guardarlo offrendogli la visione del mio seno ed accavallatura una volta seduta, un istante prima di cominciare a parlare libero il tallone e faccio dondolare la scarpa ****ndo il suo sguardo che finisce inevitabilmente sulla scarpa.
-potrai ben capire il contenuto della lettera, sono corsa ai ripari non ne potevo più-
-si si, immagino, dammi quella lettera e ne riparliamo tendendomi la mano-
(quanta fretta, lasciati cucinare per bene,penso)
la scarpa dondola più veloce e una punta dell'odore del mio veleno arriva al mio naso...(senti il mio veleno piccolino, scoprire che il sudore dei miei piedi controlla gli uomini mi ha cambiato la vita)
-allora la lettera è qui....tieni - tendo la mano con il foglio e lo lascio cadere appositamente prima che posso prenderlo proprio sotto il tavolino vicino all'altra scarpa; si china a raccoglierlo e mentre mi tendo per spegnere la sigaretta sposto la punta sopra il foglio e faccio cadere la scarpa dondolante.
Si inginocchia per raccoglierlo e non può non sentire il mio odore e lo vedo dalle sue narici che si stringono e i suoi movimenti si rallentano mentre cercar di levare il foglio
-puoi spostare il piede...-
-certo basta chiedere- rispondo divertita e gli pianto il piede lasciato libero dalla scarpa sul viso, fasciato dal nylon nero intriso del mio sudore-
-ma che.....che fai- esclama
-ti avveleno stupido!!
lo senti il mio odore vero? Ora lo hai sul viso sotto il tuo naso-
sposta il viso, lo seguo con il piede mentre imprigiono il suo polso tra il tacco e la suola della mano a terra.
-avanti non fare il difficile e il piede accarezza ancora il suo viso così sudati non hai speranze, non cercar di res****re, lo so che lo senti, lo senti addosso sotto il tuo naso, le ho messe tutto il weekend solo per te avvicinando le dita al naso sforzandomi di allargarle mentre non riesce nemmeno a muoversi e liberando tutta la mia essenza e cede chiudendo gli occhi ispirando forte.
Una faccia disgustata dall'odore acre e dal fatto di non poter res****re.
-Adesso apri la bocca e succhia le mie dita! Assapora il gusto del mio potere! Fammi vedere che non hai più forza! Mostrami la tua volontà annullata!
Apre la bocca senza discutere e comincia a succhiar le dita, l'estremità del mio piede deglutendo il mio sapore
bravo piccolo, proprio bravo! Mentre raccolgo la scarpa ed allargo le gambe facendo salire la gonna; adesso smettila ed appoggia la faccia qui indicando il mio sesso. Si siede accovacciato tra le mie gambe appoggiando la faccia ed ispirando il profumo che emana il mio sesso eccitato dall'ennesima dominazione; prendo il telefono e seleziono la modalità video
-adesso piccolino ti faccio un bel video mentre ti masturbi per me...così poi ti ricatto e se farete ancora casino lì sotto lo farò avere alla tua ragazza...che dici?
Mmhgnn noo...nooo..t...ti..pre...ggg...prego- mugugna chiuso nel mio sesso.
E invece si vermiciattolo...adesso girati- tenendolo seduto tra le mie gambe sfilo la calza appoggio la scarpa come una mascherina ala suo volto e la fisso con la calza girandola attorno alla sua testa e fasciando il viso. Mentre avvio la registrazione.
Su, fa il bravo e masturbati per Padrona Masha- premo sul suo sesso con il piede.
Libera il suo sesso già turgido dai jeans e dai boxer cominciando a masturbarsi, mentre la scarpa fissata al suo viso non gli permette di respistar altro che il mio odore, senza poter res****re la lingua liscia l'interno raccogliendo in bocca sudore e sapore
-son giorni che le porto per te, solo per te...puzzano troppo? Scoppiando a ridere.
Continuo a registrare il suo movimento su è giù, ritmico intenso, lo sento ansimare e respirar veloce, cosa che non fa altro che aumentare la dose di veleno. Vedo che geme e si contorge mentre la mano si stringe forte al suo sesso rendendolo quasi violaceo; lo vedo vicino all'orgasmo e sposto la mano con il piede.
-ora rivestiti- gli ordino! si chiude i jeans e comincio a strusciar il piede ancora velato sul suo cazzo stretto rinchiuso; vdo più veloce e premo facendolo gemere soffocato dalla scarpa, trema si contorge e lo sento urlare
-bravo piccolo, vieni per la tua padrona- gli sussurro mentre mi blocco ed alzo il piede, sobbalza e una macchia d'umido si forma sui jeans rendendoli più scuri
-ahahhhhahahah bravo il mio bimbo - e chiudo il video.
Tolgo la calza e la scarpa, mi passo l'indice tra le dita del piede nudo raccogliendo il mio miele lo passo sul tacco e lo faccio leccare; ora vattene e sappi che sei mio.
Senza nemmeno aver il coraggio di guardami lascia la casa.
Staremo a vedere se farà il bravo, continuerò a tenerlo al mio volere."... Continue»
Posted by prova71 2 years ago  |  Categories: Mature  |  Views: 3226  |  
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