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Quando le mamme hanno bisogno di cazzo

... asciutto mi stava aiutando.
Ormai il cazzo mi pulsava ed ero così eccitato che le accarezzai decisamente l'interno coscia e avvicinandomi ... che non si ricordava più di una scopata simile da quando
era giovane.Di lì in poi di tanto in tanto, marito e Kl ... ... Continue»
Posted by Camionista_Actros 2 years ago  |  Categories: Taboo  |  
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Anche le mamme hanno il diritto di venire



Tutto iniziò quando sorpresi accidentalmente mia madre seminuda nel bagno. Nell’imbarazzo che ne seguì da parte di entrambi, nel tentativo mio di scusarmi per il fatto increscioso (che però mi aveva eccitato e mi aveva reso anche un po’ intraprendente) avvenne che mi ritrovai a dire: “Mamma... mi dispiace per quanto è avvenuto, ma ti devo confessare che sei una bellissima donna, scusa se te lo dico, so che sei mia madre e non dovrei, ma...nel vederti sono andato un po’ su di giri, sai...voi donne avete...”. “Smettila stupido, non mi piace parlare di queste cose, soprattutto con mio figlio. Quello che è stato è stato, ormai... pazienza. Tu hai diciassette anni, hai le tue ragazze. Io e tuo padre ci vogliamo bene, il nostro è un amore misurato, rispettoso, soprattutto spirituale”. “Dai mamma”, insistetti io “non mi verrai a dire adesso che i bambini li porta la cicogna”. “No, io e tuo padre ci siamo amati, perché eravamo e siamo ancora innamorati, ma sempre con molto rispetto l’uno dell’altra; sai benissimo quanto tuo padre sia devoto e ligio ai suoi doveri di cristiano praticante e di coniuge”. “Ma non è che con tutti quei suoi principi sulla continenza e sul rispetto, ti abbia un po’ trascurata? Voglio dire... come donna”. “Assolutamente no!”. “Va bene, mamma, scusami, ma sai che sei davvero un bel bocconcino? Se non fossi tuo figlio ti farei la corte. Chissà quanti uomini vorrebbero averti o anche solo vederti nuda”. “Ho capito, sono una bella... ‘figa’, come dite voi, o come dicono quegli uomini che vorrebbero vedermi nuda e chissà cos’altro...”. “Suvvia mamma, non far finta di non sapere queste cose; tutte le donne sono un po’ vanitose e non vedo perché tu dovresti fare eccezione. Sono sicuro che quando ti dico che se una bellissima donna e che quando ti vedo mi eccito e che molti uomini farebbe pazzie per te, sono sicuro che un po’ la cosa t’intriga, magari ti sei anche bagnata; sono sicuro che tanti tuoi amici si fanno delle segh... ehm... si masturbano in bagno, quando la loro moglie non li vede, pensando a te, oppure fanno l’amore Adv
con la loro consorte immaginando, al momento dell’orgasmo, di venire nel tuo ventre”. “Alberto! non ti ho mai sentito parlare così. Penso che tu frequenti delle brutte compagnie”.
Avevo notato la sua voce farsi un po’ più stridula, vagamente insicura, affettata, come se recitasse. Nonostante l’avessi sorpresa, con suo grande imbarazzo, seminuda (che spettacolo meraviglioso!), alla fine si era messa addosso solo una sottoveste un po’ trasparente ed ora circolava per la casa e vicino a me praticamente come se fosse in mutande e reggiseno. Avrei certo voluto vedere di più, ma anche quello spettacolo mi eccitava non poco. “Su mamma, non fare la puritana, siamo tutti maggiorenni e vaccinati. Volevo solo dire che tu meriti di più, sei ancora giovane e, lasciatelo dire da uno che se ne intende, sei ancora una donna molto sensuale”. Mia madre ebbe come un gemito e un lampo di rabbia negli occhi. Arrossì leggermente. Avevo colto nel segno: l’amor proprio e la mascherata vanità avevano aperto una breccia nel suo, nel suo che cosa?... già una breccia, un taglio, un taglio peloso...e un buco. Ecco a cosa volevo arrivare, da quando avevo visto mia madre seminuda, con i seni scoperti e le mutande calate sotto il sedere nudo, mi ero invaghito di lei. Naturalmente l’avevo già vista altre volte, anche completamente nuda, ma molti anni prima, come accade un po’ a tutti i bambini e agli adolescenti che spiano la loro madre mentre fa il bagno senza un francobollo addosso. Ultimamente, però, avevo sognato spesso di fare l’amore con lei, e non mi ero neppure vergognato di questo. Anche il fatto di averla sorpresa seminuda non era stato casuale: ero entrato di proposito nei servizi, fingendo di non sapere che lei si trovasse lì. Ma perché non si era rivestita subito, e perché aveva lasciato la porta del bagno aperta? “Dici che te ne intendi, ma di che cosa? Che ne sai tu delle donne?”, mi canzonò lei, dopo un po’, forse per sedare un’invisibile tempesta emotiva (o ormonale). “Effettivamente” aggiunse, con una certa esitazione “una cosa la devo rimproverare a tuo padre. A te lo posso dire perché ormai sei già grande e poi hai dimostrato di essere precoce e anticonformista”. “Tuo padre...sì... voglio dire... tuo padre...”
“Mio padre...sì...coraggio, dai, sputa il rospo”.
“Si, diciamo che tuo padre non mi ha mai amata in modo completo” (ormai era lanciata) “...non mi ha mai permesso una cosa, che quasi tutte le mie amiche fanno”.
“Cioè?”, incalzai io. “Cioè...sì insomma, è inutile ormai stare qui a tergiversare, ormai il ghiaccio è rotto, tuo padre non mi ha mai permesso di massaggiargli il membro fino a farlo sborr... voglio dire fino a portarlo all’emissione dello sperma... quello sperma benedetto, così colloso, vischioso, odoroso, che mi dicono salato, e caldo, che a volte prendo con le mani per impastarmelo sui seni, sul ventre e sulla fica che ancora pulsa per il piacere...oh Dio, cosa mi stai facendo dire...”. “In poche parole non vuole che tu gli faccia un bel pompino”. “Come lo dici in modo volgare... però, devo ammettere che la sostanza è quella”. Come magicamente attratto, mi avvicinai a mia madre, così trasudante di femminilità, le cinsi i fianchi e tentai di baciarla, le cercai il collo, la gola, mentre con una mano osavo accarezzarla fra le gambe. “Alberto, che fai?”, si schernì lei, fingendosi scandalizzata. “Mamma...io ti voglio bene”, le sussurrai, come si sussurrano proposte poetiche con intenzioni indecenti alla propria amante, (ma qui la situazione era particolarmente intrigante ed eccitante per il fantasma dell’i****to) “io amo il tuo corpo e la tua anima...”. “Non possiamo, Alberto, ti rendi conto che siamo madre e figlio, io ti ho messo al mondo, io ti ho cresciuto”. “E io voglio penetrare ancora in quella ferita da cui sono passato tanti anni fa. Voglio esplorare di nuovo la tua vagina, il tuo utero; ci sono già stato dentro”. “Ti posso permettere solo una cosa”, disse lei, superando ogni pudore ed ogni perplessità “in fondo anche il corpo ha le sue esigenze, ed anche la psiche, e poi come tu hai detto, non sono solo una madre, sono anche una donna, una femmina giovane e piacente che vuole essere trattata come tale. Ti posso permettere, se lo vuoi, di carezzarmi leggermente i seni, mentre io ti massaggio il... pisello; so che l’hai molto sviluppato, ho visto più volte come t’ingrossa i calzoni, all’altezza del cavallo, anche prima quando mi hai vista seminuda. Te lo tolgo” (e intanto con le mani tremanti mi abbassò la cerniera dei pantaloni) “e te lo meno, così...”. Il mio pene era già divenuto un randello dalle dimensioni asinine, duro come una scultura d’ebano; il glande ormai sporgeva tutto, lucido, d’un acceso rosso-viola, simile alla testa di un ariete, ma senza corna e senza un pelo, senz’altro bellissimo e pieno di fascino perverso per gli occhi inebetiti di mamma. Lo afferrò con una mano piena, poi con tutt’e due e cominciò a stantuffarlo con foga, senza curarsi della sua postura decisamente goffa, come se non avesse fatto altro in tutta la sua vita. In men che non si dica, vuoi per l’eccitazione morbosa dovuta al fatto che era mia madre, vuoi per il tocco delle sue mani piccole e ben curate, che ogni tanto andavano a strizzarmi i coglioni gonfi, come se volesse spremerli fino all’ultima goccia, venni eruttando densi fiotti biancastri e tutta la mia eccitazione, che fecero impazzire la femmina vogliosa che abitava nella mia genitrice.
Ora mia madre aveva il viso sereno, di donna seria, saggia e innocente, nonostante avesse appena consumato un i****to. Io ero momentaneamente appagato, ma non avevo visto nulla di lei, né le avevo fatto assolutamente nulla. Dopo un poco ripresi il mio assalto, mascherato da filiale preoccupazione per una madre che si mostrava depressa e psicologicamente insoddisfatta. “Sono certo che la fellatio non è l’unica cosa che papà non ti permette, in fatto di tenerezze e coccole coniugali”. “E cos’altro dovrebbe permettermi, secondo te?”. “Scommetto, anzi ne sono più che certo, che fate l’amore sempre nello stesso modo, nella posizione classica, quella del missionario: la donna sotto a pancia in su con le cosce divaricate e l’uomo sopra, con il preservativo fra il tuo corpo e il suo”. “E in quale altro modo dovremmo fare l’amore?”. “Il 69, ad esempio”.
“Sei pazzo? E’ scandaloso. Io dovrei mostrare la figa ad un uomo a tre centimetri dal suo naso e, peggio ancora, due dita più su, pure il ‘bottoncino’ osceno e vergognoso del culo?”
“Ti ha mai presa da dietro?”
“Da dietro...come? Se mi ha mai abbracciata da dietro?”
“Dai mamma, hai capito benissimo”.
“Vuoi dire se mi ha mai penetrata da dietro, come fanno solitamente gli a****li, i cani? Ma è scandaloso! Vuoi sapere se mai tuo padre me lo ha infilato nel buco del c...?”
“Non ti ho chiesto se papà te lo ha messo di dietro, ma se ti ha mai presa ‘da’ dietro”. “Beh, no; è una cosa che non voglio neppure immaginare; accoppiarsi come fanno gli a****li, copulare come fanno le bestie!”. Aveva detto ciò con voce alta, inutilmente alta e un po’ stridula e non capii bene, a questo punto, se era veramente scandalizzata o se l’immagine di due cani, anzi di due esseri umani, in particolare di un uomo che fotte una donna come fosse una bestia, una cagna, l’avesse in qualche modo, suo malgrado, eccitata, e non poco. A suffragio di questa mia ipotesi stava il fatto che la mia affascinante nutrice, che amavo sinceramente (in modo sacro e profano) si era messa inconsapevolmente una mano fra le gambe, all’altezza dell’inguine. “Eppure, credimi mamma, tante coppie lo fanno, non è una cosa così scandalosa come tu credi, forse tu sei eccessivamente puritana”. “E’ una cosa inammissibile, fa vergognare solo il pensarlo”. “Eppure, in fondo, è una forma di tenerezza; molte donne si eccitano a dismisura quando vengono prese così”. “Mio piccolo Alberto, io ti amo con tutta me stessa, ma sei mio figlio; io ti ho permesso, anzi tu mi hai permesso di masturbati con le mie dita per colmare una lacuna e una voglia (di cui già mi vergogno) che mi trascinavo da anni, ma il gioco finisce qui. Non possiamo andare oltre i limiti del lecito. Già ci siamo concessi troppo. Oltretutto non sono fatta di ferro, io mi vergogno in modo incredibile solo ad immaginare quello che tu mi stai descrivendo e che forse hai fatto con la tua fidanzatina e che forse vorresti -che porco che sei!- fare anche con me, per compiere il peggiore dei peccati... E’ che queste cose, oltre a scandalizzarmi, non so come, finiscono per eccitarmi. Dico davvero. Ormai mia hai già vista seminuda, anzi mi hai già vista nuda – di nascosto, dì la verità- per cui ti posso anche mostrare le mutande. Guarda!” Sollevò la vestaglia e, come se nulla fosse, mi mostrò le mutandine bagnate all’inguine. “Sei bagnata”, dissi un po’ imbarazzato. “Sono bagnata anche nel taglio del sedere”. Si girò, con la massima naturalezza e constatai che era vero: una riga verticale di sudore le segnava la biancheria fra le natiche, dal coccige al cavallo. “Ehm, già...oggi non mi sono depilata, scusami se qualche pelo fuoriesce dagli slip”. Infatti alcuni peli neri, terribilmente arrapanti, uscivano sia sul davanti che da dietro, dalla sua pelosa e succinta copertura. Detto questo, come se nulla fosse successo, si ricompose, abbassò la vestaglia (lasciandomi immaginare in modo libidinoso e senza freni o censura le sue parti più sconce), dopo di che riprese con un tono più che naturale il suo discorso da madre moralista e moglie esemplare: “Oltretutto dev’essere una posizione scomoda”, continuò “oltre che contro natura, non puoi neppure baciare il tuo amante”. “Invece sì”, insistetti io “prova a metterti alla pecorina e te lo dimostro”. “Cosaaah? Vuoi prendere tua madre in questo modo, tu che sei mio figlio? Non se ne parla neanche”. “Ma no mamma, non voglio far l’amore con te (per il momento); voglio solo dimostrarti come lo fanno queste persone”. La presi per le braccia e per le spalle e la condussi sul letto, nella posizione che le avevo descritto verbalmente e che ora le volevo illustrare e far provare. Stranamente lei non oppose resistenza, ma si lasciò mettere passivamente nella posa che io le avevo descritto, lasciò che le spostassi con delicatezza le braccia, che le allargassi in modo dolce ma risoluto le gambe e le togliessi la vestaglia, lasciandola in reggiseno e mutandine. Era uno spettacolo! I capezzoli sporgevano appuntiti, turgidi ed eretti. Le natiche erano ancora polpose ed insolenti. Erano larghe e distanti fra loro ed il tessuto che vi passava nel mezzo era leggero e sufficientemente teso da mostrare esattamente nel centro una sporgenza piccola e rotonda. La vellicai, delicatamente, vi passai sopra i polpastrelli della mano destra. “Alberto, cosa fai?”, sussultò lei “non si devono fare queste cose!”. Ripetei il gesto. Mia madre reagì di nuovo: “Alberto, ti ho già detto di smetterla, la vuoi capire o no che tra madre e figlio certe cose non si fanno?”. E già la sua voce era meno convinta e risoluta, meno scandalizzata. Stava forse per cedere? Passai per la terza volta la punta delle dita su quel grumo intimo e stupendo. Questa volta lei non disse nulla, come se facesse finta di non accorgersi di quella mia sfrontata richiesta di trasgressive confidenze. Continuai ad accarezzare quella sua intimità, quel suo bocciolo sporgente fra le natiche, appena al di sotto delle sue mutandine graziose a fiorellini. Ne percorsi la circonferenza e sentii che nell’interno il muscolo ad anello a tratti si contraeva. Feci per montarla (non volevo penetrarla per ora); volevo solo spiegarle come si fa ad accoppiarsi alla “pecorina”. Decisi, però, di aspettare un po’. Volevo ammirare quel corpo femminile, non più giovane, ma neppure troppo maturo, quelle mutandine quasi trasparenti, le natiche nude naturalmente aperte, le gambe snelle e ben tornite. E poi ero curioso di vedere la reazione di mamma: sapevo che si era eccitata, volevo che si umiliasse lei a chiedere di sospendere o di continuare l’insegnamento del Kamasutra da parte del figlio. Sicuramente la femmina che abitava nel suo ventre e fra le sue gambe voleva in qualche modo placarne l’eccitazione anche se, a causa dei soliti principi e del perbenismo, nemmeno immaginava come. “Allora, Alberto, vogliamo o non vogliamo terminare questa tua stupida dimostrazione? Almeno, una volta finita, possiamo tornare alle nostre faccende; ma, mi raccomando, non mi toccare, non fare carezze da camionista o troppo confidenziali” (e qui la sua voce ebbe ancora un tremito). Anche le sue gambe tremavano, non so se per la posizione scomoda o per l’emozione. “Va bene, mamma”, dissi “lascia fare a me, non ti preoccupare più di tanto, sai che ti voglio bene e che ho per te il massimo rispetto”. Ma non sapevo fino a che punto, in cuor suo (anche se forse non lo ammetteva neppure a se stessa), lei voleva veramente essere rispettata da me. Mi aspettavo una sua immediata reazione quando le montai sopra e mi adagiai facendo pressione sopra il suo corpo, in quella posizione per lei così poco dignitosa, ‘a quattro zampe’. Mamma invece non disse nulla, neppure quando sentì il mio torace aderire perfettamente alla sua schiena, le mie cosce a stretto contatto con le sue, il mio bacino che premeva contro le sue natiche, il mio uccello, gonfiatosi a dismisura, insinuarsi nel solco aperto fra le chiappe nude, in intimo contatto con le sottili mutandine; non protestò nemmeno quando posi, per esemplificare la tecnica, la punta del mio fallo contro il presunto ingresso, sebbene ancora coperto, della sua vagina. Colto da una libidine smisurata e da una foia incontenibile, infilai tre dita sotto quelle mutande, le sollevai, le sfilai a poco a poco; mi apparve il taglio fra i glutei in tutta la stupenda nudità; incapace di res****re gliele abbassai fino all’incavo delle ginocchia. Di tanto in tanto lei emetteva dei gemiti appena percettibili. Non mi sembrava vero: ora avevo davanti agli occhi l’ano sporgente, slabbrato, seppure un po’ contratto, ma soprattutto la figa pelosa, nuda, fradicia di mamma, molto dilatata dal desiderio inconfessato e circondata da un cespuglio di peli folti e nerissimi, che montarono la mia eccitazione. Non stetti a riflettere più del necessario. Mia madre non diceva nulla, dunque non poteva essere veramente contraria. Forse non aspettava altro: la voglia di godere non ammette ragioni. Puntai la punta del mio cazzo contro l’ingresso della sua vagina e penetrai profondamente in lei, scivolando con facilità in quella guaina molto lubrificata, già pronta per l’uso, provando un gusto fisico e psicologico ineguagliabili. Pompai subito con grande foga, sapendo mia madre pienamente consenziente. Il mio ritmo diventava sempre più incalzante, stavo avvicinandomi rapidamente alla conclusione; davo dei colpi sempre più forti e profondi alle chiappe di mamma. Stavo per venire, ma volevo prolungare il mio godimento. Con uno sforzo riuscii a rallentare il ritmo, appena in tempo per non oltrepassare il punto del non ritorno. Mamma era sempre silenziosa, non sapevo cosa stesse effettivamente provando, né cosa stesse pensando in quel momento. Le girai il viso di lato e vidi che aveva gli occhi torbidi e semi chiusi. “Guardami mamma, le dissi “non chiudere gli occhi nel momento dell’orgasmo, voglio leggere il piacere nei tuoi occhi, non ti devi vergognare. Ora ti dimostro che ci si può baciare anche in questa posizione”. Le girai ancora un po’ la testa, lei collaborò volgendo il viso verso di me; torcendo il collo più che poté e allungando le sue labbra gonfie e vogliose verso le mie, mi baciò e si lasciò baciare a lungo, sensualmente ed anche lascivamente, mentre io le tenevo a coppa fra le mani le mammelle turgide, liberate dal reggiseno, tiepide, nude, delicate, dai capezzoli turgidi, eretti, mentre le infliggevo le ultime stoccate. Sentendo vicino l’orgasmo, il mio ed anche il suo, aumentai il ritmo, che divenne frenetico vicino all’apice del godimento. Mamma gemeva sempre più forte. Ora le stavo dando dei colpi tremendi, risolutivi. Come le avevo consigliato, anzi ordinato, mantenne gli occhi spalancati, nonostante la vergogna e il riserbo che solitamente vuole il piacere. I suoi occhi tradivano la libidine e la voglia di varcare il confine del piacere supremo, di tuffarsi in un totale smarrimento. Vedevo le sue pupille contrarsi e dilatarsi, come la sua vagina e, molto presumibilmente, il suo sfintere anale. Mi fissò con non poco compiacimento nel mentre queste si facevano particolarmente dilatate; la fissai intensamente quando queste si dilatarono al massimo...
“Vengoooooo... gooooodooooo.....” urlò tutto il suo piacere, e a questo punto non ce la fece più a reggere il mio sguardo: gli occhi le si rivoltarono nelle orbite, mentre esplodeva il suo orgasmo e lei s’immergeva nell’indispensabile solitudine di chi vuole gustare il piacere supremo. Io venni assieme a lei, perché stavo già per venire, perché il suo urlo, la contrazione dei suoi muscoli vaginali, la consapevolezza del suo orgasmo, così intimamente e sinceramente assaporato, mi fecero collassare. Mi scaricai in lei con grandissima soddisfazione, le riempii la fica con dei getti potenti di sborra, seguiti da altri fiotti, in un singhiozzo che pareva interminabile. Riempii la vagina di mia madre con litri di sperma, tanto che fuoriuscì dal condotto stesso, unendosi al brodo meno denso, ma forse altrettanto copioso che il ventre della mia genitrice aveva prodotto e che già da un po’ le stava colando per le cosce bianche e vellutate, lungo i peli appiccicosi della figa e delle gambe.
“Avevi ragione, Alberto”, disse lei appena riprese fiato “siamo solo dei finti moralisti, sono venuta, ho goduto, mi sono lasciata montare come volevi tu perché lo desideravo. Vedi, Alberto, hai una madre porca, chissà cosa direbbe papà se lo sapesse, forse mi caccerebbe da casa”.
“Ma noi non glielo diremo mai”, la rassicurai io “resterà un nostro piccolo segreto. A patto, però che la cosa non rimanga un caso isolato. Mi piace molto il tuo corpo e lo voglio ancora esplorare, penetrare...”. Prima che lei rispondesse, la rovesciai sul letto e la baciai in bocca, con la mia lingua cercai la sua, la trovai, duellai con essa, la esplorai sotto la lingua, negli anfratti più segreti, le spinsi la punta quasi fino in gola. Fu un bacio molto sensuale, più intimo dell’amplesso che avevamo appena consumato. Steso su di lei, mi eccitai di nuovo e ogni tanto spingevo in avanti il pube contro il suo basso ventre, facendole sentire il mio randello nuovamente in tiro, sempre più duro ed eccitato. Lei rispondeva spingendo la sua prugna contro il mio bacino. La accarezzai di nuovo fra le gambe e la trovai ancora vogliosa. Feci passare una mano sulla sua passera nuda e la ritrassi con le dita coperte e impiastricciate di una sostanza colloidale, non bianca ma viscida, e non era solo il mio sperma. La strinsi forte, l’amavo, l’amavo come figlio e la desideravo come un uomo desidera una donna... Ci amammo di nuovo, di un amore passionale, sincero, di un amore sinceramente lascivo, esclusivamente sensuale; il mio membro ripercorse la sua vagina fradicia, lubrificata, e fu una cosa del tutto naturale, e la quantità di seme che versai in lei fu ancor più abbondante della prima volta, la scarica più appagante, più goduta, e la penetrazione nel suo ventre più profonda, senza incertezze o reticenze, fino a raggiungere il piacere e la liberazione più completi nell’intimità fra due corpi consapevoli, travolti da un orgasmo superlativo che di nuovo ci travolse, finalmente liberi da ogni ingiustificato tabù o zavorra.
Giacemmo sfiniti per quasi un quarto d’ora, ma quando feci per alzarmi e rivestirmi di quel poco che di fatto mi ero tolto, inaspettatamente la vidi alzarsi pigramente per riappoggiarsi subito dopo su di un gomito, gli occhi fissi su di me con aria interrogativa, e udii la sua voce che con un tono un poco strafottente, un poco impacciato, chiedere:
“Sei sicuro, mio piccolo grande maestro, di avere terminato la lezione? Un maestro come te, un figlio che riesce ad arrapare la madre fino a farla diventare consenziente, vogliosa e i****tuosa e che alla fine riesce a portare avanti il gioco fino a farla venire, non si può dimenticare, ora che è momentaneamente appagato, la parte migliore. Ricordi dove eravamo rimasti? La frittata è ormai fatta, abbiamo fatto trenta ed ora, mio piccolo adorabile Alberto, mio unico vero bene, non ci resta che fare trentuno!”. “Vedi... mamma... forse...”, mi ritrovai a balbettare io, insolitamente imbarazzato (probabilmente era la spossatezza che mi faceva tentennare). “Non si era forse detto che esiste un altro modo di possedere e far godere le donne? Se non lo vogliamo sperimentare di fatto, possiamo almeno inscenare una pantomima affinché io mi renda conto e partecipi almeno in parte a questa forma a****lesca di amore che tu descrivi e sostieni non essere del tutto innaturale, ma più che legittimo per due coniugi che si vogliono veramente bene”.
“A dire il vero io parlavo di mont...di penetrazione ‘da’ dietro, cosa che abbiamo sperimentato con inusitato trasporto. Ora tu mi stai proponendo d’insegnarti la penetrazione ‘di’ dietro, vale a dire direttamente nel...buco del culo”. “Dire ‘da’ dietro e ‘di’ dietro per me fa poca differenza, dal momento che la distanza fra i due buchi è così esigua, sono solo pochi millimetri di pelle, ché per noi donne, o perlomeno per me, sono quasi un tutt’uno”. Quella frase, detta in quella maniera un po’ volgare, il modo con cui mia madre aveva volutamente sottolineato e pronunciato la parola ‘pelle’ mi fece accapponare l’epidermide, mi fece talmente eccitare, che avrei voluto avere un fallo lungo due metri per trapassare la femmina che avevo di fronte da parte a parte in un solo istante e salire nel cielo e nell’oblio per la terza volta, annegando tra fiotti di sperma, peli di fica, buchi, budella, clitoridi pulsanti e smisurati. La sua voce, prima esitante, un po’ tremante, ora era come affannata, ruffiana, sfrontatamente porca. Era chiaro che mia madre fingeva di non capire la differenza anatomica e funzionale, proprio perché comprendeva ed estimava l’immensa differenza fra le due cose, una differenza che voleva provare sulla sua pelle. Allora le apersi le chiappe, fino a farle male. pensai fra me e me. Le introdussi una clava smisurata per l’eccitazione nello stretto pertugio del retto, sodomizzandola al primo colpo. Percorsi tutto il tratto, arrivandole fino in fondo al canale, stuzzicato dalla mucosa, entrando nel suo tiepido corpo di donna e di giovane madre infoiata attraverso l’ingresso meno nobile e puro, attraverso il suo pertugio segreto e proibito, difficilmente accessibile e per questo lubricamente sognato, provando un gusto fortemente perverso. Lei non urlò: segno che stava godendo, o forse era svenuta. Ma non provai pietà per lei. Continuai a penetrarla con tremende bordate; le presi la testa fra le mani e la girai verso di me; lei mi fissò, piangeva, ma riuscì ugualmente a sussurrare: “E’ bello anche così, continua, squarciami fino in fondo”. Allora feci penetrare una mano fra le sue gambe e le afferrai il clitoride gonfio di tutta la sua abnorme eccitazione, che lei ormai non poteva più nascondere, ma che, al contrario, adesso mostrava senza pudore alcuno. La masturbai fino a farla venire, urlare, piangere di gioia, fino a riempirmi le mani del suo brodo denso e colloso. Il suo ventre era scosso da mille orgasmi, che si concludevano con mille raffiche di liquido vaginale e spasimi fra i meandri cerebrali; anche le reni, la schiena e i muscoli interni delle cosce si contraevano con lo stesso ritmo. La profanai attraverso tutti i buchi; non ci stancavamo mai. La mia dolce e appetitosa nutrice, una volta gettata la maschera, non ebbe più nessun pudore a mostrare la sua libidine senza freni e il suo bisogno di sesso mai appagato. Urlò come un cane ferito mentre sborrava in modo convulso, sfogandosi egoisticamente e senza sensi di colpa nel suo ultimo orgasmo. Quel giorno tutto finì lì, ma la nostra intesa proseguì. Dal momento che mio padre, un po’ per il lavoro, che lo costringeva spesso ad allontanarsi da casa, un po’ per il fatto che aveva intensificato le sue frequentazioni del centro dei lavoratori credenti, avemmo molte altre occasioni per fare liberamente l’amore, godendo senza vergogna l’uno dell’altra. Anzi, un giorno, mia madre, non bastandole più la minestra riscaldata, decise di rendere più intrigante la nostra intesa, già molto immorale così (per aver cornificato mio padre e per l’i****to), con la presenza di una terza persona, di sesso femminile, ovvero la nostra vicina di casa, un’insegnante, colta e intelligente, ma in preda alla ‘passione della menopausa’ (un buco nero nel cervello): donna dalle forme giunoniche, la quale mi concesse volentieri le sue grazie (le concesse anche a mia madre; poi, però, a sua volta la sottomise in modo indecente). Fu un periodo meraviglioso, una parentesi della mia vita che ricordo con molta nostalgia. Ora mia madre è anziana, ma ogni tanto ancora la scopo (anche perché mio padre è divenuto impotente) ed ho avviato con lei delle pratiche sado-masochiste. Per dare un po’ più di sapore alla vita...

FINE
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Posted by iincest 3 years ago  |  Categories: Anal, Mature  |  
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Diario di un rapporto molto particolare. - 3

Cornuto inconsapevole dapprima, cuckold consenziente poi, lentamente sottomesso, posto in castità forzata, per anni relegato nel ruolo di sissymaid da mia moglie e dal suo bull, infine fisicamente e mentalmente femminilizzato.

Oggi, pienamente calato/a nel ruolo femminile, ho deciso di pubblicare su questo sito alcuni ricordi inerenti questo lungo processo di anni.
Non seguirò necessariamente un ordine cronologico nel farlo poiché, non essendo scrittore di professione, non mi sento all’altezza di organizzare i miei ricordi secondo una struttura classica e temporalmente consequenziale. Ciò che andrò via via scrivendo sarà più simile all’estrapolazione di alcune pagine da un diario che non ho mai scritto ma che è ben stampato nella mia mente, in una sorta di continui flashbacks.
Di ciò mi scuso anticipatamente, con chi avrà la compiacenza di leggermi.
Protagonisti di questi ricordi: io, Paolo, marito inadeguato e maschio mancato, quasi quarantenne oggi e poco più che trentenne all’epoca dell’inizio dei fatti. Mia moglie Marisa, vera e propria “hotwife”, sessualmente esuberante e di qualche anno più giovane di me. Il bull, Bruno, ipervirile e superdotato collega di mia moglie, arrogante, sessualmente insaziabile, decisamente perverso, sempre concentrato nell’affermazione del suo ruolo di maschio alfa.

-Umiliazioni- Sottomissioni umilianti


Le fedi alle dita dei piedi le porto sempre, le tolgo solo quando sono in pubblico a piedi nudi, tipo al mare.
Proprio a proposito di queste fedi, ricordo il dialogo scambiato col bull quando mi fu imposto di portarle ai piedi, non più alle mani.

-Lo sai, fighetta, perché voglio che le porti lì?

-Per ricordarmi che non ho più alcun diritto su mia moglie?

-Anche, ma il senso principale non è quello...

-E quale sarebbe allora?

-Davvero non sai cosa significa portare un anello al secondo dito di entrambi i piedi nella simbologia cuckold-hotwife?

-No, non lo so... mi spiace.

-Fighetta fighetta... mi deludi. Credevo che una come te con una lunga carriera di seghe sparate su siti cuck alle spalle fosse un po' più preparata in materia... comunque, così come per il braccialetto portato alla caviglia destra dalla hotwife, anche l'uso dei due anellini ha un preciso significato... a proposito... almeno il significato del braccialetto alla caviglia destra lo conosci vero?

-Si... che la hotwife è disponibile per rapporti sessuali al di fuori della coppia.

-Brava fighetta... lo vedi che qualcosa allora lo hai imparato, a forza di menarti il pisellino in internet... allora, dicevamo... i due anelli al secondo dito di ciascun piede significano che la hotwife è PARTICOLARMENTE disponibile a ricevere cazzi neri. Chiaro che di solito è la hotwife a portarli ma, siccome tua moglie me la scopo solo io e non ho intenzione di dividerla con nessuno, e in considerazione che pure tu in fondo sei femmina, io e Marisa abbiamo deciso che è più giusto che gli anelli stiano a TUOI piedi e non ai suoi. E poi, se vogliamo dirla tutta... non dirmi che una che si sgrilletta per tre volte di filato guardando foto di maschioni neri, non è particolarmente disponibile a ricevere cazzi neri... o no?

***

Ok, faccio mente locale su quelli che per me sono stati i momenti nei quali ho sentito di aver attraversato una barriera fino ad allora mai oltrepassata…

Tra queste, sicuramente ricordo ancora con vergogna la prima volta in cui pretese che mi venisse somministrato un clistere prima di essere posseduto.

Era successo infatti che, nel corso di una delle prime volte in cui mi aveva sodomizzato, avessi avuto un… chiamiamolo “incidente”, in seguito al quale si era ritrovato il cazzo particolarmente sporco (facilmente intuibile di cosa). Non l’aveva presa per niente bene.
Contrariamente però a quanto mi sarei aspettato, aveva provveduto da solo a pulirsi, in bagno, con un abbondante abluzione effettuata direttamente nel nostro lavabo. Avevo veramente temuto mi costringesse a ripulirlo con la lingua e ammetto di non essere proprio portato per cose del genere.

In quell'occasione avevo imparato che anche lui, come me, fortunatamente trova lo “s**t” assolutamente detestabile e antierotico. Ciò non significava però che avrebbe consentito il ripetersi di un evento del genere, per cui, la volta successiva, si presentò in casa nostra con un kit per l’enema completo, espressamente acquistato in farmacia.

E’ chiamato “kit da viaggio” ed è costituito da una sacca pieghevole di colore azzurrino dotata di un gancio da appendere in una qualsivoglia posizione elevata, un tubicino in plastica lungo un metro e mezzo circa e due differenti beccucci dotati di valvola a farfalla da introdurre: uno per le lavande anali, diritto e con un foro in cima, un altro per le lavande vaginali, più lungo, leggermente ricurvo e dotato di vari forellini tutt’intorno alla punta.
Me lo mostrò con un certo compiacimento, poi mi invitò a seguirmi in bagno per una dimostrazione pratica…

Dovetti ricevere tre sacche complete di acqua calda mista a sapone neutro, a quattro zampe nella vasca da bagno (beccuccio da lavanda vaginale). Al termine di ciascuna di esse venivo fatto accomodare sulla tazza per evacuare. Soltanto quando l’acqua evacuata si presentò completamente limpida, mi fu consentito di sciacquare e riporre tutto via con l’espresso ordine che da allora in poi, prima di ogni sua visita in casa nostra, avrei dovuto effettuare la stessa operazione (fortunatamente per conto mio), per poter fornire una figa anale pulita e profumata al maschio di casa.

Lo so, forse non sembrerà una cosa particolarmente dura, ma sicuramente la ricordo tra una delle più umilianti esperienze cui mi sia mai dovuto sottoporre.

***

Anche il seguente episodio, prima vista non particolarmente duro, è stato per me molto umiliante, all’epoca.

Si tratta della prima volta in assoluto in cui Bull Bruno pretese che io lo masturbassi fino a farlo venire, in presenza di Marisa.
Avvenne nei primi tempi del nostro mènage à trois e lo percepii come una forma di umiliante sottomissione al nuovo maschio di casa. Più ancora dell’essere montato, anche se potrà sembrerà strano.

Ma procediamo col racconto vero e proprio…

Sono le sette di sera e Bull Bruno ha appena annunciato il suo imminente arrivo. Ho meno di un’ora per preparare Marisa, perciò, senza perdere tempo: doccia, crema emolliente, controllo dei peli pubici, vestizione. Per l’occasione opta per un paio di calze di seta bianche con tanto di reggicalze, reggiseno e perizoma ridottissimo di pizzo bianco, sandali bianchi con tacco 13. Io sono nudo e non mi è stata ancora imposta la gabbietta. Più di una volta, nel corso della preparazione, il mio pisello tradisce la mia eccitazione, con conseguente ilarità di mia moglie.

Quando mancano ormai pochi minuti all’arrivo del bull, mia moglie sbianca in volto e corre in bagno. Non so come interpretare la cosa. Dopo un po’ mi chiama e mi mette al corrente che ha avuto il più imbarazzante degli incidenti per una donna in procinto di essere montata: le è improvvisamente arrivato il ciclo.

Come forse ho già avuto modo di dire, Marisa non può avere figli per colpa di una malformazione congenita delle ovaie; oltre a ciò, non so se per diretta conseguenza o meno, il suo ciclo risulta estremamente irregolare e, pertanto, imprevedibile.

Mentre le sto procurando un bicchiere d’acqua, una pastiglia di “Buscopan” e la s**tola dei tampax, suona il citofono: Bull Bruno.

-Ohccavolo… ma tu guarda se mi dovevano venire proprio adesso! Bruno ci rimarrà malissimo! Corri… vai ad aprire e spiegagli la situazione mentre io finisco qui.

Un paio di minuti dopo sto spiegando la situazione a Bull Bruno che, in effetti, sembra alquanto contrariato.

-Ma non me lo potevate dire prima, che mi sarei risparmiato un’ora di traffico per venire qui??

-No… è che… è successo proprio ora, l’avremmo avvertita ma non ne abbiamo avuto nemmeno il tempo…

Mi scavalca senza prestarmi la minima attenzione e si dirige in camera da lei. Lo seguo.

-Che mi tocca sentire, bella mia… ti si sono aperti i rubinetti? Proprio adesso? Ma guarda che sfiga… vabbè… vorrà dire che invece di starcene qui a scopare per la gioia di quella fighetta della tua maritina, ce ne andremo a cena fuori…

-Scusa tanto Bruno… sono davvero mortificata…

-Ma no, dai. Nessun problema… preparati che ti porto fuori.

Lei sembra sollevata e comincia a cambiarsi per la serata, io me ne sto lì non sapendo bene se doverla aiutare oppure farmi i fatti miei, in un angolo della stanza, quando lui se ne esce con un:

-Certo che…

Marisa si blocca e, guardandolo interrogativamente:

-Certo che…?

-Dicevo… certo che arrapato come sono, un po’ mi dispiace di non fare proprio nulla…

Marisa lo guarda teneramente e dice:

-Vuoi che ti faccia un pompino? E’ il minimo che possa fare per farmi perdonare…

-No no… pensavo ad altro, veramente…

Stavolta siamo in due a guardarlo interrogativamente. Fa una pausa di qualche secondo, poi continua:

-Pensavo che la tua maritina qui… per una volta tanto potrebbe rendersi utile…

Deglutisco in silenzio, non so cosa abbia in mente ma so che non sarà una cosa buona per me.

-Ma certo!- fa lei - Sarà più che felice di rendersi utile… non è vero Paoletto?

-Ehmm… si, certo.

Faccio io.

-Allora… tu continua a prepararti e intanto Paoletta qui penserà a darmi un po’ di sollievo…

Detto ciò, inizia a slacciarsi la cinta dei pantaloni.

-C…cosa dovrei fare?

-Niente di troppo impegnativo, soprattutto per una sgrillettatrice cronica come te, fighetta… voglio solo che tu mi faccia una bella sega, prima che io porti tua moglie a cena fuori, tutto qui.

E, mentre dice ciò, finisce di sfilarsi i pantaloni e si sdraia a gambe aperte sul letto.
Io, dopo qualche attimo di comprensibile esitazione, faccio per avvicinarmi e prenderglielo in mano per dargli ciò che chiede, ma vengo bloccato dalle sue parole:

-No, fighetta… non così... Voglio che tu indossi per me quello che aveva indossato tua moglie per me stasera… sarebbe un peccato lavare quella bella biancheria senza che un vero maschio ne abbia goduto prima, no? Avanti, metti tutto e non tralasciare niente. Ti voglio vestita esattamente come lei prima. Sarà come se fosse la sua… riserva, a scendere in campo, stasera.

*

Ho indossato calze e giarrettiera, reggiseno, perizoma e sandali (stretti da morire, ma ci sono riuscito) e mi sento un bel po’ ridicolo. Ho perso giusto un attimo davanti al perizoma macchiato del suo mestruo, ma poi ho indossato anche quello.

Me ne sto lì impacciato ai piedi del letto, non sapendo bene cosa fare.
Marisa continua a vestirsi per la serata fuori. Bull Bruno mi dà ulteriori istruzioni:

-Adesso sdraiati qui vicino a me, e prendimelo in mano…

Faccio come dice.

-Brava… adesso comincia a menarmelo lentamente… di certo non dovrò insegnarti io come fare...

In effetti, da segaiolo incallito, quale sono sempre stato e sono, non mi manca sicuramente né l’esperienza, né la competenza per saper come segare propriamente un cazzo.

-Mmmhhh… brava, continua così… metti una gamba sopra la mia, intanto che mi seghi...

Sono imbarazzatissimo, specie perché Marisa, che ha ormai terminato di prepararsi, se ne sta ai piedi del letto a rimirare beatamente la scena.

Ce la metto tutta, ricorrendo alla mia pluriennale sapienza in fatto di seghe. Il suo cazzo sembra (e dopotutto lo è) enorme, tra le mie dita. Non mi riesce nemmeno di chiuderle attorno alla sua circonferenza.

-MMhh… brava, così, ancora… sei una vera esperta in fatto di seghe eh? Magari, se lo fossi stata un po’ meno, la tua mogliettina qui, invece di farsi scopare da me, avrebbe potuto ancora farsi scopare da te …vero, Marisa?

Marisa non risponde, limitandosi a guardare la scena, mentre io arrossisco per l’umiliazione.

- …magari anche no: avrebbe comunque avuto bisogno di un vero maschio, con un vero cazzo, che si prendesse cura di lei come una vera femmina merita. Non è così, Marisa?

Marisa continua a starsene in silenzio, e lui insiste nell’ottenere una risposta:

-Non è così, Marisa? Per quanto tempo ancora avresti continuato a farti scopare da una fighetta come la tua maritina, qui, senza aver bisogno di un vero maschio tra le cosce, eh? Non è questo che mi hai sempre detto, Marisa? Che volevi sentire un vero maschio e non una femmina mancata, dentro? Dillo anche a Paoletta, Marisa, diglielo come lo hai sempre detto a me...

-Si… è così...

Fa lei sottovoce.

-Come? Non ho sentito, dillo forte!

-SI, E’COME DICI TU!

Ripete Marisa, arrossendo lei, stavolta.

Mio malgrado, il mio insufficiente (almeno per gli standard di mia moglie) cazzetto tradisce la mia eccitazione e ciò non passa inosservato agli occhi di Bull Bruno:

-Ma guarda guarda come si ingrossa la clito alla tua maritina a sentire parlare di veri maschi! Avanti su! Accelera! Muovi quella mano che voglio schizzare!

Aumento il ritmo e d’un tratto percepisco il suo cazzo contrarsi prima dell’eiaculazione.
Sborra di colpo con foga sorprendente. Lunghi archi di sperma si librano nell’aria, incurvandosi per poi depositarsi sull’ addome dai poderosi muscoli contratti nell’orgasmo; ne conto una dozzina.

Ho ancora il suo cazzo tra le dita, che va lentamente sgonfiandosi, quando mi mette una mano sulla nuca, ordinandomi:

-Adesso pulisci tutto con la lingua, fighetta, che non ho tempo di farmi una doccia.

(:

***

Serata in casa mia con mia moglie e il bull.

Ore 19.00

-Allora, Paolo… io e Bruno staremo a cena fuori, come ti avevo detto, però poi veniamo a dormire qui. Tu metti tutto a posto e poi fatti trovare pronto per quando torniamo, ok?

-D’accordo, ma non sai dirmi a che ora verrete, più o meno?

-Prima delle 11 proprio non credo, comunque tu preparati da prima… che ti costa?

“Prepararmi” significa indossare calze, sandali, pettorina e per il resto rimanere completamente nudo; col freddo che fa in questi giorni significa quindi anche mettere sopra qualcosa da poter velocemente togliere e far sparire al momento giusto, prima che bull Bruno entri in casa. A lui non piace avermi in giro coperto.

-D’accordo allora. Buona serata, divertiti.

-Aspetta… prima che io esca dovresti fare una cosa per me...

Oddio… quando comincia così di solito sono dolori...

-…da quant’è che non ti dai una lavata…”lì sotto”? Hai capito cosa intendo, no?

Rimango un po’ sorpreso. Il rituale del lavaggio controllato del mio pisello è stato definitivamente abolito da quando mi hanno imposto la gabbietta metallica, dato che è molto semplice poter lavarsi senza toglierla. Da quando la porto infatti non ne sono più uscito nemmeno per un nanosecondo.

-Ma… mi lavo ogni giorno, lo sai, …perché mi fai questa domanda?

-Beh… penso che lavarsi rimuovendo tutto una volta ogni tanto non sia una cosa sbagliata, non credi?

-Beh no… ma vuoi che lo faccia proprio ora? Non devi uscire, scusa?

-Appunto… dai forza, togli i pantaloni e vieni in bagno.

Mi suona molto strano, ma non so cosa pensarne. Faccio come dice e la seguo in bagno.

Una volta aperto il lucchetto e rimossa la gabbia vera e propria, ancor più strana mi suona la sua richiesta di togliere anche l’anello alla base del cazzo. Rimozione del tutto superflua ai fini igienici. Continuo comunque a non obiettare e mi godo il bidet “in libertà”.

All’inizio della “prigionia” del mio pisello, trovavo molto imbarazzante questa pratica di dover fare bidet sotto sorveglianza, ma ormai, dopo tutte le volte in cui ciò è accaduto, ci ho fatto il callo.

C’è anche da dire che, dopo mesi di gabbietta, in maniera inversamente proporzionale alla tua voglia di poter avere un qualche sfogo, il pisello stesso sembra prendere atto della propria inutilità al punto che, nonostante tutta la voglia che tu possa avere, le sue dimensioni sembrano ridursi. Credo infatti che a seguito della mancanza di erezioni vere e proprie, i suoi tessuti si ritirino e, anche in posizione di riposo, puoi notare una sensibile riduzione di volume rispetto a prima. E’ una riduzione temporanea, d’accordo, ma piuttosto evidente. Il mio, che già in condizioni normali è piuttosto piccolo quando non in erezione, diventa ancora più corto e sottile. Le dimensioni della cappella, in particolare, si riducono a quelle della cappella di un ragazzino prepubescente. Una cosina minima da prendere in mano, insomma.

Questo è ciò che sto constatando mentre faccio in modo che il getto d’acqua rimuova il sapone, facendone scorrere indietro il prepuzio con le dita.

-Ok, metti questa, per oggi.

Così dicendo, Marisa mi porge la vecchia CB, dopo averla tirata fuori da non so dove.
Intuisco che deve esserci dell'altro sotto.

-Questa? Perché questa e non l’altra?

-Oh… fai così e basta. Dai che non ho tempo...

Ok… ormai è chiaro: questa deve essere una richiesta di Bull Bruno. Per forza.
Quando Marisa reagisce così alle mie domande vuol dire che l’idea non è la sua. Vediamo stavolta dove vogliono andare a parare...
Rimetto la vecchia CB6000 e lascio che mia moglie faccia s**ttare il lucchetto.

-Ciaocivediamodopomiraccomandofattitrovarepronto!

E mi lascia lì a interrogarmi sul perché di questo strano cambio..

Ore 23.40

Sono arrivati da una ventina di minuti e se ne stanno sdraiati assieme sul divano. Devono aver già bevuto parecchio a cena perché hanno rifiutato ulteriori alcolici. Io, che ho fatto appena in tempo a farmi trovare nel regolamentare abbigliamento (autoreggenti, perizoma, tacchi alti e pettorina), sto servendo loro il caffè.

-Fighetta… da quant’è che non hai un’erezione?

Domanda il Maschio di Casa, poi, senza aspettare una mia risposta, aggiunge:

-Ho letto che non è salutare non averne per prolungati periodi di tempo e parlandone con tua moglie mi è sembrato di capire che fosse preoccupata per te… Io come sai sarei per soluzioni più drastiche, visto che proprio non capisco cosa serva a una femmina, quale tu certamente sei, quell’inutile affarino che hai tra le gambe… comunque, per tranquillizzare Marisa più che altro, stasera ho deciso di concedertene una come si deve.

Qualcosa nel tono di questo discorso non mi convince. Trovo tutto piuttosto strano, però ammetto che la prospettiva di poter avere un orgasmo dopo tanti mesi non mi fa andare troppo per il sottile, perciò voglio ringraziarlo.

-Grazie… davvero grazie… cosa devo fare?

-Fai bene a ringraziarmi, fighetta, non sono molti i padroni che permettono alle loro schiave di avere erezioni così facilmente… Ad ogni modo… siccome sono convinto che. da fighetta pallemoscie quale sei, potresti avere qualche problema a fartelo venire duro, ho pensato di fornirti un aiutino…

Si mette una mano in tasca e tira fuori qualcosa. In principio non capisco cosa sia, poi, quando mette la mano sotto al mio naso col palmo aperto, riconosco subito l’“aiutino” di cui sta parlando: compresse di VIAGRA 75, due.

Ho provato il Viagra, qualche anno fa, quando ancora tentavo di recuperare il mio rapporto con Marisa fornendo prestazioni da maschio. Me lo ero fatto prescrivere dal mio medico curante, non senza imbarazzo, per ovviare ai problemi psicologici che non mi consentivano di avere erezioni durature durante i miei rapporti con lei. La cosa aveva funzionato solo parzialmente.
Ora però, dopo cinque mesi di castità assoluta, l’utilizzo di questo coadiuvante mi sembra superfluo. Tento di farglielo presente:

-Ma… veramente… credo proprio non ce ne sia bisogno...

-Ce n’è bisogno eccome, fighetta! Fidati di zio Bruno… vai a prendere un bel bicchierone d’acqua, poi torna qui e butta giù...

Ore 00.10

Inizio a sentire gli effetti collaterali che già conoscevo: lieve bruciore agli occhi, costipazione delle mucose nasali e percepibile aumento della temperatura corporea.

Contrariamente a quanto comunemente ritiene chi non ha mai provato questo farmaco, il Viagra NON è un afrodisiaco. Esso non incide affatto sulla libido e di sicuro non genera appetito sessuale se non già non lo hai. Agisce solo sulla capacità di reagire agli stimoli sessuali agevolando l’afflusso di sangue agli organi erettili, favorendo pertanto l’erezione e il mantenimento della stessa.
Comunque... dopo cinque mesi in castità assoluta guardando tua moglie e il suo bull scopare come ricci davanti ai tuoi occhi senza avere nessuna possibilità di partecipare, l’appetito sessuale è l’ultima cosa che ti manca, ve lo assicuro.

-Cominci ad essere pronta adesso, fighetta? Vieni un po’ qua che controlliamo la clito...

Mi avvicino al divano e il bull guida la mano di lei a prendermi le palle in mano, dopo aver scostato di lato il perizoma.
Inizia a manipolarle lentamente.
Nel giro di pochi secondi sento il mio povero cazzo occupare tutto lo spazio a disposizione all’interno della CB, tentando di andare anche oltre.

-Secondo te la clito di Paoletta sta reagendo bene? Che ne dici, Marisa?

-Mmhmm...

Si limita a mugugnare lei in segno di assenso.

-Mah… io non sono convinto. Secondo me le ci vorrebbe un aiutino… Sdraiati in terra Paoletta, a pancia in su… e tu, Marisa, metti le ginocchia ai lati della testa di Paoletta e abbassati in modo che possa sentire bene l’odore della figa…. Brava, così… alza la gonna e sposta le mutandine… fagliela leccare un po’… Io intanto mi tolgo i pantaloni...

Mi sto chiedendo perché nessuno abbia ancora aperto il lucchetto… anzi… avrei proprio bisogno che qualcuno lo facesse rapidamente perché il cazzo continua ad indurirmisi e l’anello della CB, tirando le palle verso la punta del pisello, inizia a fare male.
Intanto, tra le mie labbra e quelle della figa di Marisa, si sta intrufolando il cappellone turgido di Bull Bruno. Scoparla sulla mia faccia in questa posizione è una cosa che ha già fatto altre volte, ma solo raramente, soprattutto nei primi tempi.
Sono secoli che non accade, ma so perfettamente come comportarmi: lascio che la punta del cazzone di lui si faccia strada tra le mie labbra mentre gli passo la lingua tutt’intorno, insalivandola bene, poi, con la punta della lingua, la sollevo fino ad allinearla con la figa dischiusa di Marisa e continuo a leccare l’asta mentre scivola dentro, penetrandola.
Sento le grosse palle del bull poggiarmisi sulla fronte, poi scorrermi lungo il naso e infine, quando è tutto dentro di lei, depositarsi sulle mie labbra. Le lecco delicatamente, come so che vuole che io faccia. Sanno di maschio e di sudore.
Leccare le palle del toro mentre monta la tua signora: niente male come umiliazione, no?

-Allora fighetta? Ti piace lo spettacolo dalla prima fila? Scommetto che la clito adesso risponde bene, vero? Lo so che tenerla dura non è mai stato il tuo forte… perciò ha pensato a tutto Zio Bruno… dovresti ringraziarmi per tutto questo...

Mi dice Bull Bruno ansimando, mentre ammiro il suo cazzone pompare con forza la mia dolce metà, ipnotizzato. Intanto la CB sta praticamente strappandomi via le palle...

-Era proprio giusto che ti consentissi di avere un’erezione, dopo tanto tempo… non è così, fighetta? Beh… goditela tutta… magari ti starai chiedendo quand’è che ti apriremo la gabbietta per farti schizzare, vero? Beh… non succederà! Ovviamente non ho mai detto che te l’avremmo aperta… ma tanto è un dettaglio, per te, giusto? Le femminucce come te non hanno bisogno di far vedere agli altri che sono capaci anche loro di venire... anzi...

Ormai è chiaro: altro che darmi un po’ di sollievo dopo 5 mesi di castità… è solo un’ulteriore parto della mente malata del Maschio di Casa per ridere con Marisa alle mie spalle! NON hanno mai avuto intenzione di farmi sborrare ma anzi di rendermi la castità forzata ancor più penosa.
Sento il cazzo pulsare per il dolore. Vorrei poter rilassarmi e in qualche modo perdere questa erezione così dolorosa, ma l’effetto combinato del Viagra e di ciò che sta accadendo a pochi centimetri dal mio viso me lo rendono impossibile. Mettiamoci pure che i gemiti di piacere di Marisa proprio non aiutano…

L’agonia dura una mezz’ora buona, poi sento sulla lingua la vena spermatica del suo cazzone contrarsi ritmicamente a pompare sperma caldo dentro la figa di lei, poi lui che si ritira e se lo fa leccare da me, infine il suo stesso sperma colarmi in gola dalla figa ancora dischiusa.

Finalmente sono libero di alzarmi. Ho il cazzo e le palle viola.

L’effetto del Viagra è durato tutta la notte. Notte durante la quale sono riuscito a dormire in maniera molto poco continuativa, svegliato ogni oretta circa da dolorosissime erezioni.

L'indomani mattina, prima di uscire, Marisa mi ha fatto cambiare di nuovo gabbietta, rimettendomi quella metallica e le cose sono decisamente migliorate. Ho portato comunque segni fino ad oggi: lividi tutt’attorno alla base del cazzo in corrispondenza dell’anello e leggere escoriazioni sulla cappella in corrispondenza della fessura che si trova in punta alla CB. Fessura dalla quale il mio povero pisellino si era forse illuso di poter passare…

... Continue»
Posted by CagedSissyCuck 6 months ago  |  Categories: Voyeur, Masturbation, Shemales  |  
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Mamma, guarda come sborro! 1



Potevano essere all'incirca le tre del pomeriggio di un pomeriggio di sabato quando, recandomi in bagno per fare una pisciata, passai davanti alla porta chiusa della camera di mia madre, dalla quale sentii provenire degli strani rumori.Incuriosito, mi avvicinai silenziosamente e, messomi in ginocchio, spiai dal buco della serratura.Accidenti, che spettacolo!Mamma, sdraiata sul letto a gambe larghe con la gonna rialzata e le mutandine abbassate, si stava tirando un furioso ditale massaggiandosi il grilletto con le dita della destra e facendosi scorrere velocemente in figa tre dita della sinistra! Smaniava come una cagna in calore quella maiala, cosicchè, senza pensarci un attimo mi aprii la patta e, con l'occhio fisso al buco della serratura, mi apprestai a tirarmi un bel raspone.Ne avevo giusto voglia dopo tante ore di studio e, quando la vidi godere con un potentissimo orgasmo che le squassò tutto il corpo, mi feci anch'io una bellissima sborrata lanciando lunghi schizzi di crema sul pavimento del corridoio.Non era certo la prima volta che mi segavo spiando mia madre ed ero convinto che lei lo sapesse e che facesse apposta tutto quel casino quando si sbatteva la passera per farsi sentire da me.Fatto sta che quando ebbi finito non mi preoccupai neppure di dare una pulita al pavimento: volevo che lei trovasse i miei schizzi davanti alla sua porta e sapesse che avevo goduto spiandola.Mamma ed io viviamo da soli da molti anni e adesso che sono diventato un uomo non mi dispiacerebbe affatto farmela. Non è che sia una bellezza, con quel corpo un pò appesantito ed il viso segnato dalle tante vicende della vita, però ha ancora due belle tette; e anche il suo culo, anche se è un pò troppo grosso, ha un che di appetitoso.Uscito dal bagno, dove ero andato finalmente a pisciare e a darmi una ripulita, me la ritrovai davanti.Non ti vergogni? mi domandò a bruciapelo.Di che? le risposi.Di spiare tua madre e tirarti le seghe. Guarda che casino hai combinato, hai sporcato anche il muro con i tuoi schizzi.E allora? le feci io. Ho visto che ti stavi tirando un ditale e mi hai fatto venire voglia.Sei proprio un porco, mi apostrofò ridendo, e se ne andò in bagno.Il giorno dopo, era domenica, la scena si ripetè. Questa volta, però, lasciò la sua porta socchiusa ed io potei spiarla molto più comodamente e, altrettando comodamente, sfilarmi del tutto calzoni e mutande e spararmi una sega lunghissima e farmi una sborrata colossale nello stesso momento in cui lei, guardando nella mia direzione, fu squassata da un potentissimo orgasmo.Avevo nuovamente sporcato dappertutto e quando usci dal bagno dove mi ero dato una ripulita, me la ritrovai un'altra volta davanti.Stava indicando, sul pavimento di marmo scuro, le tracce inequivocabili della mia attività.Ti piace spiare tua madre! mi apostrofò, accidenti se ti piace! A giudicare dal pavimento devi esserti fatto una bella goduta!La colpa è tua, le dissi, che hai lasciato la porta socchiusa.Hai ragione, fece lei, ma l'ho fatto apposta per farti piacere. So che ti piace spiarmi mentre mi sbatto la passera e in questo periodo stai studiando così tanto che ho pensato ti potesse far bene sfogarti un pò.Grazie, mamma, riuscii solo a dire.Non c'è di ché. Adesso però prendi uno straccio e dai una pulita.La settimana successiva lei tornò al lavoro ed io mi dedicai intensamente allo studio. La sera cenavamo insieme e poi guardavamo un pò di tv.Il giovedì sera trasmettevano un programma particolarmente noioso, cosicchè andammo entrambi a letto presto.Verso le dieci, io stavo già per addormentarmi, lei mi chiamò.Antonio?Che c'è mamma?Vuoi venire qui?Temendo che non si sentisse bene la raggiunsi immediatamente.Che c'è, non stai bene? domandai allarmato appena fui in camera sua.Ma no, sciocchino, sto benissimo, mi rispose ridendo. Solo che mi è venuta voglia di tirarmi un ditale e, se ti fa piacere, puoi guardarmi da vicino. A questo punto non ha più senso che tu mi spii come un ladro.Stai parlando seriamente? domandai.Ma certo. L'importante è che tu non ti metta in testa strane idee. Se vuoi puoi guardare e basta. Al massimo puoi tirati una sega.Davvero posso segarmi davanti a te?Ma si, perché no! In fondo fa piacere anche a me.Doveva essersi profumata perchè nella stanza aleggiava un odore di femmina misto a quella di una costosa essenza francese.inutile dire che di fronte a quella proposta mi sentii subito formicolare i coglioni e sentii il cazzo indurirsi e premere contro il cotone del pigiama.Vedo che la proposta ti alletta, disse lei ridendo ed indicando il rigonfiamento dei miei calzoni.Forza, mi disse ancora, levati il pigiama; sei ridicolo con quella specie di tenda sul davanti.Accortasi che, nonostante tutto provavo un certo imbrazzo a denudarmi davanti a mia madre, fece lei la prima mossa sfilandosi la camicia da notte e mostrandosi a me completamente nuda.Sono brutta vero?Ma no, mamma, cosa dici, sei bellissima.Non è vero, sono vecchia e grassa.Ma no, ti dico che sei bellissima, davvero.Grazie, mi fa piacere sentirtelo dire anche se so che non lo pensi.Mamma, credimi, lo penso davvero.Bene, allora vieni qua, levati il pigiama e sdraiati vicino a me. Ci tocchiamo e ci diamo piacere guardandoci a vicenda. E' da tanto che non ho un uomo nudo nel mio letto.Quando mi sfilai il pigiama vidi che il suo sguardo si posava sul mio membro ritto.Ce l'hai grosso, mi disse, è cresciuto parecchio dall'ultima volta che ti ho visto nudo. Allora eri ancora un ragazzino.Te lo seghi spesso? mi domandò.Abbastanza.Da solo o con qualche amico?Mamma cosa dici! Quelle cose si fanno nell'adolescenza.Allora te fai segare da qualche amica.Quando capita.E ti fanno anche altro? Magari te lo prendono in bocca.A volte si.Aveva spalancato le cosce e potevo vedere che il suo figone nero si stava bagnando. sentivo anche l'odore della sua femminilità spandersi nell'aria.Raccontami cosa ti fanno quelle maialine, mi disse poi cominciando a titillarsi il clitoride che si stava indurendo come un piccolo cazzo.Racconta tutto alla tua mamma che ha tanta voglia di godere.Adesso se la stava proprio sbattendo e non potei fare a meno, mentre le raccontavo alcuni episodi della mia modesta vita sessuale, di avvicinare il viso alla sua figa per guardare meglio ed aspirare il forte odore di fregna allupata che proveniva dai suoi sughi.Nel frattempo avevo impugnato la mazza e me la stavo facendo scorrere lentamente nella mano destra, quando sentii la sua mano scostare la mia.Fammelo toccare, mi disse, è da tanto che non tocco un bel cazzo duro.Quando sentii la sua mano, calda, morbida e bagnata dei succhi della sua figa stringersi intorno alla mia mazza, mi feci ancora più vicino e allungai timidamente la destra a sfiorarle le poppe.Le vorresti toccare? mi domandò.Da morire, sibilai.Toccale pure, allora.Non me lo feci certo ripetere e mi tuffai con entrambe le mani su quelle due belle poppone dai capezzoli larghi e inturgiditi.Giocaci un pò, piccolo, mentre mamma si sbatte la passera e ti sega la mazza.E così feci, perdiana! Le sue poppe erano davvero fantastiche, grosse, morbide e sode allo stesso tempo e la sua mano, che lei di tanto si bagnava infilandosela nella topa fradicia, mi stava facendo godere davvero come un maiale.Vedevo che lei era forse ancora più arrapata di me e così staccai una mano dalle poppe e la allungai verso le sue cosce.Cosa vorresti fare? domandò.Te la posso sbattere un pò io?Sei capace?Credo di si.Prova, allora.Era calda la sua figa, calda e fradicia. Non so se fossi davvero capace di sbattergliela per bene, ma lei mi parve apprezzare perchè sentii che la stavo facendo godere. Giocai a lungo col suo clitoride, poi infilai tre dita all'interno e le tirai un bel ditale.Sei bravo, mi sussurrò, sei davvero bravo, mi stai facendo godere. Ti meriti anche tu una bella goduta.Vieni, cambiamo posizione, mettiamoci in ginocchio.In quella posizione potevo sbattergliela meglio e potevo imapastarle meglio le poppe con la mano libera; inoltre lei poteva massaggiarmi i coglioni e segarmi più agevolemnte la mazza che aveva ormai preso a colare un filo di bava.Stai colando, mi disse, hai voglia di sborrare?Si, tanto, ma non subito, facciamolo durare ancora.Va bene, piccolo, lo facciamo durare quanto vuoi.Adesso con la mano libera avevo momentaneamente abbandonato le poppe e le stavo carezzando le grosse chiappe carnose.Mamma ha il culone grosso, scherzò lei.E' bellissimo, feci io.Bugiardo. Ti giuro, è bellissimo, sodo e carnoso.Scommetto che ti piacerebbe rompermelo.Ci puoi giurare!Scoppiò a ridere. Scordatelo!Nel frattempo mi ero fatto più audace e avevo dato qualche leccata alle poppe. Visto che lei non protestava ci tuffai il viso e presi a baciargliele e leccargliele.Ti piacciono le poppe di mamma, brutto porcellino. Baciale e leccale quanto vuoi. Mordile anche se ti fa piacere.Stai colando avvero un casino, aggiunse poi, guarda come mi hai ridotto le lenzuola. Non vuoi che ti faccia sborrare?Non ancora, posso ancora trattenermi. Sentii che la sua mano si staccava dal mio cazzo. Era piena di bava e Vidi che prese a leccarsela.Stai leccando la bava del mio cazzo, le dissi.Si, mi piace, ha un buon sapore.Le sfilai la mano dalla passera e mi leccai le dita.Anche la tua figa ha buon sapore, le dissi.Ti piacerebbe leccarla?Eccome! esclamai.E allora fatti sotto porcellino!Me la diede da leccare e, contemporaneamente si imboccò la mia cappella.Non era certo la prima figa che leccavo né il primo bocchino che mi facevo fare ma, dovete credermi, nessuna aveva una figa così saporita e nessuna aveva mai saputo ciucciarmi la mazza con tanta perizia.Oramai gli argini si erano rotti e quando mi sfilai dalla sua bocca e la feci mettere alla pecorina lei non protestò.Sapevo che sarebbe andata a finire così, disse solo quando le montai in groppa ed iniziai a spingere la testa del cazzo contro il buchetto rosato del suo culone.Non farmi troppo male, mi implorò, sono anni che non lo prendo nel culo.E invece le feci male, perché il suo buco del culo era davvero stretto e ci misi un sacco ad infilarci tutta la mazza. A poco a poco, però, spingendo come un forsennato, sentii che i suoi muscoli si stavano rilassando e, centimetro dopo centimetro, mi piazzai nel suo culo fino ai coglioni.Aggrappato alle sue spalle la montai come un califfo facendomi un'inculata davvero epica e quando sentii di non riuscire più a trattenermi mi sfilai.Perché ti levi, mi domandò.Perchè devo sborrare.E non vuoi sborrarmi nel culo?No, sono anni che sogno si sborrarti in faccia.Il mio cazzo, duro da farmi male, ondeggiava davanti al suo viso colando bava, pronto a scaricarle addosso la piena dei miei coglioni.E allora sborrami in faccia, sporcami tutta. Sul viso e sulle poppe, quasi mi misi ad urlare dall'eccitazione, ti sborro sul viso e sulle poppe, brutta maiala.E, finalmente, potei liberarmi, scaricandole addosso un fiume di sborra calda e cremosa che troppo a lungo avevo trattenuto. Si, bravo sborrami sul viso e sulle poppe, la sentii incitarmi mentre le riversavo addosso secchiate di sborra spessa e untuosa. Sborra, bravo, sborra, così, così, ancora, dammene ancora. Fai vedere alla tua mamma quanto sei bravo, falle vedere come la sporchi tutta con i tuoi schizzi.Nel frattempo se la sbatteva furiosamente, potevo sentire lo sciabordio delle sue dita nella figa fradicia, e venne anche lei.Guardami, mamma, guardami, stavo urlando, guarda come sborro, guarda come ti sborro addosso! Stavo sborrando davvero come un cavallo colpendola con lunghi schizzi violentissimi che la ricopersero letteralmente da capo a piedi.Fu una notte lunghissima, quella. Ci addormentammo all'alba dopo che la ebbi fatta godere non so quante votle sbattendole la passera e leccandogliela. Purtroppo non volle farsi ciulare perché aveva paura di rimanre incinta. In compenso mi leccò dappertutto, dalla testa ai piedi. Mi ciucciò la cappella, mi leccò i piedi, i capezzoli ed il buco del culo. Si fece sborrare in bocca, in faccia, sulle poppe.Mi diede nuovamente il culo e le sborrai anche negli sfinteri. Mi fece godere per ore insegnandomi posizioni e trucchi per fare godere una donna senza metterglielo in pancia.Purtroppo non ci furono altre nottate come quella.Da allora ho ripreso a spiarla e a tirarmi le seghe nel corridoio.Ma io sono fiducioso. Prima o poi....
Da un pò di tempo ho commesso l'errore di permettere a mio figlio Marco, un diciannovenne che fino ad ora non mi aveva mai dato problemi, di prendersi parecchie libertà.I ragazzi di quell'età, lo sanno tutte le madri, hanno bisogno di sfogarsi spesso ed io, preoccupata nel saperlo sempre chiuso in camera sua a guardare filmetti porno, ho allentato la guardia di fronte alle sue un poco troppo calorose manifestazioni d'affetto.Per carità, non c'è nulla di male se un figlio manifesta il proprio affetto alla madre, per giunta vedova. Però a tutto c'è un limite e quando lui ha cominciato a mettermi le mani addosso, io avrei dovuto ribellarmi, anziché incoraggiarlo come invece purtroppo ho inconsapevolmente fatto.Ma una madre, si sa, per il proprio figlio farebbe qualunque cosa, e quando lui è stato lasciato dalla sua ragazza mi sono accorta che stava davvero soffrendo, così non ho potuto fare a meno di assecondarlo, almeno sul piano fisico.Un ragazzo di diciannove anni deve potersi sfogare e quando ho cominciato a vederlo girare per casa smanioso e con l'uccello duro che gli segnava i calzoni ho provato pena per lui ed ho finto di non accorgermi che i suoi abbracci ed i suoi baci erano un poco troppo affettuosi da parte di un figlio.Ed ho anche finto di non accorgermi che, al termine di quei lunghi e calorosi abbracci, i suoi calzoni erano quasi sempre bagnati.Insomma, per farvela breve, a poco a poco gli ho anche permesso di allungare le mani e lui, visto che ha trovato il terreno facile, ne ha approfittato per infilarmele nella scollatura o sotto la gonna.Devo anche ammettere che, a parte l'amore di una mamma per il figlio, essendo ormai vedova da tanti anni quelle mani addosso non mi dispiacevano affatto. Cercavo, è vero, di sottrarmi alle sue avances, ma senza troppa convinzione. Soprattutto la sera, seduti fianco a fianco sul divano davanti alla tv, gli permettevo di carezzarmi le gambe, le cosce e di infilare una mano nella scollatura del seno fino a quando non mi accorgevo che lui riusciva a svuotarsi.Dopo un poco era diventata un'abitudine e quando lui sentiva il bisogno di darsi un poco di sollievo mi chiedeva di andare a sederci sul divano dove io mi prestavo alle sue carezze fino a quando non lo sentivo finalmente rilassarsi e vedevo una larga macchia scura spandersi sul davanti dei suoi calzoni.Certe volte lo vedevo smaniare come un asino in calore e mi faceva talmente pena che ero io stessa che lo invitavo ad andare a sistemarci sul divano dove, davanti alla tv accesa, fingevo di guardare la trasmissione e di non accorgermi delle sue mani che risalivano sotto la mia gonna o si insinuavano sotto la camicetta mentre lui mi copriva il volto di baci.A poco a poco, come ho già detto, le mie difese si stavano allentando, ed una sera in cui doveva probabilmente essere più infoiato del solito, dopo essersi seduto al mio fianco sul divano prese a sbottonarmi la camicetta.A quel punto non potevo più fingere di non accorgermi e dovetti intervenire.Marco! esclamai, cosa stai facendo?Ma lui, invece di rispondermi, slacciò un altro bottone.Marco, per piacere, stai buono!Ma la camicetta era oramai tutta aperta ed il mio grosso seno - ancora piuttosto bello, devo dire - era coperto solo dal reggiseno di pizzo nero.Prima che potessi accorgermene lui fece saltare il gancio posteriore e le mie mammellone, bianche e lisce, grosse e sode e con dei bei capezzoli rosati, si presentarono al suo cospetto in tutta la loro magnificenza.Marco! ti sei impazzito?Ma lui non mi ascoltava neppure, totalmente affascinato da quei due grandi globi di carne pensando ai quali doveva avere riversato torrenti di sperma.Come sono belle! lo udii esclamare con la stessa espressione sul volto di un bimbo davanti ad una torta di panna e cioccolato.Lo so che ho sbagliato, ma io che cosa avrei dovuto fare? Forse avrei dovuto sgridarlo, alzarmi ed andarmene infuriata.Ed invece sono rimasta lì e gli ho permesso di giocarci con quei globi di carne. Gli ho permesso di carezzarle, palparle e baciarle.E quando l'ho visto irrigidirsi tutto, nel momento del piacere, ho provato piacere anch'io, per lui.Lo avevo fatto felice - e mi era testimone la chiazza sui suoi pantaloni, larga quanto non l'avevo mai vista prima - ed io ero felice per lui.L'amore di una madre non ha limiti, lo sappiamo tutti, e da quella volta le nostre serate sul divano si concludevano sempre con le mie poppe al vento, con lui che le carezzava, le palpava, le baciava e le leccava... e con un paio di calzoni da smacchiare.Il tutto si sarebbe fermato lì se non fosse che anch'io sono fatta di carne e non di legno. Ed una sera in cui chi smaniava come un'asina in calore ero proprio io, lui dovette accorgersene perché, dopo avere liberato le mie poppe dalla costrizione del reggiseno, decise che potevo anche fare a meno delle mutandine.Devo ammettere che con le poppe al vento, la gonna rialzata sulla pancia e le sue mani che scorrevano sulle mie cosce coperte da un paio di autoreggenti nere, non c'è da stupirsi se lui, ad un certo punto, abbia cercato di liberarmi dal fastidio di un bel paio di mutandine nere sulle quali avevo in precedenza lasciato cadere due gocce di profumo francese.Devo anche ammettere che le mie proteste sono state alquanto flebili e devo aggiungere di non avere opposto molto resistenza quando lui, rosso in viso e con le mani tremanti, mi ha fatto scivolare le mutandine alle caviglie mostrando al suo sguardo estasiato il mio bel figone contornato di riccioli neri.Doveva avere la gola secca e la bocca asciutta perché lo sentii deglutire rumorosamente quando, con delicatezza, mi divaricò le gambe quel tanto che gli era concesso dalle mutandine arrotolate alle mie caviglie.Marco, adesso cosa vorresti fare? mi udii dire con voce allarmata.Invece di rispondermi lui si inginocchiò ai miei piedi.Com'è bella, mamma! esclamò poi con voce strozzata. La posso toccare?Toccala, baciala, leccala! avrei voluto gridare, ma mi trattenni.Lo vidi inspirare profondamente con le narici e mi accorsi di essere bagnata fradicia.Che buon odore che ha, mamma!Cercando di non fargli notare quanto fossi arrapata, gli dissi che poteva toccarla.Quando sentii i suoi polpastrelli tremanti poggiarsi sulla mia carne viva dovetti trattenermi per non smaniare.Mamma, sei tutta bagnata, disse lui.Non sapevo cosa rispondere.Sentivo le sue dita percorrere i contorni delle grandi labbra, soffermarsi sul clitoride indurito e infine penetrare delicatamente all'interno.In quel momento avrei voluto che mi sbattesse sul divano e mi montasse sopra, ma feci di tutto per mantenermi composta. La mia passera, però, dilatata, con le labbra ingrossate e bagnata fradicia, tradiva i miei sentimenti.Hai voglia anche tu, vero mamma?Stavo pensando a cosa rispondere quando lo vidi inarcarsi tutto e stringere gli occhi e capii che si stava svuotando.Aspettai che si fosse liberato completamente i coglioni, poi mi rialzai velocemente dal divano, mi sfilai le mutandine e corsi in bagno a tirarmi un ditale che mi procurò un orgasmo gigantesco.Le serate successive cercai di combinare delle uscite con le amiche; avevo paura di stare in casa con Marco, non sapevo che cosa sarebbe potuto accadere.Ma non potevo sempre uscire, oltretutto Marco pareva triste ed offeso.Non mi vuoi più bene mamma? mi domandò una sera mentre mi stavo preparando per andare al cinema con Carla e suo maritoMa no, sciocchino, come puoi pensarlo?E così dovetti disdire l'impegno e dopo cena eravamo nuovamente sul divano.Quando lo vidi arrivare in soggiorno, rosso in viso, con le mani leggermente tremanti ed il solito turgore sul davanti dei calzoni, sapevo perfettamente cosa stava per succedere.Feci per rialzarmi dal divano, ma la sua espressione da cane bastonato al pensiero che io stessi per andarmene mi trattenne.E così mi lasciai sbottonare la camicetta, levare il reggiseno, rialzare la gonna e sfilare le mutandine.Lasciai che Marco si inginocchiasse ai miei piedi, che tuffasse il viso tra le mie poppe e infilasse le dita nella mia femminilità.Speravo che godesse velocemente, come le altre volte; invece quella sera pareva durare parecchio ed io, che come ho già avuto modo di dire non sono fatta di legno, stavo partendo per la tangente a sentirmi baciare e leccare le poppe a quella maniera e a sentire le sue dita che frugavano tra le mie cosce.Mamma, disse ad un tratto lui scostandosi dal mio seno e guardandomi fisso negli occhi, mi piacerebbe tanto che tu mi guardassi mentre godo.Cosa potevo rispondere?Ma...in che senso? farfugliai.Nel senso che vorrei che tu mi guardassi mentre sborro.Con le poppe bagnate dalla sua saliva e le sue dita che stavano ravanando nella mi figa, avrei forse potuto dirgli di no? O fargli notare che non sta bene che un ragazzo sborri sotto lo sguardo di sua madre?E così lo aiutai a sfilarsi velocemente calzoni e mutande e mi ritrovai col suo cazzo svettante, duro come il marmo, dritto come un fuso e molto più lungo e grosso di quanto non immaginassi, al mio cospetto.A questo punto sfilati anche la maglietta, gli dissi, e levati quei maledetti calzini.Era nudo, bello come un dio greco, davanti a sua madre.Decisi che avrei dovuto prendere in mano io la situazione per evitare che precipitasse e, tanto per cominciare...presi in mano il suo uccello.Era caldo, liscio e duro.Seduto al mio fianco sul divano, a gambe spalancate, lo vidi chiudere gli occhi e, con un espressione sognante sul viso, lasciò che glielo lisciassi.Con la destra avvolta intorno a quel potente pezzo di carne feci scorrere la pelle e ne scoprii la testa, grossa, lucida e coi bordi larghi, spessi e rialzati.Con la sinistra tastai le palle, dure, gonfie e grosse anch'esse.Era un pezzo che non maneggiavo un uccello - e che uccello! - e sentivo che mi stavo bagnando sempre di più.Iniziai lentamente a segarlo sentendolo farsi sempre più duro; lo sentivo pulsare mentre la cappella si faceva sempre più turgida e ne vedevo i bordi allargarsi ed inspessirsi.Mi abbassai verso di lui e passai la lingua su un suo capezzolo che si irrigidì all'istante.Lui mugolò di piacere, allora passai a leccare e a succhiare entrambi i suoi capezzoli mentre acceleravo leggermente il ritmo della sega.Lo vidi scivolare un poco in avanti ed intuii che stava assumendo quella posizione per permettermi di massaggiargli i coglioni, cosa che feci con la mano sinistra.Quando vidi che il buchetto del cazzo prese a dilatarsi e a secernere qualche goccia di una bava biancastra e collosa intuii che Marco stava per godere.Quando la bava si fece più spessa ed abbondante - ormai le mie dita ne erano piene - lui si inarcò protendendo il ventre in avanti.Mamma! mi disse con voce strozzata dal piacere, io sto per sborrare.Sborra, piccolo di mamma, sborra, sborra tanto! Fai vedere alla tua mamma una bella sborrata, falle vedere come schizzi! Mamma ti guarda, come piace a te.Il mio Marco era alla fine, intuivo che la sborra gli stava montando e che era una questione di attimi. Io, dal canto mio, mi sarei infilata in pancia un palo da tanto che avevo voglia. Mi sentivo la topa infuocata e la sentivo colare lungo le cosce.Eccola, eccola! urlò Marco, ora, ora! Sto per godere, eccola, la sento, la sento! Ahhh, sto sborrando mamma, sto sborrando!! Ahhh! Ahhh!Continuando a leccargli i capezzoli sentii il suo cazzo farsi, se possibile, ancora più duro. Lo sentii guizzare nella mia mano come un cavallino imbizzarrito, vidi la cappella gonfiarsi a dismisura e, finalmente, lo feci sborrare.Non è facile descrivere a parole lo spettacolo cui assistetti. Nella mia vita di cazzi ne ho fatti sborrare un bel pò, ma mai nessuno mi ha mostrato un simile spettacolo di potenza.Che dire: fu un susseguirsi di schizzi lunghissimi, violenti, abbondanti, spessi e cremosi che, disegnando un arco, andarono a spiaccicarsi sul mio tappeto persiano a qualche metro di distanza.Marco, in un parossismo di eccitazione, si era inarcato con le spalle sul divano ed i talloni a terra e mi incitava a guardarlo mentre lanciava i suoi fiotti di sperma.Mamma, mammina, guarda come sto sborrando! Guardami, guardami! Ahh, come godo, come godo! Ahh!Ahh!Sembrava impazzito e intanto buttava come un cavallo mentre l'aria della stanza si riempiva dell'afrore del suo sperma.Bravo, bravo, così, così! mi udii incitarlo, così, così, bravo, buttane ancora! Sborra, bravo, sborra mentre mamma ti guarda.Ero davvero impressionata da quello spettacolo, ma lui non finì di stupirmi, perché quando credetti che si fosse finalmente svuotato e feci per togliere la mano dal suo cazzo ancora duro lui mi chiese di continuare a segarlo.Non fermarti mamma, non fermarti, ce n'è ancora, ce n'è ancora!E infatti, dopo un paio di secondi, vidi fuoriuscire un lungo rivolo di sborra, questa volta liquida e fluida, che andò a formare una piccola pozza sul pavimento proprio davanti al divano.Adesso si era proprio scaricato e si accasciò sul divano.Che goduta, mamma, che goduta! Grazie, grazie, sei stata bravissima.Anche tu, piccolo, sei stato bravissimo. Non avevo mai visto una sborrata del genere.Ti è piaciuto guardarmi?Tanto, davvero.Allora possiamo rifarlo?Marco! non essere ingordo!Hai ragione, scusa. E tu?Io, cosa?Tu non hai voglia di godere?A dire il vero mi hai fatto venire una certa voglia.E allora tirati un ditale. O preferisci che te lo tiri io?Faccio da sola, grazie.Feci per alzarmi, ma lui mi bloccò.Dove stai andando?Bè...ecco...io andrei in camera mia a...Perché? non puoi tiratelo qui? Io ti ho fatto guardare mentre sborravo. Fammi guardare anche tu.La sua logica era inoppugnabile, per cui non seppi cosa rispondere.D'altro canto ero infoiata come una vacca e dovevo assolutamente tirarmi almeno un ditale.Così lo accontentai e, adagiata sul divano, spalancai le cosce ed iniziai a montarmi a neve la passera che, peraltro, era già bella pronta, aperta e gocciolante.Dopo il primo orgasmo, che raggiunsi quasi istantaneamente da tanto che ne avevo voglia, continuai a sbattermela sotto lo sguardo sempre più interessato di mio figlio che, a dispetto dell'immane goduta che si era appena fatto, ce l'aveva di nuovo duro e mi si stava pericolosamente avvicinando.Mi piace guardarti mentre te la sbatti, mi disse prima di appoggiare le labbra sui miei capezzoli inturgiditi.Mi piace sentire il rumore che fanno le tue dita nella figa fradicia, aggiunse poi, e mi piace anche l'odore di femmina che stai spandendo nell'aria.Nel parlare si era fatto più sotto ed ora sentivo il suo cazzo duro premere contro il mio fianco nudo.Istintivamente lo presi in mano e, fatta scorrere la pelle, scoprii la cappella e raccolsi con le dita alcune gocce di sborra della sua precedente goduta e me le passai sulla lingua.In quel momento sentivo arrivare il secondo orgasmo e stavo godendo come una maiala, sicché quando lui si inginocchiò davanti a me ed iniziò a leccarmi le cosce non solo non protestai ma, afferrata con entrambe le mani la sua testa, lo diressi verso di me invitandolo a leccarmi.Leccala, ti prego, leccala. Lecca la figa di mamma, falla godere, falla godere tanto.Con la faccia sistemata tra le mie cosce spalancate sentivo la sua lingua inesperta percorrere le grandi labbra, leccare il clitoride, insinuarsi fino alle piccole labbra e penetrare all'interno della mia femminilità.Spingendo il ventre contro di lui fin quasi a soffocarlo fui all'improvviso squassata da un orgasmo tremendo, sicuramente il più potente degli ultimi anni, che mi fece tremare, urlare e riversare sul suo viso tutti i miei sughi.Quando riuscì a liberarsi dalla stretta delle mie cosce vidi che mi stava sorridendo.Che vergogna! dissi. Che vergogna! ripetei coprendomi il viso col braccio. Che vergogna fare queste cose con mio figlio.Mamma, mammina, non dire così. Non abbiamo fatto nulla di male. Avevamo voglia tutti e due e ci siamo dati piacere.Senza rispondere mi rialzai dal divano e andai a fare una lunga doccia calda.Quando, con indosso l'accappatoio, andai a ripulire il tappeto persiano dal disastro che aveva combinato Marco, non riuscivo a togliermi dalla mente lo spettacolo della sua sborrata e della goduta che mi ero fatta quando mi ero lasciata leccare la figa.Incazzata con me stessa sentii che mi stavo nuovamente bagnando tra le gambe e decisi di andare a fare un'altra doccia, questa volta fredda, ma nel corridoio fui intercettata da mio figlio.Aveva fatto la doccia anche lui e il suo accappatoio mostrava i segni inequivocabili della sua rimontante eccitazione.Rammentai il suo cazzo duro mentre mi tiravo il ditale e pensai che fosse rimasto con la voglia di sfogarsi una seconda volta. A quell'età ce ne vuole prima di saziare un ragazzo!Feci per schivarlo ma lui mi afferrò un braccio.Sei arrabbiata? mi domandò con l'aria contrita.Ma no, stai tranquillo; e comunque quanto è successo è solo colpa mia.Nonostante tutto non riuscivo a distogliere lo sguardo dal ridicolo rigonfiamento del suo accappatoio.Lui se ne accorse e mi si fece più vicino, e quando slacciò la cintura del mio accappatoio non feci nulla per fermarlo.Sentii le sue mani calde e leggermente sudate per l'eccitazione afferrare i miei seni.Mamma, mi disse giocando con le mie poppeDimmi, piccolo.Io avrei ancora tanta voglia.Davvero?Davvero, mamma.E così me lo sono portato in camera mia, gli ho tolto l'accappatoio e l'ho fatto sdraiare sul mio lettone, col cazzo ritto che puntava verso il soffitto.Cosa ti piacerebbe? gli ho domandato sfilandomi a mia volta l'accappatoio e sistemandomi al suo fianco.Non lo so, fai tu.E così ho cominciato a giocare col suo corpo perfetto, dapprima carezzandolo dappertutto, poi dandogli dei piccoli baci e infine leccandolo tutto dalla testa ai piedi.Gli ho leccato le gambe, le ginocchia, il petto, la pancia, la schiena, le spalle. Gli ho infilato la punta della lingua nelle orecchie e gli ho leccato gli occhi, il naso, le labbra. Gli ho messo la lingua in bocca e ne ho leccato l'interno; gli ho leccato i piedi e le mani.Poi l'ho fatto inginocchiare davanti a me e gli ho finalmente fatto ciò che lui desiderava e non osava chiedermi.Gli ho scoperto la cappella e gliel'ho leccata, succhiata, gliel'ho lavorata di lingua e di labbra fino a quando non ho sentito il sapore salato della sua bava di cazzo.Allora mi sono fermata - non volevo farlo già godere - e ho preso a leccargli i coglioni. Li sentii belli pieni e provai un fremito di piacere al pensiero della sua imminente sborrata.Nel frattempo lui giocava con le mie poppe, mi infilava le dita nelle figa e mi palpava soddisfatto il culo. Lo stavo facendo godere ed ero felice.Vuoi sborrare? gli ho domandato ad un certo punto.Non subito. Fammi godere ancora un poco. Posso leccarti la figa?Ma certo, piccolo, lecca la figa di mamma, leccala quanto vuoi.Mi fece mettere alla pecorina perchè voleva leccarmela da dietro ed io intuii che gli doveva interessare anche il mio culo. Infatti, dopo avermela leccata per bene, facendomi godere come una maiala, mi divaricò bene le gambe e tuffò il viso tra le mie chiappe, dedicandosi a leccarmi il buco del culo.Quando si fu ben saziato delle mie carni riemerse e mi diede nuovamente la testa del cazzo da ciucciare.Prima di imboccarmelo gli domandai se desiderava che lo facessi godere nelle mia bocca.Mi parve indeciso.Preferirei sborrarti sul viso e sulle poppe, disse poi.Come vuoi tu, piccolo.Non mi ci volle molto per finirlo a colpi di lingua lungo i bordi della cappella.Mamma, ci siamo, mi annunciò.Io peraltro lo avevo già intuito dal flusso della bava che fuoriusciva ormai copiosa.Mi misi in posizione offrendogli il viso e le poppe e lui si diede da solo gli ultimi colpi puntandomi contro la testa del cazzo.Vi ho già descritto la sua precedente sborrata, per cui non mi dilungo oltre.Dico solo che mi annaffiò tutta dalla testa ai piedi, sporcando le lenzuola, il comodino, la testata del letto, il muro. Combinò davvero un casino, reggendosi la mazza a due mani come fosse stato un tubo dell'acqua e schizzando dappertutto.Quando si fu scaricato si accasciò sul letto e lo feci ass****re al lungo ditale che dovetti immediatamente tirarmi.Dopo un breve sonno ristoratore ed una bella doccia cenammo, e quella notte dormimmo entrambi come due angioletti.Per qualche giorno Marco, evidentemente soddisfatto, stette buono, ma una sera, sul solito divano, tornò alla carica.La colpa fu mia perché quella sera, pensando di dover uscire a cena con amici mi ero messa tutta in tiro. Poi la cena fu rimandata ma io,invece di mettermi i soliti abiti da casa, rimasi com'ero.Calze nere, scarpe col tacco, un bell'abitino elegante che mi fasciava le forme, tutta profumata e ben pettinata, era evidente che lui si arrazzasse.E infatti dopo neanche un minuto che eravamo sul divano mi si è fatto vicino e ha cominciato a baciarmi e a palparmi dappertutto.Quando mi ha chiesto di inginocchiarmi sul divano l'ho visto talmente infoiato che non ho avuto il coraggio di dirgli di no; così, una volta sistemata, lui mi ha sollevato il vestito sulla schiena, mi ha fatto scivolare le mutandine alle caviglie ed ha tuffato il viso tra le mie cosce, iniziando a leccarmi come un forsennato. Poi si è tuffato tra le chiappe e ho sentito la sua lingua leccarle tutte e soffermarsi infine sul buco del culo.A quel punto volevo levarmi il vestito per stare più comoda, ma lui non ha voluto, dicendomi che così ero più sexy. Sentire la punta della sua lingua premere contro il mio buchetto posteriore per cercare di penetrarlo mi ha fatto un certo effetto, così ho proteso di più il busto verso l'alto per potergli offrire più agevolmente il culo.E' durata parecchio la sua leccata, e quando ha sfilato il viso dalle mie chiappe si è tolto rapidamente calzoni e mutande e mi sono ritrovato il suo cazzo svettante all'altezza del viso.Ciucciami la cappella, mi ha implorato, guarda come sto colando, non ce la faccio più.In effetti il suo magnifico cazzo stava colando davvero tanto, spargendo a terra la sua bava collosa.Insomma, ve la faccio breve. Dopo essermi imboccata la cappella ed avergli fatto un bocchino magistrale ho preteso la mia parte e mi sono fatta leccare la figa.Sdraiata sul divano a cosce spalancate gli tenevo la testa per la nuca e non l'ho mollato fino a quando non mi ha fatto godere.... Continue»
Posted by sukh1122 1 year ago  |  Categories: Taboo  |  
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Sull'evoluzione di un meraviglioso rapporto c

Come sa chi mi conosce, pur essendo io un notorio cuckold voyeur fortunatamente pieno di corna da parecchi anni grazie alla mia donna, non sono mai stato il genere di maschio sottomesso ed umiliato dalla sweet o anche dai suoi vari amanti, occasionali o fissi che siano. Anzi, di solito per creare un’ottima intesa e alchimia a tre, il bull deve necessariamente passare sotto la mia lente di osservazione e deve in qualche modo essere lui a subire il mio giudizio, prima che possa entrare tra le grazie della mia femminona, ma questo a nostro giudizio rende la cosa ancora più intrigante, perché è lì che si vale l’intelligenza e la classe del bull stesso: creare una complicità con il Padrone della sweet per poter poi “rivalersi”, una volta avuto accesso al nostro talamo, padroneggiando con la sua stessa donna, rendendola sua per quella sera. Quando un bull mi convince ed in un certo modo si sottomette alla mia superiorità (che mi deriva dal “possedere” le redini del gioco, dal “possesso” di quella meravigliosa grazia, dalla volontà di darla ad altri e dall’ultima parola sul darla o non darla a colui che si propone) ne ricava in premio il possesso della mia donna, che per quella sera diventa sua, per quella sera la vera coppia è costituita da loro due ed in tal senso le situazioni si rovesciano ed io diventerei spettatore passivo messo all’angolo totalmente, ed in ciò si giocherebbe il ruolo dell’umiliato, perché è implicito nel gioco che a quel punto, avendo io concesso la mia donna ad un altro uomo, al termine di una serrata e spietata selezione durante la quale sono stato protagonista principale di richieste e regole, a quel momento devo accettare, secondo quelle stesse regole del gioco, il nuovo scenario. Nei primi tempi questo nuovo scenario non era molto dissimile a quello della fase precedente: spesso il bull era comunque in soggezione, causa la mia forte personalità ed intransigenza mostrata durante il processo di selezione, ma anche poco propenso a dettare regole da maschio predominante, a causa del clima di affiatamento, simpatia e fiducia quasi cameratesca creatosi paradossalmente ma motivatamente tra di noi durante le fasi del processo selettivo: e la mia stessa femmina non riusciva a prescindere dal forte sentimento nei miei riguardi, e dal clima quasi gioviale ed allegro creatosi in tre, e pur dedicandosi completamente all’altro maschio durante il sesso adulterino la sua mente continuava ad essere impegnata a pensarmi, i suoi occhi e le sue mani a cercarmi. Io ero presente con parole, gesti, con foto, e qualche volta fisicamente partecipavo al sesso con gli altri due. Loro mi coinvolgevano, nessuno dei due riusciva ad escludermi completamente, erano situazioni molto
giocose e coinvolgenti per tutti e tre, ed a loro modo incredibilmente stimolanti, che hanno segnato un momento della nostra evoluzione sentimentale, affettiva, sessuale e di crescita di coppia veramente in modo meraviglioso. Fasi di una relazione cuckold che poi evolve, a seconda di quello che si comincia a scegliere e preferire durante il cammino intrapreso insieme. Noi due insieme, ma anche insieme ad amanti di lei che hanno segnato il suo e nostro immaginario, amanti pessimi ed amanti eccellenti che ci hanno aiutato a capire cosa cercavamo, cosa preferivamo, quale profilo, quale scenario, quale situazione, quale stato mentale. Cosa accade oggi? Oggi nessuno scenario ci è precluso: all’interno di questo gioco abbiamo fatto esperienze notevoli ed allora, fatta salva la fase selettiva che è sempre molto rigorosa e regolata, quando ci ritroviamo in tre ci sentiamo molto più liberi di giocare come ci pare. Quella che prima poteva essere soggezione, timore di ferire o urtare in qualche modo l’altro, timore che qualche parola detta o qualche gesto fatto potesse diventare argomento di discussione una volta rimasti soli, timore o ansia di non sapere l’altro come vivesse quel momento, tutto questo è stato messo da parte, col tempo e l’esperienza. Ed ovviamente questo stato di cose si ripercuote positivamente sul nostro bull che sente di poter vivere quel momento e quella situazione in modo meno macchinoso e con la massima spontaneità. Sa che se è arrivato sin lì, all’interno di una coppia affiatata, esperta, guardinga, selettiva, seria, rigorosa, cementata da esperienze temporali di svariato genere e risvolti, è perché si è guadagnato la nostra fiducia e che il modo migliore per continuare a farlo è essere se stesso, perché è quel suo modo di dire, di fare e di suggerire che mi ha convinto che è un tipo giusto, ed a quel punto, respirando quel clima di complicità e intesa totale tra me e lei, può permettersi di dire o fare – nell’ambito delle regole che abbiamo definito e rifinito insieme – quel che meglio vuole, che lo caratterizza, che lo rende se stesso liberamente. Molto spesso questo stato di cose si traduce in situazioni in cui, finalmente, io divento quasi invisibile, i due amanti se ne dicono e se ne fanno di cotte e di crude senza preoccuparsi di me, incuranti e quasi non più coscienti della mia presenza nell’angolo e questa cosa, lo devo ammettere, mi suscita una tale eccitazione da farmi vibrare completamente, da farmi venire i capogiri. Questo conduce a due cose: in primo luogo, capita che essendo i due amanti totalmente isolati, entrambi riescono a percepire, pur se nel breve volgere di una serata, se si è creata tra di loro l’alchimia giusta dei corpi e della sessualità adulta, fisica e mentale. Quando questo avviene, capita che entrambi abbiano la voglia ed il desiderio di rivedersi: ecco perché nel tempo si è giunti a che lei avesse un paio di amanti fissi. Ovviamente poiché l’appetito vien mangiando, capita che i due amanti, che pur riescono ad essere s**tenati e senza vincoli in mia presenza, possano desiderare un’ancor maggior intimità, ed allora capita che lei mi chieda, durante l’amplesso coll’amante ma in realtà ancor prima di incontrarlo, che io mi assenti per un po’. Che io sia in un’altra stanza. O che io sia addirittura fuori casa. Nei paraggi, magari sceso per comprare qualcosa al bar, ma non presente fisicamente in casa, anche se per poco. Io accetto, ma poiché io sono un voyeur in qualche modo devo vedere. Ecco perché ultimamente alle foto sto sostituendo i video. Preferisco filmare i due amanti, che io sia presente o meno (lasciando la webcam a registrare, ad esempio), perché è tremendamente eccitante rivederli dopo, come di nascosto, mentre da soli scopano, si baciano e si prendono e si sussurrano frasi erotiche ed eccitate. Con le luci soffuse, senza inutili s**tti che fissano un semplice momento, pur bello, ma privo di sfumature e di riverberi mentali che un video intero è in grado di suscitare. Questo scenario mi suggerisce da tempo un duplice desiderio, di cui lei è ovviamente al corrente, ma che ancora non sono riuscito a realizzare. Il primo, di cui ho parlato spesso su altri forum, è quello di coinvolgere un altro uomo nella visione di questi filmati, che oramai sono molteplici ma che non ho più voglia di inserire in rete, sia per una questione di privacy (essendo veri e proprio film diventa sempre più arduo, complicato, difficile occultare i volti e le voci) sia perché, se penso all’eccitazione che si prova nel vedere filmati hard di gente vera, vere coppie, veri tradimenti, vero feticismo voyeuristico, mi assale un forte desiderio di vivere in prima persona la reazione di un uomo nell’osservare filmati di questo genera ma riguardanti la mia donna, e senza censura alcuna. Che io li metta in rete censuratissimi e tagliati, senza poter vedere le facce di chi li guarda, cosa risolvo? Non è meglio mostrarli in tutta la loro integrità a qualcuno in carne ed ossa, che me li commenta di persona? Sarebbe un sogno. L’altro desiderio è quello estremo: che Lei possa finalmente tradirmi in mia completa assenza. Ma non come è capitato qualche volta, che io esco dalla porta e Lei rimane nel letto col suo amante. Certo questo è favoloso, quando sai che potrai rivederli nel filmino o quando magari il filmino non c’è e ti dovrai affidare al resoconto di Lei, magari immaginando che qualcosa te lo stia nascondendo, o te lo stia lasciando immaginare, amplificandolo, minimizzandolo, con sottigliezze e parole ricercate... No, io desidero la situazione estrema: Lei che mi tradisca quando io non ci sono. Non sono sicuro di sapere se mi piacerebbe veramente, né di sapere come reagirei, così come non sono sicuro se sarebbe meglio essere preallarmato (sapere cioè che si vede con uno e poi dopo essere messo al corrente a cose fatte) o direttamente a freddo, del tipo: ti devo raccontare una cosa. Il tradimento nudo e crudo, nascosto e inconsapevole raccontato a cose avvenute e senza nessun preavviso. So che ne parliamo spesso, nel senso che quando scopiamo io ne parlo spesso, e si sa che in quei momenti tutto ti eccita e ti travolge all’estremo, anche magari cose di cui non sei convinto a mente fredda: eppure io per provocarla, per suscitare qualche sua reazione possibilista o meno mi dichiaro convinto e certo di volerlo, mentre lei non si mostra certa e sicura, nell’uno come nell’altro senso, cioè di volerlo fare o di non volerlo fare. Si limita ad ascoltare il mio desiderio, l’auspicio che accada una cosa del genere, e di rimbalzo fa facce difficilmente interpretabili, smozzica frasi del tipo “se capiterà lo saprai immediatamente”, ma oltre questo non sono riuscito a penetrare nella nebulosa dei suoi pensieri reali in merito. Però so anche che tempo fa Lei mi disse (con un ritardo di due giorni…) di aver incontrato per strada un vecchio amico, di essersi fatta convincere a prendere insieme un caffè (a dispetto di ciò che si possa immaginare, queste sweet convinte e dolcissime non sono necessariamente alla ricerca di cazzi a tutte le ore del giorno) e che alla fine sono rimasti che si sarebbero rivisti. Nel raccontarlo lei concluse dicendo che non me ne aveva accennato perché le era sfuggito (traduzione sottilissima: o realmente le era sfuggito, quindi la circostanza era completamente slegata da qualunque fantasia adulterina, e quindi sull’argomento mi stava fornendo un indizio in “negativo”: o stava già facendo le prove tecniche di adulterio estremo: fare accadere la cosa e poi, solo poi, confessarmelo) ma aggiunse che in ogni caso immaginava che dirmelo mi avrebbe eccitato (anche se era stato tutto molto innocuo) perché avrei potuto fantasticare sul concetto di lei ed un altro uomo insieme in un bar a mia insaputa. E soprattutto aggiunse: credo che lo rivedrò. Anche qui la doppia interpretazione di cui ho parlato sopra: me lo disse perché era davvero un vecchissimo e carissimo amico, quello del quale si dice sempre “credo che lo rivedrò”? o perché aveva in mente il tradimento con me all’oscuro? Solo questo dubbio bastò a s**tenare l’inferno di eccitazione in me. Perché è stata la prima volta che si è prospettato questo scenario inusuale: lei che prende l’iniziativa senza di me, lontana da me, all’insaputa di me. Una nuova dimensione del rapporto cuckold che estremizza in un colpo solo tutte le fasi precedenti. Non più io protagonista, non più situazione a tre, non più foto, non più video, non più io presente, non più io consapevole. Ma la possibilità di un tradimento che quando sarà lo deciderà Lei e me lo dirà o non dirà subito secondo come vorrà. Ad oggi è rimasto uno scenario verbale tra di noi, ma solo scriverlo e pensarlo mi fa andare in brodo di giuggiole. Chi è arrivato a leggere fino a qui si chiederà cosa c’entri tutto ciò con l’umiliazione di cui parlo nel titolo. Certo, alcuni spunti ci sono, come la richiesta di farmi a volte da parte, il fatto che quando è con i suoi amanti fissi spesso si dimentica della mia presenza, e cose del genere. Ma quel che è emerso nel corso degli anni è, finalmente, il paragone. Il paragone della dimensione, dello spessore, della durezza del cazzo. Voi dovete sapere che all’inizio della nostra relazione lei era molto compiaciuta dal mio cazzo, che è bello lungo e resistente. E lo elogiava spesso. Ma poiché io sono un perverso e ho questa inclinazione all’oscillazione delle situazioni tra due opposti (o sentirmi padrone severo costringendo la mia donna alla dedizione e devozione più assoluta, o sentirmi umiliato e deriso, schernito e reso infinitamente geloso, perché quando la mia donna vuole farmi ingelosire ci riesce ovviamente alla grande ed io devo dissimulare perché l’uomo che si mostra geloso è orribile da vedere, ma dentro di me gelosia e piacere della gelosia sono un’unica fottutissima e beata sensazione), ho sempre avuto una particolare attenzione nel selezionare maschi che avessero anche e soprattutto (oltre al discorso dell’intelligenza, dell’educazione, del carattere, della serietà, della maturità, dell’affidabilità, della disponibilità, ecc.) caratteristiche fisiche e di dotazione notevolmente diverse dalle mie: cazzi grossi, larghi, di notevole spessore. Diametro. Questo perché, per il particolare tipo di predisposizione al piacere ed alle posizioni del piacere della mia donna, le nerchie doppie sono in assoluto le sue preferite (come quelle di tante donne), e soprattutto perché, essendo la mia donna una mangiatrice di cazzi (letteralmente: il cazzo se lo infila in bocca fino in gola), la dotazione lunga le crea maggiori problemi durante il sesso orale, mentre un cazzo appena più corto ma più doppio riesce a soddisfarla doppiamente (appunto!) quando se lo imbocca: le riempie tutta la bocca e non le sollecita in negativo la gola. In questo modo le viene anche più facile bere tutto il piscio di seme al momento dell’orgasmo maschile, visto che è notoriamente un’amante della sborra (più che berla tutta, mi piace assaporarla ed assaggiarne il sapore ed il gusto, visto che è diverso per ogni maschio, mi disse una volta, non rendendosi conto, o forse proprio sì, che ciò che lei dice per il seme di uomo viene detto dai grandi gourmet per bevande come il vino!) Torniamo al cazzo. Certo, il cazzo largo e spesso, che per caratteristiche implicite sconfigge il mio sul versante del sesso orale e vaginale, rischia di perdere la partita sul versante anale visto che parrebbe preferibile essere penetrati nel culo da un sigaro lungo e sottile piuttosto che massiccio e largo. Ma attenti alle apparenze! Con quel culetto elastico che si ritrova la mia donna, nel suo sfintere potrebbe entrarci anche la dotazione di un mulo, ed anzi esperienze passate di fisting con plug, manganelli, melenzane e bottiglie mi hanno confermato nella mia idea: anche nel suo culo il cazzo doppio va alla grande. O meglio: anche se lei finge di lamentarsi (parlandone con me) che alcuni cazzi (visti in foto) rischiano di farle assai male nel culo, quando un bull asinino decide di volersela inculare (e, ci credereste? Ci sono alcuni tizi che non ci pensano proprio, talvolta facendola rimanere male!) lei mica si oppone o si lamenta della dimensione o chiede di fare piano o altre cose del genere. No, no: lei si lascia scavare nell’ano come e più di quanto faccia con me. Oltretutto voi non potete immaginare la soddisfazione di entrare in quelle cavità dopo che ci è passato un pistone esagerato: è qui che parte l’umiliazione. Come dicevo, ho scelto sempre cazzi migliori del mio. E così, nel corso degli anni, dei tradimenti e delle cavalcate, la mia donna si è progressivamente convinta che il mio cazzo, alla fine, non è poi questo granchè e che a giudicare dalla sua pluricazziennale esperienza, è anzi assai inferiore alla media. Certamente alla media in termini di spessore ma anche, a ben guardare, alla media in termini di lunghezza. Già da qualche anno a questa parte faceva delle ironie sottili sul “pisellino”, frecciatine eccitanti a cui io davo seguito chiedendole quale fosse, allora, il cazzo che Lei preferiva. Ovviamente a me bastava che non dicesse il mio, ma poi con gioia ho scoperto che lei aveva una precisa classifica di cazzi preferiti – di amanti reali, si intende – a seconda che si trattasse di farselo in bocca, o montarselo sopra. O farselo scivolare tra le mani, e via dicendo. Non parliamo poi delle preferenze in termini di sapore dello sperma, di cui come ho detto lei è ghiotta. Il giorno che finalmente è caduto l’ennesimo tabù sono stato bravissimo a cogliere l’attimo, registrando la sua voce mentre lo diceva. E lo disse con nettezza: io ti amo, lo sai. Ma il suo cazzo (parlando di un suo amante) è molto più bello, molto più grande e più spesso del tuo. Ed io amo quel suo cazzo. E’ stato il paradiso. Momenti del genere valgono da soli un'intera carriera da cuckold professionale! Ma non mi bastava. Così un’altra volta, all’ennesima ironia sul mio piccolino, mentre si scopava, le ho chiesto: ma hai sempre pensato che il mio cazzo fosse piccolo o hai maturato questa convinzione col passare del tempo e delle nerchie? Ovviamente la seconda: il mio cazzo era piccolo se paragonato a quello di tutti gli altri suoi amanti. Questa è stata la felicità. La felicità perché io voglio che quando lei pensi al concetto di cazzo, di cazzo bello grosso che lei desidera in quel momento possedere e da cui brama essere posseduta, debba escludere da questo pensiero il mio cazzo. Perché l’idea di non associare il concetto di cazzo al concetto di marito è la premessa morbosa e stimolante per passare al concetto di adulterio, tradimento e cuckoldismo. E soprattutto perché è meraviglioso pensare che più accumula esperienze di cazzi e tradimenti, più il mio cazzo si rimpicciolisce ai suoi occhi e nella sua mente. Questo alimenta un ottimo circolo virtuoso per il cornuto quale sono. Ultimamente, poi, le cose sono tracimate. Qualunque tipo di scherzo, allusione, ironia e battuta passa dalla dimensione infima del mio cazzo (esagerando all’eccesso la piccolezza del coso, ma in questa esagerazione spontanea sta l’eccitazione e il godimento). Il pisellino, lo stuzzichino, tutti termini diminutivi. Quando ha scopato con il suo ultimo amante, settimane fa, amante che l’ha compressa e pompata in figa, per venirle poi in bocca e, dopo una mezz’oretta di chiacchiere se l’è ripresa per sborrarle nel culo, è successo questo. 1) all’inizio han cominciato a baciarsi e fare petting sul divano. Io ovviamente riprendevo. Ad un certo punto ho lasciato la telecamera fissa e mi sono spostato vicino a loro per fare giusto due foto. Quando ho rivisto il filmato, si vede questo momento in cui accanto ai due compaio io con la digitale in mano. Scena di sottile umiliazione: io con lo sguardo avvinto e allupato ed i due che se ne fottono altamente della mia presenza e si baciano e si succhiano le lingue senza calcolarmi minimamente. 2) Dopo la prima venuta, loro due nel letto insieme, Lei mi ha chiesto di scendere per fare un servizio realmente non indispensabile. Sono rimasti soli 5/10 minuti. Al termine della serata le ho chiesto cosa fosse accaduto nei momenti della mia assenza. Mi ha risposto che si sono baciati, che aveva voglia di rimanere sola con lui, senza me, senza telecamere, fotocamere o quant’altro. 3) sempre al termine della serata, io e lei a letto da soli, lei che mi racconta le sue sensazioni, io che ovviamente devo prenderla nel culo dove giace ancora la sborra dell’altro maschio. Il culo è larghissimo e glielo dico. Lei mi risponde che è ovvio e normale che io ci vada largo, visto che prima ci è passata una mazza vera, ed ora un ditino. Inoltre, non si limita più a farmi osservare la cosa dal mio punto di vista e cioè: ti senti largo perché nella tua donna è entrato un uomo più dotato di te. Ma dal suo: quando la penetro come secondo uomo dopo l’amante, mi fa osservare che io sarò anche largo li dentro, ma anche lei non se la passa bene perché non sente – letteralmente – un cazzo! Conclusione: ho raggiunto il mio scopo. La mia donna immagina e sa per esperienze vissute che la maggior parte dei cazzi che stanno lì fuori sono più doppi e soddisfacenti del mio. Ma soprattutto non perde occasione per ricordarmelo e farmelo notare. Anche se io sono il suo Padrone, lei ora sa come finalmente come umiliarmi e non perde un’occasione che sia una per farlo, con eccitantissima perfidia e dolcezza. ... Continue»
Posted by cucknapoletano 2 years ago  |  Categories: Hardcore, Mature, Voyeur  |  
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LA FATA DI FERRO

Questa è una storia vera, interpretata con un pizzico di fantasia.
Un grazie particolare alla Principessa che ha voluto donarci questa storia.
Un grazie anche al maestro Mishima e alla sua infinita pazienza.



C’era una volta una giovane principessa, il suo nome era Alba.
Un giorno il re e la regina, suoi genitori, decisero che il piccolo reame, che il buon Dio aveva riservato loro, era troppo angusto, che il denaro per una coppia reale non basta mai e che oltre il bosco, purtroppo lontano, esistevano altri reami … tutti più ricchi, più sontuosi e più alla moda.
In quei luoghi, di sicuro, avrebbero potuto valorizzare la loro nobile discendenza, intrattenere rapporti ed amicizie con famiglie e nobili casate che avrebbero addotto prestigio alla propria ed in ultimo, magari, avrebbero potuto trovare quella fonte, che tutti cerchiamo … ma che alla fine nessuno riesce a trovare: la Fonte dell’eterna giovinezza.
Come si sa, però, dall’altra parte di un bosco tenebroso, si può trovare di tutto; forse è per questo che in fondo ognuno intraprende lo stesso viaggio.
E così fecero i bagagli e partirono, insieme alle persone care e alla principessa Alba, la loro diletta figliola.

Dopo alcuni giorni però il viaggio si dimostrò faticoso e pieno di insidie.
I boschi sono sempre misteriosi ed intricati: di giorno sono pieni di illusioni, ma di notte possono essere popolati di fantasmi e spettri.
Le illusioni però non bastano ai coraggiosi viandanti per superare le ardue prove che li aspettano e i fantasmi li spaventano, facendogli così perdere l’orientamento e la sicurezza in se stessi.
Impressionata da tante peripezie inattese, la regina si preoccupò per la piccola principessa. Allora ricordò, che tanto tempo prima, ella aveva conosciuto una fata molto speciale.
Non che si fidasse ciecamente di questa, ma in fondo lo sanno tutti che le fate, come le sirene, sono frutto delle nostre speranze e della nostra fantasia. Ma, come dicevo, il bosco è insidioso e confonde il viandante mentre la paura, spesso, fa compiere scelte frettolose.
Allora la regina chiamò a se la piccola Alba e le disse:
- Tesoro mio, il nostro viaggio è più complicato di quanto ci auguravamo, ma ormai, lo vedi tu stessa, tutt’intorno a noi le piante sono diventate un groviglio inestricabile e i sentieri insidiosi.
Siamo partiti dai declivi e ora siamo circondati da orridi e burroni; la luce non filtra più gioiosa dalle alte fronde verdeggianti, lasciando posto solo al buio, umido e freddo.
Non voglio che tu soffra per le nostre difficoltà; nel bosco ci sono mille sentieri, molti sono falsi, altri sono ingannevoli e altri ancora non portano da nessuna parte … uno solo conduce alla strada maestra e attraversandolo tutto rivedremo la luce del sole. -
La principessa pendeva dalle labbra della sua mamma, anche perché essendo giovane, non si rendeva conto dei pericoli e delle insidie a cui poteva andare incontro.
Per la ragazza la felicità era stare insieme alla sua mamma e al suo papà … il suo mondo finiva lì e quella era l’unica misura della sua gioia … ma i ragazzi, lo sappiamo tutti, non capiscono niente.
Allora la regina continuò il suo discorso:
- Faremo così! Mentre noi cerchiamo di uscire da questa situazione, tu ci attenderai a casa di una fata che ho conosciuto tanto tempo fa, una vecchia amica, insomma. Ricordo ancora dove inizia la stradina che porta a casa sua, vieni! – e prendendola per mano la condusse in una radura, non troppo lontana.
- Ecco – disse la regina e indicò col dito un vialetto incantevole – guarda attentamente. Quello è il sentiero che porta alla sua casa. Non ti puoi sbagliare, perché all’ingresso c’è quell’insegna infissa sul palo, la vedi? –
Alba aguzzò la vista ed effettivamente vide un paletto sul bordo della via, con un piccolo cartello fatto con la corteccia di un albero secolare.
La principessina annuì e la regina continuò:
- Ecco vai pure da lei e affidati alla sua ospitalità. Ogni sera ci ritroveremo qui, in questa radura, fino a quando non avremo trovato la nostra strada. –
Si baciarono e si abbracciarono e Alba, non senza un’ombra di paura, vide la sua mamma che si perdeva tra le fronde.
Ma durò solo un attimo … poi con la curiosità tipica dei ragazzi, si affrettò lungo il sentiero sormontato dall’antico cartello.
Sul legno si leggeva a stento l'epigramma che il tempo aveva scolorito:
“ Qui abita la Fata di Ferro.
Lei ama tutti e nessuno.
Lei sfida la vita, ma la teme.
Quando gioisce … fa male.
Non è una vera Fata,
ma neppure sa essere una vera Strega. ”
Le lettere, sbiadite, un tempo vergate con il colore del sangue arrugginito, fecero un certo effetto sulla piccola principessa ma visto che non le poteva capire, decise di incamminarsi per il sentiero, che ad ogni passo si arricchiva di fiori, colori e profumo di Gueralin.


Parte prima

- E questa è Nicòle! Visto? Te lo avevo detto che non era più una bambina … il tempo passa in fretta, accidenti! – la mamma della ragazza sorrise a Flora, la sua amica.
– Su Nicòle, stringi la mano a Flora, presentati come si deve. Dai! – la donna incalzava la figlia, in quanto teneva a far bella figura; amava ostentare la figliola come un trofeo, per dimostrare a tutti la sua buona sorte e la conseguente felicità.
Nicòle sbuffò sbarazzina e mimò un inchino teatrale, poi stemperò la scena con un sorriso:
- Piacere! – disse rapidamente - Scusa, ma mia mamma mi farebbe sfilare, come al circo, se potesse.
- Certo! - disse sua madre prendendola in giro – Perché solo in un circo sfilano le scimmie come te! –
Flora rise divertita: – Non c’è che dire – cominciò – non potevate essere più “diversamente” uguali. –
Strinse la piccola mano della ragazza squadrandola da testa a piedi: - Ha ragione tua mamma. Sei veramente bellissima … come scimmietta, intendo! – risero di gusto tutt’e tre.
Poi Nicòle e sua madre seguirono Flora all’interno della villetta in periferia, ma collegata benissimo al centro città.
- Vi preparo un bel tè: lo gradite? Oppure una cioccolata … non so, scegliete voi stesse e non fate complimenti. –
La cucina faceva parte di una sala ricavata in un unico grande ambiente, che ospitava una zona divani e un grande tavolo da pranzo. Sul fondo, davanti ad un ampia vetrata, una lunga banchina di legno di noce, faceva da separé alla zona cucina: era bellissima, tutta rivestita in tozzetti di ceramica dieci per dieci. Una sequenza infinita di sfumature di colore che andava dal giallo al marroncino trasmettevano un senso di calore.
La casa era molto accogliente ed estremamente pulita.
Erano anni che le due donne non si incontravano e la madre di Nicòle si gustò quei momenti.
- Se me lo avesse predetto un’indovina, non ci avrei creduto … così lontane da casa ... per poi ritrovarci qui. Sono proprio contenta! – Mentre Franca, la madre di Nicòle era vivace, a volte quasi aggressiva, Flora aveva un carattere allegro, ma parlava di meno.
Era una di quelle persone che ti danno sicurezza: un sorriso quieto accompagnava ogni suo gesto e guardarla preparare il te era rilassante, così come tutto l’ambiente che si era creata intorno.
A Nicòle piacque subito quella figura di donna matura e prosperosa … con i seni generosi che premevano sotto il camice, solare e sottile, che indossava per casa.
- Nicòle, preferisci della cioccolata calda? – chiese Flora con la sua voce carezzevole e la ragazza non seppe res****re: - Oh, si, per favore … è molto più buona del te, la ringrazio. – rispose la ragazza, mentre ispezionava la casa con lo sguardo.
- Dammi pure del tu, Nicòle – disse Flora - non sono mica vecchierella come la tua mamma … ! – rise, sgranando quei suoi denti piccoli e bianchi che sembravano tante perle.
Franca protestò, bonariamente.
- Vieni Nicòle, forse ho qualcosa per te: ti dovrebbe piacere più delle nostre chiacchiere … - le fece strada verso la zona living, dove un grosso televisore era posizionato su un tavolino, zeppo di film in DVD.
- Qui dovresti trovare qualcosa di adatto a te, la figlia di mio fratello lascia in giro un sacco di questi film … sono quelli che piacciono tanto alle ragazze. –
- Uaho! – esclamò estasiata lei, scartabellando tra le custodie di plastica – ma questo è l’ultimo di Brad Pitt … per favore … - guardò Flora, cercando di fare la migliore interpretazione di “occhi da cerbiatto” – posso guardarlo? -
Flora dovette fare uno sforzo su se stessa, per non restare immobile e godersi quegli stupendi occhioni languidi, sbrigativamente replicò:
- Ah, cara mia, per me Brad Pitt te lo puoi anche sposare, non guardo mai film moderni, quindi … –
- Nicòle! Tra breve torniamo a casa! – urlò Franca in direzione del salotto, dove la figlia si era già impossessata della TV; con la maestria tipica dei giovani aveva già effettuato tutte le manovre per far partire il film sul grande schermo piatto della televisione.
– Dobbiamo rientrare di corsa. – poi rivolta a Flora – Sai cara non stavo nella pelle dalla voglia di rivederti, ma siamo appena arrivati … figurati che a casa ho ancora gli operai che montano i mobili, e lunedì dobbiamo già prendere servizio: non sto qui a raccontarti che casotto possa esserci a casa mia! -
Intanto Flora, incurante del tornado che s**tenava sempre Franca, continuò con metodo le sue operazioni: servì un buon tè per entrambe sul tavolo della cucina e poi raggiunse Nicòle con una tazza di cioccolata fumante e un piatto di biscotti fatti in casa che sparirono rapidamente dal vassoio.
Franca intanto era già in piedi, s**ttata come una molla: - Dai, sono curiosa di vedere la tua casa! – disse la donna, mentre col mento indicava la ragazza, che ignara era rapita dalle immagini del suo “bel tenebroso”. Flora capì e con il suo tè tra le mani fece strada all’amica per le scale che portavano al piano superiore. Di sopra c’erano due camere e un secondo bagno molto comodo e spazioso.
- Ma è carinissima: che bella! – disse la signora Franca – e … queste mattonelle, deliziose … ti spiace se approfitto? -
- Ma scherzi? – disse guardando Franca, che rapidamente si abbassò pantaloni e le collant, per urinare. – Vengono dall’Italia … Vietri sul Mare, per la precisione … i listoni sono tutti decorati a mano, uno per uno. Piacciono tanto anche a me … hanno i colori forti che si vedono solo nei posti in cui il sole è splendente. –
Mentre si dava una controllata davanti allo specchio ovale, incassato nell’intonaco e circondato da una cornice anche essa in ceramica, Franca divenne più confidenziale nei toni e raccontò rapidamente le sue ultime peripezie all'amica.
Era un momento di sbandamento totale … suo marito, il padre di Nicòle, era stato trasferito in fretta da una città all'altra.
La stessa Franca, per fortuna, aveva trovato impiego grazie a un collega di lui: un lavoro da cassiera, anche se spesso le sarebbe toccato svolgere il turno serale. Ma non si lamentava, dopotutto l'importante era aver trovato un lavoro.
Lui aveva altri due figli, dal primo matrimonio, ma erano grandi … anch'essi si erano trasferiti per necessità, ma presto si sarebbero organizzati per andare a vivere nella stessa città dove frequentavano l'università.
Flora la seguiva quieta, sorbendo il tè cercando di non perdersi quelle descrizioni frettolose …
l’amica le aveva accennato qualcosa riguardo a un po’ di aiuto su cui contava, ma Flora preferì ascoltare attentamente, per capire dove “la Franca” sarebbe andata a parare.
In realtà, la mamma di Nicòle, chiedeva che nei pomeriggi in cui lei era al lavoro o impegnata la ragazza potesse stare da Flora, ma non voleva solo un aiuto pratico: tutta la famiglia stava attraversando un momento di confusione.
I figli maggiori erano frastornati dal trasferimento ed erano diventanti intrattabili. Il matrimonio si stava sgretolando a causa di una relazione che il marito aveva con una collega di lavoro.
La stessa Franca venuta a conoscenza di ciò, da oltre un anno era depressa e cercava a sua volta qualcosa di diverso da quell'amore coniugale che ormai le veniva rifiutato.
Vecchi problemi irrisolti del passato si erano insinuati in seno alla sua famiglia ed ora stavano minando ogni rapporto.
- La piccola è agitata e nervosa – continuò la signora Franca – e la nostra famiglia è talmente scombinata, che noi stessi siamo incerti sulle scelte da compiere … - la fissò. – ecco: vorrei affidarti Nicòle per il doposcuola affinché tu possa insegnarle la lingua e aiutarla a passare questo momento piuttosto turbolento. Naturalmente sarai adeguatamente retribuita... è ovvio! Sai non me la sento di affidarla a un’estranea in un paese che non conosce … per lei sarebbe solo un ulteriore trauma e francamente vorrei evitarle altro strapazzo. –
Flora la interruppe, alzando decisa una mano:
- Alt! Tesoro mio! – disse decisa – Non è una questione di soldi... figurati … ma ciò che mi chiedi è di grande responsabilità. Cosa ti fa credere poi che le maioliche italiane e la cucina in veranda rappresentino il paradiso? – la squadrò quasi offesa: - Anche io ho una mia vita, sai? Il fatto che vivo da sola non vuol dire che non ho “nessuno” ma, soprattutto, anche io ho i miei problemi … purtroppo. – e il suo viso si ammantò di una delicata tristezza.
I loro occhi si incrociarono … Flora sorrise, vedendo lo sguardo sparuto di Franca, sembrava lei la bambina confusa, adesso.
- Oh, insomma – disse infine risoluta – e va bene! Facciamo una settimana di prova, ok? – Franca annuì, aveva la stessa aria di un cane che scodinzola – Però voglio sapere con precisione i giorni in cui la ragazza verrà da me. Io posso riceverla dalle tre. Non prima. Sono impegnata col lavoro e dalle mie cose … e la sera a casa alle venti. Domenica prossima ti farò sapere se voglio e posso prendermi l’impegno di fare da baby sitter a una “bambona” più alta di me! – sorrise bonariamente.
Si accordarono su un compenso forfettario per le spese, ma non era quello il problema che sarebbe potuto sorgere tra loro.

Quella sera da sola nel lettone Flora, ad occhi chiusi, tornò con la mente tutto alle impressioni che le aveva suscitato Nicòle.
Le forme acerbe, i seni piccoli e di certo duri come il marmo... a questo punto i suoi pensieri si illanguidirono immaginando il fiore acerbo tra le sue cosce … avrebbe pagato per poterlo almeno annusare, proprio in quel preciso istante, ma per ora poteva essere solo un sogno.
I suoi pensieri diventarono sempre più lascivi.
Allora le immagini, che in quel momento creava con la fantasia, si confusero con i ricordi più reali e tangibili del passato. Il volto della giovane si confuse con quello della madre, quando era giovane e fresca: la rivide mentre abbassava la testa, dai capelli fluenti e lei che si tuffava sulla sua figa bagnata e intrisa di odori che sapevano di piacere.
La lingua di Franca affondava in profondità nel suo fiore. Ricordò tutte le volte in cui ella stessa aveva ricambiato quell’esasperante frugare con la bocca tra i peli della vulva fino a scavarne il solco per profanarlo con bramosia.
La figa di Franca nell’eccitazione si confondeva con quella di un’altra, una donna sconosciuta, dai contorni indefiniti e illuminata dalla luce che le arrivava di spalle, occultando i lineamenti del suo viso. Ma poco dopo, fresca come rugiada, appariva l'innocente visione di Nicòle.
Ansando e grondando umori, la donna se ne venne tra le dita, introdotte da tempo nella sua fessura.

La Fata di Ferro aveva una casa che solo nel mondo delle fiabe era possibile immaginare.
La giovane principessa si era presentata alla Fata armata solo della sua innocenza … della sua voglia di vivere e dei suoi timori.
Aveva vissuto gli echi del bosco e la forza della paura e il peso dell’indifferenza, tutto questo si contrapponeva all’ambiente fiabesco che ogni volta l’attendeva.
Era stata accolta come la più bella delle principesse.
Le miscele di cacao più esclusive arrivavano da ogni parte del mondo per confezionare le sue cioccolate, mentre biscotti, marzapane e miele non mancavano mai all’ora della merenda.
La Fata di Ferro era intransigente: prima di tutto i compiti.
Ma, come per incanto, anche quelle ore, passavano spensierate: era bello studiare se il premio era un sorriso della fata, faceva del suo meglio per collezionare buoni voti, pur di non interrompere quel connubio felice.
La Fata di Ferro sembrava la migliore delle amiche.
Bellissima, grande, prosperosa … indossava sempre vestiti colorati e sgargianti: un vero e proprio inno alla gioia.
Aveva mille abiti, tutti troppo corti per nascondere le sue grosse gambe sinuose, tutti troppo stretti per contenere accuratamente i seni gonfi e tondi o le natiche prorompenti e morbide, proprio come il sedere di una micia, mollemente ingrossato dalla gravidanza.
Nella casa della Fata tutto era a sua disposizione e lei non doveva far altro che essere felice.
L’aiutava nelle sue scelte, condivideva le sue idee, consigliandola di volta in volta con l’esperienza che la donna aveva accumulato negli anni, tanto che Alba non trovava mai da obiettare ai suoi consigli sussurrati ... anzi. Potremmo dire piuttosto che pendeva dalle sue labbra.
Ma la cosa più importante era che la Fata del Ferro le dava tutta la sua attenzione, incondizionatamente.
Nulla in quelle ore era più importante della principessa. Il centro dell’universo per la Fata di Ferro era Alba e tutto ciò che lei diceva era importante, unico e prezioso.
Quando era in famiglia, provava piacere, ma il mondo delle Fiabe l’attendeva, ormai quotidianamente, e non vedeva l'ora di poterci ritornare: alla fine del sentiero tra le buganvillee e gli oleandri colorati e velenosi.
Ogni giorno la principessina si sentiva più grande e più forte, ogni giorno correva verso nuove esperienze. Celato nel suo cuore di piccola peccatrice aveva anche un segreto inconfessabile ma sublime: una delle cose che l’attraeva della Fata era il corpo di lei. Sarebbe rimasta ore a rimirarlo.
Già quell’unico incantamento sarebbe bastato a rendere quelle visite improcrastinabili.
Lei era bellissima e per la gioia di Alba molto distratta.
Quando sedevano al tavolino delle ghiottonerie, spesso accavallava le lunghe e grandi gambe, senza curarsi del camice che si alzava e salendo … andava sempre più su ad ogni movimento della giunonica fata mettendo in mostra le calze … sempre diverse ... sempre di nuovi colori.
Quelle che le piacevano di più erano quelle nere.
Le calze nere sembravano sempre di una misura più piccola, la seta era tesa sulla pelle, rendendola appetitosa, mentre lo sguardo, ipnotizzato da quella visione, cercava il punto dove il nero deciso dell’orlo merlettato, liberava con uno sbuffo lievissimo la carne rosea e chiara della Fata di Ferro.
Anche quando lei si sedeva su un basso puff, sgranocchiando cannellini e lacrime d’amore, era facile che Alba riuscisse a carpire un’immagine delle sue mutandine, schiacciate tra le cosce.
La fata si sedeva lì, poi andava e veniva per sfaccendare; lo faceva per non rubare spazio ad Alba, che da principessa quale era, le aveva riservato il posto d’onore sul divano.
Ad Alba non dispiaceva nemmeno il suo gironzolare per casa alla ricerca di un granello di polvere vigliacco o di uno dei tanti oggetti, che in quella casa fatata avevano la strana tendenza a cadere negli angoli più nascosti.
Da quando aveva scoperto che la fata, per ritrovare gli oggetti, si metteva carponi mostrandole inavvertitamente il fondoschiena oppure le poppe gloriose, Alba, pur essendo affettuosa e servizievole, non si offriva mai spontaneamente come volontaria “nel cercare”, ma lasciava che la donna facesse tutto il lavoro da sola.
La fata aveva infinita pazienza e nulla chiedeva alla sua preziosa ospite.
Per fortuna, tutti i rossori e le vampate peccaminose della giovanetta passavano inosservati, tant’è che una volta, fattasi coraggio, Alba dal gabinetto chiamò la fata con una scusa e si fece trovare seduta sul vaso, con le sottili gambe spalancate e le labbra rosse della vagina dischiuse.
Ma la Fata di Ferro non disse niente e niente notò, chiusa nella sua virginale indifferenza.
Al contrario la principessa, per la vergogna sopravvenuta dopo l’eccitazione, non volle tornare da lei per due giorni.
Ma il terzo giorno la fata chiamò … e tutto riprese come prima.


Flora, credeva di impazzire … tanto la situazione era diventata insostenibile.
Nonostante le promesse fatte a se stessa e alla madre di Nicòle, la presenza della ragazza era diventata troppo intrigante e opprimente per lei.
Il piacere che provava a sentirsi osservata di nascosto da quella piccola troia le rimescolava il sangue nelle vene e appena la vedeva o la pensava, si ritrovava gli slip inzuppati. Dal primo istante in cui Nicòle giungeva a casa, la sua vulva iniziava a grondare di piacere.
Desiderava l’orgasmo per ore, mentre le sue guance avvampavano e i suoi seni sudavano.
La voleva!
Voleva sfogare sul suo corpo quell’infinito desiderio …
Il primo giorno che Nicòle disertò le lezioni, Flora respirò e dopo settimane di stress riprese il controllo sulla sua vita e sulla sua casa.
Era una piccola despota ... piccola canaglia … la sua principessa.
Il secondo giorno si immalinconì. Le mancava. Voleva essere tiranneggiata ancora da quella impertinente spiona … le mancavano i suoi occhioni che le fissavano le cosce.
E si che Nicòle aveva davvero esagerato … farsi trovare nuda nel bagno con passerina ancora bagnata di orina. Per poco non le aveva ancora ordinato di asciugarle la figa … con la bocca... con la lingua.
Ahhhh … che delizia, pensava: ma niente! Doveva comportarsi da donna una adulta e responsabile.
Doveva res****re!
Quella sera chiamò un suo amico, per dare sfogo al vulcano della sua libidine.
Ma l'uomo era già impegnato. Il fatto che lui non potesse raggiungerla, la rese ancora più furiosa.
Si masturbò meccanicamente sul suo letto, ma il piacere la rese ancora più eccitata ed incapace di vincere il desiderio di Nicòle.
La sera del terzo giorno la fece finita … telefonò.
- Ero certa che ti avesse avvisato – diceva Franca, perplessa – i giovani di oggi non hanno più nessun rispetto! -
- No, lasciala stare, sono ragazzi, magari qui da me si annoia … purtroppo non ho vicini con ragazzi della sua età. La capisco … poverina! – la giustificò Flora.
- Aspetta adesso te la chiamo, vediamo come si sente … - poi Flora trepidante e impacciata udì le voci lontane di Nicòle e della madre:
- Ma che ti salta in mente? Perché non hai avvertito Flora che stavi male? – diceva la madre alla figlia e questa di rimando – Uffa, ma io non stavo bene, pensavo che glielo avessi detto tu … -
E la mamma – Sei una gran maleducata … adesso vai al telefono e scusati … - seguirono altre parole che non fu in grado di sentire.
Dopo poco arrivò Nicòle alla cornetta: - Scusa! – esordì.
- E di cosa, tesoro mio, mi dispiace se sei stata poco bene … - disse raggiante Flora – ma adesso come stai? –
- Sto bene – continuò laconica Nicòle. Poi si sentì confabulare … - dice mamma, se non disturbo, posso continuare a venire da te? –
Flora non seppe dissimulare la gioia che le procurarono quelle poche parole, così con la voce rotta dalla trepidazione disse: - Lo sai, Nicòle, ormai questa è casa tua … devi decidere tu, se vuoi … vedermi, ancora. –
- Si. Voglio venirci ancora … - disse la giovane.
Il giorno dopo, quando entrò nella casa, un profumo fragrante di torta di mele e cannella la pervase.
Flora le venne incontro e si abbracciarono senza parlare.
Da allora però, la donna non si sedette più sul puff, ma sul divano … di fianco a Nicòle.

Ormai il ghiaccio era rotto e la Fata di Ferro non teneva più stretti per se i suoi segreti.
Anzi, burrosa e languida, aveva deciso si darsi alla principessa Alba, anima e corpo.
Ad Alba non sembrava vero.
Il pomeriggio facevano una merendina e chiacchieravano del più e del meno, come due amiche del cuore. Poi si dedicavano ai compiti, perché una vera principessa deve essere in gamba, la fata glielo ricordava tutti i giorni.
Poi arrivava il premio.
Il premio era: la confidenza ... l'intimità...
La fata, rassegnata, si donava completamente a lei, perché soddisfacesse la sua lussuria e i suoi sentimenti lascivi … di giovane, curiosa e impertinente.
Allora la screanzata si sedeva accanto a lei. Spesso si servivano di un piccolo plaid con una fantasia scozzese, in quei casi Alba gioiva ancora di più.
Spesso guardavano la televisione nelle lunghe serate invernali; prosperosa e in carne la Fata di Ferro si piazzava sul divano, e seguiva con finta attenzione qualsiasi programma pur di starle vicino, altre volte la donna le leggeva delle storie oppure le parlava della sua gioventù. Le loro gambe celate sotto la coperta iniziavano a strusciarsi... il rumore del feltro che si toccava eccitava entrambe.
Ad Alba non mancava mai la scusa adatta a cominciare: ora per lo spasso, ora per la paura … ogni pretesto era buono per stringersi a fianco della Fata di Ferro.
Allora, specialmente se protette dal plaid di lana, le piccole mani sottili cominciavano a frugare.
La ragazza abbracciava al donna in cerca di affetto e ne esplorava ogni rotondità, ogni curva.
Le dita affusolate vagavano sul cotone del camice, a volte perdendosi tra le roselline sul fondo nero, altre cogliendo le margherite, prepotentemente sparse e più la Fata taceva, più queste si prendevano delle confidenze.
Dapprima voleva accarezzarla con delicatezza e disinteresse: carezze distratte, occasionali, come se nascessero spontaneamente e senza scopo.
Ma poi l’eccitazione aumentava e con essa il parossismo, i movimenti diventavano sempre più rabbiosi, sconnessi, convulsi … quelle mani “possedevano” letteralmente la grossa fata.
Alba le toccava i fianchi abbondanti, poi strisciava serpeggiando fino alla pancia di lei, che era generosa e morbida, allora di piatto si infilava sotto la carne e carezzava l’inguine.
Poi tornava su … cercava le mammelle e tirava e premeva e giocava con i bottoncini dei capezzoli.
Si sentivano al tatto, gonfi e costipati sotto la veste, pressati nel reggipetto.
Poi le dita esploravano il collo, la nuca, titillavano i lobi …
La fata moriva lentamente di languore.
Il cuore impazziva e piccole gocce di perla le cingevano la fronte.
Il plaid faceva da complice.
Allora la ragazza diceva di aver caldo. Da sotto la coltre faceva scivolare via dalle gambe di gazzella la gonna e restava solo in mutandine e calzettoni.
La carne nuda cercava di nuovo il contatto, scostava il cotone, strusciava sulla seta e trovava infine la pelle dell’altra.
E quando la carne delle due si incontrava, per entrambe era il tripudio.
Quel desiderio era tanto più grande quanto più era proibito e sofferto.
Il silenzio falso della fata faceva tremare la giovane principessa. Ogni attimo temeva di essere scoperta, quindi allontanata, scacciata.
Sapeva che stava approfittando di tutte le magie della Fata di Ferro, ma non riusciva a trattenersi!
Doveva bere a quella fonte.
Ogni sera si riprometteva di res****re a quella sete, ma il pomeriggio successivo i suoi buoni propositi capitolavano e si rituffava in quel corpo arrendevole, morbido, materno … che gioie provava e quanto si bagnava il suo fiore nascosto!
Tornava a casa con le mutandine fradice di lussuria.


Il pomeriggio era freddo, nonostante la primavera fosse appena arrivata.
Nicòle arrivò con le guance e le ginocchia arrossate. Il piccolo naso ghiacciato.
La sua figura slanciata emerse superbamente tra i giochi di luce degli specchi della porta.
Flora restò abbagliata dalla sua bellezza.
Era martedì. La ragazza era mancata due giorni, anzi quasi tre, e la donna si rese conto di quanto la amava.
Padrona del mondo, Nicòle si spogliò del soprabito e tolse la sciarpa bianca.
Poi tolse il cappello di lana lasciando scorrere sulle spalle i capelli d’oro.
Inondò poi la casa di sorrisi e parole senza senso …
Niente scuola per domani, niente compiti oggi … stabilì, spadroneggiando, che era il pomeriggio adatto per guardare “Il dottor Zivago”.
Flora avrebbe voluto piangere, ma non lo fece, né si oppose alle richieste della giovane … l’attendeva da troppo per non esaudire i desideri la sua piccola “tiranna”.
Iniziò a sentire le farfalle nello stomaco, mentre con la mente pregustava le carezze che bramava da troppo. Le loro mani avrebbero danzato con le dita, intrecciandosi e respingendosi come ballerine su un palco.
Non riusciva a porre freno al suo desiderio, né a quello della ragazza.
Ma erano in stallo … non poteva continuare così … la donna adulta decise di rompere gli indugi:
- Vai a fare pipì allora – disse Flora – altrimenti dopo ti seccherà alzarti. – le sorrise – io intanto vado a preparare il tè. –
- Si, Badrone! – la prese in giro Nicòle.
r06;Mentre Flora armeggiava in cucina, la giovane che si attardava nel bagno, gridò:
- Ho una sorpresa, vuoi vedere? –
- Ho, hooo! – rilanciò Flora – difficilmente le “tue” sorprese promettono niente di buono per il mio "destino"! –
- E invece si, guardami! – uscì dal bagno e si mise in mostra per l’amica.
Aveva indosso solo lo spesso maglione a coste. Sotto invece dei calzettoni indossava dei collant neri e velati.
Flora ebbe un sobbalzo, nonostante la ragazza tenesse le cosce serrate, era evidente che non indossava le mutandine.
- E guarda, ora! – disse Nicòle, con un sorriso che sapeva di giovanile impertinenza. Divaricò i piedi allargando le gambe. La sua passerina bionda, delicatamente pelosa, faceva bella mostra di sé sotto la pelle candida dell’inguine, tutt’intorno le collant, squarciate grossolanamente con le dita, facevano da cornice a quello spettacolo mozzafiato.
- E’ una mia invenzione! – disse la sgualdrina – Ti piace? –
Non attese risposta. Tanto sapeva bene che non sarebbe arrivata.
La bocca di Flora si era spalancata per lo stupore, ma la povera donna non riusciva a proferire una sola parola. - Queste sono più calde, starò comodissima … e senza le mutandine, posso fare la pipì comodamente. – alzò gli occhi e fissò Flora con aria spavalda, gli occhi di cerbiatta la sfidarono senza pudore.
Flora riuscì a distrarre la sua attenzione da quello spettacolo. Col respiro affannoso finse di borbottare qualcosa sui giovani, voltandosi per nascondere il rossore del suo volto eccitato.
La donna si dedicò tenacemente a filtrare il te e lo versò caldo nelle due tazze preferite, poi senza una parola si ritirò di sopra in camera.
Nicòle si era già sistemata sul divano, accogliente come un'alcova. Il film era appena partito. Dalle scale spiò Flora che tornava in salotto. Si era cambiata: ora indossava una lunga camicia da notte stretta ai seni, in stile impero e sotto si svasava leggermente … sul davanti aveva i bottoni.
La ragazza notò che la donna non aveva più le calze. Avrà caldo, pensò tra sé e provò piacere a quella vista.

Quel pomeriggio la Fata di Ferro aveva indossato una veste leggera con i bottoni sul davanti.
Come sempre, in silenzio, si sedette accanto ad Alba. Dopo pochi minuti la principessa si raggomitolò al suo fianco; come sempre iniziò ad assaporare l'atmosfera di voluttuosa che si creava tra loro. Chiuse gli occhi ed aspirò il profumo fresco sulla sua carne delicata.
Tirò sul divano le due gambe fasciate dalle collant, mentre abbandonava la testa sul braccio della fata; pochi istanti dopo con la mano liberà scivolò dalle sue gambe sottili, a quelle deliziosamente grosse della donna matura.
Spingendo sul cotone leggero, sentì che scivolava facilmente sulla pelle nuda delle cosce. La principessa ebbe uno dei mille brividi, che ormai facevano parte di quella sua precoce sessualità.
Curiosa, col cuore che batteva, la mano trasgressiva scivolò verso l’alto; scavalcò la pancia, si soffermò sull’ombelico teso, per poi risalire il lieve pendio che arrancava sotto i seni generosi.
Avrebbe voluto lanciare un piccolo grido di vittoria, ma si trattenne mordendosi le labbra: si era appena resa conto che la donna aveva tolto anche il reggiseno. Le sue poppe deliziose e calde poggiavano solo sul corpetto della vestaglia ed erano trattenute dal prorompere solo dai bottoni.
La voglia divenne violenta.
La fata taceva ... come se nulla stesse accadendo tra loro.
Il volto sembrava quello della Sfinge.
Guardava senza vedere in direzione della televisione, le labbra serrate enigmaticamente, non un briciolo di emozione faceva capolino sul suo viso.
I suoi occhi penetranti evitavano accuratamente di incrociare quelli di Alba.
Sembrava lievemente annoiata e del tutto indifferente alle passioni contrastanti che agitavano la giovanetta.
Alba voleva toccare la pelle nuda di lei, ma non voleva sembrare troppo insistente. Alla fine si fece coraggio. Stavolta doveva tentare. Non poteva restare per sempre nell’insicurezza e col petto in fiamme.
Le dita sottili della sua mano, acquistarono coraggio, e come artificieri che manipolano una bomba inesplosa ... uno dopo l’altro sbottonò i tre bottoni, che scendevano dall’alto verso il basso, del decolté della Fata di Ferro.
I seni tracimarono come un fiume in piena, privi oramai di ogni difesa. Non più trattenuti, si allargavano mollemente, allontanandosi l’uno dall’altro. Tra di essi apparve allora come una vallata rorida di sudore. Come provenisse dal sottobosco nel mese di agosto: una zaffata di profumo di donna invase le nari della principessa impertinente.
Alba era insicura nel leggere i segnali del piacere, ma di certo non evitò di cercare la voluttà tra quelle due montagne calde e tenere. Sulla sommità, sorgendo come un tempio tibetano, dall’aureola larga e scura i capezzoli, turgidi e torniti, grossi come la punta di un dito svettavano, allettando al piacere.
Il contatto della pelle nuda con i luoghi più intimi della sua “madrina” resero la principessa euforica, come ubriaca. Abbandonò ogni freno inibitore e si avventò con le mani su quei seni e sulla pancia che li sosteneva con le mani bramose di toccare.
Sotto di lei la sua farfalla gocciolava estro macchiando di umido la pelle del divano.

Quel silenzio indifferente e annoiato della fata, che spesso era stato causa di dolori d’amore nella giovane principessa, ora era benedetto.
La donna immobile si lasciava sballottare, tastare, annusare, senza dare segno di fastidio.
Alba aveva perso la testa … adesso era quasi pronta al passo decisivo: la vicinanza del suo viso e della bocca a quel seno generoso la invitava a prendere i capezzoli tra le labbra e a succhiarli con foga e passione.
La voce della Fata di Ferro arrivò pacata, ma decisa ... in maniera del tutto inaspettata ... come uno schiaffo sulle mani.
La matrona uscì all’improvviso dal suo torpore sibillino. Risorse e voltandosi verso Alba, la fissò con gli occhi scuri, ardenti come braci:
- Ma ti piace veramente quello che stai facendo? -
Alba sussultò. Ritirò la mano. Si irrigidì come se fosse stata colpita da un ceffone.
Nonostante la donna continuasse a rimanere immobile sul divano, con i seni fuori dall’abito stretto; nonostante l’orlo sottostante, sollecitato dai moti inarrestabili della ragazza, fosse salito fino a scoprire tutte le grandi cosce e perfino la mutandina bianca di cotone … fu la ragazza a sentirsi a messa a nudo.
Si sentì scoperta, in un gioco che follemente aveva pensato di poter occultare.
Si vergognò di avere approfittato … esagerato … usurpato.
Aveva invaso ogni giorno di più l’amicizia bonaria della fata, frugando sempre di più il suo corpo.
Quel giorno aveva di certo esagerato e all’improvviso provò su di se tutta la violenza della colpa della sua trasgressione.
Rimase impietrita mentre, improvvisamente sobria, dopo la sbornia di piacere, desiderava sprofondare, per non dover ammettere così spudoratamente la sua insana passione.
Il tempo si era fermato nel soggiorno … tutto sembrava tacere.
La Fata di Ferro impassibile come un’aguzzina scrutava l’anima di Alba, passandole attraverso gli occhi, chiari come l’acqua.
Poi finalmente sul suo viso si disegnò un leggero sorriso che odorava di panna montata.
Riprese la sua posizione comoda sul divano e lentamente cercò la mano di Alba, riportandosela al seno e accogliendola sui capezzoli cedevoli.
Appena la ragazza si sciolse dalla morsa della paura, poggiò la testa nuovamente sul braccio della fata. Allora lei l’attirò a sé fino a quando la bocca non si poggiò sul suo seno voglioso.
Mentre Alba succhiava e leccava in maniera inesperta, ma efficace, la fata le sussurrò all’orecchio:
- Tu lo sai che tutto questo è proibito. Saprai mantenere il segreto? -
Liberandosi la bocca bagnata di saliva, Alba promise con tutta l’anima:
- Non dirò mai niente a nessuno di quello che accade tra di noi ... qui. Te lo giuro! –
La fata abbassò lo sguardo e le loro labbra si incontrarono. Le sue erano carnose e pronunciate e si schiusero alla curiosità della fanciulla.
Lei non sapeva bene come fare, ma il contatto fu inebriante. Un attimo dopo si ritrovò con la lingua di fronte a un succo oleoso e trasparente ... era la saliva della donna. Passando da una bocca all’altra il liquido si abbassava di temperatura, portando una freschezza sconosciuta e nuova sulla sua lingua.
Non credeva di res****re a quel sapore senza svenire, ma si fece forza.
Dopo la saliva, più dolce del miele, arrivò la punta della lingua … nooo, non riusciva a credere che tutto questo stesse veramente succedendo.
Quella penetrazione tra le labbra era la cosa più intima e segreta che le fosse mai capitata.
Quando le due lingue si catturarono, Alba voleva piangere per l’emozione … non poteva sapere che quello era solo l’inizio.


Parte seconda

- Sto tanto bene con te, mi piace toccarti tutta e desidero da tanto che anche tu mi accarezzi. – disse Nicòle.
- Sei certa di volerlo? Desideri un contatto più intimo? – disse Flora, mentre erano abbracciate con le guance che si sfioravano.
- Si … lo desidero da mesi ... voglio che mi tocchi anche tu! – poi aggiunse sussurrando – Lo so bene che mia madre non accetterebbe tutto questo, ma io non dirò mai niente. Io voglio essere solamente tua. -
Flora sorrise e si lasciò finalmente andare, come se si fosse finalmente sciolta da un legaccio che ne inibiva le emozioni. Finalmente era ora di raccogliere i frutti dei suoi maneggi e della sua tenacia.
La baciò ancora sulle labbra con complicità … e le sue mani iniziarono a muoversi.
Scivolarono sotto il grosso maglione e le cercarono le spalle e si saziarono di tutto il copro della giovane … dalle spalle scesero sui fianchi. Poi da sopra le calze scese alle natiche. Conobbe le sue gambe, per poi risalire, strisciando il polso sulla passera pelosa della ragazza, ma senza soggiornarvi ... almeno per il momento.
Al contrario le carezze proseguirono di nuovo verso l'alto, rientrando sotto la maglia e raggiungendo i piccoli seni appuntiti e durissimi.
Arrivata all’aureola rosa si fermarono e Flora la fissò con un sorriso di sfida … aspettava un permesso che non le fu negato.
Allora sapientemente seppe pressare e tirare quei seni acerbi. Li circondava e li massaggiava, dopo averla baciata ancora; si diresse con la bocca sulla maglia, offrendo i capezzoli alla voracità delle sue labbra.
L’alito tiepido oltrepassava la lana, inondando la ragazza con un calore del tutto nuovo e inebriante.
Ma poi l’eccitazione della fanciulla divenne sogno. Quando con movimenti voluttuosi Flora fece scivolare verso l’alto la maglia e la canottiera leggera, il contatto delle sue labbra avvenne direttamente sui piccoli bottoncini rosa diventanti duri come la madreperla.
La punta calda della sua lingua sbatteva senza perdono dedicandosi ad un lungo martellare di piacere, mentre li teneva i capezzoli tra le labbra serrate e Nicòle infine conobbe il paradiso.
La ragazza aveva il ventre infuocato. Il desiderio la rimescolava tutta, non sapeva come, ma voleva da quella donna tutto ciò che era l’erotismo poteva offrire.
Nicòle non sapeva che quella danza era solo l’insieme dei preliminari.
Infatti qualche minuto dopo Flora chiuse la porta a doppia mandata e le prese una mano … scalze come ninfe dei boschi salirono al piano superiore dove c’era la camera da letto.
Flora la fece distendere delicatamente e poi si accovacciò sulla giovane, mettendosi a quattro zampe, mentre i seni sconfinati, precipitavano sul collo e sul petto di Nicòle.
- Tesoro – le disse – adesso puoi guardare e toccare … tutto. Non ti devi più trattenere. E’ da tanto che lo desideravo, piccola mia. – Si scostò una ciocca con le dita della mano – Finalmente … -
Allora Nicòle con un gesto liberatorio le aprì tutti i bottoni e lasciò che la sua veste scorresse dal suo corpo verso il pavimento, lasciandola finalmente nuda, nell’opulenza delle sue morbide forme: era tutta in mostra d’avanti ai suoi occhi vogliosi.

La ragazza cominciò a godere già con gli occhi. La possedette con lo sguardo, come un bambino che finalmente diventa padrone di un giocattolo che desidera da tempo.
Finalmente libera Nicòle cominciò ad accarezzare la donna, scoprendone prima i seni, poi gli enormi capezzoli scuri ed infine la pancia ed i fianchi.
Flora indossava ancora le mutandine bianche.
Curiosa di provare le dita di Nicòle frugarono sotto l’elastico, fino ad incontrare i peli scuri della figa gonfia di Flora.
I peletti erano pieni di goccioline; la stessa mutandina della donna era intrisa dei suoi umori.
Non sapeva se poteva osare, ma lo fece ... per provare fin dove si poteva spingere in quella nuova frontiera della sensualità: con le dita cercò l’orlo e iniziò a sfilare l'intimo di Flora.
La donna si abbandonò a quel piacere ... così la giovane, seguendo il suo corpo con le dita, ebbe l’occasione di esplorare tutta la sua carne, fino ai piedi nudi e caldi che tante volte aveva desiderato baciare.
Ora l’enorme Flora era tutta nuda e tutta sua: che piacere inebriante!
La donna matura godeva della passione che lei metteva nello scoprirla.
Come un dono d’amore Nicòle si offrì:
- Prendimi anche tu, Flora, scoprimi, guardami e tocca tutto ciò che desideri di me, il mio corpo ti appartiene. -
Lei fu bravissima: le sue mani le sfilavano i vestiti scorrendo sulla sua pelle giovanile e facendola vibrare, languidamente le sfilò le calze strappate facendole scorre all’infinito, sulle lunghe gambe da gazzella. Poi toccò alla maglietta: anche sfilarle quella, fu un atto delizioso, lento, eccitante.
Le dita leggere sfioravano i piccoli capezzoli turgidi della giovinetta, che reagivano autonomamente ad ogni sua singola carezza. Con fare materno sistemò la biancheria sul cuscino.
In poco tempo anche la ragazza venne completamente spogliata.
Per Nicòle, starle di fronte, era come volare: vedere il corpo di lei, tanto desiderato, la faceva sentire sospesa in uno stato inebriante mai provato prima.
Appena furono nude, fece si che essi si fondessero in un abbraccio totale, dove ogni centimetro di pelle veniva a contatto.
Distese sul letto le mani di Flora, immediatamente seguite dalle sue labbra, iniziarono quel viaggio passionale che mai più si sarebbe cancellato dai ricordi di Nicòle.
Le mani di Flora sul suo corpo erano come piccole scintille di lava incandescente. Scivolavano sulla pelle mentre le dita erano seguite dalle labbra che umide di fiato e di saliva facevano fumare la lava ardente, lasciando su quel corpo acerbo sensazioni fino allora sconosciute.
Quella scia umida, che evaporava per la febbre dell’amore, le procurava brividi eccitanti e incontrollabili.
Nicòle era come in trance. Viveva tutto questo, come se si trovasse in un’altra dimensione. Le sensazioni indescrivibili erano intense, violente, eppure ovattate: come se la sua mente le vivesse sotto l’effetto della più inebriante delle droghe.
Finalmente dopo il lungo peregrinare le dita della donna raggiunsero la piccola farfalla, che come fosse appena sorta dal bozzolo, se ne stava immobile e contrita, in attesa che la natura le insegnasse a schiudersi alla vita.
Ciò che sembrava l’apice insostenibile della goduria, si rivelò solo l’inizio del sentiero del piacere proibito in quell’accoppiamento innaturale.
La mano di Flora si dedicò al gioiellino della giovane Nicòle, carezzandola, confortandola … l’avvertiva di tenersi forte, perché l’affondo stava per giungere.
Infatti, pochi momenti dopo, la bocca carnosa discese implacabile, affamata di quel fiore.
La ghermì, violentandone le ali piene di rugiada, spaccandole fino al vertice con la lingua possente e dura.
La bocca premeva. La lingua penetrava inarrestabile, come un vampiro assetato di miele. Flora penetrò nel sacello bagnato ed al tempo stesso infuocato dalla passione.
E cominciò a suggerne il nettare, filtrandolo tra i piccoli peli biondi di Nicòle.
Un suono osceno si sprigionava da quella scena erotica.
La dolcezza aveva lasciato il posto all’ingordigia.
Un fulmine elettrico, dolce, luminoso, squassante, partì dal ventre di Nicòle e percorrendo ogni suo muscolo più recondito, le raggiunse il cervello, facendola sobbalzare di piacere.
Un piacere mai provato, sconosciuto perfino nelle notti solitarie in cui da sola si martoriava la fighetta bramosa.
Flora le stette addosso con la stessa forza di un maschio che vuol possiede la preda conquistata. Pur senza deflorarla la fece sua ripetutamente, forse in maniera ancora più veemente, marchiandola per sempre col suo peso e con le lettere infuocate del suo desiderio incontenibile.
Gli orgasmi di Nicòle iniziarono pochi minuti dopo quelle ondate di carne, che si squassavano sulla sua riva, con la forza di un fortunale.
Non fu possibile contarli, così come poi non sarebbe stato possibile contare i giorni di amore e di sesso che avrebbero vissuto in seguito. Tutte quelle passate insieme, le avrebbero in amanti indivisibili.
Quando Nicòle cercò di ricambiare dirigendo la bocca verso la figa matura e accogliente della donna, Flora non le permise di raggiungere il suo spacco.
La ragazza si dovette accontentare di poggiarle la guancia sul ventre, cercando di aspirare, vicinissima all’intimità della donna tutto l’odore che quella figa eccitata sprigionava.
Poi le accarezzò la mano e dolcemente la indirizzo verso il centro del suo piacere, le permise di avventurarsi dentro di lei.
Nicòle cominciò a scavare ... a rovistare … tentò la figa grossa con tutte le dita, affondando spesso tra il pelo muschiato.
Infilò fino a quattro delle sue dita nel buco rosso della donna e una volta dentro le arcuava, le uncinava, tirando e spingendo nell’antro lussurioso, fino all’esplosione di Flora.
Quando Nicòle capì che la sua istitutrice stava avendo per raggiungere l'orgasmo, cercò con l’altra mano la sua passera passera e si penetrò a sua volta.
Un orgasmo liquido e sonoro la fece sciogliere … come se svenisse in un lago di piacere.
Per la giovane questa fu la prima vera esperienza sessuale, tutta al femminile.
Essa andava oltre il semplice sesso … sfociava nell’emozione: un'emozione che mai nella sua vita sarebbe stata eguagliata.
Per quanto piacere avrebbe mai assaporato, nessuna successiva relazione avrebbe retto il paragone con quella prima, indelebile, avventura.
Quel paio d’ore intense e travolgenti restarono impresse nei suoi ricordi ad un livello di estasi ineguagliabile.

L’estate torrida scaldava i sensi, mentre i corpi seminudi delle due amanti, la giovane principessa e la fata matura, si mostravano e si avvinghiavano, schiave dello stesso desiderio.
Anche l’autunno, con la sua dolce pacatezza, invitava i loro corpi a scrutarsi e a possedersi, approfittando di ogni occasione.
L’inverno freddo le teneva vicine a , pelle contro pelle, sotto un’unica coperta profumata di umori.
A primavera le loro farfalle fiorivano ed erano eccitate più che mai: il momento migliore per affondare le bocche nel sesso dell’altra, manipolando il bottoncino rosa, fino a quando dalla corolla, l’estroso liquido, intensamente profumato e dolce come il miele, si decideva a sgorgare tra le labbra vogliose.
E così, mescolandosi l’una nell’altra, in un amalgama di sesso e passione, le donne passarono le stagioni di quell’amore avvincente e perverso.
Alba cresceva e imparava.
La Fata di Ferro provava un intenso languore, facendole fare una parte dominante rispetto al possesso del suo corpo maturo.
La principessa oltre ad amarla si divertiva a giocare con lei e a tiranneggiarla.
Spesso la fata non desiderava nulla da lei, ma si accontentava di inginocchiarsi ai piedi del grosso divano, facendole da serva, come una schiava.
Il suo omaggio servile partiva dai piedi di Alba.
Poi la massaggiava, la leccava fino all’orgasmo, lasciandola riposare sotto il suo abbraccio materno.
Pian piano le faceva scoprire il piacere in tutte le sue possibili sfumature.
Prima concedette tutto di sé … poi iniziò anche ad cercare il gusto del possesso.
Le insegnò tutti i giochi e le furbizie; le permise di usare un fallo, uguale a quello degli uomini, per controllare come si faceva a penetrare nei fori reconditi di una donna.
La principessa giocava e sperimentava.
La donna godeva dell’ingenuità di Alba, ogni giorno più provata, più curiosa, più smaliziata nella ricerca sfrenata della passione.
La fata prendeva piacere ormai dalla sua discepola. Da tempo le aveva permesso di leccare i suoi orifizi e di suggere i suoi orgasmi.
Di notte poi la fata, più matura e scaltra nel sesso, da sola nel letto, mentre ascoltava il frinire delle cicale, si arrovellava cercando nuove perversioni per poterne godere l'indomani. Non le sembrava vero di poter coronare i suoi sogni più inconfessabili, servendosi di quel corpo tenero e giovane e di quella mente fertile e incantata.
L’aveva tenuta vergine fino ad allora, ma un giorno decise di sferrare il suo incantesimo erotico più potente.
Nel frattempo i genitori della principessa, ignari di quanto accadeva, si concentravano sulle loro vite.. La regina si fidava ciecamente dell'amicizia che la legava alla fata. Anche se intuiva che in quella casa di marzapane avvenisse qualcosa di più che il solo sorbire del tè con i biscotti.
Ma tutto era tranquillo grazie a quel rapporto tanto speciale. L’amica era dolce e paziente, la principessa veniva su felice e robusta e lei era più libera e spensierata che mai.
Andava bene così. Indagare sarebbe stato inutile ed anche impegnativo.


- Aahhh! Ahaaa! – sospirava languidamente Nicòle mentre se ne stava china sul divano.
Le braccia incrociate sotto la testa che veniva schiacciata contro la spalliera ad ogni pressione.
Le ginocchia a terra, poggiate su un plaid, erano divaricate.
Il culetto le faceva ancora male. Era solo da poco che lo prendeva nel piccolo buco dell’ano, ma non si sottraeva.
Aveva fatto tanto per convincere Flora a incularla, dopo che lei, la piccola Nicòle, le martoriava da anni ogni foro con quel membro di gomma, grosso e spesso, che tanto le piaceva indossare; lo montava come una mutandina, grazie alla cintura di pelle su cui era innestato … poi abusava della sua maestra senza pietà.
Flora prendeva tutto da lei, senza battere ciglio, ma diventava attenta e severa quando si trattava di usare il corpo di Nicòle per il suo piacere.
Così ci aveva impiegato del tempo per farsi leccare la figa fino a venirle copiosamente in bocca e addirittura più di un anno per possederla da dietro.
Ecco perché Nicòle subiva senza lamentarsi le penetrazioni costanti e feroci della sua matrona.
Il grosso fallo penetrava e stantuffava tra le natiche, mentre con la mano libera, Flora le picchiettava la fessura ... in breve sarebbe arrivato l’orgasmo tanto atteso.
Quando finirono di fare, abbracciate sul divano e sfinite dalle emozioni, Nicòle manifestò tutto il suo disappunto:
- Ma insomma … è bellissimo farlo, ma perché non posso averlo anche davanti? Sono una donna ormai. –
Flora sogghignava divertita: e le rimostranze della ragazza divenivano sempre più accese …
- Piccola mia, ma tu ti senti pronta? Sei decisa? – le chiese inutilmente – Lo sai che la verginità è qualcosa che una volta perduta non potrà mai tornare! – continuò materna – Se la perdi non puoi più riacquistarla? Ci hai pensato bene? Lo vuoi davvero?–
- Uff … ancora con queste sciocche storie? – sbottò Nicòle – io ti amo e voglio farlo con te. Cosa dici sempre? Va fatto con amore! – alzò la voce – Ecco io lo voglio fare … con amore e con te. Punto! -
Flora le accarezzò i capelli e la fissò negli occhi intensamente; in quei momenti sembrava volesse scavare dentro la giovane, per capire davvero cosa provasse.
Poi con occhio scaltro disse: - E va bene, ma ti ci vuole un uomo … un ragazzo! Non esiste perdere la verginità con un cazzo di gomma. Dovrà essere un evento … un piacere indimenticabile. – poi rivolta a Nicòle – Ma pensaci bene … non ce l’hai un bel ragazzo che ti corteggia? Fallo con lui, no? – disse con malcelata furbizia. Sapeva perfettamente che la giovane dipendeva totalmente da lei, anima e corpo.
- No … non mi interessano! Non li voglio. Voglio essere tua: stop! –
- Vai a fare la doccia, amore … dopo ti faccio vedere una cosa. –
Ma poi telefonò la madre di Nicòle per portarla con sé per una commissione e il discorso si rimase in sospeso.

Pochi giorni dopo, Flora, subito dopo colazione invitò Nicòle a sedersi sul divano per farle vedere qualcosa alla TV. Fece partire un filmato e poi si sedette al fianco di lei senza dire altro.
Dopo poche, inutili scene, la ragazza si rese conto che quello che stava guardando era un film porno.
Tutte le scene si svolgevano tra tre persone, due donne e un uomo; non sembravano attori professionisti, ma forse era solo un trucco.
Flora cercò di mantenere un atteggiamento rilassato e distante, mentre cercava di attirare l’interesse della ragazza sulle varie operazioni possibili tra i partecipanti.
Nicòle guardava estasiata, attratta soprattutto dalla vista di un cazzo vero e di notevoli dimensioni che passava da una donna all’altra.
L’uomo venne per ben tre volte nelle varie scene … anche lo sperma interessò molto la ragazza eccitata.
- Ti è mai capitato di berlo? – chiese ingenuamente a Flora.
Lei sorrise. – Ma certo - disse!
- E com’è? – chiese Nicòle curiosa.
- Com’è … com’è? E’ particolare. Non ha un sapore speciale, però è particolare. –
continuò – è caldo e odoroso. Lo senti quando sgorga in bocca. Lo senti uscire quando succhi … è molto eccitante. Anche addosso o dentro il corpo è … piacere ... liquido. –
- Più buono della nostra roba? – incalzò la fanciulla – per esempio a me piace molto succhiare quando vieni tu. –
- E’ diverso, te lo ripeto … -
Mentre conversavano e guardavano, ognuna per sé, iniziarono a masturbarsi, come un gioco simmetrico da praticare contemporaneamente.
- Il prossimo week end – disse Flora con la voce ormai provata dall’emozione – chiedi a tua madre il permesso di stare con me. Inventa una scusa. Io ti farò conoscere un mio amico. Che ne dici? -
Nicòle spinse più forte le dita nella figa, mentre con l’altra mano si teneva scostata la mutandina.
- Si ... sarebbe meraviglioso ... voglio provare … - la guardò complice e dolce – ti prego! -
Mentre il film arrivava alle ultime scene orgiastiche, vennero simultaneamente, ma ognuna per sé, come fossero sole … era un gioco che le faceva godere in maniera speciale, tra i tanti che avevano sperimentato.

Parte terza

Il sabato si incontrarono al centro commerciale.
Non era raro che Nicòle, per un motivo o per un altro passasse qualche giorno insieme a Flora. Qualche volta erano anche state in viaggio insieme.
La madre della ragazza, anzi, fu felice della proposta. Ne avrebbe approfittato per un breve viaggio al sud, per controllare la casa al mare, abbandonata da mesi.
Tra le chiacchiere e i saluti, Flora già pregustava ciò che sarebbe accaduto, mentre una sensazione di calda eccitazione già si impadroniva della sua vagina … stava vivendo il periodo più entusiasmante della sua esistenza.
Quella posizione di istitutrice, la totale disponibilità della giovanetta e la sua versatilità sessuale la rendevano costantemente arrapata e desiderosa.
La fortuna le aveva fatto incontrare in quel periodo anche un ragazzo, quasi dieci anni più giovane, leggermente tonto, ma grande chiavatore.
Era uno studente e abitava in una stanza presa in fitto presso una famiglia di anziani a pochi isolati dalla sua villetta.
Una volta gli aveva dato un passaggio e successivamente gli aveva chiesto qualche favore: lavoretti in casa di poco conto e per questi lavori gli riconosceva una piccola paga e qualche regalo.
Una sera lo aveva invitato a restare per vedere un film con lei sul divano.
Da allora tra lei e Marco, così si chiamava il giovane, si era instaurato un bel rapporto di scopate occasionali, senza coinvolgimenti sentimentali.
Ogni tanto, specialmente all’inizio del lungo rapporto con Nicòle, dopo gli estenuanti pomeriggi di toccamenti e di eccitazione trattenuta nella pancia, chiamava il ragazzo non appena la fanciulla era andata via. Poi lo aggrediva, letteralmente, soffocandolo con la sua voglia di venire … ripetutamente ... il più presto possibile.
Si sfogava sul suo cazzo giovane, sempre duro e sempre in tiro.
Il giovane non provava particolari sentimenti per quella donna più grande di lui, ma era la prima vera avventura, dopo le classiche esperienze da fidanzatino diciottenne.
Si riteneva molto fortunato. Solo e lontano da casa aver trovato un’amica di quel calibro gli permetteva una vita felice e spensierata, potendo pensare a studiare senza grilli per la testa.
Egli non era un “superfigo” e le ragazze all’università non facevano la fila per lui … trovarsi una donna avrebbe richiesto molto di impegno.
Poi magari si sarebbe ritrovato innamorato e disarmato dinnanzi a quel sentimento, perdendo di vista la sua carriera universitaria.
Invece questo rapporto appagante e piacevole gli permetteva di avere libertà e sesso con poca spesa.
Ecco perché Marco a Flora non diceva mai di no.
A mezzogiorno come d’accordo il ragazzo si recò all’appuntamento, davanti al McDonald’s. Anche quello era un grande vantaggio; la donna matura era sempre generosa con lui. Ricambiava tutti i suoi favori, invitandolo spesso a colazione o a cena, altre volte al cinema e puntualmente pagava sempre lei.

Intanto, nel parcheggio poco distante, le donne si salutavano. La madre di Nicòle partì con l’auto, mentre lei insieme a Flora si incamminarono verso il McDonald’s. Le donne avanzavano decise senza parlare, l’una accanto all’altra. Le espressioni del loro viso non tradivano l’emozione che faceva battere il cuore di entrambe, per motivi diversi.
Quando incontrarono Marco, poco dopo la ragazza ricordò di averlo visto qualche volta mentre andava o veniva dalla casa di Flora. La donna le aveva detto che era uno studente che a volte le faceva delle commissioni.
Mentre si salutava e scambiavano qualche parola, Nicòle cercò di valutare chi si trovava di fronte e soprattutto se era lui il prescelto da Flora sulla cui verga immolare la propria verginità.
In effetti il ragazzo non era quello che si potrebbe definire il classico principe azzurro: lievemente molle nei modi aveva un fisico tarchiato e le mani delicate di chi non ha mai lavorato nella vita.
Non era né simpatico, né brillante … nonostante questo una strana sensazione cominciò a farsi largo nel plesso solare di Nicòle.
Mentre sceglievano il menù per sgranocchiare rapidamente qualcosa e poi andare a casa, la ragazza era completamente assente e fantasticava su quella situazione incredibile … stava parlando del più e del meno con uno sconosciuto, eppure probabilmente, quello di lì a qualche ora sarebbe penetrato nel suo corpo, più intimamente di quanto lo avesse mai fatto chiunque altro.
Mentre fissava Marco in modo distaccato, immaginava quello stesso viso, a pochi centimetri dal suo mentre la scopava … gli guardò la bocca: probabilmente di li a poco avrebbe succhiato la sua lingua; contorcendosi sulla panca, pensò a come doveva essere il suo cazzo, soprattutto perché, ne era certa, fra non molto gli avrebbe dovuto fare un pompino.

Si erano fatte le due quando tutti insieme entrarono nell’appartamento di Flora. Si misero rapidamente in libertà.
Mentre si rilassavano in salotto, Flora offrì ai ragazzi dei cioccolatini al liquore, poi sedendosi in mezzo a loro iniziò a parlare per rompere il ghiaccio.
- Allora – disse – avete simpatizzato? Voi che siete giovani dovreste avere molte cose in comune … no? – poi rivolta a Nicòle – Ti va di mettere un po’ di musica? –
La ragazza scelse un CD dei Queen, ma prima di inserirlo nell’apparecchio chiese a Marco se gli piacevano. Lui approvò senza riserve; pochi istanti dopo la musica, a basso volume, invase l’atmosfera.
- Vieni Nicòle – la chiamò Flora dal divano – Vuoi provare a baciare Marco? E’ molto bravo sai? –
Nicòle arrossì, ma in maniera abbastanza passiva obbedì sedendosi vicino al ragazzo. Anche lui era abbastanza impacciato nei movimenti, ma per non deludere Flora si avvicinò a Nicòle in modo meccanico.
Si sollevò col busto di quel tanto che gli permetteva di circondare con il braccio i fianchi di lei, mentre accostava la guancia ben rasata al volto di Nicòle.
La giovane intanto era tesa e rigida, come uno stoccafisso. La disinvoltura erotica e sessuale raggiunta con Flora era completamente scomparsa; ora che si trovava in una situazione del tutto nuova ed in presenza di un estraneo si sentiva come una scolaretta il primo giorno di scuola.
Nonostante questo accettò che le labbra di Marco si posassero sulle sue: erano completamente nuove … diverse da quelle di una donna. Erano spesse e dure e cercavano la sua bocca con meno dolcezza e più decisione.
Trascorsero pochi attimi e Marco le apriva le labbra con la lingua grossa e bagnata. Non era spiacevole, ma Nicòle si irrigidì ancora di più.
A stemperare la tensione pensò la bella Flora, che andò a piazzarsi in ginocchio tra i due ragazzi, rivolta verso entrambi.
Accostandosi sussurrò:
- Ho capito, se non interviene la “vecchia” zia non riuscite a lasciarvi andare del tutto. –
Sorrise dolcemente e li abbracciò tenendoli entrambi per le spalle. Poi con delicata sapienza accostò la sua bocca alle loro, che se ne stavano immobili, non sapendo bene come comportarsi. Con una delicatezza perversa, che mai Nicòle aveva riscontrato, Flora si abbandonò alla danza del piacere, piroettando tra le due bocche fresche di rugiada con delle lascive spennellate di lingua.
Poggiare la sua bocca viziosa sulle tenere labbra dei due ragazzi le dava vigore e le insidiava la mente come un sonetto perverso dell'Aretino.
Le labbra dei due ragazzi, sopraffatte dalla confidenza che avevano con le sue, si schiusero come petali e riconobbero subito la loro amante appassionata.
Il bacio a tre durò un tempo infinitamente lungo. La loro saliva si fuse stemperando ogni tensione e facendo deporre ogni indugio.
Il cazzo turgido di Marcò si gonfiò, trattenuto dai suoi Jeans. La passerina di Nicòle provò i primi accenni di calore e la ragazza si sciolse nell’abbraccio della sua istitutrice.
Poi Flora si spostò di lato per sedersi al fianco di Marco, mentre Nicòle guardava curiosa, la donna adulta iniziò ad armeggiare, esperta, con la cintura e la lampo del giovane amico.
Le dita di Flora erano curatissime e lo smalto rosso scuro, scelto per quel giorno, spiccava sul chiarore del suo incarnato.
Scavava lenta e decisa in quel pantalone, rendendo la caccia eccitante e passionale. Alla fine vinse e dai boxer grigi di maglina fece sbucare una nerchia decisa, grossa e gonfia, accompagnata dalle due palle scure, trattenute nello scroto.
Intorno al cazzo una corona di peli faceva da corolla.
Nicòle trattenne il fiato … aveva già visto dei cazzi, nei filmini che Flora aveva proiettato a volte. Ma avere il cazzo di Marco, vivo e presente, a portata di mano le diede una sensazione nuova ed eccitante. Flora fingeva di dedicarsi al pene di Marco, come se ignorasse la sua amante, ma non era così: in realtà ogni mossa, ogni ostentazione di quel membro, che carezzava e ossessionava con le dita, era volta a favore del piacere di Nicòle.
Con quello stesso spirito, aiutò il giovane a mettersi in piedi.
Marco era troppo eccitato per provare una qualsiasi vergogna a esibirsi anche davanti a Nicòle, al contrario, la ragazzina che poche ore prima lo aveva interessato ben poco, viste le forme acerbe e la timidezza del comportamento, adesso lo eccitava:
Si sentì un maschio dominante, mentre quegli occhi di cerbiatta, grandi e profondi, non riuscivano a staccarsi dai suoi genitali.
A buttare legna sul fuoco ci pensò Flora che con voce roca e sensuale sussurrò rivolta alla ragazza: - Libera il cazzo di Marco, tesoro, tira giù i suoi pantaloni ... dai. –
Nicòle non si rifiutò.
Avvicinandosi ai genitali di Marco, non poté fare a meno di prendere confidenza con questi ultimi e con lo sguardo ipnotizzato dal grosso “fungo” del giovane fu pervasa dall’odore umido che sprigionava dalla pelle e dai peli delle sue zone erogene.
Per non perdere il controllo si dedicò, non senza impaccio, ad abbassare i jeans del giovane. Per tirarli via dovette togliergli le scarpe e poi sfilare le gambe strette del pantalone, passando con le mani sulle cosce robuste e muscolose coperte di peli.
Lui rimase con le sole calze bianche di cotone.
Intanto Flora si era sbottonata la camicetta e aveva fatto sì che i due grossi seni scavalcassero il reggipetto, offrendoli tesi con i capezzoli duri alla bocca di lui.
Marco sempre più arrapato cominciò a mungere quelle tette spropositate, succhiando tutto fino all’aureola scura e larga.
Con la mano libera Flora trascinò con volitiva decisione Nicòle sul divano, la tirava per il braccio per vincere ogni sua riluttanza. Ora si trovava con il volto a pochi millimetri dal pene, la guancia poggiava sull’inguine bollente di Marco e le narici erano impregnate di un profumo nuovo e sconosciuto: era l’odore del cazzo.
Nicòle studiò attentamente quell’immagine prima di trovare il coraggio e la forza di saggiarne la consistenza al tatto.
L’affare del giovane era molto bello a vedersi, era più o meno del diametro di un grosso cetriolo. Non era lunghissimo. Stringendolo nel palmo della mano ne restava fuori, svettante, quasi una metà.
La testa del cazzo, ora che era rigido, era completamente libera dal prepuzio. Si distaccava dal tronco attraverso due profondi solchi laterali che sembravano tagliati come branchie, forse per questo, tra i vari nomi dati al membro maschile, da qualche parte veniva chiamato anche: pesce.
Ma la sua contemplazione platonica venne spezzata dalla crudezza dei gesti che seguirono.
Marco, incapace di res****re oltre, aveva abbassato la mano virile dietro la nuca della povera Nicòle e senza cerimonie aveva attratto la ragazza verso il suo cazzo.
Incredibilmente la bocca di lei non obbedì all’intelligenza ma all’istinto sessuale e senza volerlo si schiuse per prenderlo in bocca.
Liscio come la seta, di una consistenza carnosa ed eccitante, il glande penetrò facilmente tra le labbra di Nicòle, venendo a contatto con la piccola lingua nervosa.
I movimenti e le scelte non erano suoi … si rese conto di quanto fosse naturale fare un pompino.
Marco con fermezza premette ancora le dita tra i suoi capelli e la spinse. Per la prima volta la ragazza prese un cazzo tutto in bocca. Si accorse di essere arrivata con le labbra fino ai peli di lui, mentre il naso non riusciva più a prendere aria, per la pressione del membro nella gola, la ragazza ebbe un attimo di panico e si ritrasse, per ritrovare la capacità di respirare.
Ma il piacere di quel gonfiore in bocca era troppo intenso, per rinunciare, così fu lei stessa che fece la giusta pressione per proseguire nella pompa.
Una decina di affondo per prendere confidenza e dimestichezza … rapidamente la ragazza diventò più padrona della situazione.
Schiuse gli occhi e si accorse che Flora si era abbassata, arrivando col viso alla sua altezza. La ragazza capì che era affamata di cazzo e, con maestria, raggiunse l’asta con la destra, porgendola alla sua “madrina”, che prontamente iniziò il suo bocchino.
Marcò era già in visibilio, le gambe aperte sul divano e il cazzo distribuito tra le due beltà.
Non aveva mai fatto sesso con due donne e cominciò a capire quanto sublime fosse stata l’offerta di Flora.
Essere conteso tra due stupende creature, oltre alla sensualità del rapporto, sprigionava tutta una serie di sensazioni uniche, delicate e rare.
Intanto, Flora restituì il cazzo alla bocca di Nicòle e, abbassandosi di qualche centimetro, prese in bocca le palle: le strinse e le succhiò fino alle soglie del dolore, facendo sussultare il ragazzo, incastrato sul divano in balia di quelle due bocche assetate e vogliose.
Le donne si ritrovarono poi col cazzo tra le labbra di entrambe. Quale occasione migliore per carezzare con la lingua il glande e allo stesso tempo baciarsi con passione.
Goccioline di smegma fuoriuscivano dal prepuzio di Marco, eccitato oltre misura, e le femmine prontamente se ne impadronivano passandoselo tra le lingue infuocate.
Ormai era una gara a chi delle due prendesse il cazzo del giovane più profondamente in bocca, a chi lo facesse sussultare di più con succhiate e leccate.
I suoni che provenivano dalle due bocche erano umidi, i sospiri affannosi per lo sforzo di ingurgitare il pene fino all’estremità.
Le mani delle donne viaggiavano sul corpo seminudo di Marco, cercandogli ogni parte per prodigarsi in carezze eccitate. Gli toccavano i capezzoli, il collo e le orecchie … Flora, più navigata, gli cercò l’ano e con il dito puntuto lo penetrò, facendogli male.
Ma l’effetto voluto fu lo stesso. Marco si inarcò verso l’alto e chiavò il membro ancora più profondamente in bocca a Nicòle, che indietreggiò senza mollarlo.
Guardare la scena era da svenire per il ragazzo. Le due bocche erano diverse, le vedeva e le sentiva. Le labbra di Flora erano grosse e carnose, quelle della ragazza sottili e delicate, anche il pompaggio era diverso nell’essenza … così come era diverso il ben di dio che si offriva alle mani di Marco, mentre languido carezzava quei due corpi stupendi.
Le ragazze non erano spogliate, ma discinte, e lui trovava facile, rinvenire le tette così diverse tra loro, le natiche, i fianchi, fino a spingersi nell’intimità delle loro mutandine, per saggiare la sensazione muschiata del loro pelo umidiccio.
- Vieni, amore mio – disse Flora prendendo Nicòle per mano – fai sentire a marco come sei buona! – la giovinetta salì in piedi sul divano, guidata dall’adulta: mettendosi di culo a Marco, si abbassò in avanti tenendosi con le mani sulle ginocchia di lui.
Flora e Marco le tolsero le mutandine, lasciandole le calze chiare.
Marco si spostò in avanti col viso e si avventò sulla figa verginale della ragazza, mai aveva toccato figa dalle grandi labbra più sottili ed elastiche, per aprirle non gli bastò la forza della lingua, ma si dovette aiutare con le dita, per affondare le labbra in quel frutto proibito dal sapore fragrante e intenso.
Nicòle si sentiva esposta e profanata nella stanza illuminata dalla luce potente del meriggio, sapeva di essere completamente in vista … scoperta.
Flora intanto cercava di farla rilassare tra le sue braccia e la stringeva al petto e la baciava in bocca con passione, mentre Marco cercava di farle raggiungere il primo orgasmo leccandole il clitoride appuntito.
Poi la donna fece un movimento che la ragazza non si aspettava, ma probabilmente in quei momenti era troppo avida per pensare a lei.
Flora, già priva delle mutande, indossando solo delle calze nere autoreggenti che le superavano di poco le ginocchia, si tirò su la gonna, come se dovesse far pipì. Invece anche lei voltata si insinuò, arcuandosi agilmente sotto Nicòle, che fu costretta a mollare l’appiglio sulle ginocchia di Marco.
Con mossa decisa e rapida, quasi alla cieca, Flora cercò e agguantò il cazzo di Marco, che oscillava libero a mezz’aria e si introdusse da sola il glande in vagina … un attimo dopo, strusciandosi con le grandi labbra sull’inguine del giovane, aveva fatto sparire il cazzo completamente nella figa.
Marco era alla mercé delle due donne.
Nicòle non voleva sottrarsi a quel rito orgiastico, egoisticamente non voleva cedere l’uomo alla sua maestra.
Anzi incurante degli sforzi che lei faceva per chiavarsi il ragazzo che aveva appena montato, si appoggiò sulle spalle di lei per non perdere l’equilibrio.
Intanto la sua figa era talmente bagnata che la pressione sul volto del ragazzo gli provocava quasi un annegamento nel succo chiaro della sua fighetta bionda.
Senza essere d’accordo, per simpatia alchemica, le due donne vennero contemporaneamente: mentre l’orgasmo arrivava si ricordarono dell’amore che le legava, allora Nicòle si affacciò su Flora, che volse il viso a lei. Si scambiarono le lingue salmastre, mentre sborravano spumosamente i loro succhi su Marco.
Poco dopo ritornarono sfinite accanto a lui sul divano.
Il tempo di riprendersi e rifiatare … poi Marco fu addosso a Nicòle per succhiarle i seni, ormai scoperti. I piccoli capezzoli rosei lo eccitavano col loro senso di acerbo e proibito.
La ragazza lo lasciò fare, mentre Flora, approfittando del fatto che il ragazzo era ancora seduto col pene eretto, iniziò a masturbarlo con la sinistra.
Appena anche lui apparve sazio, si adagiò con le spalle sul divano, rilassandosi totalmente. La donna adulta voleva insegnare ancora qualcosa alla sua ancella e la chiamò a sé: - Vieni amore ... vieni a vedere come si maneggia un cazzo. – Nicòle non se lo fece ripetere due volte e curiosa si avvicinò alla zona pelvica di Marco. Il relativo relax del momento le diede l’opportunità di studiare a fondo il grosso pene ...
- Guarda bene – disse Flora – questo movimento è per farlo venire – e intanto con la mano andava su e giù circondando l’asta con le dita.
- Ti devi servire della pelle del prepuzio. per far scorrere la mano senza creare attrito. – spiegò sibilando – più stringi e acceleri, più presto lo vedrai schizzare. -
Infatti lei si fermò.
- Per dargli piacere e farlo sognare devi invece carezzarlo delicatamente con il pollice sotto la testa … guarda, così! – La ragazza osservò attenta, mentre il dito di Flora si muoveva nell’incavo sotto il pene. L’altra mano di Flora invece si chiuse a coppa sui coglioni in bella mostra – Ecco con questa carezza gli scaldi le palle … anche questo precede una sborrata abbondante e solenne. – La voce roca e libidinosa della donna si scontrava con la finta professionalità con cui descriveva le sue azioni.
Nicòle guardava estatica e senza volerlo iniziò a masturbarsi.
La scena continuò finché Flora, impazzita dalla goduria che l’attendeva, disse alla giovane: - Ecco avvicinati adesso … preparati al tuo primo bocchino vero. – la fissò complice – non ritrarti, bevi tutto, capito? E’ il tuo battesimo del sesso … va bene? –
Nicòle fece cenno di sì, mentre prendeva il glande tra le labbra schiuse.
- Masturbalo tu stessa, così imparerai a dosare la pressione della mano … -
La giovinetta non se lo fece ripetere. Prese il cazzo tra le dita, circondandolo col pollice opposto alle altre dita, strinse forte e viaggiò veloce.
Il cambio di mano fece perdere la testa a Marco: aveva fatto di tutto per durare il più a lungo possibile … ogni espediente era stato ormai adoperato. Era in gioco quasi da un’ora, ma adesso la mano piccola e inesperta di Nicòle con i suoi movimenti stizzosi e irregolari lo trascinarono all’acme come un fiume in piena che non potendone più straripa ed inonda tutto quello che incontra.
L’obbedienza della ragazza era incredibile. Eseguiva militarmente gli ordini della sua padrona.
Per quanto Marco si inarcava e serpeggiava nel corpo eccitato, Nicòle non gli mollava il piffero e mentre lo segava seguiva con la bocca socchiusa ogni performance del glande rosso e grosso che teneva tra le labbra.
Con un salto e un grido inarrestabile, Marco iniziò a sborrare, affondando le dita nel divano.
Flora intanto, mentre a sua volta si teneva due dita nella fica fradicia di liquidi, con la destra fu lesta a bloccare la nuca della giovane, spingendola verso il cazzo del giovane.
La sborra era troppa perché Nicòle riuscisse a gestirla, essendo ancora troppo impreparata e ingenua per gestire un flusso tanto copioso. Fu inondata.
Un senso di soffocamento la fece tossire forte.
Lo sperma leggermente salato e aromatico trovò lo spazio per uscire dalle narici della ragazza e dai lati delle labbra, circondandola di spruzzi biancastri.
Nicòle non capì nemmeno se le piaceva o no … solo dopo quella spruzzata traumatica si rese conto di quanto era desiderabile bere ancora quel nettare d’amore.
Una volta calmati, si rilassarono e si distrassero, aspettando la sera.


Flora sfornò degli stuzzichini di pasta sfoglia e un’insalatona con gamberetti, che non era niente male.
Senza essersi detto nulla i due ragazzi avevano continuato ad indossare solo la parte superiore dei loro vestiti: camicia a quadroni, sportiva per Marco, maglietta aperta davanti e senza reggiseno per Nicòle. La ragazza inoltre si era lasciato addosso le sue calze nonostante fossero sfilate.
Aveva cambiate le mutandine, indossandone un paio nere, a perizoma, che le aveva regalato Flora.
La donna invece indossava uno dei suoi camici pieni di colore, completamente sbottonato sul davanti, cosicché si vedeva perfettamente che indossava l’intimo nero, ma senza mutandine. Infatti spiccava il triangolo scuro della sua figa carnosa.

Il cazzo di Marco, come una cartina di tornasole, scandiva i momenti di maggior eccitazione del trio; l’asta indicava perfettamente la tensione erotica del momento rizzandosi di più o di meno, spesso mettendosi in bella mostra sotto la camicia.

Con una disinvoltura che suonava grottesca, verso le dieci di sera si ritirarono tutti nella camera da letto di Flora.
La donna adulta fece accomodare nel bagno prima l’una poi l’altro dei ragazzi, ad entrambi fece personalmente il bidet con l’acqua tiepida, indugiando sui genitali … forse pregustando la notte d’amore che li attendeva.
Una volta a letto riposarono. Flora si sistemò in mezzo ai due, ma sotto le lenzuola, pur sonnecchiando, si toccarono.
Molte volte si baciarono in bocca, ogni tanto qualcuno scompariva alla vista dedicandosi a un assaggio dei genitali altrui.
Dormirono nudi abbracciati, gustandosi il rapporto carnale e profondo.
L’atmosfera si riempiva di ora in ora di tensione sempre crescente.
Tra veglia e sonno, Nicòle, non riusciva a non togliersi dalla testa l'idea del cazzone di Marco. Così mentre Flora se lo scopava … non vedeva l’ora di donare la sua verginità a quel giovane estraneo, ma eccitante.

Verso le cinque, Marco si svegliò completamente per andare a pisciare.
Il suo pene era perennemente duro, ormai, come se quello fosse il suo stato naturale.
Voleva la ragazza … ora!
Aveva perduto il distacco iniziale. Ora era deciso e aveva voglia di deflorare la giovane, come un toro da monta.
Quando tornò presso il lettone, Flora dormiva ancora.
Lui si accostò a Nicòle. Poi la scosse lievemente sulla spalla: - Vieni – le disse senza vergogna – ti voglio! -
Come una schiava consenziente che accetta il suo destino, la ragazza scese dal letto e si lasciò portare per mano dal giovane col cazzo eretto.
La portò nella camera di fianco, lo studiolo di Flora.
Marco accese una abat-jour coperta di damasco dorato.
La condusse al centro della stanzetta, facendole cenno di inginocchiarsi. Di certo desiderava ancora che lo prendesse in bocca. Il ricordo del sapore dello sperma agì come una droga, dandole immediato calore ai genitali.
Marco si affrettò a far precipitare il suo membro tra le labbra di lei ... segno che ci stava pensando già da un po’.
Nicòle non lo rifiutò, anzi fu felice di trovarlo abbastanza eccitato per poter poi provare la sensazione di portarlo all’estremo della durezza con il suo lavorio orale.
Quando il giovane cominciò ad accusare il piacere nell’essere stantuffato, uscì dalla sua bocca e si fermò.
Con le mani la prese per le spalle e cominciò a baciarla con passione:
- Ti voglio … ora! – le sussurrò semplicemente.
Ma la giovane si irrigidì: - No – disse – voglio anche Flora con me … -
- Va bene – accettò. Marco si allontanò e sicuro di quello che sarebbe accaduto chiamò: - Flora? Puoi venire? – la risposta fu immediata, dato che la donna non dormiva anzi stava attendendo fremente.
Flora arrivò furtiva ed eccitante come una grossa pantera nera nelle sue calze provocanti.
- Voglio chiavarla! – disse Marco, con una veemenza che la donna non gli conosceva.
- E tu … mio piccolo fiore … te la senti? – disse la donna mettendosi di fronte a Nicòle e fissandola negli occhi.
- Io … io credo di si … se tu mi stai vicino. – Nicòle era pronta ed eccitata, ma un po’ secca in vagina per la paura e la tensione che si era prodotta nella stanza.
Non era un atto spontaneo ... non era l’evoluzione di un amore … quindi nessun coinvolgimento sentimentale e nessuna spontanea donazione di sé, ma solo una calda, potente eccitazione.
Trovò in sé la nota giusta per far vibrare il suo diapason all’unisono con l’arrapamento mentale degli altri due.
Avrebbero proceduto alla deflorazione di Nicòle meccanicamente, come un atto dovuto e necessario, eppure questa fredda determinazione a spaccare l’imene col cazzo di Marco era talmente inebriante da far girare la testa a tutti e tre.
- Andiamo in camera – propose Flora - staremo meglio. -
Accese la luce e fece partire una piccola videocamera posta sul comò di fronte ai piedi del letto: - Vale la pena di immortalare il momento, vi pare? –
Totalmente fiduciosi i giovani risposero affermativamente. Lo stesso Marco aveva fatto altre volte l’amore con Flora lasciandosi filmare. Ora sapeva che rivedere quelle scene aggiungeva ulteriore piacere ai rapporti successivi e l’emozione non inibì la sua erezione … anzi contribuiva ad accrescerla.
Flora fece si che Nicòle si stendesse sul letto, comoda … ginocchia alzate e gambe divaricate:
- Vieni dentro di me, Marco. Prendimi come una cagna … - disse Flora con voce roca. Così si chinò in avanti per arrivare col volto tra le cosce della ragazza, per farle la minetta.
Subito iniziò a baciare le labbra tese della giovane figa.
Nicòle sentì la penetrazione di Flora da parte di Marco e tutte le pompate che lui le infliggeva, perché le venivano trasmesse pari pari dalla bocca e dalla lingua di lei, direttamente in mezzo alle cosce.
La donna la leccò e la eccitò per farla bagnare a sua volta, poi all’improvviso fermò con la mano il ragazzo e se lo sfilò dal corpo.
- Ecco vieni, Marco, Nicòle è pronta per te – disse seria. Spostandosi di lato, si mise col busto a fianco della pancia piatta dell’altra.
Marco era infoiato dalla chiavata precedente, bruscamente interrotta e cercava un buco da riempire al più presto.
Si puntellò con le ginocchia sul letto e protese il membro verso la piccola fessura di Nicòle.
Flora, che aveva le mani libere, si diede subito da fare … con le dita della destra divaricò le grandi labbra della fanciulla, mentre con la sinistra agguantò il cazzo duro e lo indirizzo verso la giusta inclinazione.
Il giovane tenendosi con le ginocchia e con i palmi sul letto, lasciò che la donna manipolasse il suo cazzo come un trapano in cerca del suo foro. Lui invece grazie all’appoggio comodo, poteva gestire la discesa in quel piccolo buco, ancora vergine e mai profanato.
Flora gli impose piccole oscillazioni, che permettevano alla sua capocchia rossa e spropositata di aprire e chiudere la fighetta eccitata, arrivando fino all’imene ma senza sfondarlo.
Ma quando i mugolii di Nicòle divennero sconnessi e parossistici, quando le dita si impregnarono di umore bianco e lubrificante, quando il cazzo di Marco era al culmine del suo notevole spessore, allora divenne un’ossessa …
La grossa donna sgattaiolò agile alle spalle del maschio e si abbatté su di lui … le grosse zinne si appiattirono molli sulla sua schiena, la figa gonfia da matrona gli premette le natiche, quella pressione esercitata all’improvviso, prese Marco alla sprovvista, che cedette al peso notevole di lei.
Crollò su Nicòle con violenza inaudita, invadendole il corpo sottile con il suo di maschio maturo, mentre il cazzo scendeva tra le sue cosce come una trivella.
A poco valse la resistenza passiva dell’ imene dell’imene virginale.
Si spaccò in un istante, permettendo al glande di farsi inseguire da tutto il tronco di carne, fino a sbattere con i coglioni sulla fessura divaricata in modo innaturale.
Nicòle urlò per la sorpresa ed il bruciore … non poteva credere al gesto selvaggio di Flora.
Ora annaspava in cerca di aria, ma la pressione su di lei non tendeva a diminuire.
Marco fece del suo meglio per non schiacciarle i polmoni e per permetterle di riuscire almeno a respirare … ma di toglierle il cazzo completamente inzuppato in lei non se ne parlava neppure.
Flora al massimo della goduria mise la mano sotto lo scroto del giovane, analizzando con le dita la totalità definitiva della penetrazione.
Si alzò controvoglia da quel monte di membra avvinghiate.
Era squassata, anima e corpo, come se fosse stata lei ad essere profanata … sfondata senza pietà.
- Chiavatela Marco … è tutta tua, adesso … vienile dentro senza temere. – disse con una voce strana, eccitata ma rabbiosa. Stava soffrendo come non mai per la sua natura che non le permetteva di avere Nicòle completamente sua.
Si ritrasse ai piedi del letto. Si sedette per terra e senza enfasi seguì da vicino tutte le fasi di quella copula da lei stessa organizzata.
Vedere Marco e Nicòle, uniti da quel cordone di carne, stretti in una intimità a lei proibita la fece sentire sola e inutile.
Tre anni d’amore, di abnegazione, di servitù, distrutti dalla natura delle cose … poteva leccarla fino a farsi sanguinare la lingua … ma mai avrebbe potuto farla godere tanto intensamente come solo un pene poteva fare. Aveva gli occhi umidi e, improvvisa, in lei montò la rabbia per quello sconosciuto che adesso stava montando la sua pupilla.
Se la fotteva dimenandosi in lei. Non contento la fece inarcare di più, mettendole un cuscino sotto la schiena, per continuare a chiavare in modo cadenzato e preciso.
Ogni tanto si fermava, col cazzo completamente dentro … allora era la piccola Nicòle che si agitava, scalciando lentamente e ruotando il bacino, per accogliere e saggiare l’asta infissa in lei.
I due ragazzi erano soli nel piacere, lontani da lei … entrambi.
Ecco, ora dimentica del dolore provato da poco, Nicòle si spingeva a favore di lui, emettendo quei suoni che Flora tanto bene conosceva e adorava: la giovane, incapace di controllarsi ancora, se ne veniva a lungo come era suo solito.
L’estasi di lei si trasmise a Marco, che poco dopo, folle di piacere, cominciò a spingere il suo orgasmo, tra le piccole labbra della figa di lei.
Nicòle era leggera e minuta. Marco sborrava e spingeva, al punto da farla risalire lungo il letto, verso la spalliera.
Dopo un lunga serie di spasmi incontrollati, Marco si calmò.
Flora aspettava, benigna, spiando da dietro lo strizzare delle natiche di lui.
Dopo parecchi minuti … tutto finì.
Il membro ancora barzotto, rosso e bagnato venne sfilato dalla vagina.
Flora ritrovò tutta la sua libidine in quell’attimo e volle tutto il piacere per sé.
- Alzati! – ordinò a Nicòle.
La ragazza non capì bene cosa intendesse, ma Flora fu lesta e l’aiutò con la mano a mettersi al centro del letto, in ginocchio e con le gambe divaricate … ma non una sola goccia del suo piacere andò sprecata sulle lenzuola: Flora fu subito sotto di lei.
Con la bocca e con la lingua sollecitò la piccola vagina irritata. Pian piano dalla fessura dischiusa un liquido rosato colò tra le labbra marcate di Flora …

La Fata di Ferro beveva alla fonte della sua piccola Principessa: un amore liquido, fatto di sperma, sangue e umori caldi.
Con grande maestria aveva dosato gli ingredienti nella coppa sacra della sua ancella … ora raccoglieva il frutto delle sue alchimie.
Incapace di amare col cuore, preferiva accontentarsi di sostituirlo con la voluttà estrema, per berne l’erotico liquore.
La domenica successiva fecero festa: più volte danzarono i balli dell’amore e il satiro, invitato alla tregenda, sparse ancora il suo seme virile nelle loro vagine infoiate.

Tre mesi dopo … la donna si accorse suo malgrado che le premure e i calcoli astrali estrapolati per Alba, avevano agito a discapito della dovuta attenzione per se stessa …
La Fata di Ferro era incinta … suo malgrado.
Dalla sua casa nel bosco mugghiò e sbuffò disperata e infuriata … cacciò la principessa dalla sua vita per sempre e nessuno ne sentì più parlare.



Epilogo

Senza l'amore, si sa, tutte le cose stridono e alla fine producono attrito.
L' attrito ha la pessima abitudine di attirare l'attenzione perché produce sforzo, calore e rumore.
L'unico sistema per attutire il rumore è usare il brodo di lacrime, ma produrlo non è sempre facile:
spesso sono in tanti a cercare di attutire gli effetti dell'attrito, versando tante lacrime, talvolta all'insaputa l'uno, dell'altra.

Sono passati tanti anni, il tempo ha cancellato e sbiadito tanti ricordi … anche il vecchio cartello sul sentiero che porta a una casa abbandonata; nonostante gli anni, però, ancora si può leggere l’antica scritta:
“ Qui abita la Fata di Ferro.
Lei ama tutti e nessuno.
Lei sfida la vita, ma la teme.
Quando gioisce … fa male.
Non è una vera Fata,
ma neppure sa essere una vera Strega. ”


FINE

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Posted by giessestory 3 years ago  |  Categories: Anal, Group Sex, Lesbian Sex  |  
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Asia e il cazzo del carabiniere...

Prima di iniziare il mio racconto, per dovere di cronaca – e di sincerità- devo precisare che su di me la divisa ha sortito sempre un grande fascino; mi riferisco al fatto che ho trovato sempre irresistibili poliziotti, carabinieri, finanzieri, arruolati nell’esercito, pompieri ed anche vigilanti, purché ovviamente boni e giovani o tutt’al più giovanili. Insomma la divisa per me contribuisce ad accrescere enormemente il desiderio di un maschio già bono e desiderabile di per sé.
Avevo avuto già esperienze con maschi in divisa. So di cosa sto parlando.
Nei primi giorni del mese di Luglio, in una serata afosa e senza impegni, decisi di realizzare un mio desiderio un po’ folle ma molto eccitante: uscire con l’auto alla ricerca di situazioni eccitanti. Quella sera, forse a causa di una di quelle intense noie estive dove si arriva a percepire un senso profondo di vuoto, decisi di osare. Accadesse quel che doveva accadere.
Indossai un vestitino scollato in raso nero, corto , con applicazioni dorate a motivi greci di Versace, un paio di calze a rete con il filo nero posto centralmente sulla parte posteriore, un paio di sandali color oro , un make up non pesante ma fatto a regola d’arte –stile orientale- e una spruzzata di un profumo ad essenze floreali dove le note base predominanti erano il bergamotto, il giglio bianco e l'orchidea.
Il primo ostacolo da superare era riuscire a guidare con quelle scarpe: non avevo mai guidato con tacchi a spillo alti ben 145 centimetri. Tuttavia quella sera dovevo vincere una battatglia con me stessa, dovevo superare delle paure che non avevo mai avuto il coraggio di affrontare.
Salii sulla mia utilitaria, compagna di viaggio da diversi anni, e uscii di casa.
Il mio cuore era preda ad una tachicardia. Se durante il tragitto qualcuno mi avrebbe riconosciuto, cosa avrei detto? Cosa avrei fatto? Non potevo permettere a quei pensieri di occuparmi la mente altrimenti mi sarei rovinato una serata che doveva essere di divertimento e di relax.
Per stare tranquilla decisi di giocare fuori casa, avrei preso l’autostrada ,Roma e' una città che la sera diventa ancora più affascinante ed eccitante del solito.
In direzione del casello autostradale, intravidi da lontano una macchina dei carabinieri appostata lungo il vialone.
Cominciai a tremare, pregando che non mi fermassero per controlli proprio quella sera. Ovviamente avevo tutto in regola: assicurazione, bollo, revisione auto, patente, etc. Ma se mi avessero fermato e chiesto i documenti, come avrei giustificato il mio abbigliamento?
Quando si dice che una le cose se le chiama: un carabiniere col berretto che gli copriva mezzo viso esibendo e muovendo la paletta in direzione della mia visuale, mi fece segno di accostare.
Un suo collega era intento, ad una certa distanza, a controllare la situazione.
E adesso? Certo che la fortuna mi perseguitava ! Restando in auto abbassai il finestrino.
Il carabiniere si avvicinò e allungando lo sguardo mi chiese di esibire patente e libretto. Frugai nel cassetto dell’auto per reperire il libretto nel mare di carte che occupavano il vano e dalla borsetta estrassi la patente.
Controllò i documenti e, fissandomi con sguardo curioso e intrigato, me li restituì dicendomi che voleva dare un’occhiata al contenuto del cofano dell’auto. Mi chiese di scendere dall’auto e di aprirgli il cofano.
Con enorme imbarazzo scesi dall’auto stando attenta a dovevo mettevo i piedi per non inciampare con i miei tacchi 15.
Non sono molto alta, appena 168 cm, ma con 15 cm di tacco raggiungevo 180 cm di altezza.
Appena scesi dall’auto osservai bene il carabiniere che in quel momento mi stava “regalando” attimi eterni di tensione e paura.

Rimasi folgorata da quanto fosse bono: due occhi verdi si incastonavano in un colorito bruno mediterraneo, capelli nero-blu , almeno 187 cm di un corpo da adone.
Mentre stavo aprendo il cofano dell’auto, mi abbassai leggermente e il mio vestitino di raso nero fece intravedere il mio perizoma in pizzo nero.
Mi scostai per consentirgli di controllare. Notai che la patta dei pantaloni gli era cresciuta.
Dopo il controllo di rito, chiuse il cofano e mi ridiede le chiavi. Nel ridarmele mi disse bisbigliando per non farsi sentire dal suo collega: “Per questa volta vada pure, la prossima volta farò controlli più approfonditi”. Poi con un tono di voce ancora più basso aggiunse : “ Appena salita in auto mi scriva su un foglietto il suo numero di cellulare e me lo porga dal finestrino con discrezione”.
Salii in auto mezzo intontita, estrassi dalla borsa un blocchetto di fogli e scrissi sopra un foglietto il mio recapito di telefonia mobile. Nel consegnare, attraverso il finestrino dell’auto, il foglietto al bel fusto del carabiniere, notai ancora una volta il suo pacco enorme e gonfio che aumentò il volume della parte posteriore del mio vestitino di raso nero. Ebbene sì, mi ero eccitata alla massima potenza.
Mi fece l’occhiolino e stavolta per farsi sentire chiaramente dal suo collega mi disse : “Tutto a posto, può andare!”.
Lo ringraziai per la gentilezza e piena di imbarazzo ed eccitazione pensai che quella serata, nonostante i momenti di tensione appena vissuti, era iniziata alla grande.
Mi diressi sicura verso il casello autostradale di Roma Sud ma “l’incidente di percorso” mi aveva messo addosso un’eccitazione che dovevo appagare al più presto. Mi fermai in un autogrill
Dopo pochi minuti di viaggio entrai con l’auto nell’area di servizio . Era sera tarda. Nel parcheggio erano presenti diversi camion. Scesi dall’auto e mi appoggiai alla stessa facendo finta di effettuare una chiamata al cellulare.
Passò un giovane camionista con una birra in mano e mi chiese se poteva offrirmi qualcosa da bere.
Non era particolarmente bello ma molto maschio ed io avevo un urgente bisogno di cazzo.
Accettai. Mi invitò sul suo camion dove, dopo pochi convenevoli, scopò per bene ogni buco del mio corpo. E questo non una volta sola. Nel giro di due ore venne la bellezza di quattro volte.
Tornai a casa soddisfatta della serata ed ancora eccitata per l’incontro col carabiniere. Mentre mi spogliavo dei vestiti ancora pregni dell’odore di sudore e sesso col camionista, pensavo : “Chissà se mi chiamerà davvero”.
Trascorsero alcuni giorni e del carabiniere nessuna traccia.
Un tardo pomeriggio, afoso e annoiato, squillò il cellulare. “Pronto? Chi è? “, risposi.
“Ciao sono Salvo, il carabiniere dell’altra sera”, questa fu la sua presentazione.

“Ascolta, sto per smontare dal mio turno, potrei fare un salto da te tra mezzora per due chiacchiere, sempre se ti fa piacere”, mi disse con voce calda e convincente.
“Sì, per me va bene. Il tempo di farmi una doccia e ci vediamo tra mezzora. Ti esprimo però un mio desiderio,una sorta di preghiera, vorrei che tu venissi da me in divisa”, replicai. Gli lasciai il mio recapito di casa e mi disse che col navigatore avrebbe trovato con facilità il posto in cui abitavo.
Ero eccitatissima per l’incontro. Mi feci una doccia rapida e mi preparai di tutto punto, molto ma molto più a troia della sera in cui avevo deciso di uscire da trav con l’auto.
Tempo mezzora e Salvo citofonò alla mia porta. Entrò in divisa così come lo avevo conosciuto.
Lo feci accomodare e gli offrii qualcosa da bere. Mi disse che preferiva un bel caffé che gli preparai con molta cura.
Mamma mia che pezzo di ragazzo. Mi disse che era siciliano, che era fidanzato e che la fidanzata viveva giù in Sicilia. Aggiunse che dopo vari tentativi andati a vuoto, aveva finalmente ottenuto il trasferimento e tra una settimana sarebbe tornato giù in Sicilia.
Mentre preparavo il caffé, venne a posizionarsi dietro di me e cominciò a strusciarsi contro la mia gonna. Sentivo il suo cazzo duro che premeva contro le mie natiche. Mentre le sue mani , che mi cingevano il busto, mi strizzavano i capezzoli, sentivo la sua lingua lungo il collo, sul lobo dell’orecchio.
“Quanto mi ecciti! Sei una troia di gran classe. Lo senti quanto sono duro per te? Non sono eccitato, di più. Sto scoppiando !”, mi disse sussurrando all’orecchio.
Smisi di preparare il caffé e mi appoggiai al lavandino della cucina. Mi alzò la mini e abbassò il viso sulle mie natiche. Iniziò a leccarmi il culo , a mordicchiarmelo, a darmi piccoli schiaffi sui glutei.
Spostò il perizoma e iniziò a passarmi la lingua sul buchetto e poi sempre più dentro.
Si alzò, si aprì la patta del pantalone e così in divisa come stava iniziò a fottermi da dietro mentre io mi reggevo al lavandino.
Aveva un cazzo bello doppio ed almeno 20 cm lungo. Assestava i suoi colpi con decisione e ad ogni colpo gemeva di piacere. Gioiva nel sentirmi gemere dal dolore, mi stava sfondando per bene.
I suoi gemiti stavano crescendo fino a che mi disse che stava per arrivare. Lo tirò fuori e mi spruzzò completamente tutto il culo, mi riempì le natiche di sborra calda e densissima.
Che sensazione bellissima sentire gettiti di sborra, come se fossero lava vulcanica, che ti spruzzano il culo.
Andò in bagno a pulirsi e quando tornò lo feci accomodare sul divano.
Continuammo a parlare un po’ di noi, di quella serata strana in cui ci eravamo conosciuti. Tempo un quarto d’ora e il suo cazzo era di nuovo enorme, pronto ancora a compiere il suo dovere.
Era ancora in divisa. Si tolse la giacca e restò solo in camicia e pantaloni.
Gli feci togliere anche pantaloni, camicia e calzini e rimase solo con gli slip.
Ora era quasi nudo. Che bellezza d’uomo, una bellezza siciliana doc.
Volevo godermelo ogni centimetro. Ci avrebbe pensato la mia lingua a lavorarselo.
Volevo assaggiare ogni anfratto della sua pelle , dalla testa ai piedi.
Iniziai a succhiargli i lobi delle orecchie, il collo e poi piano piano scesi più giù.
Gli succhiai i capezzoli e feci scendere la mia lingua sul suo addome fino a dove iniziava lo slip.
Sentivo il suo cazzo pulsare sotto gli slip e contro la mia faccia, ma doveva attendere. Non era ancora il suo turno.
Iniziai a leccargli le cosce e con la lingua scendevo sempre più giù. Che pezzo di manzo nascondeva quella divisa.
La sua voglia svettava da sotto gli slip che erano diventati enormi.
Mi avventai sul suo cazzo e iniziai a mordicchiarglielo da sopra gli slip.
Mi alzò la testa ed iniziò a baciarmi avidamente: le nostre lingue si avvolgevano l’una all’altra come serpenti in una lotta senza fine.
Tirai fuori la cappella di lato dagli slip e con passione e travolgimento iniziai a leccare. Sentivo il cazzo che pulsava, ardeva dalla voglia della mia lingua.
Passavo la cappella del suo cazzo attorno sulle labbra era al massimo dell’eccitazione.
Gli feci togliere gli slip. Ora era nudo sul divano e tutto mio.
Mi inginocchiai tra le sua massicce cosce e iniziai a sbocchinarlo come non avevo mai fatto in vita mia, nemmeno con gli altri uomini in divisa con cui ero stata.
Mi affondò il suo pesce in bocca fino alla gola. Lo sbocchinavo con passione e avidità. Volevo il suo nettare, il nettare di un dio greco incontrato per caso in una sera di Luglio.
Ogni tanto prendevo fiato e nel frattempo mi gustavo la sua cappella che ormai era già bagnata da un pezzo.
Continuai a sbocchinarlo con passione finché non mi accorsi dai suoi gemiti che stava per sborrare. Continuai a succhiarlo ancora più forte fino a quando non mi riempì la bocca della sua sborra. Mmm che goduria. Non sprecai nemmeno una goccia di quel prezioso latte siciliano.
Mi disse che prima di partire per la Sicilia avrebbe avuto il piacere di rivedermi.
Gli risposi che ero ben lieta della cosa e poi aggiunsi mentre lo accompagnavo alla porta : “ La sera che mi hai fermato mi hai detto che la prossima volta avresti fatto controlli più approfonditi. Oggi pomeriggio ti ho dato l’opportunità di conoscermi “in profondità”. Scoppiò in una risata calda e facendomi l’occhiolino andò via. In divisa, così come era venuto. In divisa, così come lo avevo conosciuto...the story continues... Continue»
Posted by asiatrav82 7 months ago  |  Categories: Anal, Hardcore, Shemales  |  
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Sonia-Schiava del mio cazzo

Sonia_Schiava del mio cazzo e mia troia figa puttana .

Sonia la mia vicina da pochi mesi
Appena vista mi sono sentito il sangue montarmi alla testa...una simile figa era per me la prima volta...due tette gonfie che puntavano in avanti e sembravano che mi dicessero " Vieni e succhia...un corpo modellato da dea con due gambe lunghe sormontate da due cosce affusolate coperte da un stretto e corto gonellino che modellavano le sue sode rotonde chiappe invitanti al pa9cere facendomi fremere nel vederla sorridermi in modo invitante al mio saluto;Che figa,pensavo tra me,che figa da cazzo e che culo portandomi istintivamente la mano sul cazzo che mi tenevo già più che duro sotto la stoffa dei miei pantaloni rientrando alla svelta chiudendo la porta dietro di me mettendomi il cazzo a nudo dandomi a segarmelo palpandomi i grossi coglioni duri e gonfi,pieni di sborra che cercava lo sfogo con l altra mia mano dandomi a schizzare densi getti che zampillavano fuori dalla capella con forza mentre appoggiato di schiena contro la parete gli occhi chiusi ripetevo inebetito “ Sonia...Soniaaaa. figa mia Sonia figa del mio cazzo.....Soniaa ,Soniaaa,per tutto il tempo della mia sborrata che non mi lascio per nulla calmato sussultando nel sentire suonare alla porta recandomi ad aprire dopo essermi riposto il cazzo nei pantaloni rimanendo senza fiato nel trovarmi di fronte alla Sonia che mi sorrideva come una dea invitante al piacere balbettando facendola entrare chiedendole cio che desiderava e potevo fare per lei..
Il cazzo.....disse fissandomi negli occhi allungando la mano nel mezzo dei pantaloni dove sotto la stoffa riposava il mio cazzo...
E tua disse vedendo i schizzi bianchi di sborra per terra...Tua vero...ti sei segato da farti schizzare
Si si....balbettai
Schifoso..sibilla fissandomi con occhi quasi minaccianti..Sprecare una simile delicatezza a schizzarla fuori cosi per terra… perche non schizzarmela dentro e farmela godere nel culo ....ti piace il culo vero..non dirmi di no...
Ne sono insaziabile....lo preferisco alla figa....dissi f riprendendomi fissandola negli occhi mentre lei aperti i pantaloni messo a nudo il cazzo gia duro stringendolo nella sua calda mano si dava a menarlo su e giu
Bel cazzo..adatto ai piaceri del mio culo..bello grosso e lungo come piace a me...disse inginocchiandosi dandosi a succhiarmelo a piena bocca palpando i coglioni con l altra sua mano ancora gonfi re duri malgrado l’abbondante schizzata che mi ero gia fatto
Dammi il culo ora….il culo….disse respingendole la testa a l ‘indietro togliendole cosi il cazzo dalla bocca
Voglio il culo ora…dai alla pecorina che te lo spingo dentro…
Si,si,lo voglio..lo voglio…ansima tutta fremente ponendosi in ginocchioni sulla poltrona a schiena voltata,le ginocchia sui bracciali intrecciandosi al indietro con il culo allargandosi apertamente da sola le chiappe con le mani offrendomi il suo bel rotondo buco gia piu che chiavato e aperto da innumerevoli altri cazzi prima del mio
Tieni troia, dissi affondandole di colpo tutta la lunghezza del mio cazzo nel culo insidiandole la capella ben tosta nel fondo dei suoi caldi intestini. Goditelo dentro puttana,troia sozzona…figa da cazzo..goditelo dentro sino ai coglioni…le dissi di nuovo
Siii..ooohhh siii,siii …tutto…spingimelo dentro tutto,ogni centimetro..sino ai tuoi coglioni.. mi stava incitando con voce urlante estasiata dalla goduria che le stava procurando tutta la lunghezza dei miei ventiquattro centimetri di cazzo infilati nei suoi intestini.
Lo ai gia tutto dentro,troia di figa puttana, e dentro tutto tanto che piu di cosi non posso spingertelo dentro…. Dissi dandomi a stantuffarle gli intestini con tutta la lunghezza del mio cazzo avanti indietro, ora alla svelta,ora lentamente,adagio,adagio portandola ripetutamente al culmine della sua strabiliante libidine di intensa goduria facendola sgorgare urla e lamenti di sfrenato piacere riducendola inebetita per come la figa le bruciava con il buco infuocato che le stava colando abbondantemente di continuo.
Tieni troia,ora goditi anche la mia sborra oltre al mio cazzo.-..dissi con voce fremente ansimante e rauca dal acuto piacere che mi percorreva in tutto il corpo accelerando le già possenti infilate di cazzo chele stavo facendo nel culo rimanendo d’improvviso cosi di colpo fermo con tutti i ventiquattro centimetri di lunghezza del mio cazzo infilati nel culo la capella insidiata ben tosta nel fondo degli intestini coatrendo il cazzo e i coglioni le schizzai c densi caldi getti di calda sborra nel fondo degli intestini facendole sgorgare un lungo ansimante urlo a piena gola sborrando istintivamente di rimando per la quarta volte di seguito dal intenso piacere
Ora in bocca e succhiamelo…prendilo nella bocca e succhialo..dai troia fammi da puttana ora…prendilo nella bocca anche se te lo sfilato dal culo..soddisfami il cazzo con la bocca da troia ora,da vera figa puttana..puttana…
Si,si te lo faccio..mi piace cosi..mi piace succhiare il cazzo uscito fresco,fresco dal mio culo cosi bello viscido e tutto appiccicoso di sborra come lo ai….disse lasciandomi stupito e allibito .Non mi aspettavo una simile risposta ma tentavi di difesa e di ribrezzo e invece…..
Ohh puttana sii troia e…ooohhh figa da cazzo,Soniaaaaaa ,sei una vera puttana da cazzo…succhiaaaaa…..oohhhh che goduria.,.la tua bocca spompa puttana spompa ..sbocchina bene il mio cazzo….sbocchinalo…succhi8aaaaa,siiii,succhiiiaaaaaa… oohh troia mia,figa puttana siiii …il corpo fremente ,scosso da lunghi intensi fremiti di acuto piacere che mi stava diventando sempre piu irresistibile,la testa infuocata giungendo malgrado cercassi a tutta forza di contenermi a l’apice del mio piacere tenendole la testa ferma tra le mani la capella nella gola coatrendo il cazzo le schizzai un altra densa calda sborrata nella bocca che lei si ingoia con spasimata goduria continuando a succhiare e spompinarmi il cazzo anche mentre ingoiava la mia sborra da vera foga puttana esperta a soddisfare ogni voglia e fonte di piacere.….
Sonia,tu….sei…sei stupenda….davvero…nessuna mi a mai fatto chiavare cosi intensamente…sei davvero una foga stupenda..
Non sei il primo adirmelo ma il primo a chiavarmi cosi con foga da farmi sborrare cinque volte di seguito con il cazzo nel culo per come mi stavi sollazzando il grilletto mentre mi stantuffavi il culo con tutto il tuo cazzo…..disse guardandomi con occhi lucidi come se volesse ringraziarmi per averla chiavata cosi alla lunga.
Guai a te se d’ora in poi ti dai a sfogarti il cazzo in un buco di culo e di figa che non sia la mia figa e il mio buco di culo…non te lo permetto ..disse lasciandomi allibito incapace di rendermi conto di cio che mi stava succedendo
Il tuo cazzo e riservato d’ora in poi per il mio buco di culo e lo voglio godere dentro il piu volte che potrai tutti i giorni ,tutte le volte che saro libera del mio lavoro e saro qui da te… …disse rialzandosi lasciandomi sempre piu allibito per cio che mi stava dicendo.,
Puttana,..,.sei puttana..una vera figa puttana,Sonia.. .. Mi lascai sfuggire dandomi subito dello stupido per non avermi controllato.
Si ,lo sono..sono puttana una figa da cazzo,una troia da piacere e da sfogo,troia figa puttana da cazzo e bocca da sborra per chi mi paga e tu..
Io…! Balbettai
Si,Tu a differenza degli altri che pagano per chiavarmi e sfogarsi il cazzo da ogni voglia nei miei buchi non avrai da pagarmi in cambio di darmi il tuo cazzo e la tua sborra.
Dici…dici seriamente…Balbettai di nuovo
Si e guai a te se ti dai a sfogarti cazzo e sborra in buchi di figa e di culo che non sono i miei…..disse tenendosi sempre il mio cazzo stretto nella mano
Guai a te…te lo strappo questo tuo bel cazzo e te lo faccio ingoiare con i tuoi coglioni se ti dai a sfogartelo in qualsiasi buco di culo e di figa….questo tuo cazzo e mio…la sborra dei tuoi coglioni e riservata per la mia bocca…
Si,si, tutto cio che vuoi..ti faccio da cazzo se e ciò che vuoi..non chiedo di meglio..non mi da alcun fastidio che ti fai pagare..e fai la puttana ..una vera puttana..
Non lo sapevi
No,no,io…come vuoi che lo sapessi
Quante volte mi ai seguita e spiata mentre mi lasciavo chiavare e ti sei menato il cazzo vedermi inazione a chiavare…? Molte volte vero
Come ..come fai a sapere..
Ti ho visto diverse volte che mi seguivi..
Si, e vero,a volte vederti chiavare diventavo cosi voglioso da dover menarmi il cazzo un paio di volte di seguito e lo stesso anche a farmi due tre sborrate non riuscivo a calmarmi a vederti come ti prendevi un cazzo nel culo e poi nella figa e ti davi a succhiarlo da ingoiarti la sborra,ti lasciavi schizzare la sborra sul viso e sulle tette....
Ora non ai piu alcun bisogno di menarti il cazzo a vedermi chiavare perche mi potrai chiavare ogni volta che lo vorrai e come vorrai ,saro al tua figa puttana come piu vorrai e ti piacerà e vorrai,sarò figa del tuo cazzo,bocca per la tua sborra ma guai a te se ti dai a chiavare altra foga che non sia la mia e se per caso vedi una che ti fa voglia te la puoi chiavare ma non da solo ..insieme a me..ti faccio conoscere e chiavare io altra figa se ne ai voglia e non figa qualsiasi ..anche giovane figa che ti piace chiavare con diciottenni e anche piu giovani…quindicenni…sedicenni..non e cosi……non e cosi
A volte si ma come..come fai
A saperlo..
Lo so …so tutto di te…Sono mesi che lo so..e da quando sono qui come tua vicina che mi sto interessando di te come cazzo per averti sorpreso alcuni giorni dopo che abitavo qui menarti il cazzo....mi disse sorridente
Ora riposati che questa sera lo voglio ancora e non poche volte anche…disse lasciando la presa del mio cazzo riordinandosi uscendo dal mio appartamento lasciandomi solo e contento.
Ora avevo la mia puttana personale..la mia troia privata e non mi costava nulla….che figa la Sonia..figa..una vera figa e anche se fa la puttana e si fa pagare per lasciarsi chiavare per me puo continuare farlo finche mi fa chiavare e mi procura giovane figa per il mio cazzo da chiavare insieme a lei:Non vedo l’ora di passarmi una lunga nottata a chiavare con lei insieme ad una giovane sua amica come mi a promesso non immaginandomi ancora mentre mi ponevo a letto che la sera stessa sarebbe stata una bella sorpresa per me vederla entrare nel mio appartamento con una sua giovane amica.…
Che figa questa Sonia...che figa...
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Posted by biteur 1 year ago  |  Categories: Hardcore  |  
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La cameriera di Capoverde 3 e la sorella ?

La mia cameriera di Capoverde, come già detto, non era molto bella, però come tutte aveva bisogno di cazzo.
A Napoli, non sò nelle altre città, il giorno libero per queste ragazze era il giovedì, difatti era la nostra giornata di caccia per le straniere black.
Di fatto, lei si organizzava ad uscire con la sorella che lavorava alla vicina villa e con altre colf che lavoravano in zona.
Spesso le accompagnava mia madre e quindi Io mi trovavo un campionario di "schiave negre in giardino", non sono razzista ...le schiave potevano essere anche bianche, ma nel mio caso erano di colore.
Alcune erano davvero belle e la mia fantasia viaggiava come la mia mano.
Soprattutto nei mesi caldi, molte si vestivano con abiti a dir poco succinti, la loro pelle scura faceva risaltare i loro corpi.
Una in particolare, colf di un mio amico era stratosferica aveva due tette toste che sporgevano come il suo culone...praticamente sotto o sopra era uguale....due labbra rosse e delle mani lunghe e bellissime.
Un'altra invece era proprio nera, piccolina ma tutta nervi aveva un culetto tostissimo che spingeva nelle sue minigonne da sballo....
Insomma, per mè il giovedì pomeriggio era come andare ad una sfilata di e****t di oggi, ma tutte nel mio giardino. E spesso Io ci giravo in mezzo in pantaloncini e torsolo nudo ;-) ricevendo più di un complimento.
Ma sono un tipo pratico, quindi andavo spesso a fare i complimenti alla sorella della mia G...a, preda appetibile perchè lavorante vicina.
Questa a differenza di g....a, la sorella che lavorava da mè, aveva una pelle più scura, color cioccolato al latte, ed era veramente ben fornita. La guardavo dalla mia finestra mentre lavava i vetri del salone della villa difronte.
Lei doveva strare sempre in divisa, vestitino nero corto e grembiulino bianco.
Mi attizzava un sacco, anche perchè dalla scollatura debordavano due belle tette tonde e spesso, quando si chinava dalla sua gonna sporgvano delle mutandine bianche che mi facevano impazzire.
.....Un giovedì sera, i miei non c'erano, in casa eravamo io e le mie sorelle, che si facevano i fatti loro, G....a rientro più triste del solito.
Io subito le andai a parlare per consolarla....
E le chiesi cosa avesse, Lei, oramai eravamo in confidenza mi disse: " Mia sorella ha tutti gli uomini che vuole e nessuno vuole mè".
Io subito la rincuorai e presi la palla al balzo, ci chiudemmo nella sua stanza...
e piano piano iniziai a leccarmela tutta, inizia dal collo scesi su quelle sue dure tettine color caffè.
poi scendendo arrivai all'obellico...lei gemeva di piacere mugolava...e quando arrivato alla sua fighetta tosta e riccioluta...lei.." solo Tu mi fai godere così".
Io ringalluzzito penetravo il suo fiore violaceo già bagnatissimo con la mia lingua, era un lago di umori pungenti.
Lei mi spingeva con le mani la testa dentro quel 500grammi di figa e strigeva il mio corpo con le sue gambe.
Il mio naso la lingua il mento salivano e scendevano tra il rosso clitoride ed il nero buco del culetto.
Le sue chiappette fra le mie mani toste che si dimenavano come solo una " latina" sà fare....
Un clitoride sporgente che pareva un cazzino...
Le scivolo sul ventre ed infilo il mio cazzo dentro la sua figa...prima piano e poi fino in fondo, lei apre la bocca e gode....
La scopo perbene la scuoto lei a gambe larghe gode e mi tira a sè...
Poi la pendo per i fianchi e la giro...le faccio poggiare le ginocchia e la metto a pecorina.
le apro le gambe ha una figa con due grandi labbra che colano umori, striscio li la mia cappella e poi mi avvicino al buchetto del culo.
Mi fermo scendo con la lingua sul buco nero , lo lecco e le infilo dentro mezza lingua....
Sputo un pò di saliva e mi avvicino con la mia cappellona.., Lei non vuole ma io le dico " forse tua sorella li ha tutti perchè gli offre anche questo ?"...
Lei geme e si apre il culo con due mani.....la presso ed entro spingendo prima piano e poi con più forza...Lei urla,ma ormai sono dentro...piano piano le sfondo il culo.
Le arrivo dentro con un fiotto notevole spingendo con forza....
Lei mi ha confessato che non si è riuscita a sedere per tre giorni.
Mi chiedo cosa abbia provato il quarto giorno quando le ho fatto cavalcare il mio cavallo arabo....

...La sorella ?....alla prossima...se vi interessa e commentate ciaooo...




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Posted by RioFoto001 2 years ago  |  Categories: Anal, Interracial Sex, Taboo  |  
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L'addestramento di una sissy slave - 11

Un mese di femminilizzazione, servitù e addestramento presso Domina Melany (Dea dalla Pelle d’Ebano e stupenda Mistress Transex professionista), per la tenera sissy slave Monique. – Giorni 18, 19, 20.

Giorno 18.

Stamani calma piatta, solita routine: faccende di casa, colazione, la mia Signora che va fuori per lo shopping (ho provato a contare quante paia di scarpe abbia, ma ho dovuto rinunciare dopo aver perso il conto un paio di volte). Nel pomeriggio un solo cliente cui la Signora si è dedicata a lungo, probabilmente con l’intento di ottenere un extra sulla parcella, visti i tempi di magra.

Sto preparando qualcosa per cena, dato che stasera è previsto di rimanere in casa, quando la mia Signora e Padrona si affaccia in cucina. Ha il cellulare in mano.

-Monique...ma tu lo sapevi che l’amico di Italo voleva organizzare qualcosa?

Ahia...ho imparato a conoscere quest’aria distaccata...quando fa così vuol dire che è incazzata. Cerco di assumere un’aria innocente.

-Ah si...Luigi mi aveva accennato qualcosa a tale proposito, l’altro giorno riaccompagnandomi a casa, ma aveva detto che avrebbe chiamato lui per mettersi d’accordo con lei, Signora.

Mi guarda negli occhi, senza parlare, per qualche secondo che a me sembra interminabile, poi:

-Monique...queste cose me le devi dire. Non è certo questo il momento di mandare all’aria un’occasione del genere. Per caso hai qualcosa contro Luigi e non me l’hai detto per questo?

-Ma no! Figuriamoci...credevo veramente che ci tenesse a parlare direttamente con lei, Signora... magari non era ancora sicuro...

Mentisco spudoratamente io. Ma lei non ci casca e rincara la dose:

-Non mentire con me...tanto me ne accorgo. Avevo già notato, l’altro giorno, che lui non è di tuo gradimento. Lascia che ti insegni una cosa, bella: un cliente che paga, e tanto, deve essere SEMPRE di tuo gradimento! Capito? Questo Luigi è un cliente d’oro, a quanto pare, visto quanto ha sborsato l’altra sera per te, pertanto vedi di fartelo piacere!

Sono sinceramente mortificata per la piega che sta prendendo la situazione, davvero non avrei mai voluto creare un danno economico a Melany. Tento goffamente di rimediare.

-Signora, davvero non era mia intenzione... ascolti, io quei soldi non li ho toccati... mi piacerebbe che li prendesse lei, in fondo è stato tutto merito suo…

Invece che rabbonirsi, sembra incazzarsi ancora di più, alle mie parole.

-Non ho bisogno dei tuoi soldi e non li voglio! Cosa ti sei messa in testa ora, di pagarmi?

-Non intendevo offenderla, Signora...

-Allora non dire cazzate e vedi di comportarti seriamente, d’ora in poi, altrimenti ti rispedisco a casa tua su due piedi!

Non replico. La sola idea di essere congedata prima del tempo e non vedere più Melany mi paralizza.

-Ora ascoltami bene. Lui vuole organizzare per dopodomani, non so ancora se qui o a casa sua, ovviamente pretende che ci sia anche tu. Non ti costringo ad accettare, ma troverei quantomeno cortese da parte tua valutare bene la cosa. E’ disposto a pagare per un’intera serata…e tanto! Se la cosa andrà in porto tu avrai la tua parte, io la mia. Non ho nessuna intenzione che qualcuno possa mai dire che ti ho sfruttata, mi capisci bene? Prima che tu dica si o no te la voglio dire tutta, però. Non abbiamo ancora parlato dei dettagli, ma da quello che ho potuto capire non si tratterà di una cosa normale come l’altra sera, stavolta cerca qualcosa di più, diciamo...
trasgressivo. Niente di violento, ovviamente, ma la cosa potrebbe includere umiliazioni anche pesanti. Per questo richiede la mia presenza in veste di Domina. Sarò io infatti a “condurre le danze”...sia per te che per lui. E non fare affidamento sulla nostra intimità per sperare che io sia meno severa di quanto dovrei: sul lavoro non conosco mezze misure. Farò quello per cui sono pagata e non ti farò sconti di alcun genere. Ne va della mia professionalità. C’è anche la possibilità che sia presente un’altra persona, non so ancora bene con quale ruolo, ma so che si tratterebbe di una donna, sua amica, che avrebbe manifestato il proprio interesse a partecipare. Ora fa pure le tue valutazioni e poi fammi sapere cosa hai deciso. Tieni presente però che richiamerà tra un’ora per avere conferma, ho lasciato la cosa in sospeso, per il momento.
Fatto questo discorsetto, mi lascia lì e si ritira nella sua stanza.

Devo fare mente locale. Detta come l’ha detta, la cosa non sembra una passeggiata. Conosco Melany abbastanza bene per non dubitare della sua affermazione in merito al non fare sconti di sorta. Inoltre il caro Luigi mi mette molto a disagio col suo essere appiccicoso oltre ogni mia sopportazione. Il fatto poi dell’eventuale presenza della sua amica non migliora certo le cose. L’ultima volta che ho avuto a che fare con una femmina biologica ho finito per l’essere pubblicamente frustata per via delle sue isteriche, quanto false, accuse.
D’altra parte, come sempre in questi casi, non voglio tradire la fiducia di Melany facendole perdere un ingente guadagno. Non c’è che dire...sono proprio in un bel casino.

La decisione va presa e anche rapidamente, però. Non voglio usufruire dell’intera ora concessami, per non risultare troppo riluttante, specie se, come credo, finirò per dare la mia disponibilità. Prendo il coraggio a due mani e vado a bussare alla porta della mia Irascibile Signora.

-E’ permesso?

-Entra pure.

La sua voce è sufficientemente gelida da abbassare di almeno dieci gradi la temperatura dell’ambiente.

-Ecco...se posso, vorrei confermarle la mia totale disponibilità.

Le comunico, una volta entrata.

-Sei sicura Monique? Non tollererò ripensamenti, lo sai, vero?

-Nessun ripensamento, Signora...anzi volevo anche dirle che mi dispiace per il malinteso, non credevo...

-Va bene, va bene...

Mi interrompe lei, brusca, poi, cambiando del tutto argomento:

-Lascia pure stare di preparare la cena, tanto stasera ho deciso di uscire.

Rimango un po’ delusa, avevo già “fatto la bocca” (è proprio il caso di dire) al solito rito del pompino serale da somministrare al suo splendido Pitone Nero, ma capisco che non è aria. Mi congedo da lei con un umilissimo:

-Come preferisce, Signora.

***

Giorno 19.

Stanotte Melany è rientrata talmente tardi che, pur essendo rimasta sveglia fino alle 2 passate, non la ho sentita rientrare. Alle 11 in punto comunque, non avendo ricevuto altre disposizioni in merito, le ho servito puntualmente la colazione. Una specie di mia piccolissima vendetta personale per avermi lasciata da sola ieri sera. So che quando fa così tardi non le piace essere svegliata senza aver fatto almeno 8 ore di sonno, ma mi sono sentita abbandonata ed essendo in più gelosa di lei come una ragazzina, ho deciso di prendermi questa misera rivincita.

-Buongiorno, Signora, la colazione.

-Ma che razza di ore sono?

Mi risponde con una voce impastata di sonno e gli occhi che faticano ad aprirsi.

-Le 11 in punto, come al solito…oh…avrei dovuto svegliarla più tardi, forse?

Gioco a fare l’ingenua io. Non mi risponde nemmeno, limitandosi a guardare fisso davanti a sé. Mi sa che è ancora incazzata con me per ieri.
L’aiuto a tirarsi un po’ su e le sistemo il vassoio con la colazione.

-A proposito di quell’incontro con Luigi, Monique...

Mi parla con aria noncurante, sbocconcellando una fetta di pane tostato.

-...allora...è fissato per domani alle 20 qui da noi. Ci sarà anche la sua amica.

Ho l’impressione che abbia capito il mio giochetto della sveglia alle 11 e che, invece di darmi soddisfazione lamentandosi, abbia deciso di rifarsi dandomi notizie da me poco gradite. Decido di non darle soddisfazione neanch’io, mostrandomi impassibile.

-Bene, Signora.

-Dato che si tratterà di una serata speciale, ho pensato che per l’occasione sarà il caso che tu abbia le tue tette. Abbiamo fatto bene ieri l’altro a fare una prova, così sappiamo già come fare e non perderemo tempo. Ovviamente dovremo fare in modo che siano pronte all’ultimo momento, per fare in modo che ti durino per l’intera serata. Magari stavolta le faremo un po’ più abbondanti per farle durare un po’ di più...

Mmm... magari avrei fatto meglio ad essere un po’ più cauta... alla fine vince sempre lei. Ci mancava solo la tortura delle tette!

***

La mia Perfida Signora è uscita per lo shopping mattutino, al solito. Come sempre, prima di vestirsi l’ho aiutata a fare la doccia. Una doccia particolarmente lunga durante la quale ha indugiato più del solito nel farsi insaponare e massaggiare in punti “strategici”, per aumentare la mia agonia facendomi sbavare senza concedermi di più. Particolarmente dura è stata l’applicazione della crema dopo-doccia per il corpo, che oggi ha preteso doppia. Come ho già detto, in queste occasioni mi è concesso di avere totale accesso a tutte le parti del suo statuario corpo, comprese quelle più intime, e passare le mie mani su tutto quel ben di Dio, come sempre, mi lascia diciamo...accaldata.
Sarà meglio dedicarmi alle faccende di casa per pensare ad altro.

***

Due clienti nel pomeriggio, per uno dei quali la sessione è stata particolarmente lunga (e remunerativa, credo). Seconda doccia della giornata per la mia Padrona, seconda sofferenza per me.

Anche stasera è andata a cena fuori abbandonandomi qui da sola. Non mi va di cucinare, mi farò un panino.

Consumato il mio solitario pasto, non so proprio cosa fare. Mi sto annoiando e la consapevolezza di essere volutamente ignorata da Melany non contribuisce a tirarmi su il morale. Decido di andarmene a dormire. Domani sarà una lunga giornata...

Giorno 20.

Mi sono alzata prestissimo e ho sbrigato tutte le faccende già prima delle 10. Dopo la colazione la Padrona ha accuratamente scelto l’abbigliamento di entrambe per l’appuntamento che stasera dovremo avere con Luigi e la sua amica: per lei “catsuit” in cuoio nero che lascia però esposte le zone più “strategiche” (leggi culo, cazzo e tette), sandali, sempre neri, cadendo dai quali potresti salvarti solo aprendo un paracadute, e lunghi guanti in morbida pelle a mezze dita, per me corsetto in latex rosa “pink” con due grossi anelli metallici inseriti al posto del reggiseno. In pratica sono due grossi anelli metallici in cui infilare le tette (che ancora non ho), la giarrettiera è incorporata al corsetto, così come i due anelli. Calze rosa velatissime e sandali di vernice rosa dai tacchi appena meno alti dei suoi, completeranno il mio abbigliamento assieme ad un collarino rosa da cagnetta.

Metto tutto da parte, poi mi dedico alla cura personale della Signora, come ogni mattina.

Completate le abluzioni di routine, dopo essersi vestita, la mia Meticolosa Padrona passa ad esaminare che sia tutto in ordine nella sala principale, la seguo come una cagnolina mentre si accerta che sia tutto pulito e perfetto. Sembra soddisfatta.

-Monique...vai in camera mia, prendi la sedia in cuoio rosso, quella con la spalliera alta, e portala qui.

Boh...non capisco a cosa possa servirle qui la sedia ma mi affretto ad obbedirle. Vado e torno in un lampo, con la sedia.

-Ora fai posto accanto alla sedia che uso abitualmente io e metticela accanto.

Sposto di lato il trono dorato della mia Signora, facendo spazio sulla pedana rialzata su cui si trova, e gli sistemo accanto la sedia che ho appena portato.

-Può andar bene così, Signora?

-Perfetto.

Sto quasi per chiederle per chi è quella sedia, ma poi decido che se finora non me lo ha detto evidentemente preferisce così e me ne astengo.

-Ora esco. Sarò di ritorno per le 18, tu fatti trovare pronta. Per quell’ora ti voglio perfettamente pulita dentro e fuori, truccata e pettinata, ma non ancora vestita. Dovremo pensare alle tue tette prima di vestirci e non voglio perdere tempo. Prepara le sacche con la soluzione salina, gli aghi e tutto l’occorrente. Ricorda di mettere in frigo un paio di bottiglie di champagne, anche. A dopo.

***

La mia Padrona è in ritardo, sono quasi le 18,30 quando le apro la porta di casa, preparata come richiesto.

-E’ tardi Monique, hai preparato tutto?

-Certamente, Signora.

-Allora indossa il tuo corsetto, vatti a mettere sulla sedia ginecologica e aspettami lì intanto che mi spoglio.

***

Stavolta la Padrona mi è sembrata molto più sicura durante tutta l’operazione di “costruzione” delle mie tette a base di soluzione salina, penso, mentre si muove attorno a me con indosso solo il suo kimono dorato. Nessuna esitazione, sembra che lo abbia fatto decina di volte, non soltanto due con questa.

-Stavolta ne metteremo un po’ di più, capito Monique? Forse dovrai stringere un po’ i denti, perché ho intenzione di usare almeno un cinquanta per cento in più di soluzione salina. L’altra volta si sono riassorbite troppo in fretta...

Ohmmamma...un 50% in più! E io che già sentivo il fastidio della tensione la volta scorsa!

Il corsetto è molto stretto e gli anelli premono bene tutt’attorno alle tette, impedendo al liquido di espandersi al di fuori dell’area di queste. Le osservo aumentare lentamente di volume fino a raggiungere dimensioni considerevoli, decisamente superiori a quelle dell’altra volta.
Anche l’aspetto è molto più “prorompente”, grazie all’effetto dei due anelli contenitivi. Anche se me le sento molto indolenzite, credo che l’effetto finale sarà notevolissimo.

E lo è veramente! Posso esserne ben certa una volta che, terminata l’operazione e messi a posto gli strumenti usati, prima di raggiungere la mia Signora in camera per la vestizione, mi affaccio per un rapido controllo allo specchio del bagno. I miei nuovi seni, turgidi e voluminosi, prorompono dagli anelli metallici come quelli di una pornostar. I miei capezzoli, per quanto piccoli, sono duri come sassi per via dell’eccitazione. Al diavolo l’indolenzimento, se il risultato finale è questo!

***

Alle 20, suona il citofono. Sono Luigi e la sua amica, puntualissimi. Apro il portone del palazzo e mi metto ad attenderli accanto alla porta di casa. La Padrona è già sul suo trono nella sala principale. Ho il cuore in gola, non so bene a che tipo di esperienza prenderò parte tra poco, ma la cosa mi eccita da morire...

Continua.
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Posted by CagedSissyCuck 3 months ago  |  Categories: BDSM, Fetish, Shemales  |  
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"Le corna hanno un Sapore e un Odore"

Noi lo facciamo da circa 4 anni ha 2 amanti per essere preciso un Bull che è una macchina da Guerra nel letto e un 'Amante tra cui ha più affinità un'Amico speciale,abita molto distante e un paio di volte all'anno la porto da lui, non vi dico come si fà scopare..mia moglie ci mette anima e corpo per prendere il suo cazzone, potete immaginare la lontananza e lo stuzzicarsi per via chat .... Le fa assaporare meglio l'incontro ( e io assaporo meglio le corna e non solo)

la settimana scorsa siamo andati da lui e abbiamo trascorso quattro giorni, questa volta mia moglie prima di partire mi ha detto:
"Caro le corna hanno un sapore e un odore"

Nei giorni seguenti capii molto bene quella frase,
non ci ha pensato due volte a travasarmi in bocca lo sperma del suo Amante dopo un curato ed energico pompino... "Il sapore"

Il secondo giorno mentre io ero in salotto a lavorare, la signora mi disse "bravo rispondi all'e-mail dei tuoi clienti..non trascurare il lavoro" nel frattempo trilla il citofono... Era Lui...
Lo fece entrare accogliendolo a braccia aperte, lo prese immediatamente per la minchia portandolo in camera da letto per fare i loro porci comodi senza minimamente preoccuparsi del sottoscritto.

Lavorare mentre udivo i colpi di minchia su mia moglie era impossibile, la troia non si preoccupava affatto nell'espletare commenti ad alta voce mentre la penetrava e tanto meno tratteneva le urla e mugugni di piacere nei svariati orgasmi, sentire le scocchiate della bocca di mia moglie sulla cappella del porco mentre lo spompinava con grande maestria...

La troia non chiuse completamente la porta della camera da letto lasciò uno spiraglio per permettere al cornuto di udire soprattutto di vedere le mie corna in diretta dal vivo.

Quatto quatto mi avvicinai alla porta e vidi mia moglie con il cazzo in gola fino alla radice, piegò la testa verso di me e guardandomi negli occhi si scuoteva il membro contro la lingua mi fece un mezzo sorriso e continuò a salire e scendere con vigore fino a toccare le palle con la lingua del toro.

Lui si dimenava i suoi piedi si torcevano dal piacere non riusciva a espellere frasi comprensibili si vedeva nettamente la radice del cazzo che pulsava stava per esploderle in bocca...

Ma la signora con grande maestria si fermò prese una pausa si girò verso di lui le mise la lingua in bocca....si voleva farsi riempire...ma dentro di lei.

Lui con vigore la girò sotto aveva voglia di sborrare ,vidi il suo membro che sgocciolava di liquido pre seminale mia moglie senza indugio spalancò le gambe per farsi penetrare...sentii un urlo di piacere mentre gli affondava il cazzo dentro
vedevo le mani di mia moglie accarezzarli dolcemente la schiena...con tre colpi lui svuotò un fiume di sperma mugugnando come un maiale..rimase dentro di lei, fermo quasi immobile e si vedevano nettamente le pulsazioni delle palle che continuavano a svuotarsi....

Mia moglie le disse dolcemente "ora tu stai qui fumati una bella sigaretta e non ti muovere"

Si alzò dal letto e con la mano trattenendosi le parti intime venne da me in punta di piedi... Mi guardò.. E con il capo mi fece il cenno di mettermi sul divano... Si sdraiò e spalanco le gambe... Con un sorriso mi disse ora fai il tuo dovere...In prima battuta non vidi molto ma la troia con astuzia spinse il frutto del porco..mi prese la testa e me la spinse verso la vagina colante...

E li sentii "l'Odore delle Corna "

Non ci pensai due volte.. incominciai a leccare piano... piano... Lei continuava a contrarre la vagina per far uscire lo sperma affogandomi nella sborra del suo Amante.
Non era così male il gusto mischiato con gli umori di mia moglie...

Cominciai a succhiarle il clitoride che durante la pulizia si era notevolmente gonfiato..non l'avevo visto mai cosí grosso, si vedeva nettamente che le piaceva e le provocava un piacere immenso fino a squirtarmi in bocca facendomi nettamente quasi affogare.. continuava a spingere e a sfregare la vagina sulla faccia fino al suo orgasmo.

Dopo di che era il mio turno avevo il cazzo grosso turgido, nervoso come un cavallo la penetrai come mai avevo fatto, sentirla allargata ,morbida e sbattuta da un'altro cazzo è una sensazione bellissima.. continuai a cavalcarla fino a che mi disse
"svuotati bastardo, sei un porco mangia sborra"

In un'attimo mi uscì l'impossibile ..feci una sborrata sublime... Rimasi dentro di lei senza forze... Lei mi sussurra nell'orecchio Ti Amo...ora caro mio cornuto devi prendere atto che
"Le corna hanno un Sapore e un Odore"

Era tangibile... Non c'erano dubbi...
Jean Paul La Fajette (il sottoscritto)... Continue»
Posted by felicescontento 6 months ago  |  Categories: Voyeur  |  
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le zitelle della porta di fronte

Ciao sono Marco 33 anni , fisioter****ta, felicemente divorziato , quella troia di mia moglie , ha trovato un pirla pieno di soldi ed mi ha lasciato , la mia vita, dopo questa burrascosa parentesi, volgeva tra alti e bassi, avendo ereditato la casa della mia famiglia , sono andato a vivere nel palazzo dove ero cresciuto, nel mio stesso pianerottolo, vivono due sorrelle la ex maestra in pensione Maria mai sposata, e sua sorella Crocifissa ex impiegata alle poste in pensione, essendo solo, e la maestra è quella che mi ha battezzato, io mangiavo quasi sempre a casa loro, in fatti io le chiamavo zia Mariuccia aveva 60 anni ,la zia Crocetta 63 anni.
Una sera verso le 21,00 ,ero davanti al pc , in videochatt con una porcona , avevo il cazzo duro come il marmo, lei stava per togliere il reggiseno, drinnnnnnnnnn suonano alla porta con veemenza, ma chi cazzo è adesso, mi alzo vado alla porta , sento la voce di mariuccia, che strillava
< marco, marco, crocina e caduta in bagno,non si muove,marco marco apri la porta> apro di corsa la porta, ero in mutande con il cazzo in tiro, dopo un suo sguardo hai miei boxer, lei mi prende la mano e mi tira dentro casa sua, arriviamo in bagno, la zia crocina era a terra per fortuna non aveva nulla, ma la sua stazza impediva alla sorella di poterla sollevare, la scena che trovai entrando in bagno era , lei a terra con addosso un asciugamano che le copriva appena il suo prosperoso seno e il suo bacino facendo intravedere quei pochi peli della su figa, faccio in modo di scavarcarla , la prendo dalla schiena, metto le mani sotto le ascelle, ma non riuscivo ad alzarla , cerco di cinturarla ma le mie mani cingono le sue grosse mammelle , la tiro sù, avevo ancora il cazzo mezzo duro, alzandola strofinoil mio cazzo prima sulla schiena, dopo arriva nel solco delle sue chiappe, la zia crocina avrà pensato che mi eccitava, effetivamente quel culo e le sue tette mi avevano distratto, le mettiamo un accapatoio, per pochi secondi la vidi nuda, la accompagniamo sul letto, lei manda la sorella a prendere un bicchiere di acqua, le faceva male il culo, allora lei apre l’accapatoio,e mi mostra dove ha sbattuto, sopra l’osso sacro e sotto la coscia, ma non si era accorta che metteva in mostra il suo culo e la sua figa, non so cosa mi sia passato nella testa, sia per l’assenza di donne nella mia vita , sia per il segone che mi stavo facendo, avevo voglia di toccare quella figa ,la dovevo toccare, le inizio a fare un massagio alla coscia, e le dico:
< aspetta zia ti faccio un massaggio, vediamo se ti calma il dolore> quando arriva mariuccia la spedisco casa mia , per prendere una crema per le contusioni, sempre massagiando la coscia arrivai con la mano a sfiorare le labbra della sua figa, le mie dita entrarono piano piano nelle mutandine e poi nella sua figa, lei già bagnata, il mio cazzo sempre più duro ,era come il marmo, le iniziaii un bel ditalino,dopo pochissimo tempo i suoi umori fuoriuscirono dalla figa bagnado le mie dita, la guardo in viso, era con gli occhi chiusi , e si mordeva le labbra della bocca, preso dalla situazione continuai a penetrarla con le mie dita,lei inizia a godere, sentendo il ritorno di mariuccia mi fermo ,ci fu una smorfia di disappunto appena tolsi le dita dalla figa, erano bagnate dei suoi umori , mi leccai le dita per assaporare il nettare, il mio cazzo era sempre piu duro, i boxer non riuscivano piu a contenerlo, mi sposto dal lato opposto di mariuccia per non far notare il mio stato ,le devo spalmare la crema sulla parte contusa, la faccio girare pancia in giù , mettendomi sopra il suo enorme culo, mi appoggio sulle sue gambe in modo che il mio membro sia perfettamente nello spacco delle sue chiappe, le abbasso l’elastico delle mutande a metà culo , inziando il massaggio,ogni tanto scivolavo sopra le sue chiappe entrando anche sotto le sue mutande,mandai mariuccia a cercare un asciugamano pulito, lo porta lo metto in modo che mi copriva il cazzo ed il suo mezzo culo, con delle scuse facevo allontanare mariuccia, da sotto l’asciugamano da prima uscii il mio cazzo, poi scostando le mutande iniziai a fottere quella vecchia troia sincronizavo i movimenti , lei non emise nessun mugolio riusciva a frenare le sue emozioni fottevamo con la sorella a fianco che le teneva la mano, lei riusciva a far muovere la figa in un modo innaturale da dove avveniva uno sfregamento della cappella contro la parete internadella figa, il mio cazzo spruzzò sperma nella figa della troia l’unico accenno del suo corpo fu una sretta delle chiappe, appena possibile scesi dalla vacca, e mi sistemai i boxer, ritorna mariuccia si sposta dal mio lato del letto, vidi il suo sguardo cadere piu volte sul mio cazzo , lei mi dice di aspettare in cucina, mi deve parlare, mi metto seduto sul divano , dopo aver recuperato a casa un pantaloncino, arriva, si accomoda vicino a me , e dice :< marco mi sono spaventata, senti come mi batte il cuore >
mi prende la mano le appoggia sul suo seno per farmi sentire il battitito cardiaco, non aveva il reggiseno, appena la mia mano tocca il suo seno, il suo capezzolo diventa turgido , lei mi abbraccia, nel suo modo di stringermi la mia mano rimase sopra la sua tetta continuando a giocare con il suo capezzolo, ebbe un brivido, rimase ferma stringendomi un po di tempo, sapevo che non aveva mai avuto un rapporto con uomini, il mio cazzo divenne nuovamente duro, lei si scosto mi disse:> prendiamoci una tisana>
andammo in cucina mentre preparava la tisana la abbraccio piu volte da dietro appogiando il mio cazzo nel suo culo lei apprezzava questi miei gesti,
la zia crocina si lamentava , lei va vedere come stava , nel fratempo avevo già versato la tisana nelle tazze, lei ritorna ,e le dico sediamoci nel divano, le mi fa segno di segurla nel salone, ero dietro lei , indossava una sottona trasparente senza reggiseno, mutandine nere,arrivati nel salone metto un goccio di liquore nella mia tisana, mi siedo nel divano lei va a controllare sua sorella , e mi dice che le devo correggere la tisana, si accomoda vicino a me, e le dico:
< zia ti sei calmata, ora>
lei< ma quale> e sorseggia la tisana
io< zia ora ci penso io a calmarti fidati e rilassati>
lei obbedì senza fiatare , la faccio sdraiare sul divano prendo i suoi piedi, metto una gamba distea e l'altra gamba appogio la sua pianta tra il mio stomaco e il mio cazzo, nel modo di massagiarle le ho fatto divaricare le gambe è vedevo le sue mutande nere le labbra della figa era così grandi che le mutande non riusciva a contenerla dentro, i fiotti di peli uscivano dai suoi lati, , il liquore versato nella tisana pensavo che le stava facendo effetto, ma non era così ,notai che lei non lo aveva ancora bevuta la tisana , le mie mani iniziarono polpaccio, arrivo al ginocchio, scendo per la coscia, le sue gambe erano pelose, mi eccitavano, il mio cazzo già duro e spingeva contrio i mie boxer, mostrando il suo vigore, il suo piede scese sino a toccare il mio cazzo, le mie mani toccavo i suoi peli, spostando, le mutande entrai in contatto con la sua figa, le inizio un ditalino, lei cede definitivamente le armi, apre le gambe, avvicinandomi con la bocca alla figa, la inizio a leccare , lei aveva un lago in piena,
mi abbasso i pantaloncini, mettendomi in posizione sopra di lei , inserisco la mia cappella , lei mi dice:
cazzo era vergine veramente, la inizio a penetrare, le pareti della sua figa si allargarono ben presto, il mio cazzo entrava ed usciva velocemente, i suoi mugolii svegliarono la zia crocina, che la chiama:
< mariuccia che c’è>ma i mie colpi fanno gadere mariuccia che risponde:
la mia vemenza nel penetrarla la distraeva , ma la zia crocina chiamava sempre

non sò quante volte ebbe orgasmi, dopo poco la faccio mettere a pecora, la mia posizione preferita,e le penetro la figa da dietro, ogni colpo la sfondavo sempre di piu.
volevo farle il culo , ma non ho fatto i conti con la mia eccitazione e le mie palle rilasciarono del caldo sperma che le riempi la figa , ci acasciammo sul divano, il mio cazzo piano piano si ammosciò, sfilandosi lentamente dalla sua figa, i nostri umori colavano dalle sue profondità, ci sedemmo sul divano la strinsi a me le dissi:
lei:
io : < che sei una donna fantastica e quando vuoi ci saro sempre per tutto>
Lei mi bacia il collo , i miei ormoni viaggiavano a mille, io volevano il suo culo, mi spoglio nudo lei mi guardava , la alzo in piedi,le sfilo la vestaglia, alzo via la sottana, lei era in piedi davanti ame in mutande , il suo seno cadeva per il tempo trascorso, le abbasso le mutande al ginocchio, inizio nuovamente a leccare la sua pelosa figa, sfilo via le mutande, la posiziono a 90 gradi, con le mani si tiene al tavolo, le inumidisco il culo con la saliva, lei si fà fare tutto,apro con le mani le sue chiappe,infilo dentro il suo ano il mio cazzo ancora non duro, un colpo, un piccolo sussulto , avanti indietro il mio bacino piano piano, poi sempre piu veloce, la zia inizia nuovamente a godere, i suoi spasmi richiamarano l’attezione della zia crocina , che chiamava , ma questa volta non ebbe risposta, le mie mani cingevano isuoi fianchi, il mio cazzo aveva fatto largo nel suo culo, l’eccitazione e la foga non ci fece sentire l’arrivo della zia crocina, la vidi che guardava senza dire una parola,la mano infilata nelle mutande e si stava masturbando, le faccio cenno con la mano , in modo di entrare, entra e:
< ecco cosa erano i rumori>lei in mutande senza reggiseno, visibilmente eccitata si volta e va via,
io e mariuccia ci guardammo in faccia e lei stappando il suo culo dal mio cazzo si mise seduta sulla sedia io andai dalla zia crocina era nel suo lettone, dava le spalle alla porta, mi avvicino e mi sdraio sul letto alle sue spalle, le do un bacio sulla guancia poi scivolando con il corpo , le appoggio il marmoreo cazzo nelle sue chiappe, le mie mani arrivarono sopra le sue mammelle, e le dico:
< che succede perchè sei andata via> lei si spostò leggermente , e voltandosi verso di me appogia la schiena nel materasso, io le salto sopra , con le mie gambe allargo le sue, appogiando il mio cazzo nella sua figa e inizio lo strofinamento, era da prima rigida,dopo poco tempo e i suoi muscoli si rilassarono , potevo affondare meglio il mio cazzo contro le sue mutande, inizio a leccare i suoi capezzoli , era rilassata, chiamo mariuccia, lei arriva mi vede sopra la sorella, la convinco a sdraiarsi vicino a noi, non vi dico cosa ho dovuto inventare , ma le avevo convinte che riuscivo a scopare tutte 2 insieme, tolsi le mutande alla zia crocina , le avevo tutte sdraiate una la leccavo l’altra la penetravo con le dita alternado le posizioni, la zia crocina era la piu esperta delle due , facendo spostare la zia crocina sotto il mio cazzo in modo di farmi un pompino , leccavo la figa a mariuccia messa a quattro zampe, faccio arrivare mariuccia sopra la sorella penetrando la figa di mariuccia crocina leccava le mie palle, la lingua arrivava a sfiorare le labbra della figa di mariuccia che penso iniziava ad apprezzare anche la sorella, il mio dito allargava nuovamente il culo di mariuccia, lei godeva ma crocina reclamava il suo turno , erano due assatanate del sesso, crocina lo voleva in figa , mariuccia era indemoniata dopo tutta quell’astineza voleva recuperare, metto il mio cazzo nella figa di crocina, mariuccia le si mette con la figa in faccia e le spinge la sua figa sulla bocca , mi tira verso di lei e mi da un bacio in bocca, questa volta rimpii la figa di crocina di sperma, la foga del mio cazzo andò a finire , ci sdraiammo nel letto , avevo le due troie poste hai miei fianchi, la zia crocina provava a far riprendere il mio cazzo ma non era cosa facile mi avevano veramente spompato, e ci addormentammo cosi nudi e sporchi dei nostri umori.... Continue»
Posted by fisti33 3 years ago  |  Categories: Anal, First Time, Mature  |  
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quella gran voglia irresistibile di cazzo nero

Da tempo avevo la voglia perversa di assaggiare il cazzo di un negro, uno di quelli che si vedono vendere vari oggetti in giro. Il pensare ai loro cazzi sudati e maleodoranti dovendo stare tante ore in giro, mi eccitava da matti! Così per calmarmi mi dovevo segare e infilare nel culo un grosso dildo che mi sono costruito. L'anno scorso, tutti giorni davanti a un supermercato c'erano 2 ragazzi di colore. Mi feci coraggio e approfittai del fatto che vengono sempre a chiedere di comprare qualcosa, per essere gentile e lasciare qualche mancia... dopo un po' di tempo di mance e sorrisi, a uno ho cominciato a fargli anche qualche complimento leggero, del tipo "la razza africana è quella che trovo fisicamente più bella e sexy, uomini e donne".
Dopo un po' di chiacchiere e complimenti siamo diventati anche amici e così un giorno gli chiesi se poteva fare una pausa e gli offrii un caffè! Mentre eravamo seduti a un tavolino lui mi chiese se mi piacevano gli uomini e che aveva notato che lo guardavo spesso in mezzo alle gambe all'altezza del cazzo! A quel punto gli dissi di si e gli dissi anche che mi eccitavano molto gli uomini di colore! Che da giorni non facevo che pensare al suo cazzo! Lui mi disse che avevo una bella bocca, labbra carnose... e che si stava eccitando! Non mi sembrava vero! Ho colto l'occasione al volo, gli chiesi se gli andava di farmi vedere e magari toccare l'uccello, lui acconsentì e così l'ho caricato in macchina, ci siamo appartati in un posto dove solitamente le coppiette scopano, poi lui si è aperto i pantaloni mettendo a nudo uno stupendo cazzo molto nero e lucido! a quella vista e sentendo il forte odore del cazzo mi eccitai da matti!! glielo presi in mano e cominciai a menarlo scapellandolo... lui cominciò a gemere e alla vista della cappella scura che intanto si era bagnata, non resistetti più e mi abbassai ingoiandola..
non so il perchè ma i cazzi scuri e neri mi eccitano di più... cmq cominciai a ciucciare e pompare lentamente gustando tutto il sapore di cazzo non lavato... sapeva di frutto di mare e cmq di buono. Gli accarezzavo le palle che sentivo molto gonfie e la cosa mi eccitò di più perchè significava una sborrata molto abbondante...
l'odore del cazzo e dell'intimo maschile è qualcosa di perverso sconvolgente e da perdere la testa.... succhiare cazzi è la più alta forma d'erotismo e lo può capire solo chi lo fa o lo ha fatto.
Purtroppo non capita spesso, ma se potessi succhierei cazzi a volontà tutti i giorni ingoiando litri di sborra
Gli presi una mano e me la appoggiai sulla testa perchè mi piace che mi si diriga i movimenti su e giù della testa sul cazzo... poi gli aprii di più i pantaloni abbassandoli insieme agli slip, gli alzai la maglietta e poi cominciai ad accarezzargli l'interno delle gambe, lo leccai e baciai sulla pancia, sul petto e gli succhiai i capezzoli.
La cosa gli piaceva e piaceva anche a me leccarlo su tutto il corpo... poi ridiscesi sull'uccello che era diventato bello duro e grosso, lo leccai lungo l'asta e poi le palle che sentivo belle gonfie (bene :-) )... sentii il cazzo vibrare e allora ripresi in bocca la cappella... lui mi disse che ero molto bravo, una vera troia e gli stava piacendo molto (figuriamoci io!! non mi sembrava vero avere in bocca quel bel cazzo nero!!).... mi rimise la mano sulla testa dirigendo i movimenti che accelleravano, sentivo che c'eravamo ormai e infatti l'uccello cominciò a contrarsi e subito dopo partirono degli schizzi abbondanti caldi e densi di sborra, che ingoiai avidamente fiotto dopo fiotto, mentre lui si contorceva godendo!
Che buona la sua sborra!! ne aveva schizzata un bel po' come desideravo!
Dopo rimasi sul suo uccello che si stava afflosciando, baciandolo e leccandolo delicatamente... gli dissi che mi sentivo molto troia e che lo ringraziavo per questo stupendo regalo! Lui si mise a ridere.... il resto ve lo racconto una prossima volta!!... Continue»
Posted by orsolupo 3 years ago  |  Categories: Gay Male, Interracial Sex  |  
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Le Corna Il Matrimonio Il Sesso La Mia Mente Il Ca

LE CORNA

E' una filosofia la mia, è una dimensione nella quale mi rifugio più volte al giorno, perché non ci si abitua alle emozioni, alcune sono impossibili da metabolizzare e convertirle alla normalità, sarebbe un processo innaturale che lo stesso istinto respinge.
Se me lo avessero detto non c'avrei mai creduto, io cornuto, non è possibile.
Invece si, invece faccio parte di quella realtà che ho sempre guardato dal basso verso l'alto con ammirazione e devozione, come capitava se giravano voci su qualcuno che conoscevo o che conosceva la mia famiglia, o come in quei film in cui bellissime mogli tradivano ripetutamente il marito con mille amanti diversi.
Anche io cornuto, come alcuni invidiabili mariti, come mio zio, che senza rendersi conto della fortuna che ha avuto ha lasciato la moglie quando l‘è venuto a sapere.
Io a differenza sua ho dovuto impegnarmi per esserlo, ho lavorato su mia moglie liberandola dalle inibizioni e dalla dottrina, ma lui questo dono lo ha ricevuto senza sforzo, senza abnegazione. Cosa c'è di più bello.
Invece gli uomini in genere fuggono al mostro come se dovessero prenderne le distanze, urlando come se dovessero essere visti da tutti perché loro non c'entrano nulla, sono innocenti, vittime di un male assoluto.
Io la penso diversamente, piuttosto credo solamente che alcuni uomini valgono così poco rispetto alle loro mogli, che scappano via perché ne sono impauriti, impauriti dalla consapevolezza di non esserne all'altezza. In fondo la cosa più bella delle corna è proprio avere una moglie che le mette.
Per i cornuti come me la moglie è un feticcio, una creatura divina, un miracolo da custodire e contemplare in attesa di un nuovo prurito, di una nuova svogliatura che la attirerà tra le braccia di un altro uomo, che la porterà a conquistarlo.
Adoro quando accade, quando arriva il momento in cui le sue attenzioni si rivolgono ad un altro maschio dimenticandomi del tutto, mi fa sentire la strana ed emozionante sensazione di averla persa, ed io adoro perderla.
In quei momenti in me quindi imperversa un unico pensiero, mia moglie.
Quando mi sveglio, quando vado a dormire, quando lavoro, quando sono con i miei amici non posso fare a meno di pensare a mia moglie, a lei che bacia, che accarezza un altro uomo e si fa accarezzare da lui, a lei clandestina in un auto tra mille auto nel parcheggio di un centro commerciale, a lei che succhia accovacciata sul sedile, a mani grandi e forti che le tengono la testa, ai suoi sorrisi, alla sua soddisfazione, all’appagamento di essere riuscita a conquistare il suo desiderio. Tutto questo mi rende felice, mi rende felice perché lei è felice e darei la mia vita per la sua felicità.
Sono dell’idea che non c’è differenza tra il mio e l’amore di un qualsiasi altro marito, è cosa lo sprigiona a differire ma non il sentimento. Sentirmi cornuto è come vivere continuamente nell’idillio dei primi mesi, quando tutto funziona perfettamente e sembra non dover finire mai.
Senza alcun indugio posso dire che per lei vale lo stesso discorso. Mia moglie ha rapporti sessuali con altri uomini, alcuni completamente diversi da me, ma non ha mai sentito il bisogno di trasformare quegli incontri in qualcosa di profondo. Ci sono persone con le quali si incontra ripetutamente mentre con altre è bastata una sola volta, ci sono uomini adulti, ma anche ragazzi, però nulla si è spinto oltre il sesso. È il sesso la sua linfa, è quel desiderio di sentirsi preda e cacciatrice allo stesso tempo, quel bisogno ripetuto di conferme che hanno tutti gli esseri umani, la necessità di sapersi belli, attraenti, capaci di conquistare e di essere conquistati.
Mia moglie può avere bisogno di un ragazzino di diciotto anni come di un uomo di sessanta, può desiderare di essere legata per le mani come invece di essere trattata da Regina, è il suo modo di vivere, il suo modo di stare al mondo e credo che questo sia uno degli aspetti che più di tutti amo in lei.
Mia moglie è una donna libera e per libera intendo nel senso più alto e nobile della parola stessa.
La maggior parte delle altre donne, fedifraghe o meno, non sanno cosa sia la libertà. Tradiscono i loro mariti ed il più delle volte lo fanno con un solo uomo del quale si innamorano perché diverso da quello che hanno sposato. Non si rendono conto che è la novità ad attrarle, non valutano l’uomo in quanto essere umano con gli stessi identici difetti del proprio marito, credono di avere davanti il principe azzurro che per il resto della vita sarà sempre profumato, intelligente ed galante come nei giorni del corteggiamento e delle prime avventure assieme. Essere traditi è comunque bello e forse se non avessi avuto quello che ho mi sarei accontentato anche di questo, ma non sarebbe stato come è adesso.
Dentro di me, nei miei pensieri, c’è la gioia di essere cornuto, la felicità dell’essere cornuto.
Quando scorgo la mia immagine riflessa nelle vetrine dei negozi vedo un uomo felice, una persona invidiata da tutti gli altri uomini come me. Lo griderei se fosse per me, farei sapere a tutti che sono un cornuto e che mia moglie mi tradisce continuamente.
Ci sono volte durante le quali so che lo sta facendo in quel preciso istante e sono volte in cui la consapevolezza di essere cornuto si concretizza magicamente con la realtà dei fatti.
Non capita sempre ma succede.
È successo con il proprietario di un locale che se l’è portata nel suo ufficio mentre eravamo li con altra gente. Una scusa stupida e per un ora e mezza sono spariti mentre fingevo che fosse tutto normale.
È stata un’esperienza straordinaria, difficilissima da spiegare nella sua semplicità, ma realmente eccezionale.
Ho galleggiato per tutto il tempo in un pensiero ovattato, come le barchette delle clessidre che da bambini trovavamo nelle uova di pasqua. Sotto di me l’azzurro, sopra il rosso ed in mezzo il bianco dell’acqua.
In quella culla le persone che mi circondavano fingevano di non capire e volevano non capire.
I loro dubbi leciti e legittimi trovavano nella sfacciataggine degli eventi la categorica negazione dei pensieri, come nel più assurdo dei paradossi.
Eppure un affascinante imbarazzo aleggiava su tutti, sulle mie amiche, sui loro fidanzati, sui miei compagni.
Anche i baristi e le cameriere sembravano guardarmi, loro che più di chiunque altro conoscevano il proprietario del locale e la sua matrice di maschio dominante. Chissà quali pensieri avranno avuto, quante parole e risate sulla troia e sul cornuto che non immaginavano minimamente cosa li avrebbe aspettati.
Intanto idee, emozioni ed elucubrazioni convivevano con la naturalezza che dovevo agli altri, nulla da far t****lare, soprattutto il piacevole imbarazzo che stavo provando.
Nel frattempo il pensiero di cosa stessero facendo elargiva adrenalina al mio organismo senza interruzione.
L’immaginazione volava e con lei i miei sensi si amplificavano minuto dopo minuto. C’erano attimi in cui mi sembrava sentire gemiti provenire da un luogo lontano, rumori sordi di poltrone che sbattevano, scrivanie che si spostavano.
Ogni tanto mi assentavo con la mente ed i pensieri finivano inesorabilmente li, a loro, a mia moglie che se ne era andata ridendo e sorridendogli come se noi altri neanche ci fossimo.
Per me è questo essere cornuto e non c’è nulla di più bello.
Mia moglie era andata con un altro uomo in barba alle apparenze, si era chiusa nel suo ufficio fregandosene dell’etichetta e dei pensieri che gli altri avrebbero avuto, se ne era fregata di me e dell’ umiliazione che mi avrebbe procurato e tutto questo perché è così, una fantastica egoista che adoro esattamente per questo motivo.
Chissà come starà godendo pensavo, chissà quanto sarà stata forte la voglia per arrivare a tanto e chissà come sarà felice adesso sbattuta su quella scrivania.
Me la immagino con la gonna alzata mentre il tizio in piedi me la sodomizza fiero e soddisfatto. Un’altra troia da aggiungere alla lista, da raccontare agli amici.
So che il suo cazzo è enorme, è enorme come tutti i cazzi che ho dovuto immaginare ogni volta che mia ha tradito e so che più è grosso, più mia moglie è contenta di prenderlo in bocca, di dietro o nel suo ventre.
Io la conosco la mia principessa, conosco il suo stato d’animo in quei momenti, vuole toccarlo, vederlo, sentirlo, non aspetta altro ed io fuori da li ho i suoi stessi identici bisogni di saperglielo fare.
Vorrei che la mia vita fosse tutti i giorni così.
Tornando non sembrò neanche troppo scomposta, solo io avevo la certezza di cosa avesse fatto. È una specie di simbiosi che ci lega ci fa comunicare a distanza. Gesti, parole, occhi, anche semplici pieghe del vestito possono rispondere alle nostre domande ed io sapevo che lo aveva fatto. Gli altri galleggiavano sempre nel dubbio ma io No.

IL MATRIMONIO

A cosa serve il matrimonio, a cosa serve essere sposati.
Non credo che in merito abbiamo tutti la mia stessa posizione, le donne in generale vedono l’inizio di un film del quale finalmente saranno loro protagoniste, una favola che inizia camminando con un abito sognato una vita intera. Nulla è poi lontanamente simile alla realtà.
Purtroppo le persone riversano nel matrimonio la loro esistenza, le loro ambizioni, tutto ciò che è stato viene accantonato, scansato. Una nuova partenza che magicamente cambierà i loro giorni a venire, un po’ come accade con i figli finché non ne hanno avuto uno.
Nessuno sembra in grado di capire che il prima ed il dopo rimarranno tremendamente simili, il tempo libero, le scelte, il lavoro, nulla subirà le variazioni che credono. Le persone delegano ai sogni le speranze di un cambiamento ma non provano minimamente a rimboccarsi le maniche per ottenerlo davvero. Tutto il loro mondo si ferma all’obiettivo, come in un gioco dell’oca, una volta vinto ci si alza dal tavolo orgogliosi ma senza saper che fare. Il matrimonio, un figlio, per loro sono traguardi, non griglie di partenza. Fatto il bimbo e creata la famiglia si è completi, ma i giorni passano e le esigenze si moltiplicano e per queste persone è come sopperire perché non hanno mai pensato a ciò che sarebbe accaduto dopo, ma peggio ancora, non hanno più sogni ai quali delegare le loro speranze.
Quello che è accaduto a me è stato esattamente l’opposto. Il matrimonio ha significato costruire un mondo dove noi due decidiamo chi far entrare e chi tener fuori, un inizio vero grazie al quale ho potuto dedicarmi a ciò che ho sempre desiderato assecondando anche i miei sogni, i miei desideri, le mie distrazioni.
È stato il matrimonio a dare un colore alla mia condizione di cornuto, come un sigillo che in una qualche misura mi ha regalato l’inconscia consapevolezza che nessuno me la porterà via. Possono usarla o essere usati da lei, ma resterà mia moglie anche con il loro cazzo in bocca.
È questo per me il matrimonio, ciò che definisce il reale cambiamento di vita che esso rappresenta.
È mia moglie la donna che raccontano di aver sporcato con il loro sperma, è mia moglie quella conquista di una sera ed in parte è mio quel buco del culo che hanno posseduto e che lei gli ha permesso di possedere.
Quanti maschi l’avranno presa, dieci, cento, mille? Per ognuno è stata qualcosa di diverso, una troia, una soddisfazione, una gioco, una conquisa, ma per me è sempre stata mia moglie.
Il mondo intero potrebbe fotterla e per me non cambierebbe nulla, al massimo sarebbe solo un bellissimo sogno che si realizza, ma noi rimarremmo comunque legati assieme, io rimarrei comunque suo marito, il suo salvatore, la sua ancora di salvezza nei momenti di sconforto. Mia moglie deve essere solamente felice, mia moglie deve preoccuparsi solamente di aver il maggior numero di orgasmi possibili, con chiunque, con chi vuole, con uno o più uomini assieme, con chi stima, con chi ama o con chi odia a tal punto da farsi scopare.
È così bella mia moglie che tutti dovrebbero avere la possibilità di averla per mostrargli le loro abilità di amanti. Tutti gli uomini sono capaci di far sognare una donna e lei dovrebbe sognare con tutti loro.
Quanti sono i mariti che con lei riscoprirebbero soddisfazioni che in casa sembrano essersi perse, solo nel nostro palazzo ne conto almeno tre.
Questi dovrebbero venire da me e sedersi sulla mia poltrona, al resto penserebbe lei, gli succhierebbe il cazzo con tanta di quella devozione che il loro amor proprio tornerebbe allo splendore di dieci o venti anni prima, diffonderebbe così tanta fiducia che affronterebbero la vita in maniera diversa.
Purtroppo invece a ceti uomini il matrimonio li schiaccia, li annienta, addirittura li sconfigge. La metà di loro darebbe qualsiasi cosa per tornare indietro, per cambiare le cose.
Quando durante la quotidianità mi capita di aver a che fare con ragazzi in procinto di sposarsi io sono l’unico a dir loro che stanno facendo una cosa bellissima, gli altri più o meno seriamente li dissuadono, li sconsigliano, io li incoraggio.
Il matrimonio non è la tomba dell’amore, il matrimonio è l’essenza della vita e le corna il più bel dono che esso possa dare.

IL SESSO

Mia moglie lo prende in culo.
Un pensiero schietto, fulmineo. Feroce.
Ci sono volte in cui mi fermo ad analizzare il perché delle cose, il loro valore, la loro importanza, ma anche la loro incredibile e disarmante semplicità.
Non è un gioco il mio, non è un esercizio di stile, mia moglie si fa sodomizzare senza obiezione e senza opporre resistenza ed io, oltre ad esserne felice, da tutto questo sono anche molto affascinato.
Cosa la spinge a dirottare il piacere certo e concreto dell’orgasmo verso un probabile dolore, verso un possibile fastidio. Mi ha raccontato di un uomo che l’ha portata con se esclusivamente per possederla dietro, la poggiata al muro di un bagno e la sodomizzata fino a venirle dentro. Quanto fascino deve aver avuto costui per convincerla ad alzarsi da un tavolo dove conversava con altre dieci persone, cosa l’ha spinta a dire si, ad accettare di essere usata senza ottenere nulla in cambio.
Gli uomini per indole amano i rapporti impari. L’atto sessuale quando diverge dalla sacralità della procreazione crea dinamiche dalle quali siamo tutti dipendenti. Porgere il cazzo nella bocca di un’altra persona, dominarla o in qualche maniera usarla ed umiliarla per il nostro piacere sono dinamiche naturali, forse inconsce ma naturali. L’incontro di una bocca con un pene equivale a dissacrare la delicatezza e la purezza attraverso la possenza e la virilità e lo stesso può valere se a congiungersi sono anatomie meno nobili ma nate comunque per scopi differenti. Anche le posizioni spiegano cosa intendo, esse assumono un importanza estetica esaltante, volti distanti o impossibilitati a guardarsi, sensi che si amplificano perché occultati dalle circostanze.
Tutto questo ha un valore emotivo non indifferente, ma subirlo cosa dona?
Me lo chiedo continuamente pensando a mia moglie.
È la sfida che la attrae? La possibilità di dimostrare di esserne all’altezza, di esserne capace, di non provare dolore nei confronti di una virilità sovradimensionata, oppure è coprire quel ruolo di preda impotente ed indifesa che la spinge a dire si, ad offrirsi per cinque minuti di soddisfazione altrui.
Mi piacerebbe capirlo, mi piacerebbe essere nella sua mente in quel momento, ascoltare i suoi pensieri soffocare il dolore, oppure accentuarlo sapendosi inculata da un maschio che la sta dominando.
Una vota soltanto mi ha permesso di vederla, di ass****re al momento di un rapporto anale mentre era con un suo amico in casa mia.
Attendevo in sala da pranzo, loro erano già in camera da letto. Dopo trenta minuti mi mandò un messaggio con scritto “vieni ora”.
Entrai nella camera e la trovai carponi con un uomo completamente nudo dietro di lei, io non lo avevo mai visto. In un silenzio tombale le sue mani si portarono alle natiche allargandole e il tizio quindi la penetrò.
Poche volte nella vita il piacere suscita debolezza e senso di svenimento. Per me quella fu forse la prima in assoluto.
Davanti agli occhi il buco del culo di mia moglie ed il cazzo di uno sconosciuto che lo stava elegantemente possedendo. Entrava ed usciva pacatamente, dilatandolo come non avrei mai potuto immaginare.
Quel piccolo fiorellino che appena mi era possibile leccavo ascoltando i racconti delle sue avventure, ora sembrava un enorme bocca di pesce gatto che cercava di ingurgitare la sua grossa preda.
“E’ per questo che mi piace farlo ed è per questo che non lo faccio fare a te”.
Mi disse così ed in quella amara verità racchiuse tutto il senso della mia vita.
Mi mandò via dopo dieci minuti appena, il rapporto anale era terminato e non c’era motivo per cui restassi con loro.
Le sue allusioni e la sua crudeltà mi cullarono e continuano a cullarmi ancora oggi ed ogni volta che sento il bisogno di rifugiarmi in qualcosa di rassicurante.
Forse alle mille domante, nella sua semplicità, la risposta è una soltanto. Mia moglie si fa inculare perché è femmina. Una risposta elementare, ma l’unica plausibile e allora ben vengano uomini affascinanti, ben vengano avventure nei bagni, che il suo corpo continui ad unirsi a quello degli altri e che gioiscano nel sentirsi vivi.

LA MIA MENTE

Cosa possa aver s**turito in me questo modo di essere non credo di saperlo.
A dir la verità ho smesso di pensarci quando ho capito che una risposta avrebbe potuto metter fine alle mie passioni, al mio modo di essere.
Non è una novità spiegare che cornuto mi ci senta sempre, che suscita in me un orgoglio maggiore di qualsiasi altra cosa, ma a volte mi piace capire quanti e quali siano gli aspetti che mi rendono così sereno e felice di esserlo ed allora penso, peso ai motivi elencandoli in una sorta di gioco infinito che conosco soltanto io.
Amo farmi scopare mia moglie perché è bella, perché sarebbe un peccato se la scopassi solo io o una persona sola, amo farmi scopare mia moglie perché il mio cazzo non è abbastanza grande e perché nessuno ce l’ha mai abbastanza grande da potergli chiedere di andare soltanto con lui, amo farmi scopare mia moglie perché sentirla considerata una puttana per me è un privilegio vero.
Avevo forse dodici anni quando vidi per la prima volta nella mia vita una prostituta. Scendeva dall’auto di un uomo vestita solo di una pelliccia bianca e dell’intimo nero. Quando chiesi chi fosse e perché uscisse vestita così mi dissero la verità, era una donna che per lavoro andava con altri uomini. Generico e poco chiaro ed io non conoscevo ancora il sesso e la malizia, ma sapevo che non era un lavoro normale quello. Lo percepii come una specie di missione ed allo stesso tempo una costrizione. Mia madre e le madri dei miei amici erano sempre state con un solo uomo, sempre affezionate ad un solo uomo, come poteva una donna essere la donna di tutti gli uomini.
Non lo dissi a nessuno, ma me ne innamorai.
Naturalmente non di lei, non della prostituta che avevo visto, mi innamorai di quel modo di essere, di quell’idea sfuggente di donna difficile da conquistare ed impossibile da tenere per se, una donna che va con altri uomini, per lavoro, come fosse normale.
Qualcuno a casa aspettava il suo rientro, doveva esserci qualcuno accanto a lei, un marito, un fidanzato, un compagno che sapeva quello che faceva eppure non diceva nulla. Volevo essere lui, volevo essere quell’uomo e lo volevo più di ogni altra cosa al mondo.
A volte penso a quanto la volontà possa aiutare l’essere umano. Ho costruito il mio destino quasi come l’avevo immaginato e sognato, forse non me ne sono neanche reso conto del tutto ma alla fine ho raggiunto un equilibrio, un traguardo. Sono riuscito a scegliere la persona giusta, ho avuto il coraggio di farle sapere chi ero, cosa cercavo e quale fosse per me il modo migliore di essere amato e lei lo ha capito, lo ha accettato ed ora anche lei vive una vita soddisfatta e serena, una vita diversa da quella che credeva affrontare ma pur sempre piacevole.
Il nostro amore è una continua complicità, un intesa perfetta fatta di sesso e dominazione ma anche di affetto e di pari opportunità, lei va con altri uomini, lei sa come farmi soffrire ed allo stesso tempo rendermi felice e per questo la amo più di ogni altra cosa al mondo.
Mi racconta le sue avventure, me le descrive e mi indica i luoghi dove poi mi reco da solo in un pellegrinaggio emozionante ed intimistico.
Amo quei posti. Parcheggi, anfratti isolati, portoni di palazzi o negozi dove ha avuto avventure con i proprietari. Arrivo li ed immagino come sia andata, come sia stata presa, come si sia offerta per la loro felicità.
Lo avrà preso in bocca accucciata ed accovacciata per non essere vista? Lo avrà succhiato coperta da un cappotto? O magari lo ha fatto alla luce del sole senza neanche preoccuparsi troppo.
L’avranno vista forse? Sarà passato qualcuno che conosco e che l’ha potuta riconoscere? Forse si, forse lo sanno tutti. Forse qualcuno credendola facile le ha anche chiesto di succhiarglielo, alla prima occasione se l’è tirato fuori brandendoglielo davanti agli occhi e dicendole di prenderlo in bocca. Voglio pensare che sia successo, voglio pensare che qualche conoscente neanche troppo intimo si sia permesso di fare una cosa del genere e che lei abbia dovuto accettare.
Amo questi processi mentali, queste storie al limite dell’inverosimile in cui mia moglie è vittima e carnefice di se stessa, degli altri, di tutti.
Se dovessi smettere di usare la mia mente, di elaborare le sue avventure esasperandole fino a sentirne l’odore credo realmente che morirei.

IL CAZZO

C’è una cosa che accomuna tutti gli uomini di tutte le razze del mondo. Il cazzo.
Nascosto tra le pieghe dei pantaloni e celato per comune senso del pudore il cazzo è la più alta rappresentazione del sesso che ci sia. Non c’è piacere e non c’è peccato che non costringa l’uomo al pensiero del cazzo, il mezzo con il quale arrivare al fine, la rappresentazione della nostra forza e della nostra virilità.
Il cazzo può offendere, può dare sollievo, il cazzo può regalare emozioni.
Ogni uomo, ogni individuo incontrato per strada non è che un cazzo raccolto nei pantaloni, non è che un oggetto sessuale al quale attaccherei mia moglie per la bocca e dove la lascerei per ore senza darle la possibilità di respirare.
Il maschio in fondo non è nulla senza l’idea di avere un cazzo tra le gambe, senza l’utilità che esso stesso fornisce al suo corpo rendendolo appena qualcosa di più.
Un uomo che va in bagno ad esempio è soltanto un uomo che va in bagno, ma un uomo che urina per strada è un uomo che per strada si tira fuori il cazzo e lo mostra a tutti. La differenza ovviamente non è in loro, ma nel mio modo di guardarli, nel mio modo di considerarli per ciò che si tengono in mano piuttosto che per ciò che sono.
È più forte di me, è un richiamo, un associazione istintiva che mette mia moglie inesorabilmente vicino all’organo sessuale maschile, come se entrambi non sarebbero nulla senza l’altro. Così non posso fare a meno di pensare che la cosa più giusta in assoluto sarebbe farla scendere dall’auto, dirle di aiutare quegli sconosciuti tenendoglielo in mano aiutandoli ad urinare.
Sono gesti semplici ma ricchi di erotismo perché in fondo l’erotismo è solo rendere piccante ciò che consideriamo la normalità. Una donna scende dall’auto e le si vedono le autoreggenti, si china e le si alza la gonna, mia moglie si avvicina e lo prende in mano ad uno sconosciuto.
Credo che per quanto possa sembrare assurdo o strano, il cazzo sia nato per stare tra le mani di mia moglie, tra le mani come nella sua bocca, nel suo corpo. Non ho idea se per gli altri mariti valga lo stesso che per me, ma il cazzo abbellisce il suo volto.
So che sorride quando l’uomo di turno se lo tira fuori, sembra quasi che aspetti quel momento da sempre.
Me lo ha detto un mio amico al quale un suo amico ha raccontato di esserselo fatto succhiare da mia moglie.






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Posted by unoduetre 1 year ago  |  Categories:   |  
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Diario di un rapporto molto particolare. - 2

Cornuto inconsapevole dapprima, cuckold consenziente poi, lentamente sottomesso, posto in castità forzata, per anni relegato nel ruolo di sissymaid da mia moglie e dal suo bull, infine fisicamente e mentalmente femminilizzato.

Oggi, pienamente calato/a nel ruolo femminile, ho deciso di pubblicare su questo sito alcuni ricordi inerenti questo lungo processo di anni.
Non seguirò necessariamente un ordine cronologico nel farlo poiché, non essendo scrittore di professione, non mi sento all’altezza di organizzare i miei ricordi secondo una struttura classica e temporalmente consequenziale. Ciò che andrò via via scrivendo sarà più simile all’estrapolazione di alcune pagine da un diario che non ho mai scritto ma che è ben stampato nella mia mente, in una sorta di continui flashbacks.
Di ciò mi scuso anticipatamente, con chi avrà la compiacenza di leggermi.
Protagonisti di questi ricordi: io, Paolo, marito inadeguato e maschio mancato, quasi quarantenne oggi e poco più che trentenne all’epoca dell’inizio dei fatti. Mia moglie Marisa, vera e propria “hotwife”, sessualmente esuberante e di qualche anno più giovane di me. Il bull, Bruno, ipervirile e superdotato collega di mia moglie, arrogante, sessualmente insaziabile, decisamente perverso, sempre concentrato nell’affermazione del suo ruolo di maschio alfa.

-Umiliazioni- Masturbazione Forzata

Con la CB 24/7, la masturbazione per me è ovviamente assolutamente off-limits, ma per un lungo periodo di tempo è stato un atto che mi veniva addirittura imposto (ammetto che non mancavo occasione di dedicarmici anche in separata sede, spesso e volentieri), sempre rigorosamente da consumarsi davanti a loro che, ben sapendo quanto io fossi vergognoso e timido al riguardo, non perdevano occasione di umiliarmi in questo modo.

Di solito la cosa si svolgeva durante i loro amplessi, in altre occasioni mi veniva richiesto di segarmi di punto in bianco, magari durante momenti e situazioni in cui non erano impegnati a fare sesso, così insomma, per loro esclusivo divertimento. In ciascun caso però la regola era sempre la stessa: masturbarsi si, ma senza venire prima che me ne fosse dato il permesso.

Ovviamente quando mi segavo guardandoli scopare il permesso mi sarebbe stato accordato soltanto dopo che avessero finito e che, se richiesto, li avessi ripuliti.
Quasi sempre mi era consentito di schizzare in terra o sui piedi nudi di lei (da ripulire con la lingua, in questo ultimo caso), sempre rigorosamente in ginocchio.

Pur dovendo essere sempre forzato a cominciare, una volta partita la mano, la mia libido prendeva però il sopravvento: res****re fino alla fine senza schizzare era sempre un vero tormento.
Avevo fino ad allora avuto qualche “incidente”, sborrando in anticipo e privandoli così del divertente spettacolo della mia umiliazione, ma la cosa non aveva mai avuto alcuna conseguenza, se non frasi di derisione del tipo:

“Soffriamo di eiaculazione precoce eh, fighetta? Ora capisco perché non hai mai soddisfatto tua moglie… dimensioni a parte si intende”
E giù a ridere entrambi.

Oppure:

“Duri meno di un ragazzino di tredici anni alle prime seghe, fighetta… beh d’altronde hai anche il pisellino di un ragazzino di tredici anni… come potrebbe essere altrimenti?”
E altre amenità del genere.

Però quel giorno non me la fecero passare così liscia.
Io la ricordo cosi:

Me ne sto ai piedi del letto, in ginocchio, con la mano che fa avanti e indietro sul cazzo, nemmeno troppo velocemente. Da quella posizione godo di un punto di vista privilegiato per ammirare il cazzo del bull che pompa vigorosamente nella figa della mia signora.
Sto ammirando le grandi labbra della figa allungarsi attorno all’asta lucida di umori di lui ogni volta che lo tira indietro, quasi a volerlo trattenere, a non volerlo far uscire nemmeno un secondo. Lui è sopra di lei che gli tiene le gambe avvinghiate attorno ai fianchi.

I muscoli delle natiche strette e muscolose del toro si muovono con un ritmo fluido, quasi ipnotico. Puntato sulle ginocchia, con le gambe leggermente piegate, tiene le cosce larghe in modo che io possa guardare bene come me la sta scopando.
I grossi testicoli pendenti oscillano al ritmo delle pompate, battendo sull’ano con un rumore incessante, ipnotico anch’esso: Ciaff… Ciaff… Ciaff…
Lei non si trattiene, mugola, ansima, dice che ne vuole ancora e sempre di più. Lui si limita a respirare affannato.

Non mi rendo conto di essere così vicino a venire fino a quando non è ormai troppo tardi per trattenermi: rilascio convulsamente nell’aria lunghi getti di sperma, alcuni dei quali, disgraziatamente, vanno a posarsi sulle lenzuola, nella precisa direzione dei loro sessi che si sfregano, l’uno nell’altro.

Realizzo subito che la cosa non sarà affatto gradita; vorrei allungare una mano per tirar via quelle strisce di sborra dal letto, ma non oso muovermi.
Me ne sto lì col pisello che mi si ammoscia lentamente in mano, ad aspettare che finiscano.
Posso solo sperare che la cosa passi inosservata. E invece lui, una volta pompata la solita equina razione di denso sperma a farcirle la figa (non so come faccia a farne sempre così tanta, se è dovuto alla sua dieta, a quanta acqua beve, o forse più semplicemente al fatto che è più maschio di me e ha i coglioni più grossi), si stacca da lei tirando indietro il busto e se ne accorge subito.

-Che cazz…

Torcendosi verso di me, posa lo sguardo sul mio pisello moscio, ancora gocciolante.

-Ma che schiiifo! Guarda che cazzo ha combinato quella troietta lurida della tua maritina…

Si tira su pure lei, con la sborra candida che le cola dalla figa ancora dilatata e, guardando le lenzuola:

-Ma Paolooo… ma stai un po’ attento… non lo vedi che casino hai fatto??

Ora, che io sia venuto troppo presto va bene, che non sia stato capace di controllarmi per tempo passi pure, MA CHE MI SI ACCUSI DI AVER FATTO CASINO SUL LETTO PER 2 SCHIZZETTI QUANDO, NEL PUNTO DOVE FINO A POCO FA IL CAZZONE DI LUI STANTUFFAVA LA FIGA SFONDATA DI LEI, SI E’ FORMATO UNA SPECIE DI LAGO DI SBORRA NON MI SEMBRA PER NIENTE GIUSTO!!!
E poi... sono loro, che lavano le lenzuola, o IO??

Queste considerazioni però me le tengo per me, mentre lui, tenendomi premuta la faccia sul lenzuolo macchiato come si fa con i cuccioli che fanno pipì in casa, mi sta sibilando in un orecchio:

-Adesso non solo svuotiamo le palline senza permesso… ma ci permettiamo pure di schizzare quasi addosso al padrone, EEH?

-N..non l’ho fatto apposta… davvero… non volevo!

-E ci mancherebbe pure lo avessi fatto apposta, fighetta… male, molto male… se continui così finisce che te le taglio via, quelle palline! Cos’è… ti sei eccitata a guardare la figa della tua signora? Ahh noo… ho capito… ti sei bagnata tutta a vedere da vicino il cazzo di un vero maschio, giusto!? Hai ragione, povera piccola… anche tu hai le tue esigenze di femmina calda, vero? Ma non ti preoccupare che adesso zio Bruno te le fa sfogare lui le voglie, così per un po’ ci togliamo questo brutto vizio…

Questa ultima frase l’ha pronunciata col tono di voce che di solito si usa con i bambini piccoli. Mi sento piuttosto intimidito.
Tra l’altro non ho capito bene quello che ha in mente e comincio ad essere leggermente preoccupato…

Un quarto d’ora dopo, finito di cambiare le lenzuola per la seconda volta nella giornata, sto raccogliendo quelle sporche per metterle direttamente in lavatrice.
Marisa è in bagno che fa un bidet (sento l’acqua scorrere), lui è in soggiorno a non so fare cosa da un po’, quando lo sento chiamarmi da di là:

-Fighettaaa… vieni un po’ qua… vieni, vieni che zio Bruno ti fa vedere una cosa…

OHSSANTINUMI.. che si sarà inventato adesso?
Lo raggiungo in soggiorno con ancora il fagotto delle lenzuola sporche in mano e l’aria da cane bastonato. Se avessi la coda, in questo momento la terrei stretta tra le gambe.

Sta armeggiando col pc, ma da qui non riesco a vedere lo schermo.

-Vieni vieni… avvicinati. Guarda cosa ti ha trovato lo zio Bruno per farti sfogare come si deve… poi non dire che non teniamo conto delle tue esigenze…

Giro attorno alla scrivania e finalmente posso vedere ciò di cui sta parlando:
E’ una clip proveniente da qualche sito porno, esattamente si tratta dello slideshow di una interminabile sequenza di enormi cazzi neri (appartenenti ovviamente ad altrettanti muscolosi omaccioni) e sta facendola scorrere dopo aver settato la riproduzione in modalità “loop”. Non ne capisco la necessità perché leggo dal timer che il filmato dura più di mezz’ora…

Mezz’ora dopo invece lo capisco benissimo, mentre mi trovo, esattamente da mezz’ora, inginocchiato davanti allo schermo a menarmi disperatamente l’uccello per raggiungere il secondo dei 3 orgasmi necessari a che io possa ottenere il permesso di alzarmi di lì. Tra le mie ginocchia doloranti e il pavimento c’è fortunatamente un po’ di morbido: il fagotto di lenzuola ancora bagnate della sua (tanta) e della mia (poca) sborra.

Ha preteso che anche Marisa assistesse alla mia umiliazione e adesso mi guardano entrambi dal divano sul quale sono sdraiati, lanciando qualche divertito incoraggiamento al mio indirizzo, tra una slinguata e l’altra.

I cazzi neri continuano a scorrermi incessantemente davanti agli occhi, mentre il mio povero pisello è tutto arrossato e dolente. Sono appena riuscito a recuperare un po’ di rigidità dopo il primo dei tre orgasmi impostimi, avvenuto buoni venti minuti fa, e confido di poter raggiungere il secondo entro i prossimi venti.

Sborrare la prima volta (che poi sarebbe la seconda, dopo quella mentre stavano scopando) è stato relativamente facile, non venivo da almeno 3 giorni e vedere il toro montare la mia signora mi aveva caricato ulteriormente: mi è stato sufficiente segarmi per qualche minuto apprezzando i cazzi neri che mi scorrevano davanti agli occhi e ho schizzato in terra, davanti a me. L’evento è stato salutato da complimenti e applausi da parte del mio divertito pubblico.
Ora però la cosa non si sta rivelando altrettanto semplice. Sono costretto a cambiare mano continuamente perché il braccio destro comincia a farmi male, ma con la sinistra al massimo riesco a tenermelo duro, non riesco a raggiungere la intensità di ritmo necessaria per venire, per cui sono costretto a tornare alla mano destra non appena il braccio si è riposato un po’.

Esattamente mezz’ora dopo la prima sborrata davanti allo schermo (posso asserire con certezza che sono trenta minuti esatti perché ho sborrato proprio davanti alla stessa foto davanti cui ho sborrato prima: un maschio nero, piuttosto sovrappeso, seduto sul bordo di un letto, aria assorta e in mezzo alle gambe un arnese largo e lungo, da moscio, più o meno come il mio avambraccio), conseguo la seconda grazie a un’accelerazione disperata che riesco ad imporre al mio braccio esausto. Mi concedo un paio di minuti per flettere un po’ il braccio e recuperare un po’ di fiato prima di attaccare di nuovo.

La quantità di sperma questa volta è stata davvero esigua e puntualmente la cosa viene sottolineata con simpatici frizzi e lazzi.

-Beh? Tutto lì?? Ma non è che fino ad oggi ci siamo sbagliati e che quelle che hai lì sotto non sono palline come abbiamo sempre creduto, ma una sorta di ovaie esterne?

Fa lui. Lei non mi usa nemmeno la cortesia di astenersi dal ridere, e la cosa mi umilia un bel po’.
Riprendo volenterosamente a segarmi ma stavolta prima di ottenere un minimo segno di vita impiego almeno il doppio del tempo rispetto alla volta precedente. Comincio a pensare di non potercela fare, sono ricoperto di sudore e ogni colpo che infliggo al cazzo mi fa stringere le labbra dal dolore, in certi momenti mi gira anche un po’ la testa.
I cazzi neri continuano a popolare lo schermo e temo proprio che popoleranno anche i miei peggiori incubi per i prossimi mesi.
Sto per gettare la spugna, non posso farcela.

Devono essersi sono accorti della mia difficoltà perché li sento bisbigliare tra loro a lungo. Spero stiano deliberando la mia grazia.
Poi lui si alza e mi viene dietro, si china e comincia a battermi una mano sul sedere al ritmo della mia sega, come per darmi il tempo.

-Op… Op… Op… avanti fighetta ci sei quasi, non ti deconcentrare… guarda quei bei cazzi neri… mmhh… scommetto che ti fanno venire l’acquolina in bocca, vero? D’altronde alle femminucce i bei cazzoni neri fanno sempre quest’effetto, giusto? Avanti… ancora… non ti fermare… Op… Op… Op…


Non è che mi stia sculacciando con forza, sono sculacciatine leggere di derisione le sue e, inaspettatamente, stanno ottenendo l’effetto di farmi riacquistare un minimo di turgore. Ne approfitto per tentare un altro sprint.

-Scommetto che hai la fighetta tutta bagnata per quei bei maschioni, vero?

Sento scivolare la sua mano più in basso, a cercarmi l’ano, e subito dopo un dito infilarvisi in un sol colpo fino alle nocche.
E’ quello, che fa il miracolo: sento gli spasmi del piacere arrivare, il mio cazzetto inizia a muoversi su e giù senza nemmeno che io continui a menarmelo (ho poggiato la mano destra in terra per non perdere l’equilibrio nel momento stesso in cui mi sono sentito penetrare) e ho un orgasmo. Ridicolo si, quasi a secco (appena un rivolo di sborra che mi cola giù lungo l’asta), ma pur sempre un orgasmo.

Cado in avanti a 4 zampe, esausto.
Sento lei ridacchiare dal divano mentre lui commenta così:

-Che ti avevo detto, Marisa? Hai visto che avevo ragione? E tu che non ci volevi credere… te l’avevo detto che sarebbe bastato toccarle la figa, alla maritina, per farla venire… Sei convinta adesso? Quella è più femmina in calore di te!

-Umiliazioni- In assenza di mia moglie

Divenute le visite del bull a casa nostra una normale routine, ci siamo dovuti porre il problema dei lavori domestici.
Fino ad allora, avevamo sempre avuto una signora polacca, per un paio di ore tre volte alla settimana, ad occuparsene, ma l’eventualità che il bull si fermasse da noi a dormire e al mattino si potessero incrociare non era assolutamente auspicabile. Inoltre, se anche non si fossero mai incrociati, sarebbe stato comunque imbarazzante dover giustificare la costante presenza di lenzuola sporche in quantità industriale (vengono cambiate prima e dopo ogni visita del bull) nonché di tutto il campionario di intimo particolare che usa mia moglie per compiacerlo.
In conseguenza di ciò decidemmo di fare a meno dell’aiuto di questa signora. Avrei dovuto essere quindi io, nei miei momenti liberi (vedi i fine settimana in casa da solo), a svolgere quelle faccende al posto suo.

Nei fine settimana devo pertanto occuparmi di fare il bucato (almeno 2 lavatrici solo di lenzuola, sempre), di stirare tutto una volta asciutto, di svolgere le pulizie di casa e infine di recarmi al supermercato a fare la spesa per il settimanale approvvigionamento di generi alimentari e prodotti per la pulizia.
Lo faccio da un paio di anni e ormai sono un vero esperto, anche se ho dovuto imparare praticamente tutto. Fino ad allora infatti non sapevo nemmeno come si caricasse una lavatrice.
Durante la settimana invece c’è molto meno da fare e qualche volta mia moglie mi da una mano, anche se tocca sempre a me cambiare le lenzuola e rifare il letto prima e dopo le visite del bull, occuparmi di servire bevande e stuzzichini, cucinare e servire in tavola quando, occasionalmente, rimangono a cena.

Che il bull sia presente in casa nostra in assenza di lei capita davvero molto raramente, in due anni e passa ricordo giusto una mezza dozzina di occasioni in tutto; sempre in concomitanza con imprevisti che hanno fatto ritardare lei di qualche decina di minuti al massimo.

Soltanto due casi hanno fatto eccezione: una volta in cui, poco dopo la solita telefonata per annunciare il suo arrivo, al bull si scaricò la batteria del cellulare e mia moglie, che dovette uscire per un’emergenza riguardante i propri genitori, non riuscì ad avvertirlo, e un’altra volta in cui, pur con mia moglie fuori città, si presentò lo stesso per vedere non so che partita di calcio sulla mia pay tv perché a lui non funzionava l'antenna satellitare, e che finì per passare la notte in casa mia.

La volta della partita è stata quella in cui mi sono trovato a dover passare più tempo in assoluto da solo in sua compagnia. Almeno per quanto riguarda casa mia.

Userò il presente indicativo, per raccontarla, perché credo che ciò renda i racconti più vivi ed immediati.

Sono in casa da solo, lei è fuori per motivi di famiglia. In casa c’è poco da fare, sto pensando di prepararmi qualcosa di buono per cena e spararmela poi comodamente sul divano davanti a un bel dvd quando squilla il telefono.
Rispondo con tono scocciato, già pronto a declinare l’ennesima offerta di cambio di gestore telefonico della giornata:

-Proonto?

-Fighetta… sono io… volevo sapere… a casa tua funziona la tele?

Riconosco immediatamente la voce di Bruno, il nostro bull, ma non mi aspettavo proprio di sentirlo, stasera. Sono sorpreso.

-Oh… si, buonasera… cosa? Non ho capito bene…

Sono cosciente che sto facendo la solita figura da scemo, davanti a lui mi capita sempre, quest’uomo mi intimidisce. D’altronde come potrebbe non intimidirti uno che si scopa regolarmente tua moglie, che si fa ripulire il cazzo con la bocca da te ogni volta che viene e che per sovrappiù ogni tanto te lo sbatte pure in culo?

-Lo capisci l’Italiano, fighetta? T E L E… D E CO D E R… a casa tua funziona?

Non riesco a capire dove vuole arrivare, però non ho il coraggio di chiedere ulteriori chiarimenti.

-Si, credo di si…

-CREDI o ne sei sicuro? Controlla.

Mi affretto ad accendere tv e decoder. Ormai è una specie di riflesso condizionato per me: ad ogni suo ordine, s**tto.

-Allooora? Quanto ci vuole…?

-Si, sto controllando, un attimo… si funziona tutto, perché?

-Tu non ti preoccupare, fighetta… tra poco arrivo, fammi trovare una bella cenetta.

E riattacca.

-Pronto? Pronto..?

Sono sorpreso, non so cosa pensare, non è mai capitato che telefonasse quando lei non c’è e per un attimo sono tentato di ritelefonargli per dirgli che stasera lei sarà fuori città, magari non se lo ricorda…
Decido che è impossibile che non lo sappia e lascio perdere. Scorro rapidamente la programmazione della serata e mi accorgo che c’è un turno di campionato infrasettimanale… è vero, me ne ero scordato. Ora si spiega tutto…

La cosa mi scoccia e non poco. Va bene fare il padrone in casa mia quando c’è lei, ma adesso anche quando sono da solo…
Ma, come ho detto prima, quest’uomo mi incute soggezione e non me la sento di contrariarlo… passerà pure questa…

Ho giusto il tempo di preparare per lui la cenetta che avevo intenzione di preparare per me, quando sento la chiave girare nella toppa del portoncino di casa: è arrivato.

-Allora, fighetta… è tutto pronto? Dove sei?

Sono impegnato con le pentole sul fuoco e prima che possa mollare tutto e raggiungerlo in soggiorno si affaccia lui in cucina.

-Beh? Non ci siamo proprio eh!

Mi limito a guardarlo con aria ebete non capendo a cosa si riferisca, in fondo la cenetta gliela sto preparando… O NO!?
Mi indica con la mano destra, il palmo aperto verso l’alto.

-Da quando in qua ci si fa trovare vestiti quando arriva il padrone? … e con vestiti maschili poi… ti vuole entrare in quella testolina che sei una femminuccia ora? E le femminucce non si vestono da maschietti…

Ora… è pur vero che, come ho già detto, è abituato al fatto che io lo accolga completamente nudo, ma questo accade quando viene a scopare lei; non pensavo lo pretendesse anche solo per venirsi a vedere una partita a casa mia!

Ingoio il rospo e chiedo, cercando di evitare che nella mia voce traspaia l’irritazione che sto provando:

-Devo spogliarmi?

Si avvicina ai fornelli e comincia a spiluccare qualcosa senza degnarmi di uno sguardo, poi sempre di spalle e con la bocca piena:

-Non me lo dovresti nemmeno domandare, fighetta, comunque non ti voglio completamente nuda ché mentre mangio la vista di quel cazzetto che ti pende tra le gambe mi disturba… metti un paio di mutandine carine.

Alzando gli occhi al cielo (tanto lui è di spalle e non mi vede), senza obiettare, mi vado a cambiare lasciandolo lì.

Quando sono davanti al cassetto degli slippini di mia moglie intento a sceglierne uno, mi raggiunge la sua voce dal soggiorno.

-Fighettaa… voglio che indossi pure i sandali che ti ho regalato per il tuo compleanno, non te ne dimenticare!

Poi sento che ha acceso la televisione.

OH NO, CAZZO! Mi dico dentro di me I SANDALI TUTTO IL TEMPO NO…
Qui è necessaria una digressione: come forse ho già accennato precedentemente, lui è un vero feticista per tutto quello che riguarda scarpe, stivali, pantofole, e soprattutto i suoi preferiti: Sandali con tacco alto e sottile, meglio se con suola spessa uno o due cm e che lascino più possibile il piede femminile nudo. Ho detto femminile? Si, ho detto bene; e dato che anche io secondo lui sono incluso nel genere femminile, anche i miei piedi sono soggetti alla Legge del Sandalo.

Pretende infatti che mia moglie lo riceva sempre in questo tipo di sandali e che li tenga su anche mentre la scopa, dice che lo eccitano. Fin qui, niente da obiettare, ma da un po’ di tempo pretende che li indossi anch’io. Inizialmente aveva provato a farmi infilare quelli di lei, ma dato che io porto il 42 e mia moglie il 39, avevamo dovuto, suo malgrado e per mia felicità, farne a meno.

Fino al giorno del mio compleanno, però.
Come regalo infatti si presentò con un bel paio di sandali argentati da troia n.42, tacco 12, ordinati appositamente per me su internet.
Da allora pretende che li indossi sempre.

Intendiamoci, non è dell’umiliazione di doverli indossare in sé che mi lamento (a quello ho fatto il callo e in fondo in fondo ci provo pure gusto), ma della loro infernale scomodità. Passare una serata con questi sandali ai piedi, sia pure in casa, è una vera e propria forma di tortura.
Ho anche dovuto imparare a camminarci come si deve (mi ha insegnato mia moglie), mettendo un piede davanti all’altro (non di fianco, come per le scarpe basse) e di conseguenza sculettando leggermente.
Comunque… fine della digressione e torniamo al punto.

OH NO, CAZZO! ripeto dentro di me I SANDALI TUTTO IL TEMPO NO…

Però, dopo essermi denudato ed aver indossato un tanga di pizzo verde bottiglia, li metto e torno di là.
E’ stravaccato sul divano come al solito, sta ascoltando le ultime novità sulle formazioni che scenderanno in campo, sente il rumore dei tacchi e si gira verso di me
-OOHH… brava! Ti voglio sempre così quando sono in casa, non te lo far ripetere un’altra volta… vieni un po’ qui vicino… girati… fatti un po’ vedere…
Faccio come chiede, mi avvicino, unisco i piedi e giro lentamente sui tacchi come un’indossatrice.
Mi molla una sonora pacca sul culo con la mano aperta e mi spedisce in cucina.

-Dai sbrigati a portarmi il vassoio con la cena che tra poco comincia! Voglio mangiare adesso che ancora parlano che poi iniziano a giocare e non mi voglio distrarre…

Dopo qualche minuto gli sto sistemando in grembo il vassoio con la MIA cena. Ho già portato la birra e il bicchiere e glieli ho sistemati su un tavolino lì accanto.

-Serve altro?

Mi guarda assorto.

-Lo sai che come camerierina non saresti nemmeno male, fighetta?

Fa poi, mentre comincia ad ingozzarsi.

-Non è mica che avresti un grembiulino, per caso?

Ecco, ci manca solo il grembiulino, adesso…

-No, non ce l’ho il grembiulino.

Faccio io con tono un po’ troppo secco, forse.

-Oh… fighetta… abbassiamo la cresta eh? Lo sai che al maschio di casa devi sempre portargli rispetto, non mi costringere a ricordartelo in un altro modo…

E si tocca allusivamente il pacco.

-No… scusi, non intendevo mancarle di rispetto…

-Così va già meglio… adesso fai la brava vai in cucina e metti una di quelle pettorine che si usano per cucinare… non dirmi che non ce l’hai perché le ho viste prima appese, ce ne sono tre! Metti quella di tela nera e aspetta che ti chiamo io quando ho finito di mangiare così porti via il vassoio.

Eseguo senza fiatare.

Un paio d’ore dopo le partite sono finite. Io, sui miei tacchi scomodi, ho continuato a sculettare incessantemente dalla cucina al soggiorno per tutto il tempo, in ottemperanza alle sue continue richieste di acqua, caffè, ammazzacaffè, sigarette, accendino, posacenere… e chi più ne ha più ne metta. Non vedo l’ora che finisca di sentire le interviste dal campo e i vari commenti dei giornalisti in studio e se ne vada finalmente a casa sua lasciando anche a me la possibilità di sbracarmi un po’ sul divano.

Mi sa che non è di buonumore, perché la sua squadra ha perso.

*

Me ne sto a sciacquare i piatti nel lavello, quando mi accorgo di averlo dietro di me. Il rumore dell’acqua che scorre e la televisione accesa hanno evidentemente coperto quello dei suoi passi. Sussulto, sorpreso, e faccio per girarmi ma lui mi mette le mani sui fianchi impedendomelo. Mi irrigidisco.

-Calma… volevo solo farti i complimenti per il servizio… quasi perfetto, davvero.

Sento il suo fiato sul collo mentre mi parla nell’orecchio. Sa di alcool e sigarette.

Faccio un altro timido tentativo di staccarmi dal lavello. Le sue mani mi artigliano le reni, subito sopra i fianchi, mi sta facendo male. Mi immobilizzo.

-Tranquilla fighetta, rilassati…

Sento il suo pacco premermi lascivamente tra le natiche nude, rimango immobile, non so cosa fare.

-Ma… ma… non mi sembra il caso… non c’è nemmeno Marisa…

Farfuglio io.

-Tranquilla fighetta, non voglio fare quello che pensi tu… lo so che ti piacerebbe se ti inculassi infilandotelo tutto dentro così, contro il lavello, come in un filmetto porno di quart’ordine, ma oggi non è il tuo giorno fortunato, non sono in vena… e poi scommetto che non ti sei nemmeno fatta il clisterino, vero? Male... molto male. Lo sai che devi essere sempre pulita e profumata per ogni evenienza quando vengo qui… non basta che lo faccia solo Marisa, devi farlo anche tu assieme a lei, vi voglio tutt’e due sempre pronte, lo sai…

Mentre mi dice tutto questo continuando a premermi col bacino contro il lavello, lo vedo allungare una mano e intingerla in una pentola sporca. Raccoglie con le dita un po’ di salsa dal fondo e la ritrae. Me le passa sulle labbra, se le fa succhiare. Non era male la salsa, anche se un po’ troppo piccante per i miei gusti. Ne raccoglie ancora…
Con l’altra mano sta scostandomi dal centro delle natiche il perizoma e, prima che possa in qualche modo oppormi, mi spalma la salsa direttamente su quella che lui chiama la mia “figa posteriore”. Mi preparo per il peggio.

Sento un dito infilarmisi in culo, poi due…, mi sta trattando come un suo giocattolo, al solito.
Mi passa un braccio attorno alla vita bloccandomi anche le braccia, lo sento armeggiare con l’altro braccio sul tavolo dietro di noi, poi di colpo mi infila qualcosa su per il culo, non capisco cosa sia, è duro, lungo e sembra anche ruvido, fortunatamente non è molto largo, però. Me lo stantuffa dentro una decina di volte aumentando via via la velocità. L’attrito mi fa male e inizio a sentire anche gli effetti della salsa piccante…
Mi lascio sfuggire qualche lamento e questo provoca la sua ilarità.

-Di che ti lamenti fighetta? Alla fin fine sei fortunata che invece della bottiglia che cercavo, ho trovato solo un mestolo di legno… o no? Dovresti ringraziarmi invece di lamentarti…

Mi ha mollato, finalmente sono libero di muovermi. Mi giro verso di lui e istintivamente porto una mano dietro: è vero, il bastardo mi ha scopata con un mestolo di legno!

-NON TOGLIERLO FINO A CHE NON TE NE DO’ IL PERMESSO, TROIA!

Il suo tono mi blocca. Lascio dentro il mestolo anche se brucia, il peperoncino presente nella salsa sta avendo il suo effetto. Ho letteralmente le lacrime agli occhi.

-Braava fighetta… adesso ringraziami come si deve, però...

E, poggiandomi con forza le mani sulle spalle nude, mi spinge in basso per farmi inginocchiare. Cosa vuole da me è chiarissimo.
Gli slaccio la cintura e gli abbasso la zip, non porta nemmeno le mutande oggi. Forse è venuto preparato…
Gli prendo il cazzo in mano, non è del tutto moscio ma nemmeno del tutto rigido. Oramai glielo ho preso tra le mani tante volte e posso dire di conoscerlo bene, eppure ogni volta la sensazione di come si gonfia lentamente tra le mie dita e le sue dimensioni asinine mi incutono soggezione e di colpo mi sento sottomesso, inferiore, totalmente alla sua mercé.

Lo sego un po’: prima riesco a farglielo indurire, meno tempo mi ci vorrà a farlo venire poi di bocca. E’ talmente grosso che mi si indolenzisce sempre la mandibola, quando ci mette troppo a venire.
Mentre faccio per portarlo alle labbra mi blocca, afferra uno straccio e me lo passa ruvidamente sulle labbra.

-Il sugo.

Mi spiega laconicamente. Poi lascia che glielo prenda in bocca.
E così me ne sto lì in ginocchio, con un cucchiaio di legno sporco di salsa piccante infilato nel culo e la sua grossa cappella in bocca fino a che il particolare grugnito che ormai ho imparato a riconoscere mi preannuncia l’imminente rilascio dei getti di sperma. Provo a farmi scivolare la cappella violacea in punta alle labbra come faccio di solito ma una mano premuta sulla nuca mi costringe a ricevere gli schizzi caldi in gola. Ingoio per non soffocare.

*

E’ in bagno ora, lo sento svuotarsi la vescica e poi l’acqua che scorre nel bidet.
Tra poco se ne andrà a casa e sarà tutto finito, per fortuna.
Sto cercando di ripulirmi dal sugo con un fazzolettino umido, in attesa che lasci libero il bagno consentendo anche a me di sciacquarmi con un po’ di acqua fredda.

Finalmente esce dal bagno ma, invece di essersi rivestito come mi sarei aspettato facesse, si è spogliato del tutto. Mi guarda e con l’aria più naturale del mondo mi dice:

-Hai già cambiato le lenzuola?

Mi sa tanto che questa nottata è appena iniziata…

*

Ho appena terminato di mettere un set di lenzuola fresche di bucato al letto matrimoniale. Non ce ne sarebbe stato bisogno perché le avevo cambiate ieri, ma ha preteso così ed è inutile mettersi a discutere con lui.

Porto ancora i sandali alti e i piedi mi fanno un male da morire. Temo che avrò i segni delle scarpe per 24 ore almeno, anche dopo che le avrò tolte.
Ho sempre avuto dei bei piedi, belli al punto di poter passare per quelli di una donna e lui se ne è accorto subito, quindi, siccome è un feticista per queste cose, non si accontenta di farmi portare scarpe femminili ma si diverte anche a farmi smaltare le unghie (non sempre, fortunatamente). Tra l’altro ha preteso che io spostassi al secondo dito del piede sinistro la fede nuziale e al secondo dito di quello destro la fedina d’oro del fidanzamento, che portavo prima di sposarmi. Dice che è più appropriato, visto che mia moglie ormai è cosa sua, e che inoltre portare anelli alle seconde dita di entrambi i piedi è una specie si simbolo universale per significare che ti piace ricevere cazzi neri… bah, sarà...

Gli sto comunicando che il letto è pronto e che io vado a dormire sul divano, come sempre, quando lui rimane qui per la notte. Aggiungo anche che, semmai dovesse servirgli qualcosa durante la notte (e spero vivamente di no, perché sono distrutto), può sempre chiamarmi e arriverò subito.

-Mmmhh… stavo pensando che non mi va di dormire da solo stasera, fighetta… Marisa non c’è… come potrei fare se mai avessi qualche bisogno impellente? Non ci hai pensato a questo??

La prospettiva di dover dividere il letto con lui non mi esalta affatto.

-Basta chiamare e arrivo subito… davvero… non c’è problema

-Se c’è problema o no lo decido io, fighetta… cmq non bagnarti che non ho nessuna intenzione di dividere il mio letto con te… però voglio che tu dorma qui, stanotte. Puoi accomodarti sul pavimento.

Io sono abituato a dormire sul morbido e con due cuscini e so per certo che sul pavimento non chiuderei occhio, per cui cerco di ins****re un po’:

-Ma davvero… è uguale… e poi non vorrei disturbare…

Mi accorgo che lo sto contrariando e, onde evitare guai peggiori, decido di cedere con il segreto intento di spostarmi sul divano non appena si sia addormentato. So che ha il sonno profondo, non sarà certo un problema.

*

ORE 2.00 am, circa.

Lo sento russare forte. Mi ha costretto a indossare una specie di babydoll trasparente di mia moglie prima di farsi dare un bel bacio della buonanotte (sul cazzo ovviamente) e di farsi rimboccare le coperte.
Lui dorme nudo, a me non ha consentito nemmeno di togliere le scarpe.

Mi alzo, cercando di evitare il minimo rumore, ma sono al buio più totale e indosso ancora i tacchi che non ho avuto ancora il coraggio di togliere (semmai mi addormentassi, lui si svegliasse e si accorgesse che li ho tolti sarei nei guai seri): inciampo, cado, faccio rumore.

La luce della lampada sul comodino mi acceca. Quello che non doveva succedere è successo: si è svegliato.

-Che cazzo stai facendo, fighetta?

Dice con voce impastata dal sonno.

-Err… no, niente, mi dispiace… andavo in bagno, continui pure a dormire…

Abbozzo pure un sorriso innocente, ma mi sa che non ci casca…

-Ah si? Ti scappa la pipì, povera?

Mi sta scrutando con aria sospettosa.

-Eh si…

-Va bene… e siccome io sono di buon cuore, so che hai paura del buio e voglio evitare che tu faccia brutti incontri… ti accompagnerò in bagno, guarda un po’!

E’ evidente che non mi ha creduto, ma faccio finta lo stesso di non aver raccolto e di interpretarla come una semplice battuta. Faccio anche finta di essere divertito:

-Ah ah… vado e torno in un attimo…

E con questo imbocco il corridoio, direzione bagno, sperando che la cosa finisca lì. Invece lui si alza e mi viene dietro.

Entro in bagno, accendo la luce e, naturalmente, non mi sogno nemmeno di chiudermi la porta dietro: si incazzerebbe di sicuro.

Alzo la tavoletta e tiro fuori il pisellino. Dannazione, non mi scappa… (all’epoca non portavo ancora la CB e ancora pisciavo in piedi, oggi il problema non si porrebbe perché sono costretto a sedermi, per fare pipì, proprio come una femmina).

Lui è poggiato allo stipite della porta e mi sta osservando con aria strafottente.

-Allora, fighetta? Non ti scappava al punto di non poter fare a meno di rischiare di svegliarmi? Non è che per caso, invece di pisciare, volevi andartene a dormire sul divano??

- No, no… è che mi succede sempre così quando qualcuno mi guarda… mi blocco…

Provo ad imbastire su due piedi io.

-Mmm… io invece penso che tu mi stia prendendo per il culo…

-Ma no, per carità…

Sento che sto perdendo terreno e sono preoccupato di quello che potrebbe succedermi.

-IN CAMERA DA LETTO, SUBITO!

Il tono delle sua voce mi colpisce come uno schiaffo in piena faccia.
Senza stare a discutere, lo seguo in camera per non contrariarlo ulteriormente.

Sto ascoltando il suo pistolotto ai piedi del letto, lui è di nuovo sdraiato, sembra soddisfatto di sé.

-Pensavi davvero di potermi fare fesso, fighetta? Ringrazia che adesso ho sonno e non mi va di darti la lezione che meriteresti… ne parliamo domattina, però. Ah… a proposito, per me sveglia alle 9 in punto, ovviamente con un pompino di buon giorno… attenta che controllerò… un minuto prima o un minuto dopo e sono cazzi tuoi… Adesso chiudi la porta con la chiave, poi sfilala e dalla a me…

Eseguo.

ORE 9.00 am, in punto.


Sto pompando il suo cazzo con la bocca, gentilmente. Non so nemmeno se sono riuscito poi a chiudere occhio o meno, forse si, ma è da prima delle otto che non faccio altro che controllare l’orologio sul comodino per evitare di non essere puntuale.
Ha un sapore orribile, sa di sudore e di sborra rancida ma questo non mi ferma: ha detto alle 9 e alle 9 sarà. Non ho abbastanza palle per disobbedirgli, me ne rendo conto.

Sono convinto che si sia svegliato non appena glielo ho preso in bocca, ma che continui a far finta di dormire, forse per umiliarmi ulteriormente. Lo sento crescere tra le labbra, diventare duro come pietra.

-Mmmhhh… brava la mia fighetta, sei puntuale!

Finalmente ha deciso di smetterla con questa pantomima del bell’addormentato…

-STOP! So che il mio uccello ti piace tanto, ma mollalo! Non voglio sborrare prima di averti dato quanto promesso… Molla il mio uccello, da brava, e assumi la posizione della punizione: a quattro zampe sul letto, tette contro il materasso e culo in aria!

Stoppo la fellatio e mi arrampico sul materasso evitando di guardarlo negli occhi, mi sento umiliato e infelice come non mai, ma assumo la posizione richiesta. Spero solo non sia una cosa lunga, di qualunque cosa si tratti…

Lo sento sputarsi sulle dita e passarle poi sul mio buchetto, mentre continua a sproloquiare:

-Non sei malaccio, come femminella di riserva, ma devi ancora imparare che il padrone non si prende mai in giro…

Ecco la punta del suo enorme arnese fare capolino contro il mio buchino indifeso…

-Se ti dico di fare una cosa devi farla, lo capisci, troia?

Inizia a spingere…

-Sai perché hai l’onore che io mi occupi delle necessità di quella vacca di tua moglie?

E intanto mi scivola dentro…

Mi colpisce col palmo della mano aperta sulla natica destra, forte…

-N..no... perché?

-Perché sa stare al suo posto, ecco perché, accetta da me quello che viene, senza fiatare, così come è giusto che sia e così come devi fare tu…

E giù un altro schiaffo, mentre sento il suo cazzo farsi strada dentro di me…

-…le vere femmine, ai maschi, si sottomettono senza limitazioni e senza sotterfugi, capito, fighetta? Perché tu sei una vera femmina, giusto? Sei quasi più femmina di quella vacca di tua moglie… lo ho capito dal primo minuto che ti ho vista…

E giù schiaffi sul culo come se piovessero…

Io, da parte mia, mi sento totalmente dominato e annullato da questo maschio arrogante e insopportabile.

-…non osare mai più tentare di prendermi per il culo come hai fatto questa notte, chiaro? La prossima volta che mi accorgo di una cosa del genere ti castro, capito!?

E, a questo punto, mi prende, da sotto, le palle e me le strizza a morte nella sua mano ruvida.

-Se ti dico che voglio una cosa da te, significa che VOGLIO una cosa da te, non accetto ”se” o “ma”! Tu ancora non mi conosci bene, ma ti garantisco che imparerai a conoscermi… adesso chiedi scusa e implorami di darti il mio sperma, da brava femminella.

E aumenta ancora di più la stretta attorno alle mie palle…

-CHIEDO SCUSA, CHIEDO SCUSA CON TUTTA ME STESSA! NON CERCHERO’ PIU’ D’INGANNARLA! LO GIURO! ADESSO… PER… FAVORE… MI… LASCI LE… PALLE, PERO’!

Adesso mi stantuffa il suo cazzo prepotente nel culo ad un ritmo forsennato, mi fa male, continua a tenermi per le palle con la sinistra e a mollarmi ceffoni feroci sul culo con la destra…

-Implorami, dai… prega per la mia sborra… lo so che sei gelosa di tua moglie quando la do tutta a lei… a me puoi dirlo che sei femmina, che lo sei sempre stata… dillo, dillo troia… Non ti pare vero di avere dentro il cazzo del tuo maschio senza la concorrenza di quella vacca di tua moglie eh? Dillo che adori il mio cazzo!

-Adoro… il tuo… cazzo! Dammi la… tua… sborra…

-CHI E’ IL TUO MASCHIO? DILLO, DI’ CHE SEI UNA FEMMINA E CHE IO SONO IL TUO MASCHIO!

-TU! …tu sei il mio maschio… io sono una femmina… adoro il tuo cazzo e tu sei il mio maschio!

Qualunque cosa purché la smetta presto: ho il culo sfondato, le chiappe in fiamme, le palle stritolate e anche un po’, in fondo, comincio quasi a credere veramente a ciò che sto dicendo…

Riesco a percepire i getti di sborra che mi inondano dentro, sono umiliato, dolente, spezzato fisicamente e moralmente, ma, contro ogni logica, anche appagato. Per la prima volta da quando tutta questa follia è cominciata, sto cominciando a temere di prenderci gusto…

Mentre gli bacio le palle in segno di ringraziamento e sottomissione, come richiesto, lo sento dire:

-Non c’è bisogno di raccontare tutto questo a tua moglie, tientelo per te, intesi?

Forse ha paura del suo giudizio, forse sto intravedendo la prima crepa nella sua impenetrabile corazza… Buono a sapersi.

... Continue»
Posted by CagedSissyCuck 6 months ago  |  Categories: Voyeur, Masturbation, Shemales  |  
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L'addestramento di una sissy slave - 5

***
Un mese di femminilizzazione, servitù e addestramento presso Domina Melany (Dea dalla Pelle d’Ebano e stupenda Mistress Transex professionista), per la tenera sissy slave Monique. – Giorni 6-8.

Giorno 6

Giornata piena per la Padrona, oggi. Appuntamenti fissati per tutto il pomeriggio. Credevo che nel mese di agosto le ferie rallentassero l’attività, ma forse non avevo considerato i mariti con moglie e figli al mare, rimasti da soli in città.
Sono stata costretta a fare le pulizie della “sala ricevimento clienti” ben cinque volte, oggi, se contiamo quella fissa del mattino. La routine comincia ad annoiarmi.

Alle 23 anche l’ultimo cliente se ne è andato e io sto riponendo il carrello delle pulizie.

-Monique, devo fare la doccia, vieni in bagno ad aiutarmi!

Raggiungo la mia Padrona nel bagno principale. Aiutarla a fare la doccia è diventata una specie di tortura per me. Inizialmente il poter percorrere con le mani quel corpo voluttuoso, quella pelle d’ebano così perfetta, il poter insaponare i suoi seni, le natiche sode e rotonde, quelle sue gambe slanciate e soprattutto il suo fantastico sesso, enorme e nero, rappresentava per me il momento più bello della giornata. Ora, dopo quasi una settimana, la frustrazione sessuale cui sono sottoposta sta prendendo il sopravvento sul piacere.

Come al solito sono completamente nuda anch’io. Pur dovendo rimanere fuori dalla doccia, mi viene imposto di spogliarmi per non bagnare il completino da sissymaid che normalmente indosso.

-Entra con me...

Entro e continuo ad insaponarla... La sua vicinanza mi inebria, sento il mio sesso indurirsi dentro alla gabbietta di castità, riempirne ogni spazio libero...

-Devo avere un po’ di sollievo...sai qual è il tuo compito.

Mette le mani sulle mie spalle spingendomi giù. Smetto di insaponarla e mi inginocchio davanti a lei. L’acqua scorre su di noi.

-Fammi vedere cosa sai fare con la bocca...

Finalmente! Non me lo faccio ripetere due volte: premo la faccia contro il suo sesso, cerco di inalarne il profumo forte, muschiato.

-Fa sborrare la tua Padrona...ne ha bisogno...

Continuo a muovere il capo facendo sì che il suo sesso s’inturgidisca lentamente contro il mio viso, lo sento via via crescere di volume fino a divenire duro come pietra. Lo guardo svettare sopra di me, imponente, in tutta la sua magnificenza.

Sto respirandoci sopra, delicatamente, facendo sì che tocchi il mio viso. Sento il flusso d’acqua rallentare fino a fermarsi del tutto.
Scendo fino a toccare con le labbra i grossi testicoli gonfi, tiro fuori la lingua, li lecco devotamente.

-Brava...così...

Con la punta della lingua risalgo lungo l’asta turgida, fino a raggiungere il punto dove inizia la grossa cappella scura.

-Mmmhh...brava...vai avanti...

Mi soffermo a titillare il frenulo con la lingua. La mia Padrona poggia le spalle contro la parete maiolicata, spingendo in avanti il suo sesso, offrendolo alla mia bocca avida.

-Vai avanti così...ti avevo sottovalutata, sei brava...mi stai facendo impazzire...

Poggio delicatamente le labbra in punta alla sua cappella, la bacio teneramente.

-Prendilo in bocca, dai...

Invece di prenderlo in bocca, scendo di nuovo giù con la lingua, lentamente, raggiungendo le grosse palle rigonfie di sperma. Vi premo le labbra, le bacio...le risucchio dentro alla bocca, prima una, poi l’altra. Risalgo velocemente verso la punta del cazzo, nero e imperioso. Mi soffermo.

-Cosa stai aspettando!? Prendilo in bocca!

La sua voce è roca, tradisce il suo bisogno di sentire la mie labbra morbide stringersi attorno al suo glande. Indugio ancora...

-Apri quella bocca di cagna e prendilo tutto, svelta!

Obbedisco adesso, ma lentamente...porto le labbra in punta al suo glande e le dischiudo, lasciandomi penetrare la bocca. ma gradualmente, rallentandone con la lingua l’invasione.
Sento le sue lunga dita scorrere dietro alla mia nuca, spingermi contro di sé. Sorrido, mentre sento che inizia ad ansimare...

-Prendilo tutto, Monique, maledetta...

Smetto di ostacolarla con la lingua e lascio che il suo cazzo mi penetri fin giù in gola, per la prima volta in vita mia riesco a controllare i miei riflessi involontari e ad accoglierne l’invasione.

-OH CARALHO...(*oh, cazzo)

Sento il suo sesso irrigidirsi nell’orgasmo, sta ritraendolo per far sì di venirmi in bocca, invece di sborrarmi direttamente in gola, forse per permettermi di assaporarla appieno.

-Ssssiiiiiii!!!

Non percepisco gli schizzi, d’improvviso sento la bocca riempirmisi di caldo liquido cremoso, da un istante all’altro mi trovo ad essere costretta ad ingoiare per non soffocare, mentre il suo cazzo continua a pompare un incredibile numero di getti di sperma, uno dopo l’altro...uno dopo l’altro...

E’ ancora scossa da tremiti di piacere, mentre la ripulisco succhiando ogni residuo del suo miele, ancora inginocchiata nella doccia, davanti a lei.

-Sei stata brava, Monique...molto, molto brava...

Mi dice con voce roca prima di allentare la presa alla mia nuca, lasciandomi libera di andare.

***

Ho ancora il sapore del suo miele in bocca, mentre finisco di prepararla per la notte, in camera sua, sto allacciandole un trasparente baby-doll quando mi comunica, laconicamente:

-Dopodomani andremo al mare. Domani nel pomeriggio verrà l’estetista per sistemarti i capelli. Fa in modo di aver finito le tue cose per le 14,30.

Detto ciò, mi sorprende stampandomi un grosso bacio sulle labbra.

-D’accordo, Signora.

Replico io prima di ritirarmi dalla sua stanza.

***

Giorno 7.

Da ciò che ho potuto capire (la mia Padrona non è mai molto prodiga di spiegazioni...), domani trascorreremo la giornata al mare, in una spiaggia vicino Roma (che dovrebbe essere frequentata, tra l’altro, da molte trans della capitale), tra Castel Porziano e Torvaianica. Verrò a prenderci un autista, dovremo farci trovare pronte per le 9.00.
Ciò comporterà un problema: I miei capelli. Una intera giornata al mare con la parrucca è da escludere e i miei capelli naturali hanno un aspetto troppo mascolino.
Per ovviare a ciò è stata convocata Raffaella, la gentile estetista che si è già occupata di me un paio di giorni fa.

Alle 14 e 30 in punto, si presenta.

-Ciao Melany, buongiorno Monique, Procediamo come stabilito?

-Certo che si, hai portato tutto?

Risponde la mia Ineffabile Signora.

Raffaella mi guarda, cercando un segno di assenso da parte mia. Le avevo detto che avrei dovuto pensarci, in merito al trattamento dei miei capelli naturali, l’ultima volta che ci siamo viste.
Rimango impassibile, per cui risponde:

-Si, certo, dove possiamo metterci, allora?

-Se ti sa bene, nel bagno principale. Mi raccomando...tutto come stabilito.

Raffaella mi guarda ancora, prima di rispondere:

-Certo! Non preoccuparti, Melany.

***

Un paio di ore dopo sto rimirando l’opera di Raffaella, nello specchio del bagno grande.

-Ti piace?

Fa lei.

-Non posso negarlo...

Sono stata decolorata e ricolorata, mi sono state applicate delle extensions in tinta col mio nuovo colore di capelli (biondo cenere, per la cronaca) che mi hanno allungato i capelli fino alle spalle...perfino il colore delle mie sopracciglia è stato schiarito. Tutto molto bello, non c’è che dire...ma...che farò a settembre quando dovrò ripresentarmi al lavoro??

-Bene, sono contenta che ti piaccia, D’altronde la tua amica Melany ha l’occhio lungo...lei si che se ne intende!

-Ehmm...già.

-E col make-up come va? Sei riuscita a riprodurre quello che avevo creato per te l’altro giorno?

-Solo al sessanta per cento, credo, forse dovresti spiegarmi bene tutti i passaggi...

-No problem, già che sono qui...

La mezz’ora successiva la passiamo a fare ripetizione di trucco. Mi spiega bene come ottenere gli effetti desiderati per occhi, labbra e zigomi. Spero di aver capito e memorizzato tutto. Alla fine mi consegna dei prodotti, dicendomi:

-Questi sono “water-proof”, se domani dovete andare al mare ti consiglio di usare questi, invece di quelli che usi tutti i giorni, vedrai che reggeranno anche dopo aver fatto il bagno...

La ringrazio e la accompagno alla porta. Mi dice di non preoccuparmi per il pagamento, tanto lei ha un conto aperto con Melany. Così evito di disturbare la Padrona, che intanto è impegnata con un cliente.

***

Giorno 8.

L’indomani mattina, alle ore 9,00 in punto, ci troviamo giù in strada in attesa dell’autista che deve condurci alla spiaggia. Entrambe, la mia Signora ed io, indossiamo freschi vestitini estivi in cotone, dagli allegri motivi fantasia, direttamente sul bikini. Ai piedi sandali in legno da mare, in testa ampi cappelli di paglia a falde larghe. Completano l’abbigliamento occhiali da sole e grandi borse, sempre in paglia, dentro le quali abbiamo riposto ampi teli da mare, accuratamente ripiegati. Fa molto anni ’50, ma non si può certo dire che non abbiamo stile...

L’auto che viene a prenderci è altrettanto stilosa: una decappottabile Alfa-Romeo degli anni ’60, rosso fuoco. Mentre percorriamo la Via del Mare, tutti gli occhi sono puntati su di noi. Sono inaspettatamente euforica. La mia banale vita di tutti i giorni è lontana da me mille anni luce.

***

L’autista (non so dove la mia Padrona ne trovi così tanti e così disponibili) ci lascia all’ingresso dello stabilimento balneare, accordandosi per tornarci a prendere alle 17,00. Melany paga per due lettini, niente ombrellone. Mi auguro che le poche sedute di solarium che ho finora sostenute siano sufficienti ad evitarmi gli effetti di una insolazione.

La mia Padrona sembra essere ben conosciuta perché la signora della biglietteria la saluta cordialmente.
Raggiungiamo una fila di cabine, di quelle usate di solito per togliere i vestiti e indossare il costume.

-Entra con me, è inutile fare una alla volta...

La seguo all’interno della cabina. E’ presto e l’aria, qui dentro, è ancora fresca.
La mia Signora e Padrona toglie il vestito e anche il bikini, poi li ripone nella borsa.
La guardo interrogativamente.

-Avanti, che aspetti? Non vorremo mica stare tutto il giorno qui...

-Ma...ehmm...perché ha tolto anche il costume, Signora?

-Come perché? Perché questa è una spiaggia per naturisti...ecco perche!

Non me ne ero accorta, cazzo! Pensavo fosse una normale spiaggia!

-Ma...devo togliere tutto...tutto? Non potrei lasciare almeno il pezzo di sotto?

-Oh senti...non ho intenzione di dar ascolto alle tue inibizioni, oggi...togli tutto e falla finita! Nessuno starà a guardare te, vedrai, e poi, se anche fosse...cosa ci sarebbe di male? Ti ho portata qui per farti prendere un po’ di sole, quindi, più ne prendi e meglio è, no?

Ormai so riconoscere il tono seccato della mia Padrona e so anche che mi conviene non contrariarla, per cui tolgo rapidamente tutto ad eccezione di zoccoli, occhiali da sole e cappello. Usciamo dalla cabina.

La seguo sull’arenile, ipnotizzata da quel fantastico culo nero che ondeggia davanti ai miei occhi. Cerco di sculettare altrettanto bene. Sono un tantino imbarazzata, ma non per via del pisellino ingabbiato: per la mancanza di tette.

Ci sistemano due lettini a pochi metri dalla battigia, sui quali stendiamo i teli da mare, sistemiamo le nostre cose e ci stendiamo a prendere il sole. Passo dell’olio solare sulla sua pelle, lei sulla mia. Siamo lucide e pronte ad una giornata di sole, ora.

La mia Signora attacca un paio di cuffiette al telefonino, chiude gli occhi e si rilassa ascoltando musica. Io non ho telefonino con me e non posso imitarla. Inizio a guardarmi attorno...
C’è gente di ogni tipo: maschi da soli in cerca di avventure, signore, prevalentemente in gruppo, qualche coppia pronta alla trasgressione. Nessuno sembra far particolarmente caso a noi, nonostante il contrasti tra il nostro aspetto decisamente femminile e i nostri sessi maschili esposti al sole. Decido di smetterla di preoccuparmi tanto e di godermi la giornata...

Devo essermi assopita, perché d'un tratto vengo risvegliata da qualcuno che parla a voce alta vicino a noi:

-OOii...mulher!

Apro gli occhi e mi trovo davanti due splendide creature, transex, ovviamente. Hanno entrambe seni enormi, ma una è mulatta e normodotata, l’altra ha pelle chiarissima e un sesso notevole. Entrambe sembrano conoscere bene Melany, che fa le presentazioni.

-Lei è Monique...Kate...Adriana.

Dice indicando, nell’ordine, prima l’una, poi l’altra.

Segue una fitta conversazione in portoghese, di cui capisco poco o nulla. Alla fine si baciano, si salutano e infine si allontanano.

-Semmai ti capiterà di incontrare di nuovo una di quelle due, non fidarti, mi raccomando...non sono persone affidabili...

Le chiedo il perché ma ribadisce che è così e basta. Non indago oltre.

***

Deve essere passato il mezzogiorno. La spiaggia si è affollata, qua e là gruppetti di maschi ci additano, cercando di non farsi notare, parlottano tra di loro. Sono nudi, come tutti sulla spiaggia, del resto. Un paio di loro hanno il cazzo barzotto.
Li ignoro, seguendo l’esempio di Melany, fino a che uno, evidentemente più intraprendente degli altri, ci si avvicina.

-Ehmm...signorine...io e i miei amici, lì, ci stavamo chiedendo se per caso non vi andrebbe di farci un pompino...

Io cerco di far finta di non aver sentito, la Padrona si limita a sollevare gli occhiali da sole e fulminarlo con lo sguardo, senza dire nulla.
Il tizio perde la sua baldanza e si allontana, mentre i suoi amici, da lontano, sottolineano l’evento con risatine soffocate.

-Non farci caso...i soliti stronzi...

-No no...nessun problema...

-...o forse ti andava?

-Ma no...mi sembrava gente piuttosto...rozza, ecco.

-Guarda che qui è normale ricevere proposte del genere...basta appartarsi un poco, tra le dune laggiù, e puoi fare quello che vuoi. Nessuno ci troverebbe niente da ridire...

Arrossisco in volto, lei nota il mio imbarazzo e decide di divertirsi. Si alza dal lettino e si dirige verso il gruppetto.

-Aspettate un momento...

Li ha raggiunti e sta confabulando con loro. Non riesco a sentire cosa si stanno dicendo per via della distanza e del vento, ma vedo che guardano lei, poi verso di me, annuiscono. Sembrano aver raggiunto un accordo. La cosa non depone bene.

-Ti aspettano laggiù tra le dune tra cinque minuti.

Fa lei laconica mentre si stende nuovamente sul lettino.

-C...come “mi aspettano”?

-Ti aspettano. Vai lì con loro e falli divertire.

-Ma come...mi pareva di aver capito che non apprezzasse le loro avances, Signora!

-Beh, ci ho ripensato...potrò pure ripensarci, no?

-Ma...ma nemmeno li conosciamo!

-Sono maschi giovani e hanno voglia di sborrare, cos’altro c’è da sapere? Tu sei una puttanella e li accontenterai, perché così voglio io...c’è bisogno d’altro?

Legge lo sconforto sul mio viso e aggiunge:

-Avanti...non farla tanto lunga ora...non dirmi che prendere qualche cazzo giovane non ti fa piacere... Le uniche raccomandazioni che ti faccio sono: non te lo far mettere dentro senza preservativo e non ingoiare...non si sa mai con chi si ha a che fare...

-Ma...io...non so se me la sento!

-Ovviamente non sei obbligata...ricorda però che mi hai giurato obbedienza. La scelta è tua, ma se decidi di non fare quello che ti dico mi costringerai a ritenere sciolto il nostro accordo. Vorrà dire che da questo momento in poi niente ci legherà più. Anzi...comincia a pensare a un modo per tornare a Roma, perché, ovviamente, non ti vorrò con me sulla mia auto...

Maledetta!!! Sa sempre come costringermi a fare quello che vuole! Rimango ancora due minuti sul lettino, poi, senza dire una parola, mi alzo e mi dirigo verso le dune.

***

Sono solo in tre, ad aspettarmi. Mi erano sembrati di più. Evidentemente solo i tre più audaci hanno deciso di approfittare dell’occasione offerta loro dalla mia Padrona. Mi inginocchio davanti a quello che sembra il più spavaldo e gli prendo il cazzo in bocca. Gli altri due cominciano a menarselo lentamente...
-Aaahhh...brava...così...ti piace, vero? Ti piace prendere in bocca un bel cazzone...

Veramente i miei standard per definire un “cazzone” sono ben altri... In realtà sono tutt’e tre ben entro la media, tra i 14 e i 16 cm al max, a occhio.

-Succhialo tutto dai...ho voglia di sborrare...

Dillo a me...

-E’ proprio un troia...guarda come lo succhia bene...

Fa un altro alle mie spalle.

-La sua amica negra aveva belle tette, ma anche un cazzone che non prometteva niente di buono... questa qui invece ce l’ha addirittura ingabbiato!

Sorvolo sul “negra”, anche se mi fa incazzare non poco, e continuo a ciucciare...

-Io questa me la voglio scopare...

Dice quello dietro di me. Mollo per un attimo il cazzo che sto succhiando e chiedo:

-I preservativi li avete?

-Ce li ho io! Non ti preoccupare, mica vogliamo rischiare di prenderci qualcosa, scopando una come te senza!

Risponde uno dei tre frugando nel suo zainetto.

Mi sento umiliata e anche un po’ incazzata. Di primo impulso vorrei rispondere loro a tono, ma poi lascio perdere. In fondo cosa mi dovrei aspettare da rozzoni del genere?

Sento le mani di qualcuno sui fianchi, mi tirano su, continuo a spompinare quello che ho davanti. Prima li faccio venire e prima potrò tornarmene a prendere il sole accanto alla Padrona.

Sono messa praticamente a 90°, con un uccello in bocca e uno che si strofina nella spaccatura tra le mie chiappe. Con le braccia afferro la vita del tipo che sto spompinando, per evitare di cadere in avanti. Quello dietro di me sta sputando sul mio buchino, per lubrificarlo, sento la punta del suo cazzo puntarcisi contro, premere fino a che non si è infilato dentro tutto.

Mi sta scopando in piedi da qualche minuto, sono costretta a starmene lì piegata a 90°, sulla punta dei piedi nudi per essere alla giusta altezza. Osservo le mie gambe così femminili, dalla pelle liscia e oliata, dai muscoli tesi, battere ritmicamente contro le sue, così maschili e pelose. Continua a sostenermi per i fianchi mentre mi sbatte freneticamente, lo sento accelerare il ritmo. Mi sento una vera troia.

Sborrano quasi all’unisono, prima quello che ho dietro, poi l’altro. Caldi getti di sperma mi invadono la bocca. Dischiudo le labbra e lascio che la candida sborra cada sulla sabbia sotto di me. Il tizio che mi stava scopando in culo si stacca, toglie il preservativo e lo getta in terra. Si allontana come se niente fosse successo. Quello che ho fatto venire di bocca ha quantomeno la decenza di ringraziarmi.

Rimane solo il terzo, che per tutto il tempo ha continuato a menarselo guardandoci. Mi rovescia di schiena sulla sabbia, mi alza in aria le gambe prendendomi per le caviglie con le mani e mi penetra in un sol colpo. A dispetto delle dimensioni modeste, il suo cazzo è duro come pietra, al punto che fa quasi male sentirselo dentro, forse anche per via dell’angolazione non corretta. Mi scopa con trasporto, con fluidità di movimenti, il campanellino d’argento che normalmente porto al collare, che oggi non indosso, e che per l’occasione è stato spostato alla sottile cavigliera che porto alla gamba destra, tintinna ad ogni suo colpo.
Ci mette più degli altri a venire, il sudore, dal suo volto, gocciola sul mio corpo. E’ rosso in viso. Quando mi viene dentro, rantola come un a****le ferito.

Si è sfilato e se ne andato via anche lui. Rimango sdraiata per qualche minuto a riprendere fiato. Accanto a me, sulla sabbia, solo i due preservativi usati e la chiazza di sperma che ho sputato prima e che, lentamente liquefacendosi, viene assorbita dalla sabbia.

Mi sento umiliata, usata e abusata. Dentro però, in qualche recondito angolo del mio essere, la parte femminile di me è rimasta inaspettatamente lusingata dalla frenesia erotica che ho saputo suscitare in quei tre giovani maschi.

Faccio un tuffo in mare, prima di riprendere posto accanto alla Padrona, lavando via, assieme alla sabbia, ogni residuo senso di colpa.

***

Il resto della giornata trascorre pigramente. Faccio la conoscenza di un’altra mezza dozzina di trans, amiche di Melany, mi abituo agli sguardi vogliosi dei maschi che non smettono di ronzarci attorno e mi guadagno una tintarella da fare invidia ad un pellerossa. Unico commento della Padrona su quanto accaduto oggi: prima di tornarcene a casa, sulla decappottabile rosso fuoco,mi guarda negli occhi, mi sorride beffarda e mi dice:

-Sei una discreta troia...ma io t’insegnerò ad esserlo ancora di più, vedrai.
... Continue»
Posted by CagedSissyCuck 4 months ago  |  Categories: Fetish, Group Sex, Shemales  |  
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L'addestramento di una sissy slave - 12

Un mese di femminilizzazione, servitù e addestramento presso Domina Melany (Dea dalla Pelle d’Ebano e stupenda Mistress Transex professionista), per la tenera sissy slave Monique. – Giorno 20 - Seconda parte.[/b]

Ho fatto accomodare Luigi e la sua amica nella sala principale. Lei mi ha degnato appena di uno sguardo, a lui sono quasi schizzati gli occhi fuori dalle orbite nel vedere che ho le tette, ma non ha commentato. Forse non ha nemmeno detto alla sua amica che mi ha già conosciuta e non so bene come comportarmi, di conseguenza. Nel dubbio, sono rimasta sul vago e lo ho salutato in maniera impersonale anch’io.

Mentre Luigi fa le presentazioni tra Melany e la sua amica (che scopro a questo punto chiamarsi Ivana), ne approfitto per osservarla meglio. Secondo me ha abbondantemente oltrepassato la cinquantina, è palese che da giovane debba essere stata una gran bella donna, ma ora, nonostante gli evidenti sforzi per tenersi in forma, l’avanzare dell’età la penalizza.

I suoi punti di forza sono gli occhi di un intenso azzurro luminoso, davvero molto belli, e i capelli di un biondo scuro, corposi e ben curati, che porta legati all’indietro in una voluminosa coda di cavallo. Mediamente alta, è asciutta pur presentando tutte le curve al posto giusto. Le gambe sono inguainate in un paio di pantaloni chiari molto attillati (che sospetto servano soprattutto a sostenerle il sedere), mentre sopra indossa una camiciola estiva di lino nero, senza maniche. Ho subito notato che ai piedi porta i famosi zoccoletti con tacco che Luigi ha voluto farmi indossare prima di fare sesso con me qualche notte fa e, ora che guardo meglio, noto che ha anche indosso tutto il campionario di braccialetti, cavigliere e collanine che avevo io. Mi chiedo se è roba sua o se Luigi abbia un particolare fetish per quegli oggetti e li faccia indossare sempre alle sue occasionali amanti.

Il viso, dai bei lineamenti, tradisce però la sua età: qualche ruga di troppo attorno agli occhi e un’eccessiva morbidezza della pelle sotto al mento sono lì a denunciare che il tempo passa anche per le bellone. Alle labbra poi deve aver fatto qualcosa, un qualche intervento di chirurgia estetica riuscito male, forse iniezioni di silicone. Il risultato ottenuto è stato quello di due labbra dall’aspetto decisamente artificiale e con evidenti imperfezioni. Mani e piedi, dall’ossatura molto robusta, sono curatissimi e dalle lunghe unghie laccate di rosso scuro.

Questo bonario esame viene bruscamente interrotto dalla mia Ospitale Signora.

-Monique...porta dello champagne per gli ospiti, sbrigati.

-Subito, Signora.

Su di un vassoio ho portato lo champagne nel suo secchiello di ghiaccio e dei flute di cristallo. Ci ho pensato un po’ su se fosse il caso di portarne tre o quattro, alla fine mi sono autoesclusa e ne ho portati solo tre. Non è elegante che la servitù brindi assieme ai padroni...

Stappo la bottiglia e servo lo champagne ghiacciato. Mentre bevono, Ivana si mostra molto interessata all’attrezzatura SM; la mia Signora ne spiega volentieri uso e caratteristiche, Luigi continua a consumarsi gli occhi sulle mie tette. Mi mantengo impassibile in disparte, fintanto che:

-Monique...mostra alla signora il bagno dove cambiarsi d’abito e vedi se ha bisogno di qualcosa.

-Certamente. Se la signora ha la compiacenza di seguirmi... Faccio strada.

Rispondo io, rivolgendo un accattivante sorriso a Ivana, il cui sguardo non riesce proprio a staccarsi dal Pitone Nero che fa bella mostra di sé in mezzo alle gambe della mia Disinibita Signora. Deglutendo a vuoto, posa il bicchiere e mi segue.

Mentre è in bagno a cambiarsi la aspetto in corridoio riflettendo tra me e me sul ruolo di questa attempata pin-up. Vuol darsi un’aria vissuta e disinibita, questo è evidente, ma il suo atteggiamento tradisce comunque una certa tensione. Non credo abbia mai vissuto un’esperienza del genere. Ho saputo da Melany che è molto raro, anche se non del tutto inusuale, che qualche coppia si presenti qui per una sessione.

-Dove posso mettere questi?

Mi dice Ivana porgendomi pantaloni e camicetta mentre esce dal bagno.

-Dia pure a me, prego, ne avrò cura io.

Rispondo servizievole, prendendoli con una mano mentre con l’altra, palmo rivolto verso l’alto, le indico la via del ritorno verso la sala principale (dovrebbe essere totalmente decerebrata per non trovarla da sola, ma preferisco che non mi attenda mentre vado a riporre le sue cose). S’incammina.
Veloce, apro la porta della mia stanza e lancio i suoi vestiti sul letto, prima di raggiungere gli altri.

Lo sguardo che ho potuto darle ora, che si è presentata ai miei occhi molto meno vestita, ha confermato il mio giudizio. I tessuti di gambe e braccia devono aver cominciato a cedere già da qualche anno, non sono affatto elastici e, nonostante la perfetta abbronzatura, si nota molto, il seno le sta su solo per il fatto di essere sostenuto dal corsetto a balconcino e ha pure un bel po’ di cellulite sul retro delle cosce.
Ah...dimenticavo di dire che il corsetto di pizzo bianco che indossa è di almeno un paio di taglie troppo stretto e le strizza la carne sotto alle ascelle e sui fianchi.

Nella sala la situazione è mutata. La mia Signora è seduta sul suo trono dorato, le gambe accavallate e le mani poggiate sui braccioli, Ivana è seduta accanto a lei sulla sedia in cuoio rosso e Luigi, in un osceno perizoma di cuoio nero, è inginocchiato ai loro piedi. La Padrona mi fa cenno di unirmi a lui.
In sottofondo c’è ora la “chill out music” scelta dalla mia Signora per l’occasione, le luci sono molto basse e mi viene comandato di accendere una mezza dozzina di candele profumate sparse nella sala. Si diffonde un delicato odore di lavanda.

Una volta ripreso il mio posto in ginocchio, la Signora passa a spiegare quali saranno le regole per la serata. Ovviamente il potere di condurre i giochi spetterà a lei, tutte le richieste che usciranno dalla sua bocca saranno legge per tutt’e tre noi altri, senza possibilità di rifiuto da parte nostra pena l’estromissione definitiva dalla serata. In secondo piano ci sarà direttamente Ivana che, pur obbligata a sottomettersi ai voleri della mia Padrona, manterrà un ruolo dominante sia nei confronti di Luigi che nei miei. Anche in questo caso, sia lui che io, non avremo diritto di rifiuto. Per terzo verrà Luigi, sottomesso sia a Melany che a Ivana, ma con diritto di comando nei miei confronti…inutile aggiungere: senza diritto di rifiuto da parte mia. Infine io, sottomessa a tutti, nel ruolo di schiava assoluta. I limiti entro cui muoversi con i sottoposti saranno stabiliti dalla Padrona che avrà potere di modificare o annullare del tutto, a proprio insindacabile giudizio, ogni richiesta formulata.

La prima richiesta la formula la mia Padrona stessa:

-Credo che, prima di cominciare, sia giusto che i partecipanti di rango più basso dimostrino come si conviene la propria sottomissione a quelli di rango più elevato.

Segue un silenzio imbarazzato in cui Ivana e Luigi si guardano l’un l’altro senza saper cosa fare. Intervengo io, che ho capito l’antifona, e mi chino a baciare i piedi della Padrona e di Ivana piuttosto teatralmente. Dovrei baciare, in quanto sottoposta, anche quelli di Luigi ma esito perché è inginocchiato e non saprei come fare. Interviene La mia Signora consentendogli di alzarsi per il tempo dell’operazione, in tal modo passo a baciare anche i suoi.

Luigi segue il mio esempio e si prostra a baciare i piedi a Melany e Ivana. Quest’ultima accenna a scendere dalla propria sedia per baciare quelli di Melany che le porge invece il dorso della mano evitandole, in tal modo, di dover abbandonare il proprio scranno.

Esauriti i “convenevoli” si comincia con le richieste vere e proprie.

La prima richiesta di Ivana riguarda sia me che Luigi. Vorrebbe che, in attesa di ordini, sia lui che io ci masturbassimo, lentamente, lì in adorazione davanti a lei, ovviamente senza venire. A tale scopo richiede a Melany di rimuovere la cock-cage in cui è confinato il mio pisellino. Cavolo! Adesso risponderà che non ha la chiave, mentre l’altro giorno ho detto a Luigi che l’aveva proprio lei...

Invece la mia Signora, che come me evidentemente non vuole far sapere i fatti nostri ad estranei, mi salva con un lapidario:

-Non le è consentito di toccarsi la clitoride. Nemmeno senza venire.

Luigi, nel frattempo ha rimosso l’orrido perizoma, si è preso in mano il cazzo già duro e ha iniziato a segarselo lentamente, in ginocchio.

-Posso vederla da vicino, almeno?

Chiede Ivana a Melany indicando la mia gabbietta.

-Mostra la custodia della tua clitoride alla signora, Monique.

Mi alzo e mi avvicino alla sedia di Ivana, mani dietro alla schiena.

-E’ così piccolo... Molto tenero.

Fa lei sollevandomi col palmo della mano palle e gabbietta. Indugia a massaggiarmi le palline con le dita forti, le solletica con le lunghe unghie laccate. Sento l’altra mano infilarsi nella spaccatura delle mie natiche a cercarmi il buchino, da cui sporge però la parte terminale del mio butt-plug. Lo tocca con la punta delle dita, poi, incuriosita:

-E cos’ha dietro?

Anche stavolta si è rivolta a Melany e non direttamente a me. O è convinta che io sia sordomuta, oppure che io non sia nemmeno degna di risponderle...

-Girati, Monique, e mostra alla signora cos’è che porti infilato nella fighetta.

Ruoto su me stessa di 180 gradi, mi piego in avanti fino a prendermi le caviglie con le mani (rischiando di cadere dagli impossibili tacchi che indosso) e le offro un primo piano del mio culetto tappato.

-Ma è carinissimo! Spero che almeno questo si possa toglierlo, all’occorrenza...

-Certamente. Anzi... Monique, toglilo pure di mezzo definitivamente ché credo proprio che non ne avrai bisogno, stasera.

Faccio come dice: sfilo il plug, vado a posarlo su una mensola in mezzo a una sterminata collezione di falli e riprendo la posizione di “ispezione”.

-E’ efficace?

Domanda Ivana alla mia Signora.

-Aiuta a tenerla...in forma, più che altro.

Risponde la mia Faceta Signora. Ivana ridacchia condiscendente e torna a passarmi le dita della mano nella spaccatura, indugiando sul buchino per saggiarne la consistenza, poi, senza alcun preavviso, mi infila un intero dito in culo fino alle nocche.

-Sembra bella morbida, infatti, questa...fighetta. Fino a che punto riesce ad allargarla?

-Monique è molto elastica, riesce a prendere diametri decisamente interessanti...

-Mmmmhhh...non vedo l’ora di metterla alla prova...Luigi ti ha parlato di quella cosa cui tengo particolarmente, vero?

Aspè...di cosa stanno parlando!? Mettermi alla prova...diametri interessanti...e che sarebbe poi questa cosa cui tiene particolarmente questa vecchia troia restaurata??

-Si, me ne ha parlato...vedremo più tardi.

Ohiohiohi...ha detto “vedremo più tardi”, avrei preferito “non se ne parla nemmeno”, oppure che so... “tu sei pazza, vecchia cariatide, se pensi che ti lasci sfondare la mia schiavetta preferita”, ma tant’è... Speriamo che le cose si evolvano a mio favore e che se ne dimentichino...

Intanto Luigi va su e giù con quella mano che è uno spettacolo. Ha la cappellona gonfia e violacea e ha dovuto rallentare al massimo per evitare di sborrare. Anche Ivana lo nota, lascia stare il mio culetto e gli porge un piede calzato nei famosi sandali. Si avventa subito a leccare come un cagnone affamato.
Ne approfitto per riguadagnare la posizione inginocchiata, con le chiappette ben premute sui talloni a difendere il mio tenero buchetto.

Il lavoro di lingua di Luigi procede tra gli incitamenti di Ivana, che si rivolge a lui come ad un cagnolino, chiamandolo “Fuffy” e ridendo continuamente di questo fatto, trovandosi, con ogni evidenza, irresistibilmente spiritosa. Frasi come “Avanti Fuffy, lecca i piedini della tua padroncina!” oppure “Bravo Fuffy, sei proprio bravo a leccare...come lecchi tu non lecca nessuno!” o anche “Dai Fuffy, metticela tutta che poi la padroncina ti dà i croccantini che ti piacciono tanto...”, pronunciate con la tipica vocina idiota che gli adulti usano per parlare ai bambini piccoli o ai propri a****li da compagnia, mi risuonano zuccherose nelle orecchie per tutto il tempo. Sto rischiando il diabete.

Probabilmente Melany sta pensando la stessa cosa perché interviene ordinandomi di offrire ancora champagne ai nostri ospiti. Non me faccio ripetere una seconda volta, più che desiderosa di poter porre fine a quello strazio tappando la bocca di Ivana con del liquido.

Mentre bevono, Ivana mi guarda e, per la prima volta da che siamo qui, mi rivolge la parola senza intermediazioni.

-Ma tu non bevi...com’è che ti chiami? Monica?

-Monique, signora, ma Monica va bene lo stesso. No, non bevo, signora...e poi, come vede, non ho nemmeno il bicchiere...

-Nononooo...non sia mai detto che una “ragazza” (e rimarca il “ragazza” con un virgolettato vocale) carina e servizievole come te rimanga senza bere solo per il fatto di essere senza bicchiere...vieni qua, cara, avvicinati...

MMM...cosa si inventerà stavolta la zuccherosa addestratrice di cani? Farei molto volentieri a meno di scoprirlo, ma Melany mi sta guardando severa mentre continua a sorseggiare dal suo flute, per cui mi tocca fare buon viso a cattivo gioco e avvicinarmi alla sedia di Ivana. Con un dito dalla lunga, leggermente ricurva unghia carminio mi fa cenno di inginocchiarmi ai suoi piedi. Manca soltanto il classico “SITZ!”, poi l’esperienza sarebbe completa.

Faccio come chiede. Toglie dai piedi uno dei suoi sandali, dalle mie mani la bottiglia, e mi poggia la punta del sandalo tra le labbra.

-Apri la boccuccia, tesoriino, che ora la zia Ivana ti dà da beere...

Socchiudo le labbra quel tanto che basta perché il liquido che lei sta versando sul sandalo inclinato verso la mia bocca mi scorra in gola. La cosa deve divertirla particolarmente, perché continua a versarne in abbondanza. I miei tentativi di deglutirlo prima che tracimi dalle mie labbra sono vani e alla fine sono costretta a lasciarlo colare, ghiacciato, dapprima sulle tette, poi lungo il torso, tra le cosce.

Ride da matti, Miss Italia ’77, ai miei tentativi di non strozzarmi, poi finalmente smette di versare e indicando la pozza di liquido formatasi in terra tra le mie ginocchia:

-Ooohhh...guarda che hai fatto...sarebbe un vero peccato se tutto quel ben di Dio andasse sprecato, no? Adesso ti toccherà berlo direttamente da lì...

Vaffanculo! Ci avrei scommesso! Per fortuna che oggi ho pulito accuratamente in terra, per l’occasione.

Sto iniziando a chinarmi, ma mi blocca la fronte con la mano, proseguendo col suo stucchevole tono.

-...MA PRIMA DI FARE CIO’...

La guardo, interrogativa.

-...prima di fare ciò, dicevo, dovrai asciugare anche la mia bella scarpina...non vorrai mica che la tua padroncina si bagni i piedini, noo?

Ok, ho capito...passo la lingua sul fondo del sandalo, leccandone via ogni traccia di liquido, lei soddisfatta mi porge il piede per farselo nuovamente infilare. Prima però mi piace stupirla stampandole un devoto bacio sul collo del piede. A dimostrazione del fatto che io mi piego, ma non mi spezzo!

Prendo a lappare lo champagne da terra, sperando che per il momento mi lasci in pace. Invece la sento rivolgersi nuovamente alla mia Signora.

-Ha un collare davvero delizioso la tua cagnetta, ma ritengo che sarebbe ancor più grazioso con un campanellino attaccato...ne avresti uno a portata di mano, per caso?

-In quella ciotola ne trovi quanti ne vuoi...

Risponde la mia Collaborativa Signora indicandole al contempo la ciotola entro cui si trovano tutte le clips che vengono usate durante le sessioni. Alcune, in effetti, hanno campanellini attaccati.

-...però suggerirei, data la loro copiosa disponibilità, che sarebbe un peccato applicarne uno soltanto... Monique, portami la ciotola.

Eseguo.

-E’ che bisognerebbe trovare anche altri posti dove poterli applicare...vediamo...

Dice la mia Creativa Signora in vena di giochini stupidi. Ha già appeso il primo campanello al collare e sta scegliendone un secondo...noto con preoccupazione che sta selezionando col dito quelli dotati di clips seghettate, i cosiddetti “coccodrilli”.

Il secondo lo appende alla gabbietta, e fin qui ancora tutto bene.

-Vorrei metterne almeno un altro paio, però… tu che ne dici, Raffaella?

Intanto si diverte a far s**ttare la molletta del prossimo tra le dita, producendo un poco rassicurante “clack clack” metallico. Ivana segue tutta la scena, divertita.

-Ah si! Ho trovato! Mi sembra davvero il posto ideale...vedrai che piacerà anche a te, Ivana.
Ciò detto prende una clips con campanellino tra pollice e indice di ciascuna mano e me le applica simultaneamente ad entrambi i capezzoli.

Si fanno sentire bene, non c’è che dire, devo mordermi le labbra per non farmi sfuggire nemmeno un lamento. Ho sempre avuto i capezzoli particolarmente sensibili, è uno dei miei punti deboli, e la mia Perfida Signora ne è al corrente.

-Penso che tu abbia avuto davvero una grande idea, Ivana. In questo modo, sentendo il rumore dei campanellini, sapremo sempre dov’è, la cagnolina...

Luigi nel frattempo ha ripreso la sua posizione ai piedi del trono, ma non ha ripreso a masturbarsi. Ha seguito però tutta la scena del sandalo e successivamente quella dei campanellini e, a giudicare dal cazzo che gli spunta tra le gambe in piena erezione, direi che ha gradito molto. Si schiarisce la gola e finalmente possiamo sentire anche la sua, di voce.

-Sdraiati in terra Monique...qui davanti a me. Prima però portami un profilattico...

Accompagnata dall’allegro trillo dei campanellini, mi procuro una seconda ciotola, questa piena fino all’orlo di bustine di condoms di vario formato, e la depongo in terra, a portata di mano.

-Brava Monique, adesso sdraiati però. A pancia in giù.

Mi fa lui con voce arrochita dal testosterone.
Faccio come mi chiede, mentre lui infila un preservativo con dita frementi.

-Adesso allarga le gambe, così...brava.

Sento il contatto tra le mie cosce e le sue mani sudaticce. Forza le mie gambe aprendole a compasso, poi con le mani mi allarga le natiche tenendomele aperte...

-Spero che a lor signore non dispiaccia se mi occupo un po’ della cagnetta...so che ogni tanto vanno fatte montare...fa loro bene alla salute.

-Siii daai! Accoppiatevi!!

Approva entusiasticamente Ivana battendo le mani come una bambina di cinque anni. O come una deficiente completa, scegliete voi.

-E’ tuo diritto, Monique è sottomessa anche a te, oltre che a noi...

Puntualizza Melany.

Tuffa la testa tra le mie gambe e inizia a leccarmi avidamente la figa anale, poi ci sputa su un paio di volte e infine lo sento puntarci il cazzo contro. E’ frenetico proprio come un cane arrapato.
Al solito, il suo cazzo è duro come il marmo, ma non è la cosa che mi fa più male. Le clips coi campanellini che ho ai capezzoli, strofinando sul pavimento, mi mordono la carne, mentre mi lui mi penetra schiacciandomi in terra. Tra l’altro sono preoccupata che con quel peso addosso possano rovinarmisi le tette. Cerco di fare leva sui gomiti per distaccarmi dal pavimento. Lui interpreta la cosa come una irrefrenabile voglia di sollevarmi per incontrare i suoi colpi di bacino e, abbrancatemi le tette con entrambe le mani, mi tira a sé fino a farmi assumere, stavolta, una corretta posizione doggy-style.
Ora però devo preoccuparmi che non mi vengano rovinate dalla forza con cui me le sta strizzando, in pieno parossismo sessuale.

Fortunatamente la cosa dura molto poco perché Miss Universo ’78 lo fa smettere di scoparmi imponendogli di uscire subito da me. Ne sono abbastanza stupita.

-Non azzardarti a sborrare! Esci subito da quel suo culo di cagna in calore e non venire! Sai perché siamo qui soprattutto e cosa pretendo che tu faccia per me dopo...

-Ma dai, Ivana...vedrai che mi basterà poco per riprendermi...dai, che cosa cambia se finisco di scopare Monique??

-Fa come ti ha detto e non discutere, ti ricordo che sei sottomesso a lei. Ancora una parola e dovrai aspettare giù in macchina, intesi?

La voce con cui è intervenuta Melany ha in sé una nota bassa e glaciale che incute soggezione e non ammette repliche, posso dire di conoscerla bene. Ora la conosce anche Luigi, che si sfila da me senza più discutere pur essendo a pochi colpi di cazzo dall’orgasmo. Controllo le mie tette senza darlo a vedere. Sono molto indolenzite, ma sembrano ancora a posto.

***

Lo spettacolino offerto da me e Luigi deve aver smosso qualcosa nelle parti basse della Bellona, perché ora ha una mano poggiata sulla figa e ogni tanto, quando crede di non essere notata, preme con forza su di essa attraverso il tessuto del suo body di pizzo. Ne ho la conferma quando con fare casuale si alza dal suo scranno e si avvicina con interesse alla sedia ginecologica.

-Ooohhh...interessante questa… posso provarla?

Chiede a Melany che le risponde con un cenno di assenso.

Si siede, tira su le gambe e le poggia sugli appositi sostegni, poi si rivolge a me.

-Vieni un po’ qui, tu, ...cagnetta.

Faccio qualche passo verso la sedia, in silenzio.

-...mica ci sarai rimasta male che ti ho tolto...”l’osso”, eh?

Come al solito ride della propria irresistibile battuta.

-No, signora, non sono qui per il mio piacere, ma per compiacerla.

-Bella risposta. Allora visto che sei in vena di compiacermi non ti dispiacerà se ti chiedo di farlo come si deve, giusto, Monica?

Mi fa cenno di posizionarmi tra le sue cosce divaricate e di slacciarle il corsetto. E’ di quelli che s’infilano e la chiusura, costituita da 4 gancetti, si trova proprio in corrispondenza della figa. Riesco a percepirne il calore anche attraverso il leggero tessuto di pizzo, mentre faccio del mio meglio con i gancetti.

Non è totalmente depilata come avevo invece immaginato. Sul pube conserva un triangolo di folti peli col vertice puntato verso il basso, quindi verso l’entrata del suo personale parco divertimenti. Istruzioni per l’uso, forse.

Confermo che trattasi di bionda naturale.

-Voglio che me la lecchi tutta, dentro e fuori, non devi tralasciare niente...e mettici impegno, mi raccomando!

Emana un pungente aroma di figa sciolta. Ne rimango quasi intossicata, mentre mi chino per compiacerla.
All’altro lato della stanza Luigi e Melany stanno confabulando tra loro, ma non riesco né a vederli, né a sentire cosa si dicono. Sarà forse perché ho la testa intrappolata tra i cosciotti di Miss Figa Profumata, qui?

Mi sono fatta coraggio e ho iniziato a passare la lingua sul suo sesso bollente. C’è un’incredibile quantità di superficie da leccare. Le grandi labbra pendono come le orecchie di un elefante indiano e, nonostante ciò, le piccole riescono a sporgersi fino a spuntarne fuori, altrettanto pendule. La clito è grossa e gonfia come una ciliegia matura o, se preferite la metafora, come un vero e proprio cazzetto in miniatura.

Anche le dimensioni dell’ “entrata” vera e propria sono impressionanti. E’ decisamente la figa più grande con cui abbia mai avuto a che fare (anche se poi non è che abbia avuto a che fare con moltissime fighe, in vita mia, devo ammetterlo). Quando passo la lingua tra le piccole (si fa per dire) labbra, riesco in pratica ad affondare mezzo viso dentro (soprattutto perché lei mi spinge la nuca con entrambe le mani come se volesse farci entrare la mia intera testa, in quella figona calda), mentre le grandi labbra mi lavano il viso coi loro aromatici succhi.

Sono costretta a riemergere per riprendere fiato, di tanto in tanto, altrimenti rischierei la morte per soffocamento. Lei emette gridolini e respira affannosamente.
Durante una di queste “emersioni” riesco a vedere cosa stanno facendo ora la mia Signora e Luigi. Lei è seduta sul trono, col bacino spostato in avanti, le gambe allungate e divaricate ai lati di Luigi, che in ginocchio davanti a lei, ne sta baciando con aria adorante tutta la superficie. Il meraviglioso Pitone Nero che le pende tra le gambe oltre il bordo della sedia e che come sempre attira come un magnete il mio sguardo, sembra invece venir trascurato da quell’instancabile leccatore che è Luigi, il quale pare preferire dedicarsi a gambe e piedi.

Ivana segue la direzione del mio sguardo e si mette anche lei ad osservare la scena, intanto che le masturbo la clito come fosse un organo maschile, usando due dita per una sega in miniatura.

-Non credi, Melany, che sarebbe giusto se Luigi dimostrasse sottomissione anche nei confronti del tuo cazzone d’ebano?

Dice di punto in bianco Ivana. Ho la testa poggiata sul suo monte di venere e posso quasi sentire l’eco delle parole che le rimbombano in quella specie di caverna che ha per figa. Sollevo un po’ la testa per vedere la reazione di Luigi. Sto cominciando a pensare che non abbia mai avuto a che fare con il cazzo altrui in vita sua. Ovviamente mi riferisco a un cazzo vero, non un cosino come il mio che invece suscitava in lui sentimenti di tenerezza, specie dopo averlo visto ingabbiato.

Non devo essermi sbagliata di tanto perché Luigi smette di leccare le cosce della Padrona, fissando quel mostro nero da non più di un palmo, e esita. Non sa cosa fare, è combattuto.
Magari non lo tocca per non considerarsi gay. Sarebbe tipico. Toccare un cazzo diverso dal proprio ti rende gay, scoparsi per un’intera notte una come me, invece no! Coerente come ragionamento, vero?

Capisco che Melany non vorrebbe contraddire apertamente Ivana salvando Luigi, ma la mia Signora ha la politica di umiliare soltanto chi ne ha veramente desiderio. E poi è Luigi che paga, mica Ivana.

Riesce a trovare un compromesso che sembra poter salvare capra e cavoli: invece di farselo leccare o prendere in bocca come magari desidererebbe Ivana, si limita a sollevare l’asta con una mano porgendo i grossi testicoli da Regina-Toro, come li chiama lei, per farseli baciare in segno di rispetto. Luigi si affretta ad ottemperare per evitare guai peggiori.

Ivana sembra un po’ delusa. Ci penso io a distrarla, però, rituffandomi in apnea nel mare magno della sua figa.

***

Abbiamo appena fatto una pausa durante la quale ho servito la seconda bottiglia di champagne e, per chi ne voleva, dei superalcolici. La mia Signora ed io ce ne siamo astenuti ma Luigi e Miss Decadence ci hanno dato giù, specie col whisky. Nessuno ha sborrato, finora, e la tensione sessuale nell’aria si taglia col coltello.

-Avrei una richiesta da farti, Melany...

Se ne esce di punto in bianco Miss Decadence, resa forse più audace dall’alcool. Poi si corregge:
-...cioè no... non proprio una richiesta...diciamo piuttosto un desiderio. A te se aiutarmi a realizzarlo o meno...
-Dimmi, allora.

Risponde asciutta la mia Signora.

-...vedi è che...a me piace guardare, anche. Specie se si tratta di cose che non ho mai ancora visto...e siccome non mi è mai capitato di vedere una trans scopare un’altra trans, mi piacerebbe poterlo fare.

Ora...a parte il fatto che sono convinta che lei non abbia proprio mai visto una trans scopare, punto, ammetto che, tra tutte le fantasie che avrebbe potuto avere, ritengo questa essere di graaan lunga la più brillante! Sono passati infatti almeno una decina di giorni dall’ultima (e purtroppo fin qui unica) volta in cui ho avuto la Padrona dentro di me e da quel momento ho passato ogni giorno e ogni notte con la speranza di poter essere ancora penetrata da lei. Quel suo enorme gioiello nero deve avere in sé qualcosa che dà dipendenza...

-Tutto qui?

E’ la risposta di Melany all’aspirante-guardona di trans in interconnessione erotica tra loro.

-Beh...a parte quelle due cose che sai, ovviamente.

-Ovviamente.

Conclude la mia Condiscendente Signora, avvicinandosi a me e prendendomi per il collare.
Non ho il tempo di chiedermi quali siano queste due misteriose cose che la Padrona sa e di cui io invece sembro essere all’oscuro perché vengo quasi di peso trascinata verso un tavolino su cui, senza troppi complimenti, vengo fatta chinare a novanta gradi, culo in aria. Per liberare la superficie del tavolo da tutta la chincaglieria sadomaso che sosteneva, la Signora, con un semplice gesto del braccio, si limita a rovesciare tutto in terra.

Tanto a lei cosa importa? Sono io quella che dovrà mettere tutto a posto dopo, no?

-Vuoi vedere più da vicino, Ivana? Allora portami i profilattici e quel flacone azzurro di gel che vedi lì sopra a quella mensola...si, quello.

-Chiedo troppo se ti chiedo di non usare il gel, Melany? Mi piacerebbe vedere se è capace di riceverlo...a secco.

-Chiedi troppo. Facesse male a lei soltanto...ma potrei farmi male io. Inoltre, quasi sicuramente, il condom si romperebbe.

Non credo affatto alle sue parole, oramai la conosco. Dice così per rimanere nel ruolo di Domina Inflessibile, in realtà non rischierebbe mai di procurarmi dei danni seri ...spero.

-Mm...vabbè. Forse hai ragione. D’altronde hai davvero una bella bestia in mezzo alle gambe...quanto misura?

Non credo che alla mia Signora piaccia essere trattata alla stregua di un dildo, e come tale soggetta a misurazioni, ma questa è la classica domanda che deve essersi sentita rivolgere mille volte almeno, per cui è abituata e non s’incazza, limitandosi a rispondere.

-Ventiquattro di lunghezza per sedici di circonferenza.

-Wow...semplicemente fa-vo-lo-so! Ne ho visti pochi, di così grossi, in vita mia...piuttosto...dà qua, lascia che ti aiuti col condom...lascia fare a me.

-Grazie, non dimenticare il gel.

In tutto ciò io me ne sto schiacciata sul tavolino, col viso tenuto premuto contro il legno da Melany che stringe ancora in mano il mio collare.
Ora...va bene il ruolo di Domina Inflessibile da mantenere, va bene il realismo della scena, va bene anche il fatto che tra poco avrò finalmente quei 24 centimetri di piacere dentro di me, va bene tutto...ma un tantinello in più di delicatezza mica guasterebbe! Non sarà che per caso è ancora incazzata con me e vuole farmela pagare? Nella mia mente intimorita riecheggiano quelle sue parole dell’altro giorno: “non ti farò sconti di alcun genere...”

-Lascia che te lo guidi io dentro di lei...

Sento la mano di Ivana serrata attorno al possente membro della mia Signora farsi strada tra le mie tenere chiappette e allinearlo al mio indifeso buchino.

-Si...ma leva la mano, ora.

Non lo mollava. Evidentemente ogni scusa per tenerlo in mano è buona, per Miss Decadence. L’ha tolta finalmente, ora tra le natiche percepisco soltanto lo spessore del palo nero di Melany. Ecco che inizia a premere... AHIA!!!

Me lo ha infilato dentro fin quasi ai grossi testicoli di toro in una frazione di secondo. Sono rimasta letteralmente senza fiato per qualche momento. Si ritrae fin quasi a sfilarlo del tutto e...TAAA! Di nuovo dentro. Ripete tutta l’operazione per quattro o cinque volte, tanto per essere sicura che io abbia capito bene chi comanda, poi, sempre tenendomi con una mano per il collare, mi poggia l’altra sopra un fianco e comincia a pomparmi ad un ritmo costante, lento ed inesorabile.

Nonostante il lieve, risibile, trascurabilissimo dolore provocato da 25 centimetri di cazzo (x 16 di circonferenza) che mi vengono sbattuti con forza su per il culo, non posso non apprezzare il momento di autentica estasi che sto vivendo nel sentire finalmente Melany ancora una volta dentro di me. Protendo all’indietro un braccio e con la dita della mano le sfioro un fianco in una lieve, semiocculta, carezza.

Forse si è intenerita, o forse aveva già programmato di fare così, ma fatto è che dopo quella carezza ha iniziato a muoversi dentro di me più delicatamente, quasi con dolcezza. Ivana intanto si sdilinquisce in tutto un campionario di gridolini, esclamazioni e gemiti decisamente stucchevole.

-Mmhh...brava...cosììì...oohhh...fantastico...dagliene ancora...dai che le piace...eccezionale!

Anche Luigi si è avvicinato per godersi meglio lo spettacolo. Ha il cazzo dritto come una spada.

-Non è che le verrai dentro ora, vero? Non dimenticare che abbiamo da fare quella cosa, dopo...

Ma perché questa maledetta Ivana continua a preoccuparsi tanto che le persone non mi vengano dentro!? Si facesse un pacchetto di cazzi suoi, piuttosto, invece di intromettersi sempre a sproposito!

-Tranquilla, potrei continuare a scoparla per un’ora filata senza venire, se volessi.

-Beh, un’ora no! Credo piuttosto sia giunto il momento di realizzare almeno la prima delle mia fantasie... sempre se non ti dispiace.

-Giusto, era nei patti.

Dichiara la mia Signora sfilandosi da me.

Maledetta Ivana!!!

***

La mia curiosità in merito almeno alla prima delle due cose cui Miss Decadence tiene così tanto viene soddisfatta nel momento in cui la vedo indossare la bardatura di cuoio nero dello strapon, aiutata da Luigi. Io sono sdraiata in posizione quasi orizzontale sulla poltrona ginecologica completamente reclinata all’indietro, polsi assicurati ai braccioli e caviglie agli appositi sostegni mobili, divaricati al massimo.
La troia vuole provare l’ebbrezza da maschio di mettermelo dentro, e siccome non è dotata di cazzo vero, ne userà uno finto.
La cosa non mi spaventa affatto, so bene che il dildo dotato dei necessari attacchi per le cinghie dell’imbragatura è di dimensioni più che innocue per il fatto di averlo pulito e disinfettato tante volte nelle ultime settimane. La Padrona lo usa con i clienti che vogliono farsi scopare ma che non hanno il coraggio di ricevere direttamente il gioiello della mia Signora, intimoriti dalle sue dimensioni asinine.

Come dicevo sono tranquilla perché conosco bene quel dildo. Ciò che invece fino ad ora non conoscevo affatto è la valigetta di pelle nera da cui la mia Signora sta estraendo il set completo di dildi annessi all’imbragatura! Do un occhiata a suddetto set e smetto immediatamente di essere tranquilla.

A quanto pare il set completo è dotato di 5 dildi intercambiabili di dimensioni molto differenti tra loro. Quello che ho sempre visto io è solo il secondo in ordine di grandezza ...a partire dal più piccolo.

Il primo dei cinque è un cosino ridicolo che non vale nemmeno la pena di descrivere. Il secondo è quello che già conoscevo e che non mi spaventava affatto. Il terzo comincia ad essere di misura: una ventina di centimetri di lunghezza e anche bello largo. Il quarto comincia a spaventarmi: più lungo del terzo di quattro dita almeno e largo quanto il mio polso, se usato male potrebbe fare decisamente male. Il quinto...beh, il quinto è uno vero spettacolo! Riproduce in lattice nero il cazzo di un cavallo, le grosse palle, la piega dell’astuccio penico, la lunga asta e la caratteristica cappella a tromba. E’ lungo più o meno come il mio braccio e quasi altrettanto largo.

Cerco con gli occhi Melany per avere una qualche rassicurazione che il “Dildo Equino” non venga usato su di me, riesco ad incrociarne lo sguardo, ma è impenetrabile come quello della sfinge.

E’ stato montato quello di mezzo e ho la Bellona posizionata tra le mie gambe spalancate. Melany e Luigi assistono in piedi ai lati della poltrona. Melany stessa si occupa di versare un’abbondante dose di gel lubrificante sul dildo, spalmandola poi con la mano. Tutto è pronto. La Bellona si aggrappa alle mie cosce, quasi perpendicolari rispetto al resto del corpo, e mi affonda dentro con forza lo strapon.
Mi risulta tollerabile, specie dopo la cavalcata offertami prima dalla Padrona. Inizia a pompare di bacino freneticamente, ma con movimenti piuttosto inesperti.

-Allora, Monica...ti piace come ti sto scopando?

Il dover conversare su questi livelli banalotti e stereotipati con qualcuno che me lo sta mettendo dentro è sempre una sofferenza per me. Lo trovo di una noia mortale. Le frasi che mi dicono, abitualmente, suonano così false e scontate da farmi passare ogni fantasia. Devo però stare al gioco fino in fondo e faccio del mio meglio per compiacerla.

-Mmmhhh...si, mi piace come mi scopi...

-Lo sapevo che ti piaceva...ho capito che razza di troia eri dal primo momento che ti ho vista... perché tu sei una troia...dillo che troia sei...

Più o meno le stesse frasi me le ha rivolte Luigi, scopandomi, qualche giorno fa. Si vede proprio che sono amici.

-Sono una troia, si...sono una laida troia...

Non so nemmeno se conosca o meno il termine “laida”. Comunque ne dubito.

-Ecco, brava...laida è il termine esatto...una laida troia.

Vabbè, forse lo conosce, anche se non ne sono ancora del tutto convinta. Forse lo ha semplicemente ripetuto senza saperne l’esatto significato.

-Quanto ti piace il mio cazzo? Dillo quanto ti piace!

Visto? Variazioni sul tema minime, scarsità di fantasia. Avrebbe potuto avere più successo dicendo, che so... “Riverserò, dai miei coglioni roventi, un torrente di lava infuocata dentro di te attraverso il mio vulcano in eruzione!” oppure “Straccerò la morbida seta della tua figa di donna mancata con la mia lama rovente fino a farti dimenticare chi sei!”...insomma cose meno scontate del suo piatto “ti piace il mio cazzo”, non trovate?

-Mi fa impazzire...

-Allora prendilo questo bel cazzo! Prendilo tutto fino alle palle!

Pfui.

Mi sbatte ancora per un po’, poi si sfila.

-Mettetemene uno più grosso! Voglio farla godere come merita, questa puttana!

Eccola là, lo sapevo. Comunque fino al quarto dovrei farcela senza troppi problemi, forse.
Le viene sostituito in corsa il cazzo di gomma con quello immediatamente superiore. Come a un pit-stop. Stavolta Melany oltre a lubrificare il dildo, aggiunge una seconda dose di gel direttamente nel mio culetto. Le sono grata.

Mi ha penetrata più lentamente, stavolta. Quantomeno non è del tutto invasata e irresponsabile. Ha fatto un po’ male quando è entrato, ma ho avuto il tempo di abituarmici e ora va piuttosto bene. Quello che però non va bene è che ha ripreso le sue litanie da romanzetto porno di quart’ordine.

-Lo senti com’è grosso il mio cazzone ora? Lo senti come ti sta aprendo tutta?

-OOOOHHHH...SIII...lo sento...lo sento che mi spacca in due...

Sto cercando almeno di dare un minimo di interpretazione a quello che vuol sentirsi dire da me.

-E a te piace essere spaccata in due da un bel cazzone vero? Non ne puoi fare a meno...è la tua natura di troia...

Non certo dal tuo, vecchia carampana. Vorrei tanto poterglielo dire una volta per tutte.

-OOHHH SIII...è bellissimo sentirmi spaccata in due dal tuo cazzone enorme...

-A te piacciono i cazzi enormi vero? Dillo! Fammelo sentire quanto ti piacciono!

-LI ADOOOROOO! ADORO UN CAZZO ENORME CHE MI SFONDA!!!

Oops! Ho esagerato con l’interpretazione, mi sa, e ho detto quello che non avrei dovuto!!!

-Aiutatemi a dare a questa vacca in calore quello che chiede! Mettetemi il cazzo di cavallo!!!

Un momento, aspè...io scherzavo, stavo solo interpretando una parte, non c’è mica bisogno di prendere tutto così alla lettera!

Sollevo la testa preoccupata per controllare se le stiano dando retta o meno. Luigi le ha già sganciato il dildo che aveva su e aspetta di ricevere dalle mani di Melany quello equino. Sono assolutamente certa che a questo punto la mia Dolce Signora interromperà i giochi.

-Eccolo qui.

Risponde laconica la mia Sadica Signora porgendo l’enorme dildo a Luigi che inizia ad agganciarlo alla cintura.

Cerco di guardare Melany negli occhi, ma evita il mio sguardo. Ma cazzo! E’ diventata matta?! Un attrezzo del genere potrei fooorse, e lasciatemi sottolineare bene il FORSE, tentare di prenderlo con molta calma e allenamento, magari con l’aiuto e la supervisione di una persona esperta e responsabile, questa inesperta pazza furiosa qui invece finirà per spaccarmici irreversibilmente il culo!!!

Mi agito sulla sedia ma sono legata bene e non riesco a liberarmi. Dovrei fottermene d’infrangere o meno le regole e urlare loro di lasciarmi andare. Una volta ancora dimostro di essere la scema che sono e invece di rifiutare chiudo gli occhi, mordo le labbra e mi lascio stoicamente andare incontro al mio destino.

Le mie gambe sono percorse da un tremito di paura, appese ai sostegni della poltrona, mentre sento l’enorme cappellona di cavallo strusciarmi contro la figa anale senza riuscire però a trovarne l’accesso.
E’ strano, perché a questo punto dovrei essere tra l’altro piuttosto ben dilatata e magari un pezzettino di punta dovrebbe aver già trovato la via, specie se spinto dentro con la forza che fin qui ha dimostrato di metterci Ivana. Mi decido a sollevare il capo e a controllare cosa diavolo stia accadendo.

Miss Universo ’78 è tutta rossa in viso e sbuffa come un mantice mentre spinge in avanti il bacino tentando di guidare il mostruoso dildo all’interno del mio già abbastanza abusato culo. Il sunnominato dildo invece si piega e si contorce come un’anguilla, sgusciando sempre via all’ultimo momento.
Realizzo che ciò è dovuto alla sua differente struttura rispetto ai precedenti due: quelli erano rigidi e bastava spingere per penetrare, questo, di materiale più morbido e flessibile, andrebbe invece messo dentro quasi a mano, da una persona molto più esperta di quanto sia Ivana.
Incrocio lo sguardo di Melany leggendovi un inequivocabile guizzo di divertimento per quanto sta accadendo e per la paura che mi sono presa.

Hai capito la STRONZA!?! Lo sapeva fin dall’inizio che la vecchia baldracca qui non sarebbe mai riuscita a usare quel dildo! Lo sapeva e ha lasciato che me la facessi praticamente addosso dalla paura, l’infame! Le lancio un’occhiata di fuoco nella quale riesce a leggere la mia raggiunta consapevolezza. Si gira per non mostrare agli altri che sta ridendo.

L’ha fatta sfogare ancora un po’ prima di farle toglierle il dildo assieme a tutta l’imbragatura. Ivana è rimasta visibilmente delusa, tanto che la mia Signora, magnanima, decide di consolarla.

-Avanti, Ivana, lascia stare questa inutile schiava e iniziamo a pensare alla vera cosa per cui sei qui stasera...

Così dicendo, la prende delicatamente per le spalle guidandola verso il centro della stanza. Luigi si affretta a sciogliere le cinghie che mi tengono legata alla poltrona e mi conduce accanto a loro.

Giunto alle spalle di Ivana, la aiuta a svestirsi completamente, sfilandole il body di pizzo. Rimane con indosso soltanto collanine e braccialetti, oltre agli onnipresenti zoccoletti, s’intende. La mia Burlona Signora vuole che faccia altrettanto con lei, per cui l’aiuto a liberarsi di tutto fino a rimanere completamente nuda. Devo proprio ammettere che è sempre uno spettacolo.

Anche Ivana ne sta ammirando il corpo perfetto, con evidente interesse. Il corpo di Ivana invece, una volta liberato dal corsetto in cui era inguainato, dimostra ancora di più gli impietosi effetti del tempo: I seni sono grandi e una volta dovevano essere generosi, ma ora sono cascanti, la pelle attorno alle areole è rovinata dalle smagliature e anche la pelle attorno ai fianchi è rilassata. Insomma...vestita, può ancora fare una certa figura, nuda è una vera frana. Specie se paragonata alla statuaria bellezza della Dea d’Ebano cui si trova di fronte.

Luigi le si inginocchia davanti dando inizio ad un appassionato cunnilinguo. Per non essere da meno, faccio altrettanto con la mia Signora dando il via ad un altrettanto appassionato pompino.

Il Pitone Nero della Padrona si erge ora in tutto il suo splendore, ne lecco avidamente l’asta, gli enormi testicoli, il glande scuro e lucido...Ho come l’impressione che questa serata inizi proprio a piacermi...

E invece no! Ho decisamente parlato troppo presto. Registro con la coda dell’occhio il corpo sfatto di Ivana disteso sul letto al centro della stanza, le gambe piegate e oscenamente spalancate, il suo sesso fradicio e luccicante. Luigi è inginocchiato ai piedi del letto.

In un lampo capisco tutto: la seconda cosa cui teneva tanto la vecchia baldracca era di farsi scopare da Melany! Tante storie per questa semplice verità: voleva Melany! Voleva la sua pelle di seta, i suoi seni scuri e meravigliosi, le sue labbra morbide, voleva le sue lunghe gambe sensuali, le sue lunghe dita eleganti e il suo meraviglioso enorme sesso! Voleva sentire tutto questo su di sé, attorno a sé, dentro di sé!

La guardo come fosse la strega vecchia e cattiva delle favole che cerca per sé il segreto dell’eterna giovinezza sottraendolo alla bella e giovane principessa innocente.

Me ne sono rimasta lì in piedi come imbambolata, mentre la mia Signora, dopo aver indossato un condom, si è chinata su di lei, tra le sue gambe spalancate, infilando il suo perfetto sesso d’ebano in quella figa oscena di vecchia. Luigi, in ginocchio accanto a me, mi tira giù, vuole che mi inginocchi dietro di lui. Non oppongo resistenza, con gli occhi che non riescono a staccarsi dal laido spettacolo cui sto assistendo mio malgrado.

Sono soffocata da una cieca gelosia nei confronti di Melany. E’ del tutto irrazionale lo so. So che mestiere fa Melany e sono io stessa a fissarle alle volte gli appuntamenti. So che scopa coi clienti e con i suoi amici e non so bene con chi altro. Scoperà con tutto il mondo, probabilmente, ma un conto è SAPERLO, un altro, totalmente differente, è VEDERLO accadere davanti ai propri occhi.

Dovrei essere temprata dai tanti anni trascorsi da cuckold e dalla gelosia provata per mia moglie quando ancora pensavo di essere uomo, ma questo è completamente diverso e non me ne so nemmeno spiegare il perché.

Rimaniamo ad osservare una scopata da manuale del sesso che farebbe impallidire l’autore del Kamasutra. Ivana si dimostra molto “vocale”, sottolineando con gemiti, urletti e risatine ogni singolo accadimento, a volte soffoca a stento vere e proprie urla di piacere. Ha orgasmi a ripetizione, durante i quali perlopiù supplica Melany di penetrarla più forte, più a lungo, più a fondo. Vorrei essere io tra le braccia di Melany al suo posto. E’ uno spettacolo che mi spezza il cuore. Mi sento irrimediabilmente scema.

Quasi non ho nemmeno realizzato che Luigi mi ha preso la mano e me l’ha portata al suo cazzo, facendosi masturbare da me per tutto il tempo. L’ho fatto meccanicamente, continuando a tenere gli occhi inchiodati al letto. Mi accorgo che ha schizzato solo quando me lo comunica a voce e mi blocca la mano, aggiungendo che se continuo a segarlo, come in effetti sto ancora facendo, finirò col fargli male.

***

E’ quasi mezzanotte, Luigi e la sua amica se ne sono andati già da un po’, dopo una rapida doccia. Melany è di là nel suo bagno e io sto tentando di dare una sommaria sistemata alla sala in compagnia delle mie tette dimezzate. Le pulizie a fondo le farò domani.
Provo rabbia più che altro nei confronti di me stessa, per essermi potuta affezionare così ad una persona cui non avrei mai dovuto affezionarmi. Affezionata al punto di stare male per una situazione come quella di stasera. Non sono affatto fiera di me.

La mia Signora mi raggiunge ancora avvolta nel suo accappatoio bianco. Ha i capelli bagnati che le si avvolgono in morbidi riccioli attorno al viso e a me sembra ancora più bella del solito. Distolgo lo sguardo da lei, continuando a raccattare cose da terra simulando ancor maggiore impegno nell’operazione. Voglio evitare che possa leggermi negli occhi come riesce sempre a fare.

Mi si avvicina stringendosi nell’accappatoio.

-E’ andata bene, no?

Mi fa con un sorriso. A mia volta, cerco di rivolgerne uno a lei, ma non mi viene altrettanto bene.

-Sei incazzata con me per via della storia del dildo? Ma lo sapevo benissimo che quella stupida non ci sarebbe mai riuscita! Devi scusarmi ma era davvero troppo divertente vedere la tua faccia...

Mi strappa un mezzo sorriso, ma non me la sento di parlare con lei e magari confidarle il vero motivo per cui mi sento giù. Mi viene ancora più vicino a mi costringe ad alzarmi e a guardarla negli occhi. Provo a rivolgere lo sguardo altrove, dato che mi impedisce i movimenti del collo tenendomi fermo il mento con le dita.
Dopo qualche secondo mi arrendo e la guardo anch’io negli occhi.

-Cosa c’è che non va? Intendi dirmelo o vogliamo andare avanti così per molto?

La sua voce è calda, quasi tenera. Sembra addirittura un po' preoccupata per me.

Dichiaro la mia resa incondizionata e mi lascio scappare due semplici parole, assieme a un sospiro.

-Sono gelosa.

-Gelosa? E di chi?

Non è una domanda retorica la sua, è evidente che non ha idea di cosa stia parlando.

-Di te, Melany.

Rimane a guardarmi per qualche secondo, giusto il tempo di realizzare quello che ha appena sentito uscire dalle mie labbra, poi si stacca da me, scuote la testa e se ne va di là.

Ecco fatto. Ho rotto il giocattolo. Non sono riuscita a tenermelo per me e sono uscita dai ruoli, mettendola in imbarazzo. Degna conclusione di una serata di merda.

Immagino che ora non mi vorrà più qui con sé e che me ne dovrò tornare a casa mia, sola soletta. In fondo me lo merito. Se mi comporto come una quindicenne alle prime esperienze amorose, con chi me la dovrei prendere se non con me stessa? No, ribadisco di non sentirmi affatto fiera di me.

***

Ho lasciato tutto come stava e sono andata a farmi una doccia anch’io. Magari mi schiarirà le idee. Uscita dalla doccia però mi accorgo che non c’è nulla con cui asciugarmi...cretina che sono... ho messo io stessa gli accappatoi usati da Luigi e dalla sua amica in lavatrice poco fa. Avrei dovuto ricordarmene e prenderne uno pulito prima di entrare in bagno. C’è ben poco da fare: cerco di sgocciolare il più possibile sul tappetino del bagno prima di farlo invece per tutta casa, poi esco dal bagno in corridoio.

Faccio quasi un salto di spavento nel ritrovarmi di fronte Melany. Era fuori dalla porta del bagno che mi aspettava. Tutte le luci di casa sono spente e distinguo solo il chiarore dell’accappatoio che indossa.

-Scommetto che hai dimenticato qualcosa...

La sua voce non è quella di una persona incazzata, però. Anzi...mi sembra piuttosto quella di una persona divertita.

-...un accappatoio, forse? Beh...non ce ne sono più, di puliti. Prendi questo...

I miei occhi si sono già abituati all’oscurità, così posso distinguere Melany uscire dall’accappatoio rimanendo nuda, come sono io, in mezzo al corridoio.
La mia capacità di reazione è azzerata.

-Allora? Che fai, non lo prendi? Bagnerai dappertutto...

Con un movimento da torero fa volteggiare l’accappatoio attorno alle mie spalle e mi attira a sé in un abbraccio che profuma di bagnoschiuma al cocco, incollando le labbra alle mie.

Maledizione! Ma cosa crede? Di potermi trattare come una specie di giocattolo, farmi sgobbare per lei come una serva, rivolgendomi a malapena la parola per giorni, per poi costringermi a guardarla scopare le clienti facendomi venire il mal di fegato e alla fine, come se niente fosse, venire da me e rabbonirmi con quattro moine?? Ma stavolta non attacca, cara mia! Stavolta non mi freghi...ho una dignità anch’io, eccheccazzo!

Dopo un tempo imprecisato interrompe il bacio per sussurrarmi all’orecchio.

-Ho pensato che staresti più comoda se stanotte dormissi nel mio letto... il tuo sembra così piccolo e scomodo per due persone.

Ok, mi ha fregato. La mia dignità può aspettare.

Sento l’accappatoio scivolarmi dalle spalle e cadere in terra.

Dopo qualche istante è l’unica cosa che rimane di noi in corridoio.
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Posted by CagedSissyCuck 3 months ago  |  Categories: BDSM, Fetish, Shemales  |  
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Quando ero fidanzato - prima parte

Le esperienze vissute negli anni con i miei genitori hanno fatto si che crescessi in maniera consapevole che la vita ci riserva sorprese ad ogni angolo di strada. Indubbiamente ho vissuto sempre il sesso come la cosa più bella che possa es****re, specie se fatto con le persone alle quali tieni di più. Ma se l’amore della tua vita non è presente non significa che non bisogna cogliere al volo le occasione: come dice il saggio “ogni lasciata è persa”. Fu così che un’estate ero senza la mia ragazza che era andata al mare per tutto il mese di agosto con sua madre e la sorella. Il padre, che gestiva un negozio, le raggiungeva il sabato mattina per poi ritornarsene la domenica sera. A sua detta quello era il mese migliore in quanto tutti gli altri negozi erano chiusi per ferie e i suoi clienti aumentavano. Ogni tanto andavo nel negozio per aiutarlo o fargli compagnia, ma principalmente perché non avevo un cazzo da fare in quanto i miei amici erano tutti in villeggiatura ed io già c’ero stato con i miei nel mese di luglio. Era una persona piuttosto simpatica e pronta alla battuta, anche se era piuttosto rigido sotto l’aspetto morale. Spesso rimanevo al negozio fino alla chiusura serale in quanto in zona c’erano diversi cinema a luci rosse ed io ne approfittavo per farci una capatina. Anche se in effetti non potevo accederci per l’età, all’epoca bastava dare una piccola mancia alla maschera per fargli chiudere un occhio, anzi, entrambi. Fu così che una sera come al solito salutai mio suocero aiutandolo ad abbassare la serranda e mi avviai verso uno dei cinema. Ormai la maschera mi conosceva abbastanza bene e a volte mi diceva anche se valeva la pena di entrare oppure no. Come al solito mi accomodai in una fila di poltrone in fondo a tutto in modo da avere sott’occhi tutta la sala. In effetti più che i films mi piaceva guardare le persone che cercavano di fare sesso con altri sconosciuti. Quella sera il cinema era piuttosto vuoto: un paio di persone sedute vicine alcune file più avanti, un altro paio dal lato opposto e tre o quattro anime in pena che girovagavano in cerca di compagnia. Dopo un po’ iniziai a seguire con attenzione il film rigorosamente con una trama praticamente inesistente, anche se con scene molto molto arrapanti. Dopo qualche minuto avvertii che era entrato un altro spettatore che superando la fila di poltrone dove stavo io, si avviò verso il centro della sala. In un primo momento non feci caso a lui, ma poi, guardandolo da dietro, mi resi conto che lo conoscevo: Cazzo!! Era mio suocero. Senza pensarci su neanche una volta mi alzai di s**tto e scappai via dalla sala. Quando la maschera mi vide, capì subito che qualcosa non andava e preoccupato:
- Ragazzo, che c’è? Qualcuno ti ha dato fastidio?
- No no, è che credo di conoscere la persona che è entrata adesso
- Chi quello? Viene abbastanza spesso
- Veramente? Questo non me lo aspettavo proprio
- Ma tu come lo conosci? Non farai casino vero? Se ti beccano qui io passo un guaio.
- No, non si preoccupi, anzi ora me ne vado prima che mi scopra
- Bene, anche se…
- Anche se cosa?
- Anche se ti scopre cosa vuoi che faccia? Tanto è qui per lo stesso tuo motivo e anche…
- Anche? Cosa mi vuole dire?
- Voglio dire che se v’incontrate qui dentro ha più lui da perdere che tu
- Non capisco cosa vuole dire
- Io non posso dire di più. Se vuoi vai dentro e scoprilo da solo
- E se mi becca?
- Ti assicuro che se ti becca sarà lui a pregarti di non dire niente che lo hai incontrato qui
Quelle parole mi misero addosso una curiosità indescrivibile, al punto che decisi di rientrare, ma facendo bene attenzione a non farmi vedere da mio suocero. Nella mia mente pensavo che il caro paparino della mia ragazza faceva tanto il moralista ma sotto sotto anche lui era appassionato del sesso. Con circospezione mi guardai in giro rimanendo un po’ dietro il tendone che separava la sala dall’ingresso. Aspettai che gli occhi si riabituassero e iniziai a guardare in giro. Immediatamente lo riconobbi seduto verso il centro. Trascorsero alcuni minuti senza che accadesse nulla di particolare e nel frattempo iniziai a pensare che tutto sommato era entrato in quel cinema tanto per svagarsi un pochino. Anche lui ne aveva diritto. Ma poi ricordai che la maschera mi aveva detto che era un cliente abituale e quindi l’ipotesi dello svago occasionale non era valida. Andai a sedermi come al solito all’inizio della sala. Quello era un posto che mi aveva consigliato la maschera in quanto difficilmente qualcuno mi poteva dare fastidio stando troppo vicino all’ingresso. Trascorsero altri minuti durante i quali, sempre prestando attenzione a mio suocero, fui preso nuovamente dal film. Ad un certo punto mi accorsi che un altro tizio si era seduto sulla poltrona vicina a lui. Quando qualcuno si sedeva vicino ad un altro era il chiaro segnale che aveva intenzione di farci sesso in un modo o in un altro, quindi pensai che mio suocero sicuramente si sarebbe alzato o quanto meno avrebbe detto al tizio di cambiare posto. Del resto lui si era sempre dichiarato contro il mondo non eterosessuale. Invece fui sorpreso dal fato che non accadeva proprio nulla. Anzi, dopo un po’ il tizio gli mise il suo braccio sulle spalle. Mio suocero non sembrava per niente protestare. I secondi che trascorsero furono veramente pochi perché subito vidi che la testa del padre della mia ragazza si abbassava in direzione delle gambe del tizio vicino. Porca miseria! Ma gli sta facendo un pompino! In quegli attimi nella mia mente furono formulati mille pensieri e tra le altre cose mi ritrovai il cazzo, già duro per il film, che quasi mi scoppiava. Decisi di andare ad accertarmi di quello che stava accadendo. Succedeva quel che succedeva. Così mi alzai e andai a sedermi proprio dietro di loro. Come mi sedetti il tizio che si stava godendo il pompino di mio suocero mi guardò negli occhi come ad invitarmi a guardare ancora meglio, così allungando la testa potei chiaramente vedere mio suocero con il cazzo in bocca che succhiava avidamente. Al tizio bastarono pochi secondi ancora che sborrò, ma mio suocero sembrava non avere intenzione di smettere, al punto che fu l’altro a doversi staccare. Non sputò nemmeno. Quando rialzò la testa il tizio gli disse sottovoce che aveva goduto molto anche perché c’era uno spettatore. Mio suocero si girò verso di me per capire e in quell’istante scommetto che sarebbe voluto sprofondare negli inferi. Rimase con la sborra in gola senza neanche riuscire ad ingoiarla, così, tutto rosso in viso e senza riuscire neanche a respirare. Gli feci un sorriso sornione e scappai via senza dargli il tempo di reagire.
Quando tornai a casa avrei voluto raccontare tutto ai miei genitori, ma nonostante la nostra libertà sessuale fosse totale, i miei non volevano che frequentassi certi posti da solo in quanto li ritenevano poco puliti e anche pericolosi. E certamente non potevo neanche dire che ormai ero amico della maschera. Decisi quindi di tenermi tutto per me. Trascorsi alcune ore senza riuscire a dormire, cercando il modo di come trarre vantaggio dalla mia scoperta.
Il mattino successivo dissi a mamma che sarei andato al negozio ma che non sarei tornato per pranzo in quanto lui aveva bisogno di aiuto per sistemare alcune cose. Con la scusa di non sporcarmi presi alcuni pantaloncini che usavo alcuni anni prima. Ormai mi andavano piuttosto stretti e indossati senza slip mettevano molto in risalto le mie forme. Alle 11 circa varcai la soglia del negozio. Lui era lì che evidentemente mi aspettava e senza neanche salutarmi:
- Cos’hai intenzione di fare adesso? Vuoi sputtanarmi?
- Assolutamente no. Perché mai?
- Vuoi dire che non hai intenzione di spifferare quello che hai visto ieri?
- Ho già detto di no. Poi del resto credo che ognuno sia libero di fare ciò che vuole senza doverne dare conto alla gente. Certo che….
- “Certo che”?
- Certo che a quanto pare le persone predicano bene ma razzolano male
- Potrei dire anche io la stessa cosa di te. Del resto anche tu eri lì
Mio suocero si era messo sulla difensiva, anzi, addirittura sembrava voler attaccare, ma io lo stoppai immediatamente.
- Caro suocero, anzi, caro Alberto, una cosa è godersi un film porno e una cosa e sbocchinare un altro uomo
- Come ti permetti? Insolente che non sei altro
- Stai calmo, non ho nessuna intenzione di fare la guerra e poi non mi sembra che tu stia nella situazione da poter dettare legge
Mio suocero chinò il capo come un condannato a morte al patibolo.
- Veramente non hai intenzione di dire nulla?
- Si, non preoccuparti. Non dirò nulla a nessuno
Le mie parole lo rincuorarono. Riprese colore e respiro.
- Ora telefono al bar e ci facciamo portare qualcosa da bere. Cosa vuoi?
- Visa l’ora un aperitivo andrebbe bene, grazie.
Trascorremmo il restante tempo prima della chiusura pomeridiana senza fare il minimo accenno a ciò che era successo. Quando abbassammo la serranda lui mi disse:
- Senti Mario, io credo che comunque dovremmo parlare di ciò che hai visto ieri, che ne dici di venire a mangiare qualcosa mentre ne discutiamo.
- Per me non c’è problema Alberto, se ti va di parlare facciamolo pure
Ci avviammo insieme verso casa sua che era a due minuti dal negozio. Quando fummo sopra gli chiesi se potevo farmi una doccia veloce visto il caldo che faceva. Logicamente non ebbe nulla in contrario.
- Per fortuna nel borsello ho sempre un paio di pantaloncini. Non si può mai sapere
Mi guardò con aria stranita. Certo non era normale che si andasse in giro con dei pantaloncini nel borsello. Comunque non disse nulla ed io andai nel bagno a farmi la doccia. Quando uscii prestai bene attenzione a non asciugarmi le parti basse, in modo che indossando i leggerissimi e aderentissimi pantaloncini, questi prendessero bene le mie forme. Avevo già il cazzo barzotto. Quando entrai in cucina trovai già pronto da mangiare.
- Siediti al po….
Guardandomi rimase nuovamente senza fiato
- Ehmmm , siediti al posto di Maria
Avevo fatto effetto
Durante il pranzo vidi che mio suocero aveva tutte le buone intenzioni di discutere del fattaccio ma non ne trovava il coraggio, così fui io ad iniziare.
- Volevi dirmi qualcosa in merito a ieri sera?
- Si… si volevo parlartene
- Dimmi pure
- Ecco io volevo dirti che a volte ci si ritrova in situazioni strane: la lontananza di mia moglie, lo stare da solo…
- Senti una cosa, facciamo un patto
- Si dimmi
- Io so benissimo che sei un frequentatore abituale di quel cinema e di conseguenza so anche il motivo per il quale ci vai. Quindi non iniziare a tirare fuori scuse strane perché sono inutili. Ammetti solo che è una cosa che ti piace e facciamola finita.
- Mi stai spiazzando. Cosa vuoi che ti dica?
- Dimmi solo che ti piacciono i cazzi. Io non ci trovo nulla di male
- Ma che dici? Veramente trovi che non ci sia nulla di male?
- Assolutamente no. Te l’ho detto: ognuno è libero di fare ciò che ritiene più opportuno fare senza darne conto a nessuno. Però me lo devi dire
- Ok, va bene. Si, mi piacciono i cazzi.
- Finalmente ti sei deciso.
- Ora però scommetto che ti faccio schifo
- Perché ti piacciono i cazzi? Ma per niente. ognuno ha i suoi gusti particolari. Anche io ne ho
- Cosa?
- Di gusti particolari
- Cosa intendi?
- Per esempio mi piacciono le fesse mature
- Cacchio, usi un linguaggio piuttosto esplicito
- Si, credo sia meglio visto l’argomento
- Ok
- Hai detto che ti piacciono le fesse mature, ne hai viste molte?
- Non tante quante ne vorrei aver visto. E a te? La fica piace? O ultimamente ti dedichi solo ai cazzi?
- No no, mi piace. Eccome!
Nel frattempo avevamo finito di mangiare ed io mi alzai mettendo in mostra il mio pacco già evidentissimo per fatti suoi. Mio suocero guardandomi fu costretto a deglutire.
- Ma tu vai spesso in quel cinema?
- Almeno una volta a settimana, ma io ci vado per guardare il film
- Si si, ne sono sicuro
Era evidente che l’aria iniziava a diventare ardente e mio suocero iniziava ad eccitarsi con quei discorsi e con la vista del mio corpo.
- E dimmi, cosa ti piace di più guardare?
- In genere preferisco quando ci sono donne mature che magari si fanno chiavare da ragazzi con il marito che guarda. È molto bello
- Si è vero, è una cosa molto eccitante
- Piace anche a te?
- Si
- Come nel film che hanno dato la settimana scorsa dove il marito si masturba mentre la moglie viene chiavata da un ragazzo?
- … si
- Sei proprio un bel porcone
- E si, devo ammetterlo
- Ma ti piace solo vederlo nei films o è una tua fantasia?
- Cosa vuoi dire?
- Ti piacerebbe ass****re mentre tua moglie viene chiavata?
- Ma cosa dici? Ma no
- Non ci troverei nulla di male. Anzi, visto che ci siamo ti dico la fica matura che vorrei tanto vedere
- Quale?
- Quella di tua moglie
Altri attimi senza respirare
- E… e vuoi dire che te la…
- Si, me la chiaverei molto volentieri
- Scusami, ho bisogno di bere un goccio d’acqua.
- Io nel frattempo vado sul divano e ti aspetto, così siamo più comodi.
Dopo un attimo Alberto mi raggiunse accomodandosi in poltrona di fronte a me.
- Ma tu non senti caldo con la camicia e i pantaloni? Io stò solo con i pantaloncini e già sono tutto sudato.
- Hai ragione. Ora mi metto anche io in pantaloncini. Torno subito
Dopo un paio di minuti ritornò indossando solo un paio di pantaloncini e a torso nudo come me. Aveva un po’ di pancetta, ma tutto sommato non era niente male.
- Dicevamo?
- Dicevo che mi chiaverei molto volentieri tua moglie in tua presenza.
- È una dichiarazione forte
- Si, ma sincera
- Ma com’è possibile che ad un ragazzo come te possa interessare mia moglie
- Perché a volte me la immagino nuda e mi si indurisce subito il cazzo.
- Mmm capisco.
- Sai, una volta l’ho spiata anche nel bagno
- Ah. La cosa mi dovrebbe fare incazzare
- E invece ti eccita. Giusto?
- Si hai ragione. Immaginarti a spiarla mi fa eccitare. Ti piacerebbe ora?
- Ora cosa?
- Ti piacerebbe guardarla ora?
- Certo che mi piacerebbe, ma purtroppo non c’è
- Aspetta un attimo
Mi suocero si alzò e si avviò verso uno sgabuzzino. Lo sentii prendere una scala. Dopo un minuto ritornò con in mano una s**tola.
- Cos’hai lì dentro?
- Visto che ormai siamo in confidenza ti voglio fare vedere delle foto
- Che foto?
- Foto che ho fatto a mia moglie
- Nuda?
- Si anche
Questa volta fui io a rimanere senza parole.
- Lei però non ne sa niente. le ho s**ttate mentre dormiva
- E quando le hai portate a sviluppare? il tizio del negozio di foto non ha detto nulla?
- Ehm, è un mio amico
- Amico! Capisco
Si risedette in poltrona e iniziò a tirare fuori dalla s**tole delle foto porgendomele. La prima era di mia suocera nel bagno con le tette al vento evidentemente ripresa di nascosto.
- Accidenti che zizze!
- Ti piacciono?
- E me lo chiedi? Sono magnifiche
La sua e la mia eccitazione saliva in maniera esponenziale al punto da non poter fare a meno di toccarci da sopra i pantaloncini. La seconda foto la ritraeva completamente nuda mentre dormiva. Un’altra era a cosce completamente aperte a letto e senza mutande
- Mi stai facendo arrapare. Tua moglie mi fa impazzire
- A me fa impazzire che tu la possa guardare
Dopo avermi fatto vedere una quindicina di foto che ritraevano la cara suocera in varie pose, rimise il tutto nella s**tola e fece per andare a riporla.
- Ma scusa, non mi sembrava che fossero finite
- No no, ti assicuro che erano proprio finite
Un rossore improvviso mi fece capire che mentiva
- Senti, ormai non credo che tra di noi ci debbano essere altri segreti. Penso che ormai…
- Ma tu non sai tutto di me
- Certo che non so tutto, ma proprio per il fatto che so alcune cose non vedo perché tu me le debba nascondere
- Sei sicuro di quello che dici? Non è che poi t’incazzi?
- M’incazzo? E perché mai dovrei incazzarmi?
- Come vuoi, però non dire che non ti avevo avvisato
- Mi stai facendo morire di curiosità. Che cazzo altro hai lì dentro?
Mio suocero allora mi porse tutta la s**tola
- Ecco, guarda tu stesso
Erano tutte foto. Iniziai a guardarle una per una. Le prime erano di mia suocera, altre erano sue fatte evidentemente con l’autos**tto in pose alquanto oscene ma molto eccitanti e dopo… Oh santo cazzo! Ma quella era Maria, la mia ragazza. Ed era completamente nuda ripresa di nascosto.
- Ma sei veramente un porco. Questa è tua figlia
- Si è lei. Ora t’incazzi?
- Ma per niente, anzi, la cosa mi eccita molto
- Quindi anche a te piace che qualcuno guardi la tua ragazza.
- Certamente che mi piace. Spesso la porto a pomiciare proprio dove ci sono i guardoni
- E sarei io il porco?
- Ma quante cazzo ne hai fatte
- Aspetta a parlare.
- Che vuoi dire
- Voglio dire che la sorpresa non è ancora arrivata
Continuando a tirare fuori le foto mi resi conto che ritraevano Maria nuda in età sempre più giovane, fino ad arrivare a quando poteva avere più o meno l’età della prima comunione.
- Ma tu sei un pazzo a tenere queste foto.
- Si sono pazzo, lo so
- Ma ti eccitavi a fotografarla?
- Non solo
- E cos’altro facevi?
- La spiavo in continuazione, ogni volta che andava nel bagno, ogni volta che si spogliava e quando ero solo in casa e lei dormiva mi ci masturbavo addosso
- Ora mi hai fatto proprio arrapare maledettamente.
- Perché non te lo tiri fuori?
- Ah il porco! Vuoi vedere il mio cazzo vero?
- Si voglio vederlo
- Ti accontento
Mi alzai e lentamente mi sfilai i pantaloncini facendo rimbalzare il cazzo come una fionda. Era durissimo
- Ti piace?
- Mmmm bellissimo, mi piace molto. Credo che mia figlia ci si diverta molto. Te la chiavi?
- Certo che me la chiavo. Principalmente mi piace metterglielo nel buco del culo
- Mi fai impazzire. E a lei piace?
- Piace? Ne va matta. Se non ha la sua dose di cazzo nel culo non è contenta
- Mmmm e… dimmi.. cosa fate
- Sei un porcone matricolato. Scommetto che ti piacerebbe anche guardare tua figlia mentre chiava
- Siiiiiiiiiii
- Mi piace sborrarle in bocca e poi baciarla
- Come?
- Si, hai sentito bene, mi piace baciarla quando ha la mia sborra in bocca
- Ma allora anche a te piace la…
- Se mi sbocchini prima di farti ingoiare la mia sborra ti ficco la lingua in gola
Quelle parole furono come uno “start” per mio suocero. Si tuffò su di me e mi prese il cazzo in bocca succhiandolo avidamente. Ero talmente arrapato che dopo pochissimo gli riempii la bocca del mio sperma. Non ne lasciò uscire neanche una goccia. Quando ebbe finito si staccò dal mio cazzo e mi guardò come per invitarmi a baciarlo. In un attimo la mia lingua era avvinghiata alla sua, tra la saliva e il mio stesso sperma.
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Posted by pensolibero 2 years ago  |  Categories: Gay Male, Mature, Taboo  |  
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I ragazzi Marchi

Sarebbe stato impossibile ignorare i ragazzi Marchi. I due fratelli vivevano dall’altra parte della strada. Ambedue erano relativamente piccoli, ma solidi per la loro età, con grosse spalle e pettorali, addominali scolpiti ed arrotondati, bicipiti venati. I loro culi erano rotondi e sodi.
Io ero allenatore di lotta e quei ragazzi erano fatti per la lotta. Potete immaginare il mio piacere quando il loro padre mi avvicinò per chiedermi di prenderli nella squadra. Marco era una versione più anziana dei figli. Massiccio, capelli neri corti, occhi blu ed un timido sorriso. Era stato lottatore ai tempi del liceo e dell'università ed evidentemente aveva continuato con gli allenamenti.
I ragazzi erano molto amichevoli e non timidi, quasi immediatamente mi chiesero se potevano usare la mia piscina ed io diedi il permesso.
Come al solito stavo facendo il mio allenamento mattutino in piscina quando i ragazzi arrivarono per la loro nuotata quotidiana. Dovendo interrompere la mia routine, dissi loro di entrare attraverso il cancello laterale. Sembravano affascinati dalla protuberanza nel mio costume da bagno. Mentre parlavamo, era duro per i due fratelli tenere a lungo gli occhi al di sopra della mia vita.
Normalmente i fratelli arrivavano, salutavano e poi si spogliavano fino agli speedo. Facevano delle vasche come parte della loro preparazione alla stagione di lotta. Un giorno mentre mi stavo allenando sulla panca, notai che la piscina era terribilmente quieta. Girai la testa per vedere cosa stavano facendo i ragazzi.
Marco stava nella piscina, appoggiato ad un bordo e mi guardava intensamente. I suoi occhi erano piantati sul mio inguine mentre io appoggiavo la testa alla sbarra. Michele stava direttamente dietro a suo fratello, le sue braccia avvolgevano affettuosamente le spalle nerborute del fratello maggiore. Dal movimento dell'acqua sospettai che lui stava appoggiato delicatamente al culo sodo del fratello.
Il mio uccello cominciò ad indurirsi nei pantaloncini di lycra. Mi alzai ed aggiunsi altri pesi alla sbarra. I ragazzi furono ancora paralizzati dalla protuberanza nei miei pantaloncini. “Avrò bisogno di aiuto.” Dissi loro. “Uno di voi ragazzi mi dà una mano?” Michele aveva smesso di spingere contro il culo di suo fratello e Marco si era girato verso di lui. Dopo una breve discussione Marco uscì dalla piscina e venne verso di me mentre Michele continuava a guardare dall'acqua.
Il ragazzo era pronto ad afferrare la sbarra se necessario. Il mio vero obiettivo era far uscire il cazzo del ragazzo dai suoi speedos e farlo entrare nel mio culo. Feci due set di dieci alzate e poi mi fermai. Mentre pompavo il peso avevo notato che Marco stava avendo una rispettabile erezione nel costume. Finii il terzo set di alzate ed una volta lasciata la sbarra, allungai le mani sopra la testa ed afferrai l'inguine del ragazzo.
“Sembri piuttosto interessato al mio uccello, figliolo. Vuoi vedere di più?”
Marco spinse contro la mia mano che lo esplorava. “Sì, signore. Mi piacerebbe.”
Mi tirai giù il costume e liberai il pene eretto e lo scroto gonfio. La carne del ragazzo ora era completamente eretta e spuntava dalla cintura del costume. Vedevo con piacere che suo papà aveva optato per lasciarlo intonso.
Mi tolsi il costume e lo posai accanto alla panca. Michele era a pochi metri da noi con gli speedos intorno alle caviglie e si stava vigorosamente masturbando il grosso cazzo. Mentre avanzava verso di noi con l’uccello in mano, io tirai il costume di Marco alle sue caviglie . Lui ne uscì, io misi una mano intorno alle spalle dei due ragazzi tirandoli a me in modo che i nostri peni si strofinassero insieme.
Michele si rivolse al fratello con un sorriso di accordo: “Vedi, te l’avevo detto che era veramente grosso! È anche più grosso di quello di papà!” L'ultima frase attirò la mia attenzione.
“Avete visto vostro papà con un’erezione?” Chiesi.
Marco sparò al fratello più giovane un'occhiata di avvertimento, ma Michele non la percepì. “Sicuro, che l'abbiamo visto! L'abbiamo toccato. L‘abbiamo anche assaggiato.”
Mi rivolsi a Marco che ora stava carezzando con esitazione la mia verga dura.
“Così voi ragazzi l'avete fatto con vostro papà?”
“Sì, ci siamo masturbati l'un l'altro, succhiati l'un l'altro, e poi papà ha inculato mee Michele. Lui dice che gli uomini lo fanno quando sono arrapati e non c’è della figa intorno.” Rispose Marco.
Io ero vicino a sparare. Tolsi delicatamente la mano di Marco dal mio palo che sbavava. “E’ vero, ragazzi. Quello è ciò che fanno molti uomini quando hanno bisogno di scaricarsi. Infatti è quello che noi dovremmo fare adesso, non credete?”
I due ragazzi accennarono col capo e sorrisero. Io avevo un'idea. Guardando Michele gli chiesi: “E tui? Hai fottuto Marco o tuo papà?”
“Io sono il più giovane, io devo essere la topa.”
Presi la rigida erezione di seta del ragazzo. “Ti piacerebbe incularmi?”
Gli occhi di Michele si accesero. “Sicuro!” Sorrise. “Per davvero? Mi piacerebbe!” Io afferrai l’erezione di Marco con l’altra mano. “Vi piacerebbe incularmi contemporaneamente?”
Sembrarono scioccati. Questo era qualche cosa che evidentemente non avevano mai fatto col loro papà. “Possiamo farlo?” Chiese a Marco. “Voglio dire, è fisicamente possibile?”
“Sicuro!” Risposi. “Voi ragazzi vi sdraiate sull'erba sula schiena, cazzo a cazzo. Fatemi prendere del lubrificante e vi mostrerò come.”
Lasciai i fratelli arrapati per prendere del gel lubrificante. Quando ritornai in cortile Marco e Michele erano sdraiati sullo spesso morbido tappeto erboso della piscina, i loro culi e scroti erano pigiati l'uno contro l'altro. Presi due manciate di gel dalla lattina e cominciai a lubrificare l’uccello rigido di ogni ragazzo. Poi ne spinsi un po' nel mio buco del culo e mi misi coi piedi ai lati delle cosce allacciate dei ragazzi.
Mentre mi accosciavo tenevo insieme i due cazzi rigidi per formarne un grosso pene e pigiai le teste contro il mio buco del culo. Mi spinsi verso il basso costringendo le loro cappelle a passare il mio sfintere e penetrare nel mio culo affamato. Sentii un bruciore momentaneo quando l’anello del mio culo si tese per accogliere il duplice cazzo, poi una sensazione di pienezza e beatitudine
quando la doppia asta scivolò oltre la prostata per riempire completamente il mio buco.
Con la faccia verso Michele cominciai ad incularmi sugli uccelli dei ragazzi mentre prendevo i morbidi capezzoli eretti del bel ragazzo, stringendoli e tirandoli con le dita, facendogli inarcare la schiena e chiudere gli occhi per il piacere.
Continuai a rimbalzare su e giù sul duplice cazzo mentre Michele cominciava a carezzare la mia erezione enorme. Marco cominciò a fottere ardentemente il mio culo, spingendo in su quando io mi accosciavo completamente giù e tirandosi indietro quando alzavo il sedere.
Ci vollero solo pochi minuti prima che Michele cominciasse a gemere e lanciasse un consistente ruscello di sperma dentro di me rivestendo di sborra il cazzo di suo fratello che aveva cominciato a vuotare il suo carico nel mio intestino. Sostituii la mano del fratello minore sul mio uccello con la mia e schizzai il bianco liquido bollente sulla sua faccia ed il suo torace.
Mi tolsi lentamente dagli uccelli colanti dei ragazzi e sentii il mio buco spasimare per il vuoto creatosi, ansioso di essere riempito di nuovo. I ragazzi rimasero sdraiati sull'erba dalla piscina ansimando. Michele si passò una mano sulla faccia coperta di sperma e si succhiò la mia sborra dalle dita.
Mentre ci pulivamo e vestivamo, Marco sembrava piuttosto preoccupato; gli chiesi cosa c’era che non andava. “Non abbiamo mai fatto sesso con qualcuno che non fosse papà. Non voglio nasconderglielo, ma non so come dirglielo.”
Gli strinsi affettuosamente la spalla soda. “Non preoccuparti, ci penserò io, fammi chiamare da tuo papà stasera, digli che voglio parlargli per prendervi nella squadra di lotta.”
Carlo chiamò quella sera, gli dissi che volevo parlargli dei suoi figli e l'invitai a cena per la sera seguente. Piuttosto di malavogliai accettò ed offrì di portare del vino. La sera dopo all’ora precisa lui era alla mia porta. Gli diedi la mano, lo feci entrare ed accomodare sul divano mentre stappavo il vino.
Quando ritornai in soggiorno mi sedetti vicino al bel papà. Lasciai che la mia gamba pigiasse leggermente contro il suo ginocchio e la sensazione iniziò a far crescere l’uccello nei miei pantaloncini.
Carlo sembrava nervoso e pensai fosse per cercare un soggetto di conversazione. “Prima di tutto volevo dirti che penso che i tuoi ragazzi non avranno problemi di integrazione nella squadra.” La faccia di Carlo si accese e sembrò si rilassasse un po’. “Sono forti, veloci e, cosa più importantemente, sono abili. Penso che diventeranno dei bravi lottatori.”
Carlo continuò a sorridere. “Speravo che lo dicessi.” Mi spiegò.“Come forse ti avrò detto io facevo lotta al liceo ed all'università.”
Misi una mano sul suo avambraccio muscoloso. “Sembra che continui ad allenarti.” Mossi la mano dal braccio dell'uomo ai suoi bicipiti massicci e strinsi delicatamente il muscolo duro come pietra. “Fai ancora lotta?” Carlo sembrò deluso. “No, da anni. Ho paura di essere arrugginito. Vado in palestra, ma non c'è nessuno con cui allenarmi.”
Spinsi con più forza la mia gamba contro la sua. “Che ne diresti di un piccolo ripasso? Ho la stuoia nella camera degli ospiti. Potremmo fare un piccolo match prima di cena.”
Carlo sembrò un po’ combattuto. Si leccò le labbra mentre pensava alla mia offerta. “Forse un'altra volta, ho indosso solo gli shorts.” Spiegò. Capii che lo voleva quanto me.
“Ho dei vecchi pantaloncini da lotta che dovrebbero andarti bene.” Offrii. “Dai! Sarà divertente!”
Quando mi alzai era ovvio a tutti e due che il mio dick era completamente eretto e pronto per l’azione. Incapace di res****re il mio vicino di casa si alzò ed accennò col capo. Indicando la strada lo guidai nella mia camera da letto.
Presi un paio di pantaloncini da lotta dal mio armadio e glieli gettai. Girandomi la schiena scivolò fuori dei suoi vestiti e indossò gli stretti shorts di lycra dandomi un'eccellente prospettiva del suo bel sedere muscoloso. Io scivolai nei miei a mala pena capaci di stringere la mia erezione nella borsa generosamente proporzionata. Carlo si girò ed arrossì mentre guardava in giù al suo cazzo rigido chiaramente delineato dal lycra. “Bene.” Disse alzando le spalle. “Credo di essere pronto.”
‘Sicuro che lo sei!’ Pensai mentre mostravo a Carlo la mia stanza di lotta. “Sopra o sotto?” Chiesi.
“Sotto, credo.” Rispose. Carlo si mise a quattro zampe ed io mi inginocchiai accanto a lui, una mano sul suo braccio, l'altra intorno al suo torace massiccio.
Anche con le mie braccio lunghe non riuscivo a trovare una presa comoda. L’uomo poteva essere arrugginito, ma era grosso e sodo. Non sarebbe stato facile.
Al tre tentai di girarlo sopra la schiena, ma lui si lasciò cadere sopra la pancia ed abbracciò la stuoia. Io precipitai sopra di lui. Pigiando il mio torace contro la sua larga schiena, provai a mettergli le mani sotto il torace mentre gli afferravo le cosce tra le mie gambe.
I miei sforzi diedero luogo al posizionare il mio cazzo eretto tra i suoi glutei carnosi. Quando lottò, i suoi muscoli del culo si strinsero spremendoci in mezzo il mio uccello, Carlo rispose spingendo il suo sedere contro il mio cazzo.
Feci scivolare rapidamente le mie mani sotto la sua pelvi afferrando il suo pene con la destra. Sorpreso, Carlo alzò a sufficienza le anche per farmi fare leva e girarlo sopra la schiena. Io piantai il mio culo contro il suo inguine. Il cazzo di Carlo si seppellì nelle profondità del mio culo.
Incapace di spingerlo sul pavimento, spostai le mani sul suo torace e scavai con le dita nelle sode tette carnose dell'uomo. Carlo si irrigidì per la sorpresa. “Nessuno ha detto che dovevamo lottare correttamente!” Lo stuzzicai aumentando la pressione sui suoi pettorali. Carlo apparentemente fu d'accordo perché improvvisamente allungò una mano e tirò giù il davanti del mio costume facendo uscire la mia erezione massiccia. La mia carne precipitò sopra la sua pancia arcuata con un forte ceffone. Distratto dal rumore e dal peso del mio cazzo e delle mie palle, Carlo crollò sulla stuoia con me sopra di lui. Il mio cazzo eretto era pigiato contro la sua pancia dura. Lo tenni per le spalle e portai la faccia vicino alla sua. “Il round è mio.” Dissi. “Vuoi tentare di nuovo?”
Carlo mi sorrise cospirativamente. “Sai, mi sto divertendo più di quanto avessi immaginato! Ci puoi scommettere il sedere, voglio la rivincita!”
Carlo si inginocchiò accanto a me ed avvolse il suo braccio enorme intorno al mio torace afferrandomi il braccio con l’altra mano. Il takedown fu veloce e lui riuscì a tirarmi su di se. Sentii l’uccello rigido di Carlo pigiare di nuovo contro il mio sedere.
Carlo fece un ponte costringendo più profondamente il suo cazzo nella valle fra i miei glutei stretti. Invece di rompere la sua presa, feci scivolare le mani dietro di me e gli tirai giù i pantaloncini mettendo in mostra il suo sedere. Usando ambedue le mani afferrai le sue natiche pelose dure come pietra e lo tirai contro di me.
Girai la testa ed eravamo faccia contro faccia.
“Voglio quel cazzo nel mio sedere, amico. Voglio che tu mi inculi per bene!” Ringhiai.
Carlo sembrò considerare la mia proposta. Improvvisamente, crollando sotto me, rilasciò la sua presa, permettendomi di girarmi in modo che giacessi contro di lui, torace a torace, le mie mani che continuavano ad afferrare il suo sedere. “No.” Rispose. “Voglio che sia tu ad incularmi! Ho desiderato il tuo cazzo nel mio culo dalla prima volta che ci siamo incontrati.”
Non potevo credere a quello che stavo sentendo, ma non avrei certamente rifiutato. Rilasciando la presa sul suo sedere, l'afferrai per le massicce spalle, piantai le mie labbra sulla sua bocca per ricevere un profondo lingua in bocca. Carlo spinse il suo inguine contro il mio lamentandosi di piacere.
Sentendomi al limite dell’orgasmo, intrruppi il bacio e mi alzai dal corpo sudato sotto di me. “Andiamo in camera da letto. Ti inculerò alla pazzia se è questo che vuoi!”
Aiutai il mio vicino di casa ad alzarsi e lo condussi in camera da letto.
Senza una parola scivolammo fuori dei nostri equipaggamenti di lotta e ci sdraiammo torace a torace sul letto. Presi un vasetto di lubrificante da sotto il letto e, mentre riprendevamo a baciarci, massaggiai il suo buco del culo ben disposto con la mia mano.
Carlo appoggiò il suo cazzo duro contro il mio e, interrompendo il bacio, guardò disperatamente nei miei occhi. “Per favore inculami papà. Voglio il tuo uccello nel mio sedere. Tuo figlio vuole dentro il tuo sperma. Fottimi ora!”
Ero intrigato dal ruolo che Carlo stava giocando, ma decisi di chiederglielo più tardi. Inginocchiandomi sul suo bel sedere, unsi il mio cazzo e lo feci scivolare profondamente nella sua condotta. Carlo allungò una mano ad afferrare il mio culo tirandomi ulteriormente nel suo buco del culo.
Mi abbassai pigiando il torace contro la schiena larga e muscolosa dell’uomo e spinsi il mio uccello nel suo buco caldo, schiaffeggiando le palle contro il suo sedere ed allungando le mani al suo torace per torcere e tirare i suoi grandi capezzoli scuri.
Volendo dare a Carlo ciò di cui aveva bisogno, ringhiai nel suo orecchio per tutto il tempo. “Sì, figlio. Ti sto fottendo dannatamento il culo! Sto per sparare il mio sperma così profondamente nel tuo culo che ne sentirai il sapore! Papà sta chiavando il tuo bel buco!”
Mentre continuavo a spingere nel suo culo sul letto, lui alzò le anche ad incontrare ogni spinta. Carlo cominciò a gemere: “Cazzo, papà mi stai tirando fuori la sborra! Mi stai facendo sparare, papà! Oh, Dio. Vengo. Sborro!”
Le parole di Carlo mi fecero partire, allagai il suo buco col mio sperma mentre lui sparava il suo carico sopra le lenzuola del letto. Sembrò che eiaculassi per sempre. Alla fine, lamentandomi di piacere, mi tolsi dal suo culo che mi mungeva e rotolai via mettendomi a giacere accanto a lui.
Carlo si girò verso di me con un sorriso trasognato. “E’ stato grande!” Disse. “Quello di cui avevo bisogno!”
“Tuo papà ti inculava, non è vero?” Chiesi carezzando la sua larga chiena fradicia di sudore.
“Sì, lo faceva e mi piaceva. Era un'importante parte del nostro rapporto.”
“E tu inculi i tuoi ragazzi, non è vero?” Chiesi.
Carlo sembrò essere colto dal panico per un minuto, ma il tono della mia voce e le mie carezze dovevano avere un effetto calmante.
“Sì, lo faccio. È come con mio papà. È per mostrare che li amo.”
“Lo so.” Risposi. “Anch’io ho ‘giocato’ con loro. Sono dei bravi ragazzi.”
Carlo mi guardò interrogativaente.
“No, non li ho inculati.” Spiegai rispondendo alla sua muta domanda. “Infatti sono stati loro ad inculare me. Non volevo invadere il tuo territorio.”
Carlo sorrise di nuovo e, tirando la mia faccia alla sua, mi diede un altro bacio profondo. “Tutto ok, papà. Tu puoi fotterci ogni volta che vuoi.”
Così dicendo chiuse gli occhi e si addormentò coccolato dalle mie braccia.... Continue»
Posted by aramis45 9 months ago  |  Categories: Anal, Hardcore, Gay Male  |  
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Il ragazzo dagli occhi di ghiaccio

Storia di un ragazzo dagli occhi di ghiaccio ( che sono io )


Una luce abbagliante e delle urla sono gli unici ricordi che ho di quando ero bambino e non ricordo nient’altro della mia infanzia fino all’età di dieci anni. Erano i miei primi ricordi, poco chiari e offus**ti sempre più dagli anni che passavano e che lentamente facevano sbiadire da questa immagine ogni dettaglio, particolare dopo particolare. Spesso mi chiedevano come fosse possibile che io non ricordassi niente, ma io rispondevo dicendo che neanche io riuscivo a comprendere. Quando provo a ricordare qualcosa , faccio un grande sforzo che non viene minimamente ripagato dai quei piccoli frammenti che riporto alla memoria. Ho scoperto che non ha più alcun senso provare a riportare alla memoria qualcosa in più, perché le immagini che riesco a vedere sono sempre le stesse e mai se ne aggiunge una nuova o si disegna più chiaro un particolare. Sarei felice anche di un solo ricordo in più, che mi possa fare capire chi sono o un odore che mi riporti indietro nel tempo, facendomi rivivere un’emozione passata, o una foto s**ttata quando ero più piccolo, o un oggetto che avevo ricevuto in dono. Ma , purturoppo, niente di tutto ciò è mai successo e tutto ciò che riesco a vedere del mio passato, non molto chiaramente è una casa in condizione decadente, circondata da mura alte e grigie, fatte in cemento armato e l’unica via d’uscita era un insormontabile portone in ferro. Di ciò che vi era all’interno non ricordo pressoché niente: solo un prato, dove spesso vi erano bambini che correvano e giocavano, miei coetanei, ma mai posso dire di aver visto sul loro viso l’accenno velato ad un sorriso. Gli alberi erano quasi sempre spogli e i cespugli quasi incolti, poiché venivano potati e sistemati solo quando era necessario. Le maestre ci tenevano sempre sotto controllo, sembrava quasi che non volessero che noi ci divertissimo. Infatti quando qualcuno faceva qualcosa di divertente, che potesse far provare lui un poco di gioia, loro lo chiamavano in disparte e lo sgridavano come se avesse fatto qualcosa di tremendamente sbagliato, un reato imperdonabile. In realtà il bambino aveva solo espresso la sua personalità, che qui doveva essere repressa, come sembra dai fatti, e non c’era miglior modo di reprimere l’individualità che fare un completo lavaggio del cervello. Crescevamo come automi e la fantasia era solo un’utopia irraggiungibile, poiché ogni strada ci veniva sbarrata: ogni volta che disegnavamo o scrivevamo qualcosa ci venivano strappati i fogli e non era minimamente ammesso cantare, né ascoltare musica. Non sapevo nemmeno cosa fosse la televisione, né ero a conoscenza dell’esistenza dei cartoni animati o dei videogiochi, cose di uso quotidiano nella vita di un bambino normale. La formazione del nostro carattere ci era negata e infatti, molto spesso, non sapevamo come comportarci in situazioni differenti da quelle scolastiche.
Inizio ad avere ricordi più chiari e nitidi dal momento in cui una coppia mi venne a prendere e mi portò via da quel posto così triste. I loro nomi sono Ella e Martin e ricordo bene il momento in cui mi fecero entrare nella loro macchina, una Ford Fiesta vecchio modello. Mi chiesero se avessi preso tutto, poiché non sarei mai più tornato in quel posto ed io feci un semplice cenno con la testa che stava a indicare che ero pronto ad andare e a lasciare quel luogo, che per anni era stata una torutra mentale. Per la timidezza non mi uscì un filo di voce, la sentivo bloccata in gola e le guance mi si colorarono di rosso. Li avevo già visti altre volte in quel luogo , anche prima che mi venissero a prendere. Parlavano spesso con le maestre e con la direttrice, e portavano sempre con sé molti fogli. Ricordo che una volta, mentre tornavo dalla lezione di matematica, li vidi uscire dalla mia stanza accompagnati dalla direttrice che diceva loro
- Questa è la stanza dove alloggia.-.
I visi, quindi, non mi erano nuovi, né sicuramente il mio era nuovo a loro, poiché una volta, mentre correvo nel prato mi scontrai con Ella e lei con tranquillità mi sorrise dicendomi che non era successo niente, ma la maestra continuava a rimproverarmi e io con lo sguardo basso andai lentamente via.
Mentre andavamo verso casa , la strada era lunga e la meta lontana, mi chiesero quale fosse il mio nome. Ero sicuro che lo conoscessero, mi sembrava una scusa per iniziare una discussione, poiché non avevo parlato durante tutto il viaggio. Non la avevo fatto per ineducazione, ma solo per timidezza. Infatti prima ebbi paura e non risposi, ma dopo qualche minuto cercai in me il coraggio di rispondere e dissi sicuro
- Io sono Kyle e ho dieci anni. -
Proprio in quel momento Ella, che non era impegnata nella guida, spense la radio, che trasmetteva delle canzoni bellissime che non avevo mai sentito, si voltò verso di me e vidi per la prima volta qualcuno sorridere. Con la mano mi spostò i capelli che mi coprivano gli occhi e disse
- Ciao Kyle, io sono Ella. – e guardandomi fisso negli occhi continuò – Anche se i tuoi
capelli lunghi ti coprono gli occhi, sono troppo chiari e li lasciano trasparire. I tuoi occhi sono grandissimi e raccontano tutto di te. Sembra che ti si possa leggere dentro e quello, certamente, non deve essere un bel posto… Si vede che sei molto spaventato, ma allo stesso tempo felice, perché i tuoi occhi ancora tristi, sono inumiditi da lacrime di gioia, che forse riesci appena a trattenere, ma sono visibili. -
Scavando in profondità nella mia memoria, quei pochi ricordi che mi rimanevano, mi fecero rendere conto che era proprio così: quel posto è austero e invivibile.
Come ciò si potesse evincere dai miei occhi, non riuscivo a capirlo ma avevo ipotizzato due spiegazioni possibili : Ella aveva una sensibilità maggiore rispetto a tutte le altre persone che avevo conosciuto fino a quel momento oppure ciò che provavo non era più al sicuro sotto la combinazione grigio ghiaccio-azzurro chiarissimo dei miei occhi, un colore più unico che raro. Come aveva ben visto Ella erano appena umidi e luminosi, poiché trattenevo appena le lacrime di gioia, che non lasciavo libere per paura di sembrare debole. Per niente al mondo volevo apparire debole agli estranei, e infatti celavo tutto dietro una corazza durissima, ma penetrabile, dal momento che Ella era riuscita a capire tutto di me: cosa provavo e quali erano le mie paure.
-Io ho ventisei anni, mentre Martin ne ha ventotto . Abitiamo a Londra, dove siamo nati e conduciamo una vita piuttosto normale. I nostri genitori non abitano più a Londra: i miei si sono trasferiti da circa sei anni a Dublino, mentre i genitori di Martin non ci sono più. Io non ho sorelle, né fratelli mentre Martin ha un fratello che è andato via di casa ad appena sedici anni per andare a vivere in Australia, a Sydney. Io sono un’insegnante di una scuola elementare della città perché amo i bambini, anche se spesso mi fanno impazzire. Martin lavora invece allo Starbucks vicino casa nostra. Non sono grandi lavori ma grazie all’aiuto economico che i nostri genitori ci hanno lasciato e con quel poco che riusciamo a guadagnare possiamo condurre una vita abbastanza agiata.- .
Mentre Ella parlava, io immaginavo come da lì a poco la mia vita sarebbe cambiata. Speravo di vivere una vera vita, ricominciando da quel momento e stabilendo un distacco con il passato. Non volevo essere ancora comandato e oppresso, volevo far capire a tutti chi fossi realmente. Vedevo tutto da una prospettiva diversa e per la prima volta pensai che il sole brillasse anche per me, forse anche perché era la prima volta che lo vedevo nella mia vita da una posizione esterna a quel cancello. Era bellissimo vedere come tutto fosse diverso qui fuori. Il sole illuminava le colline e i le verdi distese di prato che scorgevo appena dal finestrino della macchina mentre che eravamo in autostrada. I corsi d’acqua scorrevano veloci e limpidi e le rondini volavano libere in cielo, dove le nuvole non erano minacciose, ma sembravano bianchi e morbidi cuscini. M
Mentre io osservavo tutto ciò Ella riprese
-Abitiamo in una casa abbastanza grande. Ovviamente c’è una stanza anche per te. Era la casa dei miei genitori, ma loro la hanno lasciata a noi non appena trasferiti. Io sono cresciuta lì, ma ora è totalmente diversa da quando io avevo la tua età. I miei genitori avevano iniziato a renderla più bella e ad aggiungere qualche piccolo dettaglio. Poi sono partiti e noi abbiamo fatto il resto- continuò Ella fino a quando Martin non la interruppe dicendo
- Ora che sai molto di noi, anche se non sappiamo niente di te, passiamo ai tuoi doveri.- sorrise a Ella, le fece l’occhiolino e poi si voltò verso di me e continuò – gli unici doveri che hai è quello di mantenere il rispetto nei nostri confronti e di andare a scuola, impegnandoti con tutti i tuoi mezzi a dare il massimo. Per il resto…-
Non lo lasciai neanche terminare e, per la gratidune, mi uscì dalla bocca, quasi involontario
- Prometto che non sarò disobbediente- e dopo ciò iniziò a spiegarmi tutto dicendomi
- Ok. La scuola è vicino casa nostra e ogni giorno prenderai l’autobus alle sette e mezzo . A che ora eri solito svegliarti la mattina ?–
- Alle sei e un quarto poiché le lezioni iniziavano alle otto meno un quarto quindi non sarà un problema. L’unica cosa che mi spaventa sono i nuovi compagni e soprattutto le nuove maestre. Non sono molto bravo a fare amicizia, perché lì avevamo degli amici “costretti” e soprattutto sono molto timido. Ho quasi sempre paura di sbagliare e non è raro che io mi senta a disagio, anzi succede piuttosto spesso .-
Mi rassicurò dicendomi che i compagni sono sempre felici di avere un nuovo amico ed essendo ancora bambini non c’era alcun motivo di preoccuparsi, poiché non c’era ancora in loro la rivalità che si potrebbe creare contro un nuovo arrivato in una scuola di persone più adulte: i ragazzi delle scuole medie e i liceali hanno la tendenza a screditare tutto e tutti, anche gli amici, per affermare la loro superiorità nella scuola.
Poi chiesi delle maestre con tono preoccupato ed Ella lo avvertì. Si mise in agitazione, poiché aveva paura che mi trattassero male nella vecchia scuola e perciò chiese con tono preoccupato
–Come ti trattavano lì?-
- Vuoi davvero sapere come mi trattavano lì? Non è una bella storia, però sembri una signora simpatica e perciò te la racconto. Durante la settimana, dal momento che la mattina non avevo quasi mai voglia di alzarmi, gli educatori mi costringevano a scendere giù dal letto con la forza, mentre il sabato e la domenica non venivano nemmeno a svegliarmi, poiché non figurava niente nei compiti da svolgere durante la giornata e quindi la mia presenza nei corridoi o nel giardino era solo superflua e fastidiosa. Così si comportavano anche con gli altri bambini. La colazione era un pasto velocissimo, che spesso saltavamo se non riuscivamo ad essere in tempo nel salone grande, poiché le lezioni iniziavano subito dopo e non ci era concesso di perdere nemmeno un minuto. A scuola i maestri erano molto severi e non ci era permessa la minima distrazione: con una bacchetta in legno colpivano le nostre mani quando ci comportavamo male o disturbavamo le lezioni e quando non avevamo svolto il grande carico di compiti che ci avevano assegnato il giorno prima la punizione era ancora più dolorosa perché ci davano colpi sulla schiena e sulla pancia. A pranzo ci riproponevano sempre la stessa cosa e qualora noi non volessimo mangiare, saremmo andati incontro a due punizioni : erano soliti spingere la nostra testa dentro il piatto con violenza oppure ci mandavano via senza pranzo e ci facevano lavare i piatti. Durante il pomeriggio dovevamo studiare e quindi ci portavano in biblioteca, ma non vi era la luce elettrica e di conseguenza studiavamo con la luce di una candela: non cambiavano la candela finché tutta la cera non si fosse sciolta e quindi la candela si fosse spenta da sola. Se non studiavamo e parlavamo ad alta voce, ci picchiavano a mani nude o con una cintura, poiché quello era il posto dove si poteva solo studiare e accrescere la cultura: spesso uscivo dalla biblioteca con i lividi. Era un posto pieno di libri di ogni genere ed era diviso in varie sezioni ma noi bambini avevamo il libero accesso solo ad alcune, mentre le sezioni “ proibite” erano protette da un piccolo cancelletto in ferro chiuso a chiave, come se dietro quella porta vi fosse nascosto qualcosa che non doveva essere scoperto: c’erano solo delle scritte che le identificavano, come “ Corrispondenza” o “ Archivio” .
Era molto raro che un bambino finiva i compiti prima che il sole tramontasse e l’unica luce che potevamo scorgere, solo dalla finestra e furtivamente era quella della luna. Era la mia unica e vera amica: l’unica con cui riuscivo a parlare e confidarmi. Spesso lei era lì ad ascoltarmi e anche se alcune volte andava via per qualche giorno e non si faceva vedere, tornava subito dopo con le risposte che io chiedevo. Per andare a giocare fuori nel giardino occorreva che tutti i compiti fossero stati portati a termini in modo corretto e che le maestre avessero la pietà di farti uscire fuori : spesso le supplicavi di portarti fuori ma loro, con aria superba, facevano finta di non ascoltarti e se ti lagnai troppo ti portavano nella stanza della detenzione, dove dovevi stare quando eri in punizione. Era una stanza senza finestre, dove una maestra ti obbligava a scrivere su un foglio determinate frasi in relazione alla punizione che avevi fino a quando le mani non iniziavano ad essere doloranti. Ricordo che entrai solo poche volte in quella stanza, due o tre al massimo, ma ne rimasi traumatizzato. A cena si ripeteva quasi sempre la stessa storia del pranzo ma con una piccola differenza: dovevamo mangiare obbligatoriamente e spesso ci ingozzavano loro. Dicevano tra di loro che erano obbligate a farlo perché non ci potevano lasciare morire di fame. Ci facevano lavare ogni sera con l’acqua presa dal pozzo, che raccoglieva l’acqua piovana, e ci mandavano a letto. Se non volevamo dormire ci picchiavano oppure ci chiudevano in una stanza buia.-
- Ma è una tortura- urlò Martin e continuò – tranquillo che da adesso non sarà più così.-
Ciò mi rassicurava molto e con un sorriso continuai il mio racconto
-Ricordo solo di una persona in particolare, forse perché era l’unica che cercava in ogni modo di aiutare noi bambini. Era una delle suore che stava in cucina, ma era diversa dalle altre. Se durante la cena si accorgeva che qualcuno non mangiava, di notte e di nascosto gli portava un pezzo di pane con un bicchiere d’acqua. Quando finiva il suo turno di lavoro controllava i nostri compiti e ci aiutava affinchè le maestre non ci picchiassero. Facendo così rischiava molto infatti ricordo che una volta la direttrice la cacciò fuori dalla sua stanza dicendole che non le avrebbe mai permesso di portarci fuori da quelle mura per visitare e conoscere il posto dove vivevamo. Si avvicinò a me, che stavo vagando per i corridoi, e mi sussurò con voce dolce e bassa, come se mi stesse confidando un segreto, che non sopportava la direttrice perché era così difficile da persuadere e non faceva niente per permettere a noi bambini di provare un po’ di gioia, giusto per allontanare i brutti ricordi che ci riempivano la mente. La suora, che si chiama Laura se la memoria non mi inganna, era l’unica che proponeva questo genere di attività e che la domenica ci portava in giardino. Per queste ragioni fu cacciata da quel posto qualche mese fa: si esponeva troppo a favore di noi bambini e ciò non piaceva né alle suore, né alle maestre, né soprattutto alla direttrice.-
Quel giorno per me iniziava una vita nuova, avevo una nuova speranza di tornare a vivere, lasciandomi tutti i brutti ricordi alle spalle. Avevo molti brutti ricordi e li trascinavo dietro ma avevo capito che adesso era arrivato il momento di lasciare quel pesante fardello e andare avanti senza alcun rimorso, né alcun timore.
Erano passate più o meno tre ore da quando eravamo saliti in macchina e perciò chiesi a Martin se mancasse ancora tanto prima di arrivare perché avevo molta sete. Ella mi passò una bottiglietta con l’acqua ma prima che io iniziassi a bere Martin disse:
- Siamo arrivati!- e proprio in quel momento urlai
-WOOW!- . Lui mi chiese cosa fosse successo e io con il cuore in gola ed eccitato per felicità risposi
– Va tutto bene, per la prima volta.
La casa era bellisima già a prima vista, mi sembrava di vivere in un sogno. Era una villetta a due piani con un enorme giardino dove vi era una piscina. Il giardino era verde con molte aiuole e gli alberi rigogliosi, vi erano anche un altalena per bambini e un’amaca. Poco più in là vi erano una depandance e una tettoia, solo dopo avrei scoperto che nella depandance vive il mondo di Ella e della sua vena di pittrice , mentre sotto la tettoia Martin dava libero sfogo alle sue passioni, il pianoforte, la chitarra e la musica in generale. Dietro la casa i genitori di Ella fecero costruire uno spazio adatto per fare barbecue e Martin mi disse che spesso invitavano amici, soprattutto nelle calde sere d’estate per magiare un po’ di carne cotta alla brace e poi stare insieme e divertirsi grazie alla musica, che lui ritiene unico metodo per unire i cuori.
Scesi dalla macchina e continuando ad esprimere la mia felicità, correndo e saltellando caddi per terra e mi sbucciai un ginocchio. Non avvertì nemmeno il dolore, ma Ella mi portò dentro e mi medicò: mentre disinfettava la ferita, questa bruciava un po’ ma sopportai il dolore sorridendo. In quel momento la abbracciai, come segno di riconoscimento, ma subito dopo averlo fatto ritrassi indietro le braccia e mi allontanai, poiché non volevo che nessuno fosse capace di leggere le mie emozioni, interpretarle e quindi sapere ciò che provavo. Mi guardò stranita e mi disse di seguirla, perché mi avrebbe fatto vedere la mia stanza. Siamo saliti al piano di sopra e la seconda porta a sinistra era la mia stanza. Era diversa dalla quella che avevo prima : questa era piena di colori ed era mia. Avevo un armadio tutto mio, pieno di vestiti puliti della mia taglia ( non so come facevano a conoscerla ) un letto con le lenzuola che profumavano di ammorbidente con un cuscino morbido e soffice. Accanto al letto vi era un orsacchiotto enorme, ma non lo usai mai e col tempo lo feci sostituire con un comodino. Appeso alla parete vi era un canestro e nella parete opposta una finestra da cui si poteva vedere la piscina. Il sole entrava da quella finestra la mattina tardi, verso le dieci: infatti successivamente presi l’abitudine di alzarmi dal letto di domenica solo quando venivo raggiunto dalla luce del sole. Avevo anche la televisione nella mia camera e tutto ciò mi sembrava molto strano perché non l’avevo nemmeno mai vista. C’era una libreria con accanto una scrivania su cui vi erano una divisa scolastica estiva, una invernale, dei libri e tutto il materiale che mi sarebbe servito per andare a scuola. Scesi di nuovo sotto e Martin mi chiese
- Come va con il ginocchio? Tutto bene? –.
Io lo avevo già scordato e quindi gli feci capire che andava bene. Poi gentilmente chiesi
- Sono molto stanco, e preferirei andare a letto anche se non ho ancora mangiato. Domani inizia la scuola e mi piacerebbe essere carico d’energia il primo giorno. Se per voi non è un disturbo Signori Davis- Ella mi interruppe dicendo – Ok Kyle, vai a dormire! Domani sarà sicuramente una giornata impegnativa. Sicuro che non vuoi niente? Ho preparato della pizza.-
- No, grazie. Vado a letto. Buonanotte e grazie Signori Davis- e mi diressi verso le scale. Mentre le salivo Martin urlò – Noi non siamo i Signori Davis! Siamo Ella e Martin!-
Entrai nella mia stanza e mi misi a letto ma non presi subito sonno. Ricordo infatti che dopo qualche minuti Ella entrò nella mia stanza, mi rimboccò le coperte, mi diede un bacio sulla fronte e se ne andò via.
Ero felice e per la prima volta pensavo di poterlo essere per sempre: finalmente avevo trovato che qualcuno si preoccupasse di me. Avevo apprezzato molto il gesto di Ella e mi era ancor più gradito poiché sapevo che lì dove stavo prima, mai nessuno lo avrebbe fatto.
La mattina dopo, venne Ella a svegliarmi dicendomi – Il sole si alza e tu devi fare lo stesso. Devi andare a scuola e non c’è tempo da perdere. Vedrai che ti piacerà.-
Mi alzai di s**tto e la salutai con un bacio sulla guancia e un abbraccio. Subito dopo andai a lavarmi e mi misi la divisa. Una volta pronto per andare a scuola, scesi in cucina dove incontrai Martin che mi disse
- Buongiorno campione! Dormito bene?-
- Sì! Benissimo-
- Cosa vuoi per colazione? Latte e cereali vanno bene?-
- Sono perfetti, grazie.-
- Ok! Aspetta due secondi seduto lì che vado a prepararti la colazione.-
Mi preparò la colazione e mentre mangiavo velocemente disse
-Prendi questa busta e mettila dentro lo zaino. Ci sono un pacchetto di patatine e una merendina per quando farete pausa.-
- Grazie, poggiali lì, per favore. Non appena finisco di fare colazione li sistemo nello zaino.-
Era tardi e per questo, dopo aver sistemato le ultime cose, salutai di fretta Ella e Martin e mi diressi verso la fermata del bus, che si trovava ad appena cento metri da casa mia, giusto alla fine della via.
Arrivato, vidi alcuni bambini, potevano essere una decina, che aspettavano l’arrivo dell’autobus come me e iniziai a parlare con uno di loro , che sembrava avere la mia età. Iniziai dicendo
- Ciao! Io sono Kyle e tu?-
-Ciao Kyle! Io sono Ben. Sei nuovo di qui? Non ti ho mai visto a scuola e di solito le facce le conosco tutte, vivendo nello stesso posto dalla nascita e frequentando la stessa scuola per 5 anni consecutivi.-
- Hai ragione! Sono nuovo, appena arrivato! La famiglia Davis mi ha preso con sé appena ieri.-
- Sei un ragazzo fortunato. La famiglia Davis è una famiglia perfetta e sono anche giovani. Hanno tutte le carte in regola per essere una buona famiglia e poi sembrano gentili e disponibili. -
- Lo sono e ne sono felice. Guarda l’autobus è arrivato! Saliamo.-
- Ok! Andiamo- rispose Ben.
L’autobus ci portò diretti a scuola, con qualche breve fermata. Guardavo attentamente la strada mentre continuavo a parlare con Ben, poiché non volevo pertermi il più piccolo dei dettagli delle cose e dei paesaggi che stavano scorrendo davanti ai miei occhi. Vedevo tutto quello che non avevo visto mai: donne con un passeggino, ragazzi che passeggiavano i loro a****li e molto altro ancora.
La scuola sembrava molto più bella di quella che frequentavo prima. Era in condizioni migliori e non sembrava isolata dal resto del mondo, poiché era circondata da grandi costruzioni, dal momento che si trovava quasi al centro della città. Mentre stavamo scendendo dall’autobus Ben mi chiese se questa scuola somigliasse minimamente a quella che frequentavo e ovviamente io risposi di no, in quanto questa sembrava diversa e anche nell’aria si respirava più tranqullità. Nella mia vecchia scuola tutto, anche la cosa più bella, poteva diventare una tortura da un momento all’altro, anche se tu non avevi fatto niente per peggiorare la situazione. Tutto era nelle mani degli educatori, che ti muovevano come marionette e tu dovevi sottostare ai loro ordini. Per un loro sbalzo di umore potevi passare anche ore ed ore chiuso nella stanza della detenzione e per una loro incomprensione potevi anche essere punito.
Non appena attraversata la soglia della scuola, Ben mi chiese
- Sai già in che classe sei ?-
- Sì, so che sono in quinta.-
- Volevo chiederti se tu sapevi già la sezione perché ci sono molte quinte.-
- No, questo non lo so. Vieni con me in presidenza prima che inizino le lezioni? Andiamo a chiedere.-
- Sì, ma dobbiamo affrettarci. Sai, possibilmente saremo compagni di classe, perché nella mia classe ci sono meno alunni.-
- Non so dove sia la presidenza, mi accompagni?-
- Seguimi!- e dopo avere percorso alcuni corridoi e salita una rampa di scale siamo arrivati alla presidenza.
-Eccocci arrivati! Ora bussa e parla.- disse Ben
- Ok!- bussai e mi aprì una signora, un poco avanti con gli anni, con le rughe che gli tagliavano il viso ma con lo stesso sorriso che potrebbe avere anche una quindicenne, carico di energia e voglia di vivere.
- Come posso aiutarti, giovanotto?- mi disse la signora ed io risposi
- Sono appena arrivato in questa scuola, la mia domandina d’iscrizione era stata già presentata per me. Volevo sapere quale fosse la mia classe.-
- Io non mi occupo di ciò. Guarda lì, vedi quella porta?- mi disse mostrandomi una porta all’interno del suo ufficio
- Quella è la porta della presidenza. Entra lì e la preside Howell ti darà tutte le informazioni di cui hai bisogno.-
-Grazie, signora.-
- Di niente, figliolo.-
Detto ciò, con Ben che stava sempre un passo dietro me, mi feci strada nel suo ufficio , che sembrava piuttosto in disordine poiché era pieno di fogli, carpettoni, moduli e s**tole, e arrivai alla porta della presidenza. Bussai e chiesi
- Posso entrare?-
- Sì, certo!-
Non appena la preside vide due ragazzini entrare nel suo ufficio chiese
-Posso aiutarvi? Non trovate la classe?- ed io risposi
- In effetti no. Non so nemmeno in che sezione sono stato ammesso. I miei genitori hanno compilato il modulo d’iscrizione quest’estate.-
- Come ti chiami?-
- Kyle Davis-
- Ok. Trovato la tua classe è la VA. Questo è la tua tabella degli orari, mentre queste sono le chiavi del tuo armadietto è il numero AV19. La combinazione è questa ma ovviamente puoi cambiarla.-
- Grazie per le informazioni. Ora vado prima che le lezioni inizino.-
-Ok. Ci vediamo presto.-
Ben, che aveva aspettato fuori dalla porta, non appena fui uscito mi chiese
- Sezione?- ed io risposi
- A –
Subito mi diede il cinque e mi disse
- Siamo nella stessa classe, amico.-
Io e Ben eravamo compagni di classe e sarebbe anche diventato il mio migliore amico, con il passare del tempo.
Era appena suonata la campanella quando Ben mi disse
-Dobbiamo andare nell’aula di Mrs Schwarz, la nostra insegnante di Inglese, Storia e Geografia. Questa è la lezione della prima ora. Gli altri insegnanti che oggi conoscerai sono Mr Jones, l’insegnante di Educazione Fisica e Mrs Haynes, l’insegnante di Matematica e Scienze. Gli unici professori che non conoscerai oggi sono Mrs Wade, docente di Arte e Disegno, Mr Newman, docente di Informatica e Mrs Coyle, la nostra insegnante di Musica e Teatro. L’ultima che ho nominato è la migliore perché riesce a farti sognare e le sue ore di lezione sembrano volare.-
La giornata è passata velocemente e arrivata la fine delle lezioni chiesi a Ben
- Torni a casa con l’autobus?-
- Certo! Perché i miei lavorano. Tu?-
- Sì. Ti siedi accanto a me?-
- Certo. Perché no? In questo modo possiamo continuare a parlare.-
Sull’autobus parlammo di molte cose e mi resi conto di quanto fosse divertente: sapeva giocare con l’autoironia e le sue battute facevano sempre sorridere, almeno un po’.
Arrivati alla fermata gli dissi
- Ci vediamo domani-
. -Certo! A domani.-
E io andai verso casa mia mentre lui andava verso casa sua.
Il primo giorno di scuola non è stato per niente pesante: forse perchè era il primo o forse perché nell’altra scuola ero abituato a lavorare molto di più. Le maestre erano giovani e simpatiche e i compagni molto solari e amichievoli, ma ora ricordo i nomi di quelli che mi sono stati accanto: Robert, Will, Josh, Laura e Emily. Tornato a casa raccontai tutto a Ella, perché le si leggeva in volto la voglia che aveva di sapere tutto e così feci.
-Come ti è sembrata la scuola?-
- Molto più grande di quella che frequentavo prima. L’altra aveva al suo interno anche le stanze dove noi dormivamo e proprio per questo le aule erano molto più piccole.-
Anche Martin quando si rientrò a casa da lavoro, anche se stanco, volle sapere tutto nei minimi particolari. Mi sentivo strano perché per la prima volta c’era qualcuno che voleva sapere di me, di ciò che avevo fatto durante la giornata, qualcuno disposto ad ascoltarmi. Era un’emozione che non avevo mai provato e devo ammettere che mi piaceva trovarmi al centro dei discorsi . Mentre Ella cucinava mi sedetti a vedere alcuni programmi televisivi, soprattutto cartoni animati, poiché ero ancora un bambino. Stavo disteso sul divano ,quando Martin mi alzo la testa e la pose sulle sue gambe: avevo capito che voleva pormi ancora qualche domanda. Allora mi alzai , spensi la televisione e mi misi in ginocchio sul divano e ricordo che Martin mi chiese
- Come hai trovato i tuoi compagni di classe? Sono stati carini con te?-
- Certo! Soprattutto uno. Si chiama Ben e vive molto vicino a noi, Bradford Road se non ricordo male. Si è seduto vicino a me sull’autobus e a scuola, mi ha chiesto molte cose e soprattutto ha ascoltato con interesse la mia storia.-
- Bradford Road, eh? Il suo cognome è Sellen?-
- Sì, proprio così. Come fai a saperlo?-
- I suoi genitori sono nostri grandi amici. Suo padre era un mio compagno di liceo, mentre sua madre è insegnante e lavora nella stessa scuola in cui lavora Ella. Se vuoi, puoi farlo venire quando vuole. Strano che non ti abbia detto nietne di noi, siamo stati molte volte a casa sua e lui diverse volte è venuto a casa nostra con i suoi genitori.-
- Mi ha detto che siete delle ottime persone, molto simpatiche e disponibili. Per quanto riguarda il fatto di venire a casa nostra glielo dirò domani stesso.-
Il telefono squillò e Martin dopo aver ascoltato la mia risposta corse a rispondere. Io mi alzai dal divano e andai in camera a sistemare lo zaino per il giorno dopo. Qualche minuto dopo Ella mi invitò a scendere perché la cena era pronta, e mi avvertì che se non mi fossi sbrigato si sarebbe freddato tutto. Spensi la televisione, mi chiusi la porta dietro di me e andai in bagno per lavare le mani. Subito dopo scesi in fretta le scale e mi misi a tavola con Ella e Martin. Ella aveva cucinato lasagne al forno con pesto, come secondo un semplice filetto di carne e come contorno un insalata di lattuga, mais e pomodoro. Era tutto molto buono e mentre cenavamo Martin mi disse che aveva chiamato Drew, il padre di Ben e che sarebbero venuti a cena qualche giorno dopo e Ben sarebbe rimasto a dormire a casa nostra. Fui molto lieto di ricevere questa notizia poiché mi piaceva l’idea di passare del tempo con Ben, la sua famiglia e soprattutto Ella e Martin. Lui mi faceva ridere tantissimo e proprio per questo desideravo passare con lui più tempo possibile. Finita la cena andai a dormire e come il giorno precedente Ella sistemò coperte e lenzuola e mi diede la buonanotte. Questa volta anche Martin mi diede la buonanotte con un bacio sulla fronte proprio come Ella.
Il giorno dopo andai a scuola regolarmente e finalmente conobbi Mrs Coyle, la docente di Musica e Teatro. Quello che Ben mi aveva detto in precedenza era vero: è un’ottima professoressa. Il tempo sembra volare durante le sue lezioni e ogni minimo sforzo che richiede viene subito ripagato. Oggi ha cantato per noi un brano di Celine Dion : il titolo è My Heart Will Go On. La sua voce mi ha stregato e sembrava possibile vivere i sentimenti celati dietro le parole di quella canzone che tutti i miei compagni idealizzavano in un film che io non avevo mai visto : il Titanic.
Mentre cantava, la sua voce veniva accompagnata dal suono armonioso e melodico del pianoforte che lei stessa suonava. Poi ci ha raccontato una storia, quella del Titanic che io non conoscevo e rimasi colpito da questa storia d’amore, quasi impossibile. Il suo racconto era quasi giunto alla fine quando suonò la campana: mentre andavamo via ci disse che avremmo visto il film la lezione seguente.
Quella sera, ritornato a casa, chiesi a Ella di raccontarmi la storia di quel transatlantico perduto negli abissi dell’Oceano Atlantico e lei me la raccontò nei minimi dettagli, capace di farmi rivivere tramite le sue parole tutte le emozioni provate da ogni personaggio: dalla paura alla gioia, dall’amore al disprezzo. Me la raccontò mentre stava cucinando e vedendo sul fuoco più pentole del solito chiesi
- Perché ci sono tutte queste pentole? Cosa stai cucinando?-
- Vedo che non ti sfugge nulla. Ci sono molte più pentole sul fuoco perché oggi non siamo soli a cena. Vengono a farci visita Drew e Marta, i genitori di Ben, e si fermano per cena.-
- Veramente? –
- Sì!-
- Sono molto felice. Vado a prepararmi.-
Corsi di fretta in camera e mi sistemai per l’arrivo dei Sellen. Fatta una doccia, indossai una camicia bianca con un paio di pantaloni blu. Non appena avevo finito di allacciare le scarpe suonarono al campanello e Ella mi invitò ad aprire la porta. Lo feci volentieri e appena visti Ben lo abbrcciai. I suoi genitori si salutarono con i miei e poi mi dissero
- Ciao Kyle. Ben ci ha raccontato molto di te.Tieni questo è per te. Martin sa come usarla e ti aiuterà.-
- Grazie signori Sellen.-
Mi diedero un pacco che scartai immediatamente. Dentro vi trovai una chitarra acustica.
Cenammo velocemente e poi io e Ben andammo in camera mia a vedere un po’ di cartoni, mentre i nostri genitori rimasero sotto a parlare.
Si fece mezzanotte e i genitori di Ben andarono via mentre lui rimase a dormire da me.
Il giorno dopo venne Ella a svegliarci, poiché dovevamo andare a scuola. Scesi in cucina, abbiamo trovato la colazione già pronta, che consumammo in fretta poiché era tardissimo. Per prendere l’autobus abbiamo fatto la strada correndo perché mancavano appena due minuti al suo passaggio, ma arrivati a scuola iniziammo le lezioni normalmente, senza un minuto di ritardo. Sebbene le lezioni diventavano sempre più complesse e i ritmi sempre più accelerati la mia vita di studente continuava tranquillamente. Il tempo passava veloce e il mio rapporto con Ben migliorava sempre più. Quest’anno scolastico era quasi giunto al termine e si avvicinava la data del mio compleanno, il 7 giugno e mancava più o meno un mese alla fine della scuola. Ella e Martin avevano deciso di organizzare una festa e avevano deciso di invitare tutti i miei compagni di classe. Avevo contribuito in minima parte ai preparativi, poiché volevano fare tutto loro. L’unica cosa che ho fatto è stato spedire gli inviti e fare finta di non capire alucne discussioni fra di loro, in particolare quelle in cui parlavano del regalo. L’unico aiuto che richiesero fu per scelta degli addobbi e infatti qualche giorno prima vennero a prenderemi a scuola alla fine delle lezioni per andare a comprarle.
Con noi venne anche Ben, che mi aiutò nella scelta dei festoni. Ho scelto qualcosa di molto sobrio, per niente legato al mondo dei cartoni animati, benché Ella e Martin fossero accondiscendeti. Preferivo qualcosa che non mi catalogasse nel mondo dei bambini e perciò avevo completamente escluso il mondo dei cartoni animati. Stavo per compiere undici anni e quindi era già abbastanza crsciuto. Giorno 6 Ben era rimasto a dormire a casa mia perché voleva essere il primo a farmi gli auguri appena sveglio. Quando il mattino seguente mi svegliai Ben mi aveva preparato una sorpresa. Un video in cui diceva quanto mi voleva bene anche se ci conoscevamo da così poco tempo. Quando lo vidi, lo ringraziai per il video ma non ebbi il tempo di parlare poiché entrarono Ella e Martin nella stanza e volevano farmi gli auguri anche loro. Ci dissero di scendere in cuicina poiché la colazione era pronta : una torta-gelato solo per noi. Poi più in fretta che abbiamo potuto ci lavammo e appena pronti ci avviammo verso la fermata dell’autobus.
La giornata a scuola è stata fantastica, mi sentivo quasi un re. Anche Mrs Coyle aveva intonato la canzone del “ Buon Compleanno ” per me e tutti la seguirono cantando. Finite le lezioni Ella venne a prendere me e Ben con la macchina, poiché non avevamo molto tempo per preparare le cose. Arrivammo a casa e dopo due ore tutto era pronto : la festa poteva iniziare.
Non ricordo mai di aver festeggiato il mio compleanno, non sapevo neache l’esistenza di questa ricorrenza e ricordavo il giorno in cui ero nato solo perché nell’orfanotrofio ci dividevano per età e ogni 7 giugno io cambiavo stanza. Dove vivevo prima era un giorno come tutti gli altri, niente di speciale: non ricevevo né un dolcetto, né una carezza in più. Avevamo deciso di fare la festa nel giardino, in modo da avere più spazio per giocare e non soffrire il caldo dentro casa.
Martin aveva pensato a tutto quello che riguardava la musica, mentre Ella aveva pensato al le bevande e alle cose da mangiare: aveva fatto anche la torta. Ho ricevuto molti regali: i signori Sellen mi regalarono un comupter, i miei compagni di classe un telefono cellulare, ma il regalo più bello è stato quello di Ella e Martin. Verso le otto e mezza di sera si è fermato un piccolo camion davanti casa nostra ed Ella mi disse
- Vai a prendere il tuo regalo.-
Ci spostammo tutti dall’altro lato del giardino e aperta la s**tola vidi la cosa più dolce che avevo mai visto: un cucciolo di Labrador che poteva avere massimo due o tre mesi. Sembrava affettuoso e appena mi ha visto mi è saltato addosso. Decisi di chiamarlo Sean.
Alla fine della festa tutti andarono via e rimase solo Ben, che saerbbe rimasto da noi anche per la notte. Ben era già andato in camera mentre io mi ero soffermato un po’ a parlare con Martin ed Ella che mi chiesero
- Ti è piaciuta la festa?-
- Certo! E anche molto. Non avevo mai festeggiato il mio compleanno.-
- Da oggi e per gli anni a venire lo festeggerai ogni anno.-
- Davvero? Grazie. Ora sono un po’ stanco, oggi è stato una giornata abbastanza impegnativa. Vado a riposarmi. Ben aspetta zitto zitto che io arrivi per farmi uno scherzo, come se non lo sospetto.-
-Ok, piccolo. Vai a dormire. Domani non c’è scuola quindi non vi sveglierò presto.-
- Ok. Buonanotte mamma.- dissi a Ella – e buonanotte anche a te, papà.- dissi a Martin.
- Come ? Ripeti ….- e entrai di corsa in camera. Ben stava stranamente dormendo, ma non aveva messo il lenzuolo, così lo sistemai io e dopo mi misi a dormire. Ma non presi subito sonno, benchè fossi molto stanco : pensavo a ciò che avevo detto. Avevo chiamato Ella e Martin mamma e papà, anche se sapevo per certo che non lo erano. I miei non c’erano più, non li ricordo nemmeno.
-Ben, fermati.- queste sono state le prime parole che ho pronunciato al risveglio. Ho ritrovato Ben nel mio letto che tentava in tutti i modi di svegliarmi e alla fine mi ha buttato un bicchiere di acqua fredda in faccia.
Lui rideva e anche se ero arrabiato mi misi anche io a ridere.
Dopo aver fatto colazione ci preparammo per andare a fare un’escursione. Non ricordo esattamente il posto, ma ricordo le emozioni che provai, intense e cariche di felicità.
Alla fine della giornata non ero per niente stanco, anche se avevo camminato per diverse miglia : ero ancora pronto a vivere milioni di emozioni, tutte quelle che non avevo provato negli anni precedenti. Accompagnato Ben a casa, anche noi tornammo a casa, dopo aver fatto un salto al negozio di a****li perché dovevamo comprare da mangiare per Sean. Appena arrivati lasciammo Sean libero nel giardino, mentre noi andammo a fare una doccia.
Erano quasi le otto di sera ed eravamo pronti per cenare quando Martin mi dice di seguirlo in giardino. Io non indugiai e gli andai dietro, come se fossi la sua ombra. Mi portò nel capannone dove teneva tutti i suoi strumenti musicali e anche se ero entrato varie volte in quel posto, ogni volta mi sembrava la prima e mi emozionava sempre più: non è possibile capire quanto mi piacesse quel posto, perché neanche io so spiegare cosa provavo quando entravo lì dentro.
- Vieni, avvicinati.- mi disse Martin
- Cosa devi farmi vedere?-
- Vieni qui! Chiudi gli occhi e apri le mani.-
In quel momento, mi poggiò qualcosa sulle mani, piccolo e di forma triangolare e mi disse
- Apri gli occhi-
Non appena lo vidi e realizzai cosa fosse gli dissi un po’ deluso
-Un plettro? E a cosa dovrebbe servirmi se non so nemmeno suonare la chitarra?-
- Questo non è un plettro, ma è il primo plettro che io ho ricevuto in regalo. Sono passati molti anni dall’ultima volta che l’ho usato, perché avevo deciso di conservarlo. Ora, voglio regalarlo a te, perché è un oggetto a cui tengo molto. Non importa se non sai suonare perché da domani ti insegnerò qualcosa.-
- Wow! Il primo plettro con cui hai suonato? Vuoi realmente regalarmelo?-
- Sì e adesso è tutto tuo.-
Subito dopo rientrammo in casa ed Ella ci chiese cosa avessimo fatto fuori e Martin le rispose, strizzandomi l’occhio
- Segreti da uomini!-
Ella sorrisee disse
- Ah ok! Allora non mi intrometto.-
Dopo qualche minuto andammo a cenare e finita la cena, abbiamo visto sul divano un film piuttosto divertente.
Il giorno dopo mi svegliai sul divano. Guardai l’orologio ed segnava già le nove meno venti. Mi alzai di fretta e andai a fare colazione. In cucina trovai solo Ella che mi salutò e mi domandò per quale ragione fossi già sveglio alle nove circa del mattino quando di domenica di solito non mi alzo mai prima delle dieci. Mentre mi preparava la colazione io le risposi dicendo che ero troppo felice poiché Martin mi aveva detto che quella mattina avrebbe iniziato ad insegnarmi qualcosa di chitarra.
-A proposito… Dov’è Martin?-
- Martin è nel capannone. Mi aveva detto di dirti che ti aspettava lì.-
- E perché non me lo hai detto prima?-
Divorai velocemente la colazione e corsi da Martin.
- Buongiorno campione, dammi il cinque! Hai portato il plettro?-
- Sì, certo. Eccolo qui.-
- Dammelo! Ne creerò una collana, in modo che tu non lo perda.-
Non ci mise più di due minuti e appena aveva finito disse
- Sei pronto?-
Ed io risposi
-Non aspettavo altro.-
In un giorno avevo appreso tutte le scale naturali ed alterate delle varie note musicali, sia normali che minori. Potevo leggere nel suo viso quanto fosse orgoglioso di me e ciò non mi dispiaceva affatto. Mi aveva anche detto che avevo una voce abbastanz buona, doveva solo essere perfezionata ed educata ( la voce si educa al canto o almeno così diceva Martin ).
Siamo stati sotto la tettoia tutto il giorno, avevamo saltato anche il pranzo benchè Ella ce lo avesse portato.
Rientrati a casa, feci vedere a Ella quanto avevo appreso e rimase molto colpita.
Diventavo sempre più bravo e grazie all’aiuto di Martin la mia voce era stata corretta. Suonare e cantare erano diventate le mie passioni, perché solo cantando o suonando riuscivo ad esprimere tutto ciò che avevo dentro ed era l’unico metodo che funzionava quando avevo bisogno di distendere i nervi e rilassarmi, lasciandomi alle spalle tutte le preoccupazioni.
A scuola tutto andava bene e non avevo alcuna insufficienza, i professori erano molto contenti di me, in particolare Mrs Coyle che in occasione degli incontri scuola-famiglia diceva sempre ai miei genitori adottivi che io possedevo un talento ed era da sciocchi non accorgersene. Durante le sue lezioni mi sentivo nel mio mondo e pregavo affinchè durassero il più allungo possibile.
Finito il mio primo anno scolastico a Londra, tutto cambiava. Dall’anno seguente noi alunni eravamo obbligati a studiare solo inglese, matematica e scienze e poi avevamo la possibilità di scegliere 6 o 9 materie. Io durante gli anni successivi scelsi sempre :Teatro, Storia della Musica, Chitarra, Pianoforte, Disegno, Francese, Spagnolo e Storia. Alcuni corsi erano difficili da seguire, ma affrontandoli con passione ed energia non ho mai avuto alcun problema.
Ben era sempre presente nella mia vita, ma frequentavamo corsi diversi, poiché lui non amava affatto la musica, né le lingue, preferiva le scienze e la tecnologia. Anche se a scuola avevamo orari diversi e ci vedevamo solo la pausa o a pranzo, stavamo incollati lo stesso perché quasi ogni giorno veniva a casa mia, o io andavo a casa sua.
Proprio in questi anni conobbi una ragazza che era mia compagna di corso nelle ore di Spagnolo e Francese. Il suo nome è Nicole e ricordo che mi piaceva molto. Ci frequentammo e uscimmo insieme per qualche mese, fino a poco prima che io compissi sedici anni.
Tralasciando la fine di questa relazione, avvenuta in modo pacifico, tutto sembrava andare bene, ma presto sarebbe cambiato qualcosa.
Avevo appena compiuto sedici anni quando una sera , mentre stavamo cenando, Ella e Martin mi dissero che dovevamo traslocare. Proprio in quel momento mi cadde il mondo addosso.
Non ero pronto a lasciare quel posto e avevo solo quattro settimane di tempo per abituarmi all’idea.
- Andremo via di qui- disse Martin
- Come? Lascieremo questo posto?-
- Sì, Kyle. Dobbiamo andare via. Mio fratello ha trovato un posto di lavoro per me a Sydney e non penso che rifiuterò l’offerta. Guadagnerei molto di più e potrei essere vicino a l’unica persona della mia famiglia che mi rimane.-
- Certo, papà. Ma ora guarda la situazione dal mio punto di vista. Io sono arrivato qui da sei anni circa e solo ora mi sento pienamente appartenente a questo posto. Non voglio cambiare né scuola, né casa, né abiutidini. E poi Ben, come faccio io senza potergli più parlare? Senza vederlo più piombare in casa nostra? Senza più picchiarlo? Senza più piangere insieme a lui? Senza più dormire nella stessa stanza e svegliarsi la mattina in modi più o meno bizzarri? Senza litigare con lui? Come potrei mai separarmi da questo posto? Non penso di farcela, il distacco sarebbe per me troppo traumatico…-
- Non c’è scelta da fare, è già stata presa. So che sarà difficile affrontare un mondo completamente a noi nuovo, ma ci riusciremo se restiamo uniti come una famiglia.-
Mi alzai di s**tto dalla tavola buttando il bicchiere a terra e entrato nella mia stanza chiusi violentemente la porta. Ella stava per raggiungermi in camera ma Martin la bloccò, e lei si limitò solo a prendere il bicchiere che avevo fatto cadere e ad asciugare l’acqua che si era riversata sul pavimento. Era la prima volta che mi capitava di arrabiarmi con Ella e Martin, di trovarmi in disaccordo con loro e la sensazione che provavo era molto strana. Dovevano sentirsi molto confusi anche loro, poiché non mi ero mai comportato in quella maniera e sicuramente non sapevano nemmeno loro come comportarsi. Ero indeciso tra tornare indietro subito per chiedere scusa dell’azione che avevo commesso o aspettare che fossero loro a fare il primo passo. Pieno di dubbi, adesso ero nella mia stanza illuminata da un argenteo raggio di luna che entrava pallido dalla finestra, sdraiato sul mio letto e pensavo a tutto quello che era successo da quando avevo lasciato l’orfanotrofio fino a questo momento ed ero molto spaventato, perché non sapevo ancora quello che mi sarebbe successo in una trentina di giorni. Certezze oramai ne avevo poche, ma una era proprio quella di non avere l’intenzione di perdere Ben. Ben era il mio migliore amico e condividevamo tutto: piangevamo insieme e la gioia di uno era la gioia dell’altro, eravamo sempre in contatto e sembravamo telepatici, poiché bastava uno sguardo per capirci.Ci siamo conosciuti in un modo così banale che non avrei mai immaginato che sarebbe diventato il mio migliore amico, ma invece da quel momento è sempre stato presente nella mia vita, l’unico che conosce ogni minimo dettaglio e a cui dicevo realmente tutto senza aver paura di dover omettere qualche particolare, perché lui accettava i miei punti di vista e mi consigliava che scelte fare. Le nostre idee erano spesso in contrapposizone, ma trovavamo alla fine una soluzione che accomunava entrambi i pensieri , ma era difficile arrivare a questa conclusione e spesso stavamo anche ore a discutere. Litigavamo spesso, ma non ero mai arrabbiato con lui, né portavo dietro rancore perché era come un fratello per me e gli volevo realmente bene. Confuso, decisi di liberare un po’ di emozioni scrivendo

“ Cara luna,

Sono fermo qui, ad osservarti dalla finestra della mia stanza e il tuo bagliore è l’unica luce che illumina il mio volto. Solo tu riesci a vedere la lacrima che mi taglia il viso e solo a te voglio dire ciò che provo in questo momento. Mi rimani solo tu, perché a Ben non so come dire che sto per andare via.
Sono confuso e non so cosa fare. Meglio dire tutto a Ben o lasciare che passi ancora un po’ di tempo? Meglio tagliare i rapporti in modo che nessuno soffra o godersi questi ultimi momenti?
Non mi piace mentirgli, e non l’ho mai fatto.
Mi piacerebbe trovare una risposta a tutte queste mie domande, ma nessuno è capace abbastanza.
Mi chiedo perché proprio adesso, che tutto sembrava andare bene, il destino abbia deciso di giocare con il mio umore.
Sono molto triste e non so cosa fare. Per la prima volta mi sento realmente solo perché anche Ella e Martin sono contro di me.
Vorrei solo chiudere gli occhi e sperare che questo fosse tutto un incubo, ma so che non è così.”

Non appena ebbi finito di scrivere quella lettera, essendo stanco e abbastanza sconvolto, mi misi sotto le coperte e iniziai a dormire.
La mattina seguente tutto sembrava diverso. Ella e Martin mi avevano appena salutato, ma in modo molto freddo: si vedeva benissimo che non sapevano cosa fare, né cosa dire. Ella si tratteneva a stento dall’abbracciarmi, mentre Martin era molto sulle sue. Io avevo appena ricambiato quel saluto, sentendomi quasi costretto a ricambiare quel saluto, ma non avendo alcuna voglia di farlo. Lasciai casa silenziosamente e mi diressi verso la scuola. Camminavo per la strada: jeans a vita bassa di un blu non molto scuro, snickers bianche con lacci blu, maglietta bianca disegnata la bandiera degli Stati Uniti , felpa con zip e cappuccio, rigorosamente indossato e occhiali da sole decorati a tema USA. Visto dall’esterno sembravo un ragazzo normale che stava andando a scuola ( non indossavo più la divisa in quanto ero già alla Sixth Form ), ma solo io sapevo che il peso delle parole portavo dentro era difficile da sostenere. Ascoltavo un po’ di musica con il lettore Mp3 ma ero distratto dall’eco rimbombante delle parole che avevo sentito e dai mille pensieri che avevo in testa: cercavo di trovare un modo per scappare da quella situazione infernale e non riuscivo a trovarlo. Ero molto spaventato perché pensavo di non poter riuscire ad affrontare Ben non credendomi capace di potergli dire tutto, ma presto o tardi lo avrebbe scoperto.
Vedere ogni giorno Ben a scuola era una tortura: dovevo trovare il modo di dirgli quello che stava succedendo, ma ogni volta che se ne presentava l’occasione, io dissimulavo.
I giorni passavano rapidamente e mancava una settimana alla mia partenza. Stavo studiando per gli ultimi test quando mi arriva un messaggio da parte di Ben

“ Per quanto tempo ancora vuoi continuare a fingere che vada tutto bene? Che non hai niente da dirmi? Io mi sono stufato di questo gioco.
Grazie di tutto. ”

L’aveva saputo. Ma chi aveva potuto dargli questa notizia se io stesso ne ero talmente turbato da non averne fatto nemmeno un piccolo accenno con nessuno? Potevano essere stati i miei genitori ?
Ne dubito perché era quasi un mese che Ben non veniva a stare un po’ a casa mia, nemmeno per studiare. Non mi interessava minimamente come aveva potuto saperlo, ma mi preoccupava il fatto di non sapere come risolvere la situazione. Gli mando un messaggio che diceva

“ Te lo avrei detto prima, se avessi saputo come farlo senza farti stare male. Scusa.
Se mai volessi parlare, vieni a casa mia.”

La risposta non arriva subito, tarda di qualche minuto. Ma appena arriva non tardo nemmeno un secondo ad aprire il messaggio e leggo

“ E secondo te è stato meno doloroso saperlo così? Sapere che tu lo sapevi ma continuavi a mentirmi… A me? Ti consideravo come un fratello e giuro che se penso ancora oggi a me, vedo la tua figura perché ormai eravamo una cosa sola e non avrei mai pensato che tu fossi capace di nascondere una cosa di così grande importanza. Stai per andare dall’altro lato del mondo e non penso che tornerai mai. Scusa amico, ma non posso accettarlo. Prova a vedere la situazione dal mio punto di vista.”

“So che ho sbagliato, sono pienamente cosciente di ciò. Ma già lo sapevi? Da quanto tempo? Chi te lo ha detto?”

“ So tutto da più o meno quattro settimane ho aspettato fino a questo momento per dirtelo perché speravo che fossi tu a dirmi tutto ( e anche perché fino all’ultimo non ci volevo credere e speravo che tu non partissi ). ”

“ Come fai a saperlo da quattro settimane, se io l’ho saputo 20 giorni fa ? L’hai saputo prima di me!! In questo periodo non sei neanche venuto a casa mia.”

“ I tuoi genitori mi hanno detto tutto e mi hanno anche chiesto di allontanarmi da te in modo che tu avvertissi meno dolore al distacco. Io li ho ascoltati perché pensavo fosse la cosa giusta. Vederti ogni giorno a scuola mi fa stare sempre più male.”

“ Vieni a casa mia! ORA! Penso che sia arrivato il momento di parlare.”

“ I tuoi non mi lasciano entrare e lo sai!”

“ Non ti preoccupare di ciò, aprirò io la porta.”

“ Ok, sto per uscire di casa. Fra dieci minuti sarò da te.”

“ Ok. Ti aspetto.. Non tardare!”

“ Mi dai il tempo di levarmi il pigiama e indossare una maglietta e un paio di jeans o vengo in pigiama?”

“ Ah ah! Non scherzare e sbrigati =)”

Aspettavo con ansia il suo arrivo ma non riuscivo a capire cosa mi stesse prendendo. Il momento in cui aspetti qualcuno è secondo me l’attesa più lunga che puoi provare nella vita e il tempo non sembra passare e ogni secondo che passa ti fa pensare sempre più al peggio. Tutto ciò mi metteva ancor di più in agitazione, considerando quello che stava succedendo. Questi dieci minuti sembravano non passare mai. Tra un monologo e un altro ( sembravo un cretino mentre parlavo da solo nella stanza ) dalla finestra lo vedi camminare lungo il vialetto, fermarsi davanti alla mia porta un attimo a pensare e poi suonare.
I miei aprirono la porta, visto chi era e la chiusero subito ancor prima che io arrivassi sotto per aprire. Sento solo Martin che pronuncia la frase – allora non hai capito – e poi la chiusura brusca della porta.
Appena arrivato sotto chiesi
-Chi è ?-
- Nessuno!- risponde Martin
- Ah ok! Apro io la porta e vedo chi è-
-Cosa intendi dire?- mi chiese Martin con aria sospettosa e io nemmeno risposi.
Mi diressi verso la porta e dopo averla aperta mi resi conto che non c’era veramente nessuno, era andato via.
Chiusi la porta con violenza ed entrai in camera. Non riuscivo a capire come mai era andato via.
E allora gli mandai un messaggio

“ Perché sei andato via? ”

“ Sono andato via perché tuo padre ha aperto la porta e mi ha cacciato. Sapevo che sarebbe finita così. Non capiscono proprio.”

“ Se solo avessi aspettato tre secondi in più, sarei arrivato io ad aprire la porta e saresti ancora qui.”

“ Scusa. Non lo sapevo! Ma tuo padre mi ha cacciato, quindi sono andato via.”

“Ok. Va bene! Ne parleremo a scuola”

Ma purtroppo questi ultimi sei giorni passarono velocissimo e così arrivai al giorno prima della partenza senza ancora avere chiarito nulla con Ben, poiché tra verifiche e molto altro non avevamo avuto nemmeno il tempo di vederci. Il pomeriggio appena rientrato a casa ricevo un messaggio

“ Domani parti. Addio”

“ Non mi dire tutto ciò. Non essere così freddo con me. Non me lo mertio perché sai che non voglio partire. Se dipendesse da me, resterei qui, poiché mi trovo bene e soprattutto non voglio lasciare né le mie abitudini, né tanto meno le persone.”

“ Anche se non vuoi farlo le tue parole restano solo intenzioni che rimangono in contraddizione con ciò che stai facendo, Kyle! Renditene conto! Stai andando via e io sto per rimanere solo.”

“ Lo so Ben ! Lo so ! Pensi che non sto già abbastanza male? Anche io rimarrò solo, in un mondo a me completamente sconosciuto. Pensi che la mia situazione sia migliore?”

“ Non lo so, ma penso che devi venire a casa mia stasera. Voglio stare con te un ultima volta… e questa volta penso proprio che piangeremo ( forse anche per l’ultima volta insieme )”.

“ Ok arrivo. Solo il tempo di preparare alcune cose e vengo. Né Ella, né Martin potranno fermarmi.”

Metto il telefono in tasca, prendo il mio Eastpak nero e metto dentro tutto quello che può servirmi per una notte.
Scendo giù e incontro Ella che mi chiese dove stessi andando e io risposi
-Vado da Ben! Dormo a casa sua perché vogliamo passare quest’ultima notte insieme dato che non ci rivedermo mai più! Se ti va bene, perfetto! Se non ti va bene e cercherai in tutti i modi di bloccarmi a casa, sappi che ti sarà impossibile. Non rinuncerò a passare l’ultima notte con il mio migliore amico e finigere un mezzo sorriso nei vostri confronti. –
- No, vai pure tranquillo. Non ho alcuna intenzione di fermarti. A Martin penso io.-
Avevo dedotto che neanche a lei piaceva l’idea di traslocare, quindi era tutta una costrizione di Martin. Mi abbracciò, non lo faceva da molte settimane, le uscì una lacrima e mi lasciò andare.
Mentre camminavo per la strada pensavo a come mi sarei dovuto comportare una volta trovatomi faccia a faccia con Ben. Dopo dieci minuti di camminata, che equivalevano a dieci milioni di dubbi, arrivai a casa di Ben e proprio Ben aprì la porta. Mi abbracciò come non ha mai fatto in sei anni e mi disse
- Finalmente sei arrivato! Non sai quanto è brutto attendere qualcuno a cui tieni, l’attesa sembra infinita.-
- Vedi? Siamo telepatici! Quando l’altro giorno sei venuto a casa mia e Martin non ti ha fatto entrare ho detto la stessa cosa!-
- Entra!-
Chiuse la porta dietro sé e mi fece salire in camera. Quella casa la conoscevo ormai come se fosse la mia. Erano più o meno le sei del pomeriggio e il sole al tramonto era l’unica luce di cui avevamo bisogno. Dava un atmosfera più accogliente rispetto al neon e quindi avevamo deciso di non accendere la luce fino a quando non si sarebbe fatto buio. Ben indossava una magliettina bianca a maniche corte e poi una tuta azzurra che gli cadeva molto larga. Non aveva scarpe ma solo calzini e portava in una mano il guanto senza dita che avevamo comprato insieme. Nell’altro polso, quello sinistro, aveva un polsino interamente nero. Io indossavo invece un paio di jeans larghi, una maglietta con cappuccio e alcuni bracciali in plastica. Non appena avevo tolto le scarpe ci sedemmo sui letti e io iniziai a parlare.
- Prima di iniziare a parlare di qualsiasi cosa, della mia partenza o altro voglio che tu sappia una cosa e infatti ora inizierò a raccontarti una storia. All’inizio cercherai di capire ma ti sarà impossibile e allora aspetterai che io finisca tutto il racconto. Abitavano una volta a Brighton una coppia che si amava tantissimo. Si chiamavano James and Katie ed erano sposati dall’età di 18 anni. Si erano conosciuti a scuola e i loro genitori erano sempre stati contrari a questo amore, ma alla fine si dovettero adeguare alla situazione. Katie, subito dopo il matrimonio concepì un figlio e l’attesa della nascita di quel bambino aveva riempito di gioia quella famiglia. Il padre, quando ogni giorno rientrava da lavoro, portava qualsiasi cosa che potesse servire al bambino che stava per nascere : un ciuccio, un orsacchiotto, un biberon e molto altro. Anche i nonni volevano essere resi partecipi della nascita di questo bambino e infatti il padre di James, che era un falegname, aveva costruito per il nipote la più bella culla in legno che era mai stato capace di fare. Per tutta la gravidanza Katie non aveva avuto alcun problema, ma allo s**ttare del settimo mese tutto cambiò tremendamente. I primi di giugno Katie diede alla luce il suo primo figlio, anche se la nascita era prevista per la metà di luglio. Katie non vide mai suo figlio e al figlio fu tolta la madre dal destino.
Durante il parto, che i dottori fecero d’urgenza, la pressione della madre si era alzata talmente tanto da provocare un’emorragia interna, benchè fosse sotto effetto di anestesia totale. Katie è passata dalla vita alla morte senza nemmeno accorgersene, ma il bambino non seppe mai il significato della parola mamma. Crescendo, egli veniva trattato dal padre e dai nonni come un principe ed era sempre felice, o così sembrava essere. Nessuno ha mai capito quanto gli facesse male non avere una madre come tutti gli altri. All’età di otto anni però successe una cosa che distrusse quest’equilibrio familiare, che si era creato con molta fatica, come se risalendo da un burrone, quasi impossibile da scalare, scivoli di nuovo giù quando sei quasi arrivato in cima e riesci già a rivedere la luce. Anche James aveva sofferto tanto per la perdita della moglie e rimanendo fedele a lei non si era mai più risposato anche se aveva appena diciotto anni. Qualche anno dopo si traferirono a York, poiché vi abitavano i nonni. Un giorno decise di dire tutto al figlio e lo portò dove la madre era sepolta. Era una giornata piuttosto cupa, il sole era sempre nascosto dietro le nuvole, il vento soffiava forte e pioveva, anche se piano. James e il bambino stavano viaggiando da York verso Brighton ma durante il tragitto una ruota della macchina slittò a causa dell’asfalto bagnato. Il bambino si rannicchiò impaurito nel sedile posteriore e sentì solo le urla di James che non sapeva cosa fare. La macchina uscì fuori dalla strada e sbatte contro un’insegna pubblicitaria. Il bambino non si mosse, aveva troppa paura di vedere. L’ambulanza arrivò subito, ma per James non c’era niente da fare, mentre per Kyle c’era ancora qualche speranza, poiché aveva riportato solo qualche livido. Ma il trauma più grande era quello della perdita anche dell’altro genitore.-
- Kyle? Hai detto Kyle?- mi interruppe Ben
- Sì, Kyle aveva ancora una speranza.-
-Kyle? Questa è la tua storia? Tu sai chi sono i tuoi genitori ? Li hai conosciuti?-
- Sì, ma non ricordo molto bene quelle immagini.-
- Avevi dei nonni, giusto? Perché non sei andato con loro? Perché ti hanno messo in orfanotrofio?-
- Il giudice riteneva i miei nonni incapaci di essere i miei tutori poiché già anziani e senza alcuna entrata economica, esclusa la pensione, non ritenuta sufficiente per la cura di un bambino della mia età.-
- E quindi ti hanno costretto ad andare lì.. Ma hai mai più rivisto i tuoi nonni?-
- No! Quando ero all’orfanotrofio le maestre mi dissero che gli unici parenti che avevo erano morti e quindi non ho mai più avuto opportunità di vederli.
- Hai mai raccontato a qualucno questa storia? C’è qualcuno oltre me che è a conoscenza di questo tuo grande segreto? Ella sa qualcosa ? Martin?-
- NO! Nessuno sa niente di questa storia e non voglio che nessuno la sappia. Tu sei la prima persona a cui la racconto, poiché persino alle maestre e alle balie dell’orfanotrofio ho sempre mentito dicendo di non ricordare niente, forse perché è ciò che voglio.-
-Vuoi davvero non aver vissuto niente di tutto ciò? Sembra veramente difficile superare tutto quello che hai passato, ma è questo che ti ha portato ad essere la persona speciale che sei ora, con il tuo carattere e con tutti i sentimenti che sai esprimere.-
- Non è questo che intendevo dire! Io non rinnego il mio passato, né lo disprezzo, ma a volte desidero che tutto fosse andato in maniera differente e almeno una volta nella vita una scelta fosse facile.-
- Ti capisco. Grazie di avermi confidato questo segreto.-
- E di cosa, stupido? Sei o non sei il mio migliore amico?-
- Lo sono. E fra poco mi ritrovero solo.-
- Ah finiscila! Anche se saremo lontani, esiste il cellulare, internet, o anche le lettere. Rimarremo in contatto, non temere e sarà come se io fossi rimasto qui.-
- Beh in realtà ora tocca a me parlare.-
- Vai, ti ascolto.-
-Sai proprio non riesco ad immaginare la mia vita qui senza te :sarebbe così noiosa e vuota.Ti prego non partire! Non sarebbe la stessa cosa anche considerando i vari modi per tenersi in contatto.-
-Sai che se dipendesse da me, io rimarrei qui.-
Ben si alzò dal suo letto e si sdraiò sul mio e disse
-E allora non partire. Non mi lasciare solo!-
- Ahah! Gli occhi dolci non funzionano. E poi non è una scelta che ho preso io, ma che Martin ha fatto per me.-
E proprio in quel momento in cui non so ancora spiegarmi bene cosa sia successo e soprattutto perché sia successo, Ben mi prese la mano e le nostre dita si intrecciarono, si avvicinò repentinamente al mio viso e mi iniziò a toccare i capelli e ad accarezzarmi. Si avvicinò ancora di più e mi baciò. Penso che quello di Ben è stato il bacio più bello che ho mai ricevuto nella mia vita, poiché era carico di emozione e vi si celavano dietro tutti i dubbi e le speranze che erano proprie del nostro futuro. Entrambi avevamo dentro la paura di perderci per sempre e non è un sentimento facile sa gestire. Appena dato il bacio, si staccò rapidamente, le gote gli si colorarono di rosso per la vergogna e disse
- Scusa, non volevo! Non so che mi è preso …-
Gli dissi – Shh.. Stai zitto, non è un problema..- e lo baciai.
Non sapevo se ciò che stessi facendo fosse giusto o sbagliato, ma stava accadendo e non mi ero mai sentito più felice prima.
La mattina dopo mi svegliai io prima di lui mi misi a sorridere vedendo la scena. La camera non era ancora illuminata dal sole: era l’alba o forse il cielo era coperto dalle nubi. Avevo freddo e quindi rimisi la maglietta e tirai il lenzuolo sopra Ben, poiché doveva avere freddo anche lui.Niente era cambiato rispetto alle altre volte. Eravamo sdraiati nello stesso letto ma c’era un piccolo particolare in più: le mie braccia erano attorno al suo petto e lui era accovacciato tra di esse. Sorrisi ancora, gli baciai la nuca e mi riaddormentai.
Non so se fosse già passato molto tempo, ma lui si svegliò e si girò verso di me, mi baciò e mi risvegliai immediatamente, quasi di soprassalto.
- Buongiorno Kyle, dormito bene?- mi disse
- Sì, mai dormito meglio. Sei speciale e non ti voglio perdere.-
- Pensi che io ti voglio perdere? Pensi che mi piace sapere che già fra qualche ora tu sia in viaggio per raggiungere l’altro lato del mondo ?-
- No. Suppongo di no.-
Il danno era ormai fatto: bisognava ripararlo oppure nasconderlo. E noi ovviamente scegliemmo la seconda opzione, cioè nascondemmo tutto.
Dopo aver passato ancora un po’ di tempo a parlare di quanto fosse ingiusta questa partenza, siamo scesi in cucina per fare colazione. Mrs Coyle aveva ragione sul fatto che noi fossimo degli ottimi attori : ci siamo comportati come di solito niente di nuovo.
Dopo aver finito di far colazione, uscimmo a razzo da casa per andare verso casa mia, poiché dovevo sistemare le ultime cose prima della partenza. Per la strada ci tenemmo per mano e qualche bacio è pure scappato, volevo mantenere il contatto con lui il più a lungo possibile. Ma appena arrivati a casa, costretti di nuovo a dissimulare ritornammo a fingere, fino a quando non eravamo al sicuro nella mia stanza e avevo chiuso la porta, a chiave.
Stavo riponendo nelle valigie alcune magliette mentre Ben era seduto nel mio letto. Non ricordo cosa stesse facendo, ma ricordo che non parlava, era impegnato a fare qualcosa.
Era l’ora di pranzo e la partenza era imminente. Il volo era alle quattro meno venti e quindi era arrivato il momento di salutarci e ci salutammo con un semplice bacio, dopo il quale vidi scorrere lenti i suoi passi, e ad ogni passo che faceva il mio cuore si stringeva sempre più. Una lacrima mi tagliò il viso e cadde dritta sul telefono che vibrò di colpo. Era un suo messaggio

“ Penso che non ci vedremo mai più e inizio a piangere. Già mi manchi.
Sei tutto quello che ho, e ora che vai via non ho più niente.”

Era il messaggio più triste che io avessi mai letto ed aveva lasciato in me un vuoto incredibile.
Forse ciò che era successo di notte non aveva fatto che peggiorare la situazione o meglio aumentare il bisogno che l’uno aveva dell’altro.
Non appena tutto era stato preso e sistemato nei vari camion per il trasloco, Martin chiuse la casa ed il momento di andare era arrivato.
Salimmo in macchina e il viaggio era appena iniziato, ogni secondo mi sentivo sempre più insicuro, avevo sempre più paura di non riuscire ad affrontare tutto ciò che stava per accadere. Mando allora un messaggio a Ben

“ Noi ci vedremo ancora, fosse l’ultima cosa che faccio. Verrò presto dammi solo due anni di tempo e tornerò indietro. Non voglio perderti. Per adesso devo andare perché sono minorenne e sono sotto la loro tutela, ma il giorno stesso dei miei diciotto anni tornerò indietro. ”

La risposta arriva immediatamente

“ Sono solo parole.”

“ Credimi non sono parole! Sono emozioni e speranze. Quel bacio mi ha fatto capire quanto tu sia dannatamente importante per me e quanto io non voglia partire. Sento già il vuoto dentro me e so che quel vuoto è il posto che tu stai lasciando. ”

“Non voglio lasciare quel posto che ho conquistato con il passare degli anni.Allora non posso che aspettare il tuo ritorno e 700 giorni passano velocemente no?”

“ Sì. Spero proprio di sì. E adesso ciao… Sto per salire in aereo. Le lacrime mi stanno tagliando il volto, sento un vuoto che non ho mai provato. Sento il TUO VUOTO che non riesco a colmare. ”

“ Sono qui e aspetto solo te. Torna presto. Ancora non capisco perché sei dovuto andare via.”

Avevamo fatto il check-in e raggiunto il gate. L’hostess di terra mi aveva appena chiesto la carta d’imbarco e io l’avevo mostrata. Mi sentivo come quando un condannato a morte va verso il patibolo: è cosciente di cosa sta per succedere e sa che è ciò che non vuole, ma è obbligato a farlo. Dentro gli si s**tenano tutte le emozioni che ha provato nella vita, i ricordi saltano alla mente uno dopo l’altro, vuole scappare ma non sa come fare e alla fine affronta tutto o per coraggio o per disperazione.
E così anche feci io. Ma ero certo di aver affrontato tutto ciò non con coraggio ma per disperazione .
Presi posizione in aereo e chiusi gli occhi, mi addormentai perché ero piuttosto stanco e sconvolto.
Mi svegliai alla fine del volo, quando più o meno mancavano 30 minuti all’atterraggio.
Appena atterrato l’aereo non avevo ancora realizzato che mi trovassi dal lato opposto del mondo. Subito dopo andammo a recuperare i bagagli e lo zio venne a recuperare noi.
Lo zio Pauly sembrava simpatico e somigliava molto a Martin : aveva solo qualche ruga in più. Era il figlio maggiore, come mi avevano raccontato in passato, aveva lasciato casa all’età di sedici anni circa per inseguire il suo sogno: quello di girare il mondo. La prima tappa fu Sydney e fu anche l’ultima : come spesso accade, si fermò qui perché aveva trovato la donna della sua vita. Con ciò non voglio dire che la amasse ma solo che Martin diventò zio più o meno un anno dopo che suo fratello fosse partito da casa. Erano ormai quasi venticinque anni che viveva lì con la sua famiglia indubbiamente numerosa: escludendo la moglie Mary rimanevano Mark che aveva ventiquattro anni, Sophie che ne aveva venti, Christopher che ne aveva sedici e le due gemelline Clara e Faith di appena cinque anni. Vivevano in una casa piuttosto grande, simile come dimensioni a quella dove io abitavo quando vivevo a Londra e noi avremmo alloggiato nella depandance che era appena dietro la casa fino a quando non avessimo trovato casa migliore. Sistemate le valigie e saliti in macchina, ci diressimo verso casa, che non era molto lontana. Passata circa mezz’ora eravamo a casa: era piccola e non era per niente arredata. Il camion con i mobili e il resto delle cose che non entravano in valigia sarebbero arrivati solo quattro giorni dopo, quindi dovevamo aspettare e accontentarci di ciò che avevamo. Martin sembrava sapere tutto ciò e infatti non aveva fatto traslocare altro che non fosse lo stretto indispensabile. La mia stanza era grande quanto la metà di quella che avevo in precedenza, se non più piccola e soprattutto non avevo due letti. Dopo qualche minuto mi resi conto che non avevo che farmene di due letti : ero solo con davanti una vita nuova da iniziare, mille ostacoli da affrontare e con nessuno al mio fianco. Sistemate le prime cose, dopo aver aiutato un po’ anche Ella e Martin, decisi di conoscere la famiglia dello zio.
Suonai un paio di volte il campanello e Mary mi venne ad aprire. La prima impressione che mi fece fu positiva: mi è sembrata una bonacciona, timida che non riusciva proprio a fare un torto a nessuno . Il suo colore della pelle era molto chiaro, somigliava più ad una svedese che a un’australiana, che di solito hanno la carnagione scura. Era bionda platino e aveva due grandi occhi azzurri.
Mi accolse in casa chiedendomi come fosse andata e mi fece accomodare sul divano. Lo zio Pauly era andato a comprare la cena, mentre i ragazzi, o meglio i miei “ cugini ” , erano ognuno nella propria camera, escluse le Faith e Clara che stavano in cucina con la mamma. Appena avvicinatomi alle bambine per salutarle, mi sorrisero e mi chiesero chi fossi e io risposi loro
-Sono vostro cugino, e sono mi sono appena trasferito qui da Londra.-
- Da Londra? Deve essere una bellissima città.-
- Sì, è veramente bellissima e non volevo partire.-
- Avevi molti amici lì? –
Non risposi, ma non potevo colpevolizzare l’ingenuità delle bambine, rendendole capro espiatorio del dolore che provavo. Per fortuna Mary mi sottrasse all’obbligo di dare la risposta dicendomi
- Ora ti presenterò agli altri cugini…- e urlò – Mark … Chris…. Sophie … scendete! Sono arrivati gli zii da Londra e qui c’è vostro cugino.-
Il primo che scendeva sembrava avere la mia età e perciò dedussi che egli fosse proprio Christopher. Era alto qualche centimetro in meno di me, ma avevamo lo stesso colore di capelli e anche lo stesso taglio. Indossava degli occhiali da nerd, dietro i quali nascondeva duo occhi di colore verde smeraldo. Per quello che potevo notare avevamo lo stesso stile anche nel vestire.
-Ciao Christopher. Piacere Kyle.-
- Ehi Kyle! Chiamami Chris… Come è andato il viaggio?-
- Bene, ho dormito tutto il tempo.-
- Ahaha tranquillo… ora ti faccio svegliare io! In giro in città ci sono delle ragazze che …-
Allora arrivò Sophie che non lasciò che Chris terminasse la frase e si intromise nella discussione in modo piuttosto scontroso verso il fratello - Stai zitto! Sai usare quella bocca solo per dire cose insensate. Da quando sei nato non ho mai sentito uscire da quella bocca una frase che potesse minimamente avvicinarsi al concetto di un periodo grammaticalmente e sintatticamente corretto.- e poi continuò – comunque sono Sophie e guardandoti bene sembri la fotocopia esatta di mio fratello. Meglio tornare a studiare e non perdere tempo.-
Sembrava proprio una secchiona antipatica e speravo che la prima impressione mi ingannasse.
Subito dopo arrivò Mark e devo ammettere che era uguale al fratello solo poco più alto e più muscoloso in quanto andava in palestra dal lunedì al mercoledì e i giorni che restavano, esclusa la domenica, andava ad allenarsi in piscina.
- Non ti preoccupare. Chris e Sophie litigano sempre: lei è troppo perfettina mentre lui è troppo stupido. Non troveranno mai un accordo.-
Sorrisi e lui mi chiese
- Vuoi un po’ d’acqua?-
- No, grazie. Ora vado a casa. Devo ancora sistemare alcune cose e poi vorrei fare una passeggiata in città.-
- Perché non vieni con me e Chris stasera? Usciamo con dei nostri amici.-
- Ok. Ci penserò su, sono un po’ stanco.-
- Sì, ma divertirti un po’ ti farà bene. Ti si legge negli occhi che sei molto triste e hai già nostalgia.-
- Ahah! Forse è un po’ troppo evidente. Comunque ci penserò su.-
- Va bene. Se volessi venire, fatti trovare qui alle nove.-
- Ok. A dopo.-
Sono rientrato a casa e ho sistemato nei cassetti la poca roba che ho. Appena finito decisi di fare una doccia, ma resi subito conto che l’acqua calda non era ancora disponibile, perché non avevo acceso la caldaia. Uscito dalla doccia, letteralmente congelato, mi asciugai e subito dopo cercai i vestiti adatti per uscire. Non avevo molte cose ancora e quindi presi le prime cose che trovai. Sono uscito di corsa dalla camera, pensando che fosse tardissimo, ma arrivato in cucina mi resi conto che erano appena le otto e venticinque. Ella era ancora molto indaffarata nel sistemare ogni cosa e Martin la aiutava. Dovevo chiedere loro il permesso di uscire e allora dissi
-Mamma, Chris e Mark mi hanno chiesto se mi piacesse uscire insieme a loro. Io, sinceramente sento il bisogno di uscire da queste quattro mura e incontrare gente. Posso?-
- Certo che puoi non c’è alcun problema. Me lo avevano già chiesto e io avevo risposto di sì. Dormirai da loro stanotte.-
- Ok. Allora vado.-
- Non è un po’ presto?-
- Sì, in effetti. Sono nella mia camera per un altro po’, se non vi serve una mano.-
- No, tranquillo. Vai.-
Rientrai nella mia camera e presi un foglio per scrivere una lettera a Ben. Non avevo ancora il computer e non volevo usare quello dei miei cugini, perché avrebbero potuto controllare tutte le mie conversazioni. Iniziai a scrivere di getto

“ Ciao Ben,

Sono Kyle e questo è il mio nuovo indirizzo: vedi quanto è distante?
Sono appena arrivato: qui sono quasi le nove di sera mentre lì il sole sta ancora sorgendo.
Ho conosciuto la famiglia di mio zio Pauly e devo dire che sono molto simpatici.
Però anche se tutto sembra normale, c’è una cosa di cui non posso fare a meno : TE.
I giorni sembrano infiniti qui, consideranto che sono qui da poche ore. Non ho nessuno con cui parlare e niente da fare: solo ora capisco quanto riempivi la mia vita.
Ora vado, stasera esco con i miei cugini per cambiare aria e per evitare di deprimermi rimanendo chiuso in queste quattro mura, davanti la televisione con una vaschetta di gelato in mano.
Spero che questa lettera ti arrivi presto e che tu risponda il prima possibile.

Kyle xoxo ”

Piegai la lettera e la ma misi in una busta, in cui scrissi il suo indirizzo: 153 Bradford Road, London. Ora dovevo solo trovare un francobollo, ma erano già le nove meno un quarto e mi diressi verso casa di zio.
Suonai al campanello e Sophie mi aprì la porta dicendo
- Anche tu ti aggreghi alla mandria?-
Sorrisi, ma non risposi e tirai dritto verso la cucina, dove vedevo Chris seduto.
Entrai in cucina e mi accorsi che c’erano altri due ragazzi e Chris subito me li presentò
-Ah finalmente Kyle, stavamo proprio parlando di te. Questi sono i miei migliori amici : Cody e Joey. Frequentano la mia stessa scuola e l’anno prossimo, a partire da settembre, tu sarai con noi. Non vivono molto lontano da qui, infatti sono sempre qui a casa mia.-
- Sono Kyle e ho visto che Chris vi ha già parlato di me, quindi non aggiungo niente.-
Proprio in quel momento arrivò Mark che chiese se fossimo pronti e noi rispondemmo affermativamente.
- Non è che avete dei francobolli?- chiesi io
- Posso controllare in camera, forse ne ho qualcuno.- mi rispose Mark e continuò
- Andate in macchina. Vi raggiungo subito, il tempo che controllo se ho i francobolli o meno.-
-Ok.-
Chris prese le chiavi che Mark gli aveva lanciato e in gruppo andammo verso la macchina. Saliti in macchina Cody incominciò un discorso dicendo
- E tu? Inglese? Come sono le ragazze lì? Come passavi il tempo?-
- Sono abbastanza carine.-
- Che eri solito fare la sera?- chiese ancora
- Non uscivo spesso. Di solito stavo a casa mia con il mio migliore amico.-
- Che noia! Mai una serata in cerca di ragazze?-
- Quasi mai.-
- Noi, invece, quando usciamo, siamo incontrollabili. Ci piace bere nei diversi pub e spesso ubriachi ci ritroviamo a fare cose con ragazze sconosciute. Per fortuna che a fine serata Mark ci viene a riprendere e ci mette in macchina anche se siamo in condizioni pietose.- mi raccontava Cody ma Chris lo interruppe dicendo
- E tu sei pronto a stare con noi stasera? Hai mai bevuto fino a vomitare?-
- Ma perché fate questo? Non potete divertirvi normalmente?-
- La normalità non è per noi! Noi ci divertiamo così e imparerai anche tu.-
- Ah ok .-
La nostra discussione, che sembrava degenerare verso argomenti un po’ imbarazzanti per me, fu interrotta da Mark.
- Tieni i francobolli. Ti hanno spaventato?- mi disse
- No. Non ti preoccupare io alcune volte faccio di peggio. Penso di poter res****re.-
- Perfetto! Allora andiamo.-
Mise in moto la macchina e ci dirigemmo verso il centro della città.
La città non sembrava molto diversa da Londra: stessi blocchi di appartamenti e stessa gente che corre veloce per la strada. Ma non provavo nessuna voglia di vedere quel posto.
Ricordo solo di aver capito che non era il posto per me anche se solo a prima vista e volevo tornare indietro.
La gente parlava con un accento diverso e storpiava le parole e anche al bar mi prendevano in giro, facendo finta di non capirmi. Non parlavano in inglese, ma un dialetto derivato dall’inglese con parole e nomi diversi , pronuncia completamente diversa e grammatica più o meno simile.
Non voglio dire che non ci capivamo per niente, ma che il modo di parlare era diverso.
Posteggiammo vicino ad un pub e scendemmo dalla macchina.
- Kyle, là puoi imbucare la posta.- mi disse Mark indicandomi un bidone blu in lontananza.
- Grazie. Torno subito.-
Imbucai la lettera e raggiunsi gli altri che erano appena entrati nel pub. Volevo dimenticare tutto e andare avanti ma non so se ce l’avrei fatta. Mentre Chris, Cody e Joey si ubriacavano, Mark si sedette accanto a me. Dopo aver preso più di otto cocktail mi disse
-Ora basta! Vuoi ridurti come quei tre?-
- Mi piacerebbe svegliarmi domani mattina e non ricordarmi più niente, né chi sono, né da dove vengo.-
- Non dire queste cretinate. Parlamene! Sfogati!-
- Ok! Ma non giudicarmi.-
Gli chiesi di non giudicarmi poiché è difficile comprendere ciò che in realtà provavo. Risultava difficile anche a me, perché ero cresciuto in ambienti in cui non era possibile neanche solo pensare di poter avere una relazione con una persona dello stesso sesso. Qui in Australia sembra una cosa piuttosto normale e lo stesso accade negli USA, come mi hanno riferito alcuni amici. A Londra, dove vivevo prima, non era ancora del tutto accettato e c’erano molte persone che ti guardavano con aria di disprezzo e disgusto , ma la stituazione è di gran lunga migliore rispetto a quella che vi è in Italia. Conosco diverse persone che abitano in Italia, grazie ai vari social networks, ma quelli con cui ho più contatti sono due : Riccardo, che vive a Torino e Francesco, che vive vicino Brindisi. Riccardo mi ha raccontato che al Nord la situazione è simile a quella londinese, ad eccezione di qualche sporadico atto di violenza nei confronti degli omosessuali. Scendendo più a Sud, come mi racconta Francesco, l’omosessualità non è per niente accettata. Francesco si è sempre battutto per i diritti degli omosessuali, anche essendo eterosessuale, e sempre è stato preso in giro, ma ha continuato questa battaglia perché detesta vedere quanto le persone siano chiuse come mentalità e come continuino a disprezzare queste persone.
Gli raccontai della mia infanzia, di quando Ella e Martin mi vennero a prendere all’orfanotrofio (ma ero già certo che lui sapesse tutto), di Londra e di Ben. Gli dissi proprio tutto. Nel frattempo avevo mandato giù altri cinque o sei bicchieri di vodka. Iniziavo a parlare in modo disconnesso e di ciò Mark si era reso conto. Il racconto lo aveva lasciato basito ma non aveva affatto l’aria di uno che intendeva giudicare. Spezzò il silenzio dicendo
-Kyle per quanto ancora starai seduto al bancone di quel pub a bere drink? Se vuoi cambiare la situazione non bere, alzati e affronta tutti e torna indietro. Bere non servirà a dimenticare e anche se funzionasse dimenticare non serve a niente.
Io vi aspetto in macchina. Quando avete finito venite.-
Quelle parole mi fecero pensare molto, per quanto non avessi la lucidità adatta per farlo.
Le altre cose che successero quella notte non le ricordo nemmeno, perché ero totalmente ubriaco.
La mattina mi svegliai in macchina e vidi che i ragazzi stavano peggio di me. Eravamo ancora sulla strada per casa e mi telefono mi vibrò: era un messaggio di Ben che diceva :

“ In questo momento riesco a vedere la luna, una luna che tu hai già visto. Sta sorgendo ed è tanto luminosa da illuminare la mia camera. Sembra molto vicina e sembra quasi volermi dire qualcosa. Forse tu gli hai già affidato dei segreti, o un messaggio per me. Lo stesso farò io: le dirò quanto sei importante per me. Buonanotte Kyle.”

Non mi sembrava adatto rispondere in quel momento, perché forse avrei solo scritto un testo senza senso. Decisi di rispondere dopo.
Ritornammo a casa ed io entrai a casa , stanco e sconvolto. Le parole di Mark riecheggiavano nella mia mente e adesso ero molto pronto a prendere una decisione. Mi chiedevo perché ogni persona alla quale mi affezionavo spariva dalla mia vita.l Avevo sofferto molto a causa della morte dei miei genitori e solo dopo anni ero riuscito a sorridere di nuovo, grazie a Ella e Martin. Mi sono affezionato a loro , ma Martin mi ha deluso per la sua prepotenza , e anche per questo ho sofferto. Mi ero affezionato a Ben e il destino ci ha voluti lontani. Perché sono sempre io quello che doveva soffrire nelle relazioni di qualsiasi genere?
Durante l’estate che mi separava dall’ingresso nella nuova scuola cambiai molto e anche Ella se ne rese conto. Mi ero fortificato dentro, e non provavo più alcun sentimento. Non volevo più essere fragile perché avevo sofferto abbastanza e non avevo ottenuto niente.Mi piaceva vedere le persone strisciare ai miei piedi e soprattutto più mi volevano bene, più le facevo soffrire. Chi mi voleva bene era come una marionetta nelle mie mani: si muoveva proprio come piaceva a me . Chi non stava con me o era mio nemico veniva schiacciato come un insetto, insultato e portato alla esasperazione, tanto da abbandonare la scuola. Chris, Cody e Joey mi rispettavano, come tutti ed esiguivano tutti gli ordini che davo loro.
C’era solo una persona con cui ero ancora fragile e tenero, mio fratello Zayn. Ella è rimasta incinta poco dopo del nostro arrivo a Sydney e già a Marzo dell’anno successivo Zayn era nato.
Era bellissimo e anche Ben che lo aveva visto in foto lo aveva detto. Il nostro rapporto sembrava essere uguale, come se non fossi mai partito. La scuola era sempre più noiosa e non avevo nessuno che aveva tanto carattere da tenermi testa. Ma qualche mese dopo sei arrivato tu.
Io?- mi interruppe Josh.
-Sì. Tu mi hai aiutato in questo inferno! Ti ricordi di quando ci siamo conosciuti a scuola? Ahaahah è stato fantastico. Entrambi dal preside per aver saltato più volte le lezioni.-
- Ahaha vero!-
- E quando abbiamo bucato le gomme all’insegnante di matematica?-
- Sono stati dei bei momenti.-
Mi fece segno di battere il cinque.
- Wow.. la tua storia è interessante! La mia, in confronto, è piuttosto comune. Ho sempre desiderato avere una via un po’ più movimentata.-
- Ogni storia ha i suoi particolari e ti assicuro che spesso avere una vita movimentata e piena di cambiamenti non è semplice né divertente.-
- E quindi stai per partire?-
- Sì fra un paio di giorni torno in Inghilterra. Martin non ha venduto la casa, quindi mi lascia le chiavi. Loro non vogliono tornare ma io non riesco più a stare qui. E poi li c’è Ben!-
- Ahah! Quindi io sono stato la riserva?-
- Scemo! Io ti voglio bene… Perché non vieni con me?-
- No, grazie! Preferisco stare qui. E poi dovrei fare il terzo incomodo?-
- No! Stai qui.. la tua ragazza si offenderebbe molto se tu partissi.-
-Almeno accompagnami all’aereoporto.-
- Certo che lo farò.-
Mi rimanevano appena quarantotto ore alla partenza. Avevo già sistemato tutto in valigia, avvertito Ben del mio ritorno e preso il diploma, con molta fatica. Salutare Ella, Martin e il piccolo Zayn è stato abbastanza traumatico, ma dovevo farlo.
Josh mi ha accompagnato all’aereoporto e arrivati al momento di salutarci mi ha detto
- Fratello , quando vuoi ritorna! Casa mia è sempre aperta.-
- Come se non avessi la mia! Ahaha .. Ora devo andare.-
Voltai le spalle e mi diressi verso il gate. Mi urlò qualcosa come “fai un buon viaggio” , ma non ricordo esattamente le parole.
Era arrivata la fine del mio soggiorno a Sydney che anche se durato appena due anni mi sembrava essere stato lungo quanto il tempo trascorso in orfanotrofio.
Ero pronto per prendere l’aereo e a lasciare l’Australia. Era stato un bel soggiorno ma sentivo che qualcosa mi mancava e stavo andando a raggiungerla.
Gli ultimi messaggi di Ben erano sempre più freddi, sicuramente perché sono dei testi scritti dai quali non si possono evincere emozioni.
Il volo mi è sembrato molto più lungo rispetto a quello di andata, forse perché non sono riuscito a chiudere occhio.
Appena atterrato a Londra ho gridato “Finalmente a casa!”
La prima cosa che ho fatto dopo avere preso i bagagli è stata mandare un messaggio a Ben

“ Sono finalmente a casa. Stasera non possiamo vederci perché devo sistemare un paio di cose, ma domani non appena ti svegli raggiungimi a casa.”

“ Non so! Ho molti impegni…”

“ Cosa? Sono appena tornato da Sydney dopo due anni e tu mi dici che hai impegni e non puoi trovare un po’ di tempo per me? Il tuo migliore amico?”

“ Scusa. Ma sono davvero troppe le cose che devo fare.”

“ Ok. Io sono tornato quando vuoi cercami.”

Ero un poco arrabbiato, devo ammetterlo, perché non riuscivo a capire il motivo per cui Ben fosse così schivo nei miei confronti.
Ritornai a casa con un taxi poiché nessuno poteva venirmi a prendere.
Ma mentre eravamo distanti da casa mia appena tre isolati, vidi per la strada una faccia che mi sembrava conosciuta. Ma solo qualche secondo dopo realizzai che era Ben. Decisi in fretta di voler scendere dal taxi e infatti chiesi al taxista
- Scusi può accostare?-
- Ma non siamo ancora arrivati a destinazione, manca poco, due o tre minuti.-
- Mi faccia scendere, non si preoccupi. Vado a piedi perché ho bisogno di sgranchire le gambe dopo molte ore di volo. Quanto le devo?-
Pagai e scesi. Presi le valigie e me le trascinai, come fardello pesante. Avevamo avanzato un po’ rispetto al punto in cui avevo visto Ben e quindi dovetti voltare le spalle e ritornare più indietro.
Sarebbe stato meglio non avere voltato le spalle: Ben non era solo e teneva per mano una ragazza. Che scena pietosa vista dall’esterno!
Il cuore mi si era ristretto e stavo per piangere, ma fui capace di trattenere le lacrime. Camminavano ad appena trenta metri più avanti rispetto a me e io li guardavo da dietro, come uno studipo, tenendo la mia valigia. Mi sentivo strano, deluso e tradito. Avevo riposto in lui tutti i miei sogni e il mio futuro, ma li stavo vedendo distrugersi e svanire. Avevo ancora voglia di parlargli, o forse ne avevo anche più di prima: intendevo chiarire tutta questa situazione.
Urlai, con la poca voce che mi rimaneva in gola e che riusciva ad uscirmi, una voce strozzata da un pianto appena trattenuto e stroncata dalla rabbia e delusione che provavo
-Ben!-
Si voltò di s**tto e lo stesso fece la ragazza. So per certo che non aveva capito chi fossi e per esserne sicuro si avvicinò. Lo stesso feci io. Ogni passo che facevo era sempre più marcato e ogni secondo che passava sempre più scandito dalla voglia che avevo di parlargli, di abbracciarlo, di dargli uno schiaffo e caricarlo di insulti. Più vicini eravamo più il cuore mi saliva in gola e mi era quasi impossibile respirare. Quando ci trovammo ad appena qualche metro, mi riconobbe e lasciò la mano della ragazza di s**tto, come se non volesse che io vedessi questa azione. Si allontanò da lei, ma io avevo già visto tutto.
- Kyle! Sei tornato finalmente.-
Lo disse con un tono così spento e povero di emozioni, che mi fece rendere conto di quanto la situazione fosse oramai degenerata e che l’unico cosa rimasta del nostro rapporto fossero i ricordi. Ben non era più la mia metà, la persona senza la quale non potevo vivere, poiché ormai, aveva sostituito la mia figura assente con quella di un’attraente ragazza e soprattutto io non ero più il suo centro, la persona che riempiva la sua vita.
- Questa è Emma.- disse con la voce così spaventata e piena di vergogna che quasi non riuscivo a sentire.
- Piacere, io sono Kyle. Ero il migliore amico di Ben. Ci incontriamo in giro! Ora vado a casa. Sono piuttosto stanco! Ci sentiamo tramite messaggi, ok?-
Non avevo voglia neanche di sentire la risposta: con gli occhi gonfi di pianto mi voltai e mi diressi verso casa. Non sapevo che pensare: ero io lo stupido della situazione perché ero tornato indietro come gli avevo promesso o era lui quello che stava sbagliando?
Mentre camminavo non riuscivo a trattenere le lacrime perché mi passavano in mente i ricordi di tutto ciò che avevamo passato insieme. Quantilitigi e quante riappacificazioni che avevamo passato! E anche tutto quello che era successo il giorno prima di partire, forse, per lui non contava più niente, ma per me era ancora tutto importante. Arrivato davanti alla porta di casa mia, presi le chiavi nella mia tasca e devo ammettere che rientrare a casa è stato come fare un salto nel passato. Vedevo ogni immagine ridisegnarsi nitida nei miei ricordi, ogni sorriso o ogni lacrima. La mia mente era come una tela: lentamente prendeva colore e solo dopo aver finito il disegno di base si disegnavano nitide anche le più piccole sfumature, che erano forse i ricordi che faccevano più male. Lasciate le valigie all’entrata, faccio un giro veloce della casa e mi accorgo che ogni cosa era al suo posto: le riviste aperte sul tavolo e i bicchieri vicino al lavandino. Era come se il tempo si fosse fermato e solo ora tutto riprendesse vita. Sembrava assurdo ma tutti gli orologi di casa segnavano le dodici e trenta, il momento in cui avevamo lasciato casa e ora le lancette avevano appena riniziato a muoversi.
Anche la mia stanza era proprio così come l’avevo lasciata, era tutto uguale: stesso letto, stesso armadio e stessa sistemazione. Ritornai per un attimo bambino, presi quel peluche che non avevo mai toccato e che era messo sopra l’armadio e lo poggiai sul letto. Mi misi anche io sul letto e strinsi forte il cuscino. Mi accorsi di avere sfiorato qualcosa e con la mano la presi. Mi sembrò un appunto, scritto di fretta e piegato in quattro per essere più piccolo e non essere notato. Solo leggendolo mi resi conto di cosa fosse realmente

“ Kyle,
Ti scrivo questo messaggio mentre tu sistemi le ultime cose prima della partenza. Mi sembra piuttosto inutile ripeterti che non voglio che tu parta, ma è tutto ciò che mi viene in mente ogni volta che ti vedo e anche quando mi sei distante, perché ho paura di non rivederti più.
Ieri notte è stata la notte più bella della mia vita, perché per la prima volta ho provato qualcosa di veramente speciale e solo grazie a te. Mi hai aperto il tuo cuore e mi hai dato la forza di esprimere veramente quello che provo per te, che è molto più di una semplice amicizia. Con la tua storia mi hai fatto capire che non c’è motivo di nascondere chi siamo o cosa proviamo realmente, perché forse non ci sarà mai più l’occasione di dimostrarlo. Per queste ragioni ti ho baciato, non facendo nemmeno caso al fatto che domani sarai dall’altro lato del mondo. Ho deciso di vivere quel momento solo irrazionalmente e per due minuti ho smesso di avere paure e preoccupazioni.
Averti accanto mi rende felice e l’ho capito proprio stamattina, appena sveglio. Svegliarmi e trovarmi avvolto dalle tue braccia è stato bellissimo. Anche se vai via non ho alcuna intenzione di perderti e spero nel tuo ritorno.
Anche se lontano, resterai per sempre nel mio cuore e nessuno potrà mai sostituirti.
Non so se leggerai mai questa lettera, ma voglio che tu sia a conoscenza di ciò che provo per te in questo momento: il sentimento più forte che ho mai provato.


Ben”

Questa non l’avevo trovata prima, l’aveva nascosta veramente bene. Aveva ragione sul fatto che forse non l’avrei mai trovata , perché così sarebbe stato se non fossi tornato a casa.
Mi butto nel letto realmente stanco, confuso, perché non riesco più a capire chi sono realmente e cosa provo. Vorrei realmente capire cosa voglio: se voglio vederlo oppure scappare e non rivederlo più. Mi arriva un suo messaggio. Inizialmente ignorai il messaggio ma subito dopo lo lessi

“ Sono felice che tu sia tornato. Ora la luna possiamo anche vederla sotto lo stesso cielo.
La vediamo insieme stasera?”

Non risposi.
In pochi minuti il telefono iniziò a squillare incessantemente, ma vedendo che era lui che chiamava non risposi, perche ciò che aveva fatto mi aveva ferito troppo e non ero ancora disposto ad ascoltarlo, né se fossero state scuse, né se fosse stato un addio.
Rifiutai la decima chiamata in modo da fargli capire che non volevo parlare con lui e subito dopo spensi il telefono.
In un decina di minuti arrivò qualcuno alla porta e suonava insistentemente il campanello. Ero più che sicuro che fosse Ben alla porta, ma scesi lo stesso.
Aperta la porta, senza nemmeno darmi il tempo di salutarlo o cacciarlo, disse
-Posso spiegarti!-
-Non voglio stare ad ascoltare te e le tue bugie. Per favore vai via. Non pensi di avermi già mentito abbastanza?-
Stavo per chiudere la porta quando la blocco con il piede e disse
-Per adesso sto resistendo col piede ma molto presto cederò, ma anche se questa dannata porta che ci separa si chiuderà alle mie spalle, starò qui dietro ad aspettare che tu mi apra. Ricordi cosa ti ho detto? Che non ti voglio perdere e ora che sei qui non ti farò fuggire di nuovo.-
- Non mi aspettare nello stesso modo in cui hai aspettato il mio ritorno dall’Australia. Non voglio vederti davanti casa mia con quella ragazza. Andate a casa tua per fare le vostre cose. Ora leva quel piede e vai via! Non puoi nemmeno immaginare come sono stato male quando vi ho visto insieme. Non sapevo cosa fare, né come reagire, perché ogni cosa che facevo poteva essere sbagliata. Stavo per scoppiare in lacrime perché mi sono sentito tradito. Ora vai via!-
- No! Mai… So che ho sbagliato e lei forse è solo un errore. Avevo bisogno di qualcuno che mi stesse accanto come te. Non riuscivo a sopportare la tua assenza.-
- Anche io non ti avevo al mio fianco, ma non ho cercato nessun altro. Non l’ho fatto perché sapevo che le cose che provavo con te erano uniche e che non le avrei mai potute provare con un'altra persona. Io provavo davvero qualcosa per te e tu hai tradito me e la mia fiducia. E ora al mio ritorno tu avevi troppo da fare per venirmi a salutare… Perché non mi dicevi sin dall’inizio che stavi con lei? Non avrei perso tempo e non sarei tornato.-
- Fammi entrare! Ti spiegherò tutto.-
Dibattemmo ancora un altro po’ fino a quando si arrese e levò il piede. Si sedette dietro la porta e aspettò tutta la notte. Era una notte dannatamente fredda.
Alle cinque del mattino, mi alzai e vidi dalla finestra che lui era ancora seduto dietro la mia porta. Non riuscivo a capire se fosse sveglio o stesse dormendo, ma ricordo che era vestito benissimo: quel look stramaledettissimo che mi aveva fatto innamorare.
Sotto la porta, aveva fatto scivolare un biglietto.

“ Questa è una notte dannatamente fredda e sto cercando di capire cosa posso fare per farmi perdonare. Non mi riconosco neanche io e so di aver sbagliato. Non soffro tanto il freddo, ma il fatto che il mio cuore sia vuoto, perché tu hai deciso di lasciare libero quel posto ed ora non so a chi affidarlo.
Emma? Vale meno di zero. Ho bisogno di te per andare avanti.
Rimarrò dietro questa porta anche ore, giorni, settimane o mesi, non mi importa il tempo che passa, perché non ha senso che io lo viva, senza averti al mio fianco.”

Decisi di aprirgli.
- Come hai potuto?- gli dissi, dopo avergli dato uno schiaffo
- Lo schiaffo me lo merito! Non so come è successo.-
- Ma è successo! Dimmi la verità! Provi per lei ciò che provavi per me?-
- No! Per lei non provo niente rispetto a quello che provo per te, ma non posso lasciarla.-
- Certo! Io ho lasciato la mia famiglia e tutto ciò che ho difficilmente conquistato in due anni per te e tu non puoi lasciare una ragazza per cui non provi niente?-
- Ci starebbe troppo male. E poi con quale pretesto?-
- Le dici la verità. Che tu vuoi stare con me… Cosa c’è di strano? Se tu provi veramente qualcosa per me, non dovrebbe essere così difficile-
-Cosa? Non lo farò mai! Quello che è successo deve rimanere solo un segreto.-
- Se deve rimanere solo un segreto vai fuori da qui! Ti interessi troppo di quello che gli altri pensano di te e per me non va bene. Quando si ama qualcuno, non ti dovresti interessare di ciò che dicono gli altri, perché vorresti che tutti sapessero di chi sei innamorato.Io sono venuto dall’altro lato del mondo fino a qui per te e non mi merito tutto ciò che mi stai facendo. Devo ammettere che non ho detto la vera ragione ai miei genitori, perché non avevo certezze, ma ai miei cugini ho dettto tutta la verita. Se vuoi che io resti solo un segreto e meglio che te ne vai.-
E lo cacciai fuori di casa.
Dopo tutto quello che avevo fatto per la nostra relazione, non era ancora disposto ad ammettere i suoi sentimenti e ad accettare che la nostra era molto di più che un’amicizia e che forse era arrivato il tempo che i nostri genitori lo sapessero. Non erano passati più di cinque minuti, quando gli mandai un messaggio

“ Domani mattina partirò. Tornerò a Sydney dalla mia famiglia, dato che qui non ho nessuno.
Avevo fatto tutto questo per noi. Io mi sono sacrificato molto, ma tu non hai mai contribuito. Addio”

“ Non partire! Ti prego… rimani.”

“ E perché? Non c’è nessun motivo che mi tenga legato qui! E’ vero, provo ancora qualcosa per te, ma non voglio essere il segreto di nessuno.”

“ Rimani qui… fallo per me”

“ Per te? .. Tu non mi vuoi bene e ora che puoi avermi non ti interessa. Vuoi soltanto sapere che io sono disposto a tornare indietro ogni volta come un cane.”

“ No! Non voglio questo!”

“ Invece sì! Io sono tornato solo per te… per abbracciarti ancora e baciarti ancora.”

“ Ed è ciò che faremo… Te lo prometto!”

“ Non voglio essere il tuo segreto o la tua ruota di scorta! Voglio essere la tua priorità!
E non mi importa se non vuoi dirlo ai tuoi. Se lo fai tu lo farò anche io! Dobbiamo solo trovare il coraggio.”

“Giuro che la lascierò e che lo dirò ai miei, ma dammi più tempo.”

“ Non più di una settimana! Vieni a casa… Parliamo un po’… dedichiamoci un po’ a noi.”

“ Arrivo! :)”

Volevo dargli un’altra possibilità, in fondo provavo qualcosa per lui e ci sarei rimasto davvero male se lo avvessi perso per sempre.
Non appena è arrivato a casa lo baciai e lo abbracciai e lui mi disse
- Scusa sono stato proprio uno stronzo! Prometto di non lasciarti mai più!-
- Sì! Lo spero anche io!...-
Mentre continuavamo a baciarci gli squillò il telefono, lo prese e vedendo che la chiamata era di Emma lo lanciò sul divano, sembrava non volerne sapere più niente, veramente questa volta. Qualche istante dopo, dall’ingresso di casa mia, arrivammo sul divano e ci sedemmo sopra il telefono senza nemmeno rendercene conto.
Dopo qualche ora stavamo già parlando, ma continuavamo ad avere il contatto : eravamo abbracciati. Il mio sguardo si perdeva nei suoi occhioni verdi mentre continuavamo ad accarezzarci il viso. La sua testa era appoggiata sul mio petto, sudato e riuscivo ad avvertire il suo respiro affannato. Le nostre mani si intrecciavano, mentre i nostri cuori erano già una cosa sola.
- Perché sei andato via?- mi disse baciandomi
-E perché tu non sei venuto con me?-
- Ok. Basta parlare del passato. Non mi interessa quello che è successo prima ma mi interessa ciò che sta accadendo ora. Ora non ti lascierò andare mai più.-
- E io non mi farò portare via da una ragazza il mio migliore amico.-
- Migliore amico? … Volevi dire fidanzato… -
- Come? Suona un po’ strano ahah –
- Sì è vero, ma adesso ho capito che anche io desidero che la cosa diventi ufficiale.-
Suonò di nuovo il telefono, che ci aveva disturbato per tutto il pomeriggio, ma non capimmo da dove venisse il rumore. Solo dopo qualche minuto ci accorgemmo che si trovava nascosto tra i cuscini del divano. Lo ignorammo per un altro po’, circa mezz’ora, ma poi esausti decidemmo che era opportuno controllare le chiamate e i messaggi
Ben legge ad alta voce :
- Dodici chiamate perse e otto messaggi tutti da parte di Emma ! Suppongo che sia il caso di chiamarle.-
-Fai pure. Ma ricorda che sono geloso.-
Dopo essersi rimesso la maglietta uscì fuori di casa e le chiamò.
Hanno litigato un po’ al telefono, non so per cosa in quanto non ho ascoltato la situazione e alla fine Ben mi chiese
- Posso farla venire ?-
Ed io risposi
- Ok.-
Il nemico stava per arrivare e fra poco Ben avrebbe scelto tra me e lei. Qualunque scelta avrebbe fatto, uno dei due ci sarebbe rimasto male ( e speravo vivamente che quello che non ci sarebbe rimasto male fossi io ).
Suonò il campanello e io andai ad aprirle la porta.
Avevo stampato in viso un finto sorriso che cercai di mantenere anche quando si sedette sulle gambe di Ben e lo baciò.
Non la respinse e ciò non mi piacque per niente.
Li lasciai parlare, e me ne andai nella mia stanza. Dopo qualche minuto andarono via di casa e mi arrivo un messaggio.

“ Vado a casa con lei. Non ce l’ho fatta.”

“ Ok. Hai fatto la tua scelta. Domani parto.”

Stavo realmente male e piangevo. Avevo bisogno di sfogarmi un po’, pertanto andai sotto il capannone della musica, dove vi era ancora il pianoforte. Qualche settimana prima del mio rientro, Martin aveva chiamato una persona per accordarlo, quindi mi misi a suonare. Avevo imparato a suonare durante il mio soggiorno in Australia, e stavo ancora imparando. Come per la chitarra, mostrai subito una grande capacità, ma ovviamente la strada era ancora molto lunga e la meta, che io delineavo nella perfezione era ancora lontanissima.
Mi misi a suonare una canzone di Avril Lavigne, When you are gone ( Quando tu sei via ) e le parole mi emozionavano sempre più, a tal punto che non smisi di piangere nemmeno per un attimo.

Ho sempre avuto bisogno di tempo solo per me e
Non ho mai pensato di aver bisogno di te quando piangevo
E i giorni sembrano anni quando sono solo
E il letto dove dormivi si ha perso la tua forma.
Quando tu vai via conto i passi che fai,
Non vedi quanto ho bisogno di te proprio in questo momento?
Quando sei via ogni, manchi ad ogni pezzo del mio cuore
Anche la faccia che mi sembrava conoscere mi manca
E tutto ciò che ho bisogno di sentire per affrontare ogni giornata e per stare bene è
Mi manchi.
Non mi sono mai sentito così e ogni cosa che faccio mi ricorda di te
E i vestiti che hai lasciato giacciono ancora sul pavimento e profumano di te.
Amo tutto ciò che fai.
Siamo fatti l’uno per l’altro, anche se non qui ma per sempre: so che lo siamo.
Tutto ciò che ho sempre desiderato dirti
Tutto ciò che ho fatto ho dato il meglio di me
Solo per sentirti respirare qui con me.

Era proprio la canzone adatta a tutto ciò che stava succedendo. Sentivo ancora il suo calore sulla mia pelle e respiravo ancora il suo odore, e avvertivo ancora i segni e le conseguenze di quell’incontro. Prima di partire dovevo mettere un paio di cose a lavare e per questo la mattina seguente mi svegliai presto. Il volo era dopo pranzo e quindi avevo il tempo di sistemare tutto. Ben non si era fatto sentire, quindi la sua scelta mi sembrava più che chiara.
Non appena ebbi finito di pranzare, presi la valigia e chiusi casa, questa volta consapevole che non sarei più tornato in Inghilterra. Chiamai un taxi e mi diressi verso l’aereoporto.
Ero così deluso da far fatica a parlare.
Arrivato all’aereoporto Gatwick di Londra andai subito a fare il check-in.
Subito dopo, mentre mi stavo dirigendo verso il gate da cui partiva il mio aereo, mi arrivò un messaggio

“ Ti prego aspetta! Ho fatto un’altra cazzata…”

Era Ben il mittente, ma era anche troppo tardi. Gli risposi dicendo

“ Sto partendo. Scusa ma è troppo tardi. Mi sto già dirigendo verso il gate.”

“ Sono qui al check-in numero dodici. ”

“ Cosa ci fai qui? E soprattutto perchè al mio stesso check-in?”

“ Speravo di trovarti qui. Vieni!”

Tornai indietro e lo vidi lì al check-in con una valigia. Mi avvicinai e gli dissi
- Sei pazzo?-
- Sì! Completamente pazzo!! Di te! Ho deciso che voglio partire con te. Ricordi cosa ho detto? Non ti permetterò di andare via.–
- Zitto! Tu Sei andato via con lei, senza dirmi niente. Mi avevi promesso che saresti stato con me.-
- Sono andato via con lei e siamo andati a casa mia …questo è vero!-
- Non mi serve sapere nient’altro. Grazie. Rispamiami i dettagli-
- Non fare il sarcastico e ascolta... L’ho lasciata e le ho detto tutto davanti ai miei genitori. Mi hanno sequestrato il telefono e mi hanno buttato fuori di casa. Stamattina solo rientrato a casa con la forza, ho preso il telefono e…-
- E ora sei qui con me.-
- Sì!! E voglio partire con te…-
Dopo che Ben aveva fatto il check-in ci dirigemmo velocemente al gate, perché l’aereo stava per decollare. Nelle scale mobili che portavano al gate, Ben mi ha baciato, per la prima volta in pubblico.
Ero felice e tutto sembrava perfetto, ma arrivarono i suoi genitori, che videro tutta la scena.
Suo padre urlò
- Ben torna subito qui. Ultima possibilità di tornare a casa.-
Con loro c’era anche Emma. Povera ragazza… Sembrava amare veramente Ben e io glielo stavo sottraendo: mi sentivo un verme.
Ben doveva scegliere me o i genitori. Mi ha guardato negli occhi con uno sguardo penetrante e proprio così ho capito che aveva preso la sua decisione.
Avrebbe mai potuto fare scelta diversa? Non credo.
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Posted by AndrewKyleGay 2 years ago  |  Categories: Gay Male  |  
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